Non
si può dubitare che la maniera in cui Claude Lorrain ha
trattato il paesaggio, fatte le debite distinzioni,
debba essere preferita dai pittori paesaggisti a quella
olandese, poiché questa verità è fondata sullo stesso
principio attraverso il quale il pittore di storia
giunge alla perfezione delle forme; ma non è facile
determinare se il pittore paesaggista ha il diritto di
spingere le sue pretese al punto di rifiutare quelli che
in pittura si chiamano "accidenti naturali". È certo che
Claude Lorrain ha usato raramente, e forse mai, tali
accidenti; sia perché pensava che questi particolari non
si accordano con lo stile della natura vista nel suo
insieme, che egli aveva adottato; sia perché credeva che
essi avrebbero catturato troppo l'attenzione e distrutto
quella tranquillità e quella quiete che egli considerava
essenziali a questo genere pittorico. J.
REYNOLDS, Discourses Delivered at Royal Academy, 1769-91
Con l'innesto di un certo
settore dell'arte fiamminga in quella italiana, una più perfetta
e meravigliosa 'trascrizione' della natura fu compiuta
dall'inimitabile Claude, e portò alla produzione di quelle
squisite opere, assolutamente senza rivali nel quieto splendore
che le distingue. Nelle sue marine, nei tramonti dorati, nei
lidi selvaggi e romantici e nelle scene pastorali squisitamente
poetiche, la luminosa bellezza realizzata dal pittore risulta
espressa così chiaramente da aver meno bisogno di spiegazione di
quanto non richiedessero le qualità di molte opere già
riferentisi agli stessi soggetti. È stato giudicato il più
perfetto paesaggista che il mondo abbia mai visto e merita
completamente la lode. Le caratteristiche dei suoi dipinti sono
sempre quelle di una serena bellezza. Dolcezza e amenità regnano
in ogni creazione del suo pennello; ma la sua principale dote
consisteva nell'unire lo splendore alla quiete; il colore alla
freschezza, l'ombra alla luce [...]. Claude, benché sia
uno dei pittori più isolati, appare tuttavia legittimamente
connesso alla tradizione artistica. Eisheimer e Paul Brii gli
aprirono ta strada, venendo dopo i Carracci, con uno stile più
morbido e ricco del loro. Se si potessero accostare le storie
delle varie arti troveremmo in esse molte notevoli analogie.
Gorelli fu per Haendel ciò che Eisheimer e Paul Bril furono per
Claude. Claude (com'è) non avrebbe potuto esistere senza di
loro. Non era quindi un autodidatta ne mai esistette un grande
artista che lo fosse. Un artista autodidatta è una persona molto
ignorante: Claude non trascurò alcun settore di studio che
valesse ad estendere la sua conoscenza e perfezionare la sua
pratica. J.
CONSTABLE, Lectures at the Royal Academy, 1835
[...] Le capacità di Claude
erano molto limitate, ma sapeva sentire con tenerezza, il suo
scopo era sincero, e operò nell'arte una grande rivoluzione.
Questa rivoluzione consiste soprattutto nell'aver posto il sole
nel cielo. Fino al tempo di Claude nessuno aveva pensato a
dipingere il sole, se non in modo convenzionale, cioè come una
stella rossa o gialla, spesso con un viso nel mezzo: è in
particolare l'aspetto che gli viene dato nelle miniature. Ma
nella maggior parte dei casi il sole non compariva nel quadro, o
vi figurava solo parzialmente, forando le nubi grazie a dei
raggi quasi separati. [...] Claude si impadronì di questa nuova
idea, consacrò la sua arte al sole, e dipinse le ombre brumose
che i suoi raggi proiettavano, e altri effetti di delicata
sfumatura, come nessuno aveva dipinto prima di lui, e, sotto un
certo aspetto, come nessuno ha dipinto, a olio, successivamente
[. . .]. "Ma allora come potevano le sue capacità essere così
mediocri?" Perché il fare bene una cosa, o il farla meglio degli
altri, non implica necessariamente grandi capacità, cioè una
grande larghezza di vedute, una grande comprensione del valore
relativo delle cose, una potente fantasia. Queste qualità sono
rare e preziose. [...] Se Claude fosse stato un grande non si
sarebbe esclusivamente consacrato a dipingere degli effetti di
sole, avrebbe contemplato la natura intera, Parte intera, e
avrebbe dipinto i suoi effetti di sole meno bene, e la natura in
generale molto meglio. Ad ogni modo la sua scoperta,
consistente nell'immergere i suoi dipinti nei toni caldi, fu
molto apprezzata dai superficiali conoscitori del suo tempo. Non
che gli piacesse il sole: gli piacevano i virtuosismi. Non
potevano apprezzare i nobili colori di un Tiziano o la nobile
composizione di un Veronese, ma trovarono divertente vedere il
sole in mezzo a un quadro. E le opere di Claude furono
apprezzate e acquistate, in generale, per i loro veri soli come
certi quadri lo sono per i veri orologi che il pittore ha posto
nella torre dei suoi campanili. [...] Non si può [...]
immaginare in quali abissi di assurdità Claude cada
costantemente nei suoi disegni più ammirati. Per esempio quando
vuole rappresentare Mosè e il roveto ardente dipinge un grazioso
paesaggio, con una città, un fiume, un ponte, parecchi gruppi di
grandi alberi, il mare, e una folla di gente che va per i fatti
suoi in ogni dirczione; il roveto brucia tranquillamente su una
scarpata, in un angolo, quasi nell'ombra e visibile solo a un
attento esame. Mi occorrerebbero molte pagine per mettere in
evidenza, uno dopo l'altro, i difetti di cuore, d'anima e
d'intelligenza che una simile concezione implica; l'insondabile
ignoranza della natura dell'avvenimento e dello scenario in cui
esso ebbe luogo; l'incapacità di concepire la minima cosa che -
una volta riconosciuta questa ignoranza — potesse essere
espressiva; la serenità indefinita, stupida e cucurbi-tacea di
questo pomeriggio soleggiato, nonostante i roveti e tutti i loro
ardori. Ma tutti questi difetti derivano più o meno dallo
spirito del tempo nel quale Claude viveva. La sua personalità si
distingue per di più per l'incapacità a cogliere il punto
essemiale, in ogni oggetto che doveva rappresentare, e ciò fin
nei minimi particolari, incapacità tale che, per quanto ne so,
non è mai stata eguagliata nella storia della superficialità
umana. Ecco per esempio una mezza figura che rappresenta Enea
che tira con l'arco (n. 180 del Liber Veritatis). La corda è due
volte più lunga del normale, perché, se l'arco non fosse teso,
sarebbe almeno di due piedi più lunga di esso. Anche la freccia
è troppo lunga in proporzione all'arco, e si trova sotto la mano
dell'arciere, non sopra. Non dirò nulla dell'eroica raffinatezza
della testa e del panneggio; considerate solo questa pietosa
maniera di tirare con l'arco e ditemi se sarebbe possibile a un
bambino disegnare questo soggetto con meno intelligenza o
commettere più errori nello spazio a disposizione. Per squisita
che possa essere stata l'attrazione istintiva di Claude per le
cantonate, egli non ebbe nemmeno abbastanza forza di carattere
per commetterne sempre di originali; deviò spesso dalla sua
strada per far collezione degli infantilismi altrui e per
risuscitarne le assurdità. Sono stato obbligato più sopra a
criticare un poco — spero rispettosamente — i paesaggi del
Ghirlandaio, i quali tuttavia, come abbiamo visto, non mancano
di un loro fascino bizzarro, se non li si isola dalle nobili
figure del primo piano. Ma ci si potrebbe immaginare che Claude,
che aveva tutti i bei paesaggi di Tizia-no sotto gli occhi, e
tutta la natura attorno a lui, sarebbe risalito al Ghirlandaio
per trovare dei modelli? Eppure è così. Ho detto che l'influsso
veneziano si propagò in maniera vaga fino a Claude, ma
l'influsso fiorentino lo caratterizzò nettamente-; II paesaggio
di Claude non è, come generalmente si suppone,
un'interpretazio-ne idealizzata dei dintorni di Roma. È l'ultimo
stadio del paesaggio convenzionale fiorentino, più o meno
temperato dall'osservazione della natura. J. RUSKIM,
Modern Painters, 1843-60
Gellée ha molto osservato, ma
non ha interrogato la natura per curiosità (penso ancora a
Ruisdael e ai paesaggisti olandesi che, anch'essi, praticavano
una pittura di valori) ; in Claude c'è qualche cosa in più: il
valore è trasposto in un clima spirituale. Egli ha soprattutto
amato. Il suo bisogno emotivo lo spingeva verso il paesaggio e
questa passione doveva possederlo come l'amore di una donna,
ancor di più, forse, poiché si alzava prima dell'alba per non
tor- i nare a casa se non dopo il crepuscolo. Questa
:venerazione per la natura che causava la sua i gioia di
dipingere, questo amore del paesaggio, nel quale gli occhi
compivano la funzione del cuore, infuse in lui la grazia dei
mistici. Claude è un veggente, e la sua luce è soprannaturale
;non è umanamente drammatica come quella di Rembrandt dove c'è
più ombra che luce: è sempre al di sopra delle tempeste in
un'atmosfera immacolata e si libra nell'assoluto della musica.
P. COURTHION, Claude Gellée dit le Lorrain, 1932
Claude fu il primo pittore
completamente soggettivistico, che sentì e rappresentò la
natura, come stato d'animo attraverso le sue percezioni e le sue
impressioni sensoriali. La luce, la nebbia, il riflesso del sole
sull'acqua tranquilla, lo sfumare della terra nell'aria, la meta
morfosi della materia in colore era il contenuto della sua
figurazione. Poussin era una creatura della terra, che nello
spirito tendeva alla purezza dell'etere, Claude invece viveva
nei mobili elementi dell'acqua, del fuoco e dell'aria. Ma quando
il suo occhio si impadroniva dell'apparenza delle cose, lo
invadeva anche una straordinaria sensibilità per la chiara
misura e distribuzione dei volumi e per tutti i livelli della
prospettiva pittorica. Disegnava le sue architetture con la
corretta sicurezza d'un architetto, ma nelle sue opere esse si
mutano in quinte fantastiche che sognano nella luce dell'ora. Un
eterno, luminoso mattino riempie i dipinti, nei quali la barocca
indefinitezza della sensibilità luministica si unisce con la
classica finitezza dello Spirito ordinatore. Claude Lorrain
non era un dionisiaco. La sua indole si rispecchiava
nell'idillio. Anche i suoi temi antichi o biblici assumono il
tono della poesia pastorale, che innalza la rustica vita dei
campi a meraviglioso spettacolo di perpetua felicità. Nei suoi
paesaggi risuona il canto della zampogna. I suoi alberi
stormiscono sommessamente e si inclinano e si cullano al vento,
mentre gli alberi di Poussin si drizzano grandi e immoti. Nei
crepuscoli azzurrati dei paesaggi di Claude opera una dolce
magia. Essi non hanno mai provato la violenza di una tempesta o
di un fulmine. Il Riposo nella fuga in cui l'angelo gioca con il
Bambino è un'immagine di beata solitudine. Le palme e le querele
respirano la freschezza dell'aria e l'acqua tranquilla
rispecchia il ponte, mentre il paesaggio lontano sfuma in una
vaporosa luminosità. Il paesaggio con l'idillio di Aci e
Galatea, spiati nel loro padiglione in riva al mare azzurro dal
geloso Polifemo, è un chiaro paesaggio mattutino, in cui l'acqua
in una luce sfumata si confonde con il cielo. Polifemo ucciderà
Aci, ma Claude evita ogni riferimento a questo drammatico
epilogo, poiché è sensibile solo ai momenti sereni
dell'esistenza. Egli vuole rappresentare la natura, non gli
uomini, e la natura non conosce la tragedia. U.
CHRISTOFFEL, Poussin und Claude Lorrain, 1942
Esaminando dunque nell'insieme
la personalità di Claudio Lorenese, è da osservare che la sua
importanza consiste essenzialmente nel fatto che egli è
l'opposto del 'virtuoso', in un tempo in cui il virtuosismo
predominava a tal punto da impedire l'espressione libera della
fantasia. Lorenese limita deliberatamente ciò che è nella sua
fantasia per giungere a un principio, una regola; la sua arte
perciò è limitata, ma ha un tono morale che è difficile trovare
nel Seicento. Altro aspetto dell'arte di Lorrain è 1' "ut
pictura poesis": un paesaggio per lui non è la vita della
natura; tale era per lui uno schizzo, non un quadro, in cui egli
desidera porre una storia, anche se le figure — come abbiamo
veduto — sono dipinte da altri e a lui sono assolutamente
indifferenti. La storia perciò non si manifesta tanto nelle
figure, quanto nella composizione generale del suo paesaggio. Lo
stesso paesaggio deve essere classico poiché le sue storie sono
classiche: è la forma del suo paesaggio che deve dare la
sensazione del suo carattere storico. Qualcosa di completamente
nuovo che Claudio Lorenese ha affermato con una perseveranza ed
eaergia per cui egli è passato alla storia come modello del
"paesaggio storico". Naturalmente se giungere ad un risultato
simile, la creazione non è facile e geniale, ma di carattere
meditativo: non vi è nulla di meno geniale di un dipinto di
Claude Lorrain, anche se alla fine dobbiamo riconoscere che egli
è un genio; egli è nello stesso tempo un idealista e un
realista: un idealista perché vuole trasformare il suo quadro in
quadro storico, un realista perché non osa allontanarsi dai
modelli che vede nella natura. In quanto idealista egli è ciò
che può esservi di più classico con i suoi paesaggi e nello
stesso tempo per quel suo desiderio di vago, di contemplazione
del lontano, di ricerca insaziabile dell'infinito, egli è
romantico. E se egli ha creduto di essere il rappresentante del
paesaggio classico, non c'è dubbio d'altra parte che, proprio
perché ha scelto il paesaggio e lo ha contemplato, egli è stato
il primo maestro del paesaggio romantico. Aver preferito il
paesaggio invece che la figura umana e l'azione dell'uomo -
unica ragione di interesse per la vita classica dei Greci e
Romani e di quel Rinascimento che aveva voluto rinnovare la vita
classica - aver abbandonato tutto questo per dare la sua
attenzione a una massa fogliacea o a un riflesso del tramonto
nelle acque del mare, mostra come egli ha aperto la via alla
pittura romantica. Per mantenere il carattere classico, egli ha
preferito delle proporzioni studiate presso gli uomini del
Rinascimento. Soprattutto i suoi primi quadri sono divisi in
due, circa a metà altezza, dall'orizzonte e con alcune
indicazioni lateralmente di elementi verticali che
controbilanciano in un certo modo la visione dell'orizzonte. È
avvenuto che la fama e la fortuna di Claudio Lorenese, dopo
essere state enormi nel '700, soprattutto in Inghilterra dove è
stato considerato, fino in tempi recenti, il più grande paesista
che sia mai esistito, hanno subito critiche anche violente nel
secolo XIX, in quanto egli avrebbe oppresso la realtà con i suoi
schemi e con il suo ideale classico. Il realismo che si è
sviluppato nei riguardi del paesaggio ancor prima che nella
figura umana, era già in pieno vigore in Francia nel 1830 e il
paesaggio ha dovuto liberarsi di Claudio Lorenese prima di poter
vedere la natura liberamente. Naturalmente oggi l'attualità del
Lorenese non esiste più e per questo lo storico può parlare di
lui imparzialmente e riconoscere la sua grandezza. L.
VENTURI, Lezioni di storia dell'arte moderna. La pittura del
Seicento, 1951
II primo problema da prendere
in esame è il reale contenuto dei suoi dipinti. Dico contenuto e
non soggetto perché è ormai da tempo chiarito che per Claude non
aveva grande importanza dipingere in un quadro la Fuga in Egitto
piuttosto che Cefalo e Procri. Egli non sviluppava logicamente,
come Poussin, la composizione dal particolare tema del dipinto.
D'altra parte sarebbe completamente sbagliato saltare da questa
argomentazione, come qualcuno ha fatto, alla conclusione che a
Claude non importava nulla del soggetto, ma dipingeva solo la
luce o tendeva a non so quale essenza astratta della sua arte.
Era invece profondamente attento al contenuto dei suoi dipinti,
ma questo contenuto era alquanto differente dal tema che gli
veniva imposto per ogni singola opera. A un primo esame possiamo
dire che il contenuto della sua pittura era la bellezza della
campagna intorno a Roma. E questo costituiva di per sé una
novità nella pittura di paesaggio. I pittori della Germania
meridionale e dell'Austria avevano scoperto la bellezza della
valle del Danubio; quelli dell'Umbria avevano ricreato la pura
chiarità delle loro colline; i veneziani avevano espresso la
romantica essenza della pianura veneta e dei colli prealpini. Ma
prima di Claude la campagna romana era stata generalmente per
gli artisti oggetto di interesse piuttosto che di ammirazione
estetica. Molti nordici l'avevano disegnata per le rovine di cui
era disseminata; ma neppure uno si era accorto delle sue
possibilità pittoriche. Era stata studiata con gli occhi della
curiosità; Claude la vide con gli occhi dell'ammirazione [...].
Ma non è solo l'aspetto
topografico della campagna romana che Claude dipinge. Le scene
che sceglie traggono significato e qualità poetica dalla
comprensione della luce in cui sono immerse. In ciò segue
Eisheimer, ma con una differenza. In generale il tedesco
preferiva effetti di luce particolari: il chiaro di luna o
l'oscurità del crepuscolo. Claude talvolta li adotta, ma la sua
normale tendenza si indirizza verso gli effetti più tipici: la
luce fredda del primo mattino, il mezzogiorno infuocato o il
caldo splendore della sera. Ai nostri occhi nordici la sua luce
spesso appare artificiosa e esagerata, ma in realtà rende
effetti che si possono quotidianamente osservare nel paese in
cui dipingeva. Come Eisheimer, egli usa la luce per dare unità
immaginativa e visuale alle sue composizioni; ma mentre
Eisheimer tende a lavorare con intenzioni drammatiche e a
cercare un forte chiaroscuro, Claude cerca piuttosto la
serenità, e quindi addolcisce i contrasti [. . .].
Per Claude, tuttavia, la
campagna romana non era vuota, era colma di allusioni e memorie
dell'antichità [. . .]. Claude amò prima di tutto la vita che
Virgilio e i suoi contemporanei conducevano nelle loro ville, e
in secondo-luogo era ispirato dalla più antica epoca che il
poeta descrisse, l'età dell'oro, il tempo in cui Enea sbarcò e
fondò Roma [. . .].
La campagna romana di Claude è
popolata dalle ombre di Enea e dei suoi compagni e dagli dèi che
Virgilio descrive nelle Georgiche, non i grandi dèi ma i
piccoli, "Fan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle" e "i numi
tutelari dei contadini". La poesia virgiliana era evidentemente
la principale fonte di ispirazione per Claude in questi dipinti,
ma, per quanto se ne sa, egli non era un latinista. È più
probabile che abbia assorbito l'atmosfera pastorale attraverso
le traduzioni italiane e la conversazione dei suoi più dotti
amici, come il cardinale Massimi. Credo però che egli abbia
tratto alcune idee (e questa volta di prima mano) dalle fonti
figurative dell'arte antica. Sappiamo che il Virgilio vaticano
era molto studiato nella cerchia in cui si muoveva Claude ed è
molto probabile che alcune illustrazioni di soggetti pastorali
che in esso si trovano abbiano suggerito idee per le sue
composizioni. Inoltre egli conobbe senza dubbio affreschi romani
di paesaggio in cui architettura e scene campestri sono
mescolate, in uno schema compositivo che egli usò largamente [.
..]. Ma Claude si distacca dai suoi antichi modelli in un
aspetto importante: i suoi edifici in questi casi sono rovine ed
è parte essenziale del suo intento creare un senso di nostalgia
per la passata grandezza. Possiamo dire, in breve, che il
contenuto dei dipinti di Claude è l'espressione poetica
dell'atmosfera della campagna romana, con le sue mutevoli luci e
le sue complesse implicazioni culturali [. . .1
[...] La posizione di Claude
nella pittura europea è chiara. Mentre i pittori olandesi
stavano applicando alla natura i loro principi realistici,
Claude mostrò che i metodi del classici-smo francese potevano
essere usati anche per cavar la poesia dalla natura inanimata.
Come in Poussin si ha l'ultimo stadio nell'interpretazione
razionale del paesaggio, così in Claude, partendo da una diversa
tradizione, si arriva al punto più alto nello studio della luce
e dell'atmosfera intesi come mezzi creativi di un'unità
pittorica e immaginativa. Sotto questo aspetto egli rappresenta
la conclusione di uno sviluppo che raggiunse il suo primo
vertice in Umbria, nella persona del Perugino. Ma Claude è più
ardito; egli imprigionò l'infinità della natura entro i rigidi
confini della composizione classica. A.
BLUNT, Art and Architecture in France 1500-1700, 1953