Non posso abbandonare
questo argomento senza citare due esempi, che mi vengono
ora alla mente, in cui lo stile poetico del paesaggio si
vede felicemente realizzato. Uno è il Sogno di
Giacobbe di Salvator Rosa, l'altro il Ritorno
dell'Arca di Sébastien Bourdon. Con qualsiasi
dignità queste storie ci siano presentate nel linguaggio
della Scrittura, questo stile pittorico possiede lo
stesso potere di ispirare sentimenti di grandezza e
sublimità ed è capace di comunicarli a soggetti che non
sembrano affatto adatti a riceverli. Una scala contro il
cielo non sembrerebbe avere la capacità di suscitare
alcuna idea eroica; e l'Arca, nelle mani di un pittore
di second'ordine, avrebbe fatto poco più effetto di un
comune carro per la strada; eppure tali soggetti sono
trattati così poeticamente in ogni parte, le partì hanno
una tale rispondenza l'una con l'altra e con l'insieme,
ed ogni parte della scena è così visionaria che è
impossibile guardarli senza sentire in qualche modo
l'entusiasmo che sembra aver ispirato i pittori. J.
reynolds,
Discourses on Art, 1771 (a cura di Robert R. Wark, 1959)
[...]
Gran contrasto hebbe nell'animo suo per voler sostenere, che le
figure di sua mano della grandezza del naturale o più meno,
fussero dell'istessa vaglia quanto quelle di minore proporzione,
e di quelle piccole, et era entrato in una smania così inquieta
per tante opposizioni che ne sentiva, che si era stabilito
costantemente di non voler mai più dipingere quadri in piccolo;
benché gli venissero offerte quantità grandi di monete. Se egli
facesse bene, o male, egli medesimo il sapeva, che per una certa
sua stravagante ostinazione si privava d'un utile che saria
stato bastante a mantenerlo in uno stato assai più riguardevole,
et haveria dato sodisfazione a molti Personaggi, che si dolevano
della bestialità sua. Sentiva dirsi, che in grande egli era
assai mancante nel disegno quanto alle parti, e che il colorito
in quel genere non era adattato, ne naturale, che le tinte delle
sue carni erano di legno, e senza sangue, e che l'arie delle
teste erano tutte dispettose, e d'idea improprie, e rusticane,
che li suoi panni non formavano pieghe elette, a proporzione, e
che non coprivano l'ignudo con modo naturale, e scelto, che
mancava con gran disordine nelli contorni, che poco intendeva
l'ignudo, e che era assai invalido a rendere l'opere sue a
quella perfezione, che le sa rendere un ben regolato pittor,
così nel tutto come nelle parti. Si travagliava quando sentiva
lodarsi, che nelli Paesi occupava il primo luoco nella gloria,
nelle marine era singolare, in macchiette et in componimenti
minuti di capricciose invenzioni prevaleva ad ogn'altro, nelle
battaglie era unico; nel capriccio, e nelle invenzioni delle
istorie pellegrine, e recondite toccava il segno maggiore; nella
maestria del pennello non haveva uguale, nell'armonia del colore
era il maestro; ma nelle figure grandi perdeva tutte quelle sue
buone qualità, perché gli mancava il principale che gl'è lo
studio. In questo io non voglio dare il mio giudizio [...] ma
non si può negare che egli havessi parti d'un maraviglioso
Pittore, arrichito di molti accompagnamenti e perfezioni, e se
non altro quell'essere stato autore della sua maniera, con tanto
arteficio. Egli parlava di Paolo Veronese più che di tutti e
gl'era sommamente a cuore lo stile dei Veneziani; ma con Rafaele
non haveva molta domestichezza perché la scuola Napolitana lo
chiama tosto, di pietra, e secco, e non vogliono amicizia sua.
[...] Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di
statura mediocre, mostrava nell'abilità della vita qualche
sveltezza, e leggiadria : assai bruno di colore nel viso, ma
d'una brunezza Africana, che non era dispiacevole. Gl'occhi suoi
erano turchini; ma vivaci a gran segno, di capelli negri, e
folti, li quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben
disposti naturalmente, vestiva galante; ma non alla Cortegiana,
senza gale, o superfluità. Fu assai fiero nella prontezza delle
risposte; assegno tale, che teneva intimoriti tutti quelli, che
trattavano seco, e nessuno si arrischiava d'opponersi alle sue
proposite, perché era ostinato, e forte mantenitore delle sue
openioni. Nel discorrere di precetti, d'erudizieni, e di scienze
non s'impegnava ne par ticolari; ma, tenendosi in largura non
obligata; quando conosceva il tempo, entrava di mezzo, e
s'introduceva in modo, che dava a conoscere, che non era tavola
rasa, e questo, il praticava con sommo ar-teficio. S'era
guadagnati molti amici e concorrenti alle sue fantasie, et anche
molti mimici, e contrarij alle di lui proposizioni, e bene
spesso si questionava, in qual suo congresso, e si veniva a
scandalose rotture. V'erano molti suoi seguaci, molti per genio,
et alcuni per boria, che gli pareva di guadagnar titolo d'uomo
di proposito con praticare il Rosa; non havendo per loro istessi
qualità nessuna di pregio. Il posto che si era fabricato nella
professione era di stima perché seppe portarsi con accortezze, e
per lo più si faceva desiderare, e pregare. G. B.
passeri, Vite de'
pittori .... 1772 (ed. J. Hess, Wien 1933)
[...]
Egli [Rosa] allora affidava alla sua profonda memoria quelle
antiche leggende che diedero carattere ai suoi grandi quadri e
ai suoi poemi seri, carattere decisamente opposto a quello delle
produzioni più leggere della sua penna e del suo pennello, per
le quali è ora posto alla testa della scuola romantica d'Italia,
degno di essere associato a Sha-kespeare e a Byron. [. ..]
Sembra comunque, dalle scene che appaiono nei suoi singolari
paesaggi, di marine, montagne, rocce turrite, antiche rovine, e
coste selvagge, identificate attraverso tratti particolari, così
come dalla fisionomia e dal costume dei suoi bei piccoli gruppi
di "figurine", che egli deve aver vagato e studiato assai nello
scenario sublime e selvaggio della Basilicata, della Puglia e
della Calabria, la "Magna Grecia" degli antichi. [. . .] Quasi
tutte le colonie greche si limitavano a questi lidi romantici,
dove ancora si vedono le vestigia della brillante popolazione
che le abitò in passato. Se già l'oratore romano potè esclamare
Magna Graecia nunc non est, la desolazione che ai giorni
di Salvatore copriva questo paradiso terrestre aveva il
carattere di una tristezza ben più profonda. Ma tutto ciò che
avevano perduto quelle contrade una volta fiorenti (il movimento
dei loro porti commerciali, lo splendore delle loro scuole di
filosofia) era compensato agli occhi del giovane poeta-pittore,
del filosofo adolescente, dalla sublime devastazione, dalla
grandezza malinconica che loro restava. [...] L'avvenimento più
notevole di queste escursioni ardite del Rosa nelle montagne è
la sua prigionia fra i banditi che ne erano gli unici abitanti,
e la sua associazione temporanea (e perfino, si dice,
volontaria) con quegli uomini terribili. Non si può dubitare che
egli vivesse qualche tempo coi briganti pittoreschi, che ha poi
ritratto all'infinito, e benché pochi storici parlino di questa
circostanza ed altri vi accennino solo vagamente, la tradizione
rende il fatto autentico ed un gran numero di opere lo prova
fino all'evidenza. Salvatore, epicureo per temperamento, era
stoico per sistema; e molti suoi confratelli e compatrioti che
gli avrebbero perdonato il genio e i successi, non dimenticarono
che la sua austera moralità, la incrollabilità dei suoi
principi, facevano onta ai vizi dei contemporanei,
assicurandogli la stima e il rispetto dei migliori uomini del
tempo. [...] Milton e Salvator Rosa, il cui genio, il cui
carattere e le cui vedute politiche avevano tante affinità,
restarono sconosciuti l'uno all'altro, pur vivendo nello stesso
tempo a Roma e a Napoli.
Il meraviglioso
che Salvator Rosa amò impiegare nei suoi quadri e nelle sue
poesie era specialmente tratto da quella mitologia triste che
ispirò Shakespeare e costituì il fascino di Ossian. Il suo
talento, creatore ed originale, respingeva con disgusto le
immagini usate dalla mitologia pagana e cristiana, quei serafini
dagli sguardi celesti e quegli amori dai sorrisi maligni, quegli
dèi in furore e quei martiri agonizzanti. Quando circostanze
imperiose lo forzarono a scegliere un soggetto nell'ambito di
questi due sistemi, egli preferì Saul e la pitonessa di Endor,
II supplizio di Prometeo (che cela una filosofia profonda) o
la Rivolta dei giganti, dogma che in tutte le religioni
si applica a un fatto fisico, evidente agli occhi di tutti i
popoli. [...]
La storia di
Attilio Regolo, questo orribile destino di un cittadino
patriota, è una delle sue satire della società che la storia ha
conservato senza capire; e Salvator Rosa lo scelse per
l'analogia che vi trovò con le proprie idee e i propri
sentimenti. Contemplando simili scene debolmente rappresentate
come sono negli annali, il cuore sanguina, Palliino si
avvilisce; si pensa con tristezza all'inevitabile destino
dell'uomo; ma alla vista dei magnifici orrori del Regolo
di Salvator Rosa lo spettatore sconvolto rifiuta di credere a
tali atrocità e, rifugiandosi nello scetticismo del secolo,
aggiunge la morte di questo eroe alla lista di quei 'dubbi
storici' che la logica minuziosa della critica moderna eleva su
tutto ciò che si accosta al meraviglioso. lady
s.
morgan, The Life
and Times of Salvator Rosa, 1824
Salvator Rosa, un uomo originalmente dotato di un
potere di mente più alto di quello di Claude, fu però infedele
alla sua missione e non ci ha lasciato, io credo, alcun dono.
Qualsiasi cosa facesse fu evidentemente per esibizione della
propria abilità; non c'è in lui amore di alcun genere per cosa
alcuna; la sua scelta degli elementi del paesaggio non è dettata
dal gusto del sublime, ma da pura inquietitudine o ferocia
animale, guidata da un potere fantastico di cui non poteva fare
a meno. Non ha fatto nulla che altri non abbia fatto meglio, o
che non sarebbe stato meglio evitare di fare; nella natura egli
interpreta la contorsione come energia, il selvaggio come
sublime, la miseria umana come santità e la cospirazione come
eroismo. [...]
È chiaro che
[il Rosa] difficilmente usò studiare dal vero, dopo i suoi
peregrinaggi fra i monti della Calabria; ed io non ricordo un
solo suo disegno di vegetazione che non sia dimostrabilmente un
fantasma dello studio... Il pittore è sempre visibilmente
imbarazzato a far terminare le masse del fogliame, e sentendo
(perché il Rosa ovviamente aveva un vivo senso del vero) che il
ramo era sbagliato se finiva bruscamente, realizzava la sua
diminuzione con una protrazione impossibile, gettando un
germoglio dietro l'altro finché i suoi rami si sparpagliano
attraverso tutto il quadro e infine scompaiono malvolentieri
dove non c'è più spazio per proseguire. La conseguenza è che le
foglie poste su questi rami non hanno adeguato sostegno, la loro
capacità di far leva è sufficiente a sradicare l'albero; ovvero,
se i rami son lasciati in posizione raccolta verso il centro,
hanno l'aspetto di lunghi tentacoli di un complicato mostro
marino, o dei'fili interminabili delle alghe, invece della
ferma, sostenuta, unita e curva grazia dei rami naturali.
Riconosco che il Rosa così fa in certa misura per il gusto
dell'orrido e che ciò in certe scene può essere in qualche modo
ammesso; ma per lo più e ignoranza della struttura dell'albero,
come dimostra il paesaggio di Palazzo Pitti La Pace che
brucia le armi; dove lo spirito della scena vuoi essere
quieto e non animato, e ciò nonostante i rami degli alberi
mostrano i soliti errori quanto mai accentuati : ogni loro forma
è impossibile e il tronco non potrebbe sopportare per un attimo
tanto fogliame... Io ho visto un maggior carattere spettrale nel
ramo vero di una quercia ammalata che non nelle migliori
mostruosità di Salvator Rosa.
[...]
egli [il Rosa] mi da la [...] chiara idea di uno spirito
perduto. Michelet lo chiama "Ce damné Salvator". [...] Io
vedo in lui, nonostante tutta la sua bassezza, gli ultimi segni
di vita spirituale nell'arte europea. Fu l'ultimo uomo cui il
pensiero di una esistenza dello spirito si presentasse come una
realtà concepibile... Era capace di sentimento, di fede, e di
timore. La miseria del mondo è per lui una meraviglia;
non può fare a
meno di contemplarla. La religione del mondo è per lui orrore.
Contro di essa digrigna i denti, si infuria, satireggia e si
beffa. [...] Infelice Salvatore! Un po' di simpatia al tempo
giusto, una parola di vera guida forse lo avrebbe
salvato. Che cosa dice di se stesso? Dispregiatore della
ricchezza e della morte... Il problema, per l'uomo, non è
che cosa disprezzare, ma che cosa amare.
La sua vita,
per quanto di nobile le restava, poteva risolversi soltanto in
orrore, sdegno, disperazione. È difficile dire quale dei tre
fattori prevalesse nella sua opera, ma la sua risposta al grande
problema d solamente la disperazione. Rappresentò V Umana
Fragilità con imo icfaeletro dalle ali pennute che si
protende verso una donna e un bambino, mentre il terreno intorno
a loro è coperto di rovina e un cardo gEtXa n suo seme,
unico suo frutto. "Spine, ancora, e cardi produr™-nr» *
Questo tono di pensiero caratterizza tutta l'opera più seria di
Saikator Rosa. J.
ruskin, Modern
Painters, 1887
[Su un
Ritratto di poeta a Milano, Castello Sforzesco, male
attribuito al Rosa]. La bellissima, calda Mezza figura di
giovane che si suppone autoritratto di Salvator Rosa è
troppo bella cosa per il pittore napoletano così stento nelle
figure grandi. R.
longhi, Scritti
giovanili. I, 1916
[...]
il Rosa apporta alla sua poesia esperienze e vedute che
attengono ad un'altra arte, e perciò ne arricchisce la sostanza
in modo insolito e felicemente fecondo [...]. È appunto lo stile
a metà strada fra lo 'scritto' e il 'parlato' che da alle satire
un sapore tutto particolare ed un'attrattiva indefinibile.
U. limentani, La
Satira nel Seicento, 1961
In effetti la carriera del Rosa
costituisce un tributo all'intelligenza di un gran numero di
connoissews romani, che lo costrinsero a dedicarsi ai
piccoli, romantici paesaggi nei quali appare il suo vero genio.
Ma egli la pensava in modo assai diverso, e tale era il suo
desiderio di ottenere una grande commissione pubblica da essere
pronto ad umiliarsi a tale scopo. In fondo stupisce che la cosa
non gli riuscisse mai [...]. F.
haskell, Patrons
and painters, 1963
Nella rinuncia alle cose esteriori,
nel gusto della contemplazione, nell'insofferenza per i vincoli
e per l'esteriorità del rito, nel disprezzo della ricchezza
nonché dell'organizzazione politico-statale, la personalità di
Salvator Rosa ha molti punti di accordo con il quietismo, il
filone più antiintellettualistico della mistica secentesca.
Questo modo di sentire, insieme alla tesi dell'indipendenza
della fantasia dall'intelletto (nel Rosa implicita) e del
carattere arazionale e intuitivo dell'arte, e infine il mito del
selvaggio, del primitivo, dell'uomo nella natura allo stato
elementare, pongono il Rosa sulla linea di sviluppo che va
dall'affermazione del suo grande compatriota, Giovan Battista
Vico, fino al romanticismo rousseauiano. L.
salerno, Salvator
Rosa, 1963
[...]
sembra che vi sia una associazione nella mente del Rosa fra le
qualità intuitive e irrazionali del genio creativo e i misteri
della magia e della divinazione. [...] Rosa esalta nella sua
incisione // Genio le qualità dionisiache come
coesistenti con quelle apollinee, esalta l'ispirata libertà e
fierezza del proprio genio in quanto bilanciato da un
e-quilibrio stoico Pictor Succensor et Aequus. E benché
Rosa anticipasse in tal modo il più tardo atteggiamento del
romanticismo nei confronti del genio, l'artista vedeva come
espressioni migliori del proprio genio il trattamento erudito di
temi filosofici [...]. R.
wallace, The genius
of Salvator Rosa, in "Art Bulletin", 1965