La sua religiosità, che fa
pensare ad una vaga nostalgia di gente esiliata sulla
terra, non tocca il nostro scetticismo affaticato; e la
sua forma 'piana, nata da definizioni lineari di zone
cromatiche preziosamente inflesse, non risponde — come
la forma di Giotto, squadrata con risalto di massa nella
dura selce — alla nostra necessità di concretezza
acerba. Chi va nel mondo delle sue figure immote,
astratte in fissità di sogno o un poco trasognate nella
vaghezza delle loro azioni, non è dissimile dal
navigante approdato a un'isola di fiaba, che ne percorre
i sentieri ad uno ad uno, avvinto da sensazioni di
delicata sottigliezza, e non torna sui propri passi per
affondare la sua barca all'ancoraggio. Ma v'è in
quest'arte una particolare qualità di elevatezza, una
grazia sognata che da lo stesso lume a visioni celesti e
immagini terrene, l'una e l'altra legate alle soluzioni
estetiche di un intellettualismo sottile e vigilante. Ed
è forse in esse la ragione del fascino col quale Simone
Martini ci convince in ore isolate e distanziate della
nostra vita, ma con tale intensità talvolta, da farci
quasi dubitare di tutto ciò ch'è alieno ai suoi
postulati di sentimento ed alla sua espressione. ....
Quale tratto di vicinanza si potrà mai fissare tra Simone e
Giotto? Sarebbe necessaria una simultanea aderenza critica
all'opera di questi due pittori, al loro sentimento dell'arte ed
alle loro visioni della vita, per valutare la qualità di
lontananza che li fa diversi. Ma poiché vado occupandomi del
primo su strada rettilinea e non mi conviene di svoltare in
campo fiorentino, mi fermerò soltanto a rievocare l'urto che la
nostra sensibilità sopporta, quando dalla contemplazione
dell'opera di Giotto passiamo con immediatezza alla visione
agevole della pittura di Simone. Se, tra gli affreschi di Giotto
nella Basilica di Assisi, fissiamo la nostra mente sulla scena
della Predizione di morte al Cavaliere di Celano, e
sull'altra delle Esequie del Santo, col sublime slancio
di Santa Chiara appassionata sulla piccola salma supina ed
appiattita nella rozza veste; e se poi discendiamo senza alcun
indugio alla Basilica inferiore, per darci alla penombra
colorita della cappella di Simone, sentiremo la momentanea
infelicità che un'espressione dell'arte ci può dare, se siamo
preventivamente convinti della sua bellezza. Bisognerà
smemorarci dell'umana passione che Giotto aveva fissata nella
sua selce etrusca, dimenticare che la sostanza della vita è
dramma in continuo divenire, perché Simone ci convinca del suo
colorismo impreziosito, e dei suoi cautelosi accostamenti ad
aspetti esteriori della vita traverso le forme d'un misticismo
mondanamente ornato. Pervenuti a quella condizione di
smemoratezza necessaria, avvinti dal linguaggio accogliente di
Simone, possiamo chiederci da quale posizione spirituale, antica
e inconsapevolmente rivissuta, poté nascere il tipo di
quest'arte. col suo decorativismo estremamente raffinato e le
sue naturalistiche tendenze. Per rispondere a noi stessi,
dovremo risalire a quei felici movimenti di pensiero e vita
nell'età romanica dell’arte. allorché l'uomo, affermando la
pienezza della sua entità morale, del suo valore spirituale
sulla terra, manifestava una rinnovata coscienza del significato
che la sua fisica persona poteva assumere come materia d'arte,
con le circostanze e i modi della sua vita esterna. In Italia la
secolare tradizione limona aveva troppo intimamente vincolata
l'arte della pittura alla poesia del Cristianesimo, perché gli
artisti e i committenti laici potessero immaginarla distaccata
dai santi e dalle storie sacre, se non in qualche caso
d'eccezione e di pubblico interesse, come fu quello del
Ritratto equestre di Guidoriccio da Fogliano. Ma nella
crociera della Basilica di Assisi, la bellissima Santa Chiara ha
dignità sovrana; ci riappare, con diverso volto ma con eguale
aspetto, sotto la grande arcata della cappella di San Martino,
prossima a Santa Caterina e a Santa Elisabetta d'Ungheria,
principesse pensose, che ostentano il plasticismo lineare delle
loro vesti, come se muovessero i loro passi ritmati in una
solennità di cerimonia araldica. Una compiaciuta aderenza ad
esteriorità di vita principesca, un vago senso di lusso
cortigiano, sottilmente s'insinua nella pittura delle immagini
sacre di Simone, facendo inseparabile la santità femminea dal
pregio delle stoffe, inseparabile la dignità sacerdotale da
un'ostentata magnificenza di paramenti sacri. la civiltà
cavalleresca e la civiltà chiesastica abbinate, con
l'affascinante ricchezza che la vita esteriore ne potea dedurre,
avevano esaltato il colorismo e il gusto ornativo di Simone,
ad-ducendoli a una gemmata rievocazione di lussi bizantini. E
l'artista sottile, dedicando preziosità di stoffe e d'ornamenti
alle sue immagini nimbate, era rimasto col suo spirito sospeso
in un inquietante compromesso di spiritualità severa e di
piacevolezza, di misticismo e di mondanità regale. Ma Giotto,
preoccupato di puri valori umani, fu pittore di "povere persone,
che non portavano oro sulle loro vesti". A.
de rinaldis, Simone
Martini, 1936
Infine io devo confessare che, a malgrado di questo fascino di
Simone, ben oltre Siena larghissimo, e per quante possano essere
le seduzioni della sua arte, le maggiori tempre artistiche dei
Senesi, dopo Duccio, mi sembrano quelle dei due Lorenzetti ed in
ispecie di Ambrogio; e più mi piacciono la dura malinconia di
Pietro o la maschia letizia di Ambrogio, il solo tra i senesi di
statura da potersi misurare se non vittoriosamente, almeno
degnamente, con Giotto. ...
Errerebbe chi dalla celebrazione che
di Simone fece il Petrarca, nei due famosi sonetti, volesse
proporre un parallelo tra l'arte del poeta e quella del pittore.
Che la lucida nitidezza della forma petrarchesca è frutto di una
lenta e coscientissima e incontentabile elaborazione, di sapore
prettamente classico, come è testimoniato dal documento dei suoi
manoscritti; mentre la straordinaria ricchezza, la inaudita
preziosità del linguaggio martiniano – e se mai il parallelo
letterario sarebbe col D'Annunzio — sono assolutamente
primordiali e spontanee. Il virtuosismo è sincerissimo : è
facilità. La scrittura di Simone è anzi corsiva. Ed è in ciò la
sua virtù; ma fors'anche il suo peccato. Che quella potenza di
liricizzare ugualmente ogni cosa, ha come controparte una certa
mancanza di messa a fuoco; la suprema limpidezza e l'intensa
espressività formale di ogni e ciascun particolare, finisce per
risolversi in una opacità compositiva dell'assieme. L'eccesso di
varietà diventa uniformità. L. Coletti / primitivi:
i senesi e i Giotteschi, 1946
Compì egli quella sublimazione del visibile che il Petrarca
pregiò squisitamente in lui quando ne celebrò il ritratto di
madonna Laura, la quale pareva presente al poeta in quel
ritratto e in atto di ascoltarlo, ma in aspetto tale che il
pittore poteva averla veduta così soltanto nell'Idea divina. Tra
il sensibile e l'astratto Simone Martini aveva trovato in arte
una sua sfera che tocca largamente l'accidentale ma lo purifica,
s'avvicina al trascendente ma non vi si perde : e ne trasse dei
capolavori. P.
toesca, II Trecento, 1951
Non ci risulta che Duccio abbia mai praticato l'affresco; e
questo forse spiega perché, mentre egli era ancor vivo e onusto
di incarichi e di gloria non meno che di debiti, e mentre ancor
le strade di Siena echeggiavano degli squilli delle chiarine che
avevano festeggiato il memorabile trionfo della sua Maestà,
la più importante ed onorifica impresa di pittura che fosse
stata fino ad allora deliberata dallo Stato non venisse affidata
a lui. Si trattava infatti di dipingere un'altra, monumentale
Maestà, ma a fresco, sulla parete d'onore della maggior sala
del Palazzo dei Signori Nove, cioè del Palazzo del Governo ; e
il pittore prescelto fu Simone Martini, che, come attesta
un'iscrizione sottostante l'affresco, dava compiuta l'opera nel
giugno 1315. Prima di quella data nessun documento, nessun
dipinto attribuibile ci soccorre ad illuminarci sui titoli che
Simone dovette pur avere per meritare simile incarico. Niente,
all'infuori del sovrano magistero e del genio che risplendono
nell'opera eccelsa, testimonianza di una personalità artistica
ormai già compiutamente determinata ed originale anche nei
confronti di Duccio, che nella sua Maestà aveva
instaurato, per quel tema così caro alla religiosità e al
sentimento civico dei senesi, un modello e una tradizione
iconografica così alti ed autorevoli da far sembrar temerario il
discostarsene dopo così breve tempo. E tuttavia
l'interpretazione che ne diede Simone a meno di un lustro da
quando il capolavoro duccesco era stato solennemente collocato
in Duomo non potrebbe apparirci più diversa, sia per quanto
riguarda i mezzi espressivi, sia per lo stesso significato
spirituale e religioso che, di conseguenza, viene ad assumere il
soggetto. L'immobile, serrata falange degli adoranti, che
formava una muta barriera di estatici sguardi intorno al
massiccio trono della Madonna duccesca si è qui disserrata per
dar luogo ad una varia ed ariosa adunata di gente liberamente
accorsa a far corona alla Vergine;
e questa siede su di un fragile trono sottilmente traforato
alla gotica, che non la isola dal resto della composizione come
l'abside marmorea nella pala di Duccio; che anzi, tutti gli
astanti La possono scorgere, ed essa solo di poco li sovrasta
nelle dimensioni; di quel tanto che appena basti a dare un
accento di regalità alla sua pensosa dolcezza. L'andamento mosso
e ondeggiante della serafica schiera non sopporta costrizioni o
inquadrature rigidamente architettoniche : al di sopra delle
teste infatti, innalzato su esili pennoni in un vasto spazio di
cielo che occupa quasi la metà del dipinto, fluttua coi suoi
nastri al vento un baldacchino di seta simile a quelli usati
nelle processioni. E la scena forse sembra rievocare
l'improvviso arresto di una processione all'aperto ... Il senso
della mistica visione di Duccio si è fatto dunque umanamente più
accessibile, nella concreta celebrazione di un avvenimento
solennemente rituale, sì, ma non privo anche di qualche grazia
sottilmente profana. Infatti quello che più colpisce è la
straordinaria eleganza delle figure, il loro ritmico e sciolto
atteggiarsi, che mette in rilievo la musicale continuità del
disegno; anzi, si può dire che sia proprio questa esigenza di
sviluppare con armoniosa fluidità i profili e i contorni a
determinare l'intima struttura dei corpi; essi sembrano privi di
peso, e nel loro assieparsi intorno al trono della Vergine
ondeggiano lievemente come steli sfiorati da un brivido di
vento.
È quindi soprattutto il gusto della linea – congiunto, come
già in Duccio, ma con ancor maggior delicatezza di impasti, alla
rara elezione del colore – che solleva le creazioni martiniane
al disopra di ogni verosimiglianza realistica, nel clima della
più rigorosa e cristallina speculazione fantastica. Un gusto
che, maturatesi sulle più schiette ed intense espressioni del
figurativismo gotico, diviene in Simone Martini non solo
elemento fondamentale di linguaggio, ma fonte primaria
dell'ispirazione.
A differenza però dei rabeschi in
piano dei miniatori nordici, la linea di Simone non è mai
disgiunta da una certa funzione plastica, non è mai
astrattamente decorativa, e le forme che essa circoscrive
appaiono, pur nella soffice sottigliezza dei trapassi
chiaroscurali e nella tenera luminosità delle intonazioni
cromatiche, assai robustamente e incisivamente modellate. ...
Sembra tuttavia un controsenso — e
non lo è — che l'arte di Simone attinga vertici di così sottile
e quasi rarefatta liricità senza venir meno ad un pungente,
spregiudicato realismo : l'opera del più gentile e raffinato
vagheggiatore di angelicale bellezze di tutta la pittura del
Trecento è anche quella più ricca di crude notazioni realistiche
: e le storie di Assisi, coi loro rozzi tipi di soldati (si veda
quello che paga il salario davanti alla tenda dell'Imperatore),
coi loro chierici e coi loro fratacchioni adiposi e vocianti ne
sono un eloquente esempio. Sembra quasi che l'artista si sia
compiaciuto, o abbia ritenuto necessario, di richiamarci di
quando in quando alla più bruta e materiale realtà, per far
meglio risaltare l'elezione spirituale dei suoi eroi... E anche
da questo gusto per il contrasto, il racconto acquista la
colorita vivacità, epica e popolaresca, di una "chanson de geste"
:
quando addirittura non si stilizza in una stupefatta
contemplazione quasi impregnata di una sorta di metafisica
magia. Il che avviene nel celebre affresco di Guido Riccio da
Fogliano, dove 1'" onorevole capitano della guerra" è
rappresentato mentre cavalca nella solitudine delle "crete", tra
palizzate, trincero ed altri apprestamenti bellici. Anche qui le
fattezze del personaggio sono volgari e sgraziate, tozza è la
sua corporatura; e pure ogni materialità appare riscattata
dall'intimo accordo delle qualità formali coi favolosi aspetti
del mondo circostante. Dimentichiamo cioè il soldataccio di
ventura per ammirare come la preziosa, elegantissima pezzatura
della giornèa ricamata riecheggi l'araldico gioco dei vessilli e
dei palvesi bianco-neri, e i cristallini, geometrici volumi
delle rigate tende e delle torri : come i curvi profili del
gruppo equestre s'adeguino a quelli dei dorsi delle deserte
colline : come le fluide modulazioni dell'orlo della gualdrappa
del destriere riprendano ed intensifichino i sinuosi percorsi
delle palizzate. Soltanto un artista grandissimo poteva, pur
nella più rigorosa osservanza dei dati storici e documentar!
(nella parte destra dell'affresco è raffigurato persino il "battifolle"
costruito da Lando di Pietro, e forse anche il cavallo è quello
"di pelo bianco, con istella in fronte col mostaccio bianco "
che Guido Riccio perse in combattimento) e senza un'ombra di
retorica o di cortigianeria trasfigurare ed eternare nei più
puri domini della fantasia una modestissima operazione
repressiva, quale fu in realtà la conquista dei castelli di
Montemassi e Sassoforte che si erano ribellati alla Repubblica
senese. E.
carli, La pittura senile, 1955