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Giambattista Tiepolo:
continua il suo itinerario critico
(citazioni tratte dai "Classici dell'Arte", Rizzoli Editore)
Tuttavia è singolare il fatto che in quest'opera
di rivendicazione il Tiepolo apparisse come un fenomeno a sé
stante ... Invero egli era considerato come l'ultimo dei
vecchi grandi maestri del Rinascimento, redivivo nel secolo decimottavo, e come una eccezione assoluta in un mondo di
decadenza: giudizio che appare ancora nel Berenson, il quale
risente di questi concetti; ma che un passo più avanti pur
colpisce tanto nel segno, affermando la grande efficacia
esercitata da lui, attraverso il Goya, sulla pittura moderna.
Quest'uomo piccolino, manieroso, mite, che i
Veneziani chiamavano con scherzosa bonomia " il Tiepoletto "
covava dentro di sé un mare di fantasie, era agitato da una
bruciante passione per l'arte. Bastano, ad indicarcelo, quei
suoi occhi spiritati, mordenti, che ci vengono incontro dai
suoi autoritratti, e quella tensione sensuale nel suo naso
d'aquila e nelle sue tumide labbra sinuose. Fu di una
potenzialità creatrice quasi senza limiti. Egli abbracciò
tutti i generi di pittura: la sacra e la profana, l'eroica e
l'aneddotica, la storica e la ritrattistica: toccò le corde
più drammatiche e quelle più liriche: dominò superfici
murali di centinaia di metri quadrati e schizzò telette
delicate di poco più che una spanna. La pittura gli era
entrata nel sangue; e fu anche gioioso tormento di ricerche,
di perfezione, di superamento: e sempre nell'ordine d'una
esperienza vissuta e conquistata giorno per giorno.
Giambattista era giunto in Ispagna in un'età in cui è
difficile subire influssi; tuttavia egli li subì, non dagli
artisti ma dalla natura; da quelle aride petraie della
vecchia Castiglia ... che, non ultime, forse, contribuirono
alla intensificazione del tono ceruleo, o fulvo, o
grigio-argento, delle sue opere più significative in cedesti
anni. A. Morassi, G. B. Tiepolo, 1943
... Quanto al Tiepolo, nessun
dubbio ch'egli avesse sortito un genio poco inferiore a
quello del Guarini o del Juvarra. Vengono a mente dei nomi
di architetti perché il genio di Tiepolo è proprio per la
'disposizione' in ordine sparso, scaleno, asimmetrico; per
nuove piante o costellazioni di figure a rincantonarsi sui
piani inclinati dei suoi cicli, sforbiciati poi, in basso,
dalle finte sfumature, fratte e immaginose, del fido
collaboratore Mingozzi-Colonna. Nulla dunque di quel Tiepolo
corrente per la critica che si proverebbe a rinnovare i
trionfi spaziali di Paolo, sarebbe anzi un Paolo risorto.
Tiepolo la sapeva troppo lunga. Sapeva che dalla sua arguzia
spaziale non avrebbe mai potuto sboccare quella stessa
gioia, quello stesso riso festevole. Che anzi egli è
caricato, scontroso, scorbutico persino. Il suo ritratto del
Querini, in confronto a quelli dei Longhi, è un'agra
caricatura. Certo che se il Tiepolo non ci avesse lasciato
che le prime idee dei suoi quadri, i suoi felicissimi
abbozzi, non esiteremmo a riporlo fra i maggiori
settecentisti. Ma dobbiamo renderci conto della
insoddisfazione che sorge ed insiste di fronte all'intero
corpo della sua pittura. Il fatto è che i vari elementi
della sua cultura, forse troppo ricca, risolvendosi in stadi
diversi del suo fare, si elidono talvolta. Il primo grido di
Tiepolo è per l'abbozzo più furioso e lì la sua rapidità di
visione. la sua prodigiosa anamnesi formale danno le cose
più alte, aggiornando in fluidità settecentesca il sublime,
incondito 'scarabocchio' di fonte rembrandtiana (giacché non
è dubbio che il Tiepolo, e non soltanto per le incisioni,
abbia fondato mollo della sua prima visione proprio sul
Rembrandt). Se non che, per lui, questo non era che il primo
stato dell'opera, ne egli avrebbe mai ardito, come il
Guardi, collocarlo senz'altro sugli altari. Qui, il
primo limite tecnico del suo atteggiamento. Né intendeva il
Tiepolo che quel primo ordito incondito era. sorto
come segno primo di una fantasia da scoppiare in disperato
dramma attraverso le opposizioni del bianco e nero. Tuia» al
contrario il Tiepolo fidava di potersene servire come di
prima guida tecnologica per sboccare in una presentazione
niBa palese, dove anzi trionfassero in chiarità atti
vestiture e via da nobili ordinatori, disposti in istorie
antiche e moderne mitologiche sacre o profane. ..........il
film in costume e, peggio ancora, in 'technicolor', ne
vengono certe detonazioni di colore che bucano i soffitti, o
certe smontature improvvise, certe metrature di raso freddo,
certi panneggi in carta da pacchi (come sentii dire un
giorno da uno spirito arguto), certi pezzi di 'trompe-l'oeil'
che rasentano Cesare Maccari e Cecil B. de Mille. Si
aggiunga che il Tiepolo non credeva più a quel suo mondo
tronfio e immaginoso; ma, per consuetudine. lo riveriva. E
non era il mondo smemorato, smarrito e ironico del Longhi,
ne quello soavemente fatuo di Rosalba; anzi un mondo di
dominanti altezzosi e scadenti, congegnato in un'atavica
accidia di gesti oratori, deprecativi, magnanimi a vuoto,
benignanti dall'alto. Questo continuo ritratto composito
dell'aristocrazia cattolica di corte settecentesca rimestato
nel calderone della mitologia classica, alleatasi ad una
storia ad usum delphini, non va esente da una certa,
purtroppo quasi sempre involontaria, comicità. Che il
Tiepolo abbia riservato il suo capolavoro d'affresco a
maggior gloria di un colosso storico della forza di Carlo
Filippo di Greiffenciau, Principe Vescovo di Wùrzburg, mi ha
sempre fastidito. In quella volta, l'argomento di Apollo
che conduce al Barbarossa la sposa Beatrice di Borgogna
è di una tale iperbolica disinvoltura mitologica da mozzare
il fiato. Non so perché sia stato tanto rimproverato
l'antico critico che nell'affresco di Brescia, per verità di
mano del Tiepolo figlio, già trovò a beccare nel console
romano che fuma la pipa. Ma che dire del baciamano di
Marcantonio a Cleopatra nel bozzetto del padre per palazzo
Labia? Anche questa era una bevuta da Guazzoni-film ; tanto
che il Tiepolo, messo sull'avviso, la soppresse nell'opera
definitiva. L'arroganza però restava quella. Un Alessandro
più impudente del suo, nella Visita a Diogene, non
l'ho incontrato mai; e il peggio si è che il Tiepolo stinge
codesta albagia anche nella sua pittura sacra. Le tre sante
dei Gesuati io ho sempre amato chiamarle "le amiche di Maria
Teresa" e parecchi dei suoi santi maschi, sotto il
travestimento teatrale, mi si scoprono maggiordomi
incaricati di tener la poveraglia fuor dei cancelli con una
degnativa distribuzione di spiccioli. Ed è vero che il
Tiepolo sul tardi prova a farsi più intimo e umile nei
bozzetti per Aranjuez; ne lo diminuisce il fatto che ciò
avvenga, probabilmente, per l'ascendente del figlio Gian
Domenico, artista più schietto del padre, come provano anche
gli affreschi, sinceramente popolari, della Foresteria di
villa Valmarana ... R. Longhi Viatico per cinque
secoli di pittura veneziana, 1946
Da Piazzetta a Ricci, da
Veronese a Tintoretto e a Rembrandt: quanti indirizzi nel
carnet di Giambattista Tiepolo! Ma non si pensi che la sua
personalità ne uscisse frammentaria e indefinita. Le sue
citazioni sono sempre trascrizioni spregiudicate e spesso
sconcertanti: così non è da sorprendersi che egli avesse
raggiunto un suo stile proprio di decorazione, pur
togliendone il modello dalla pittura del Cinquecento: perché
egli sa sempre trasfondere negli schemi classici o barocchi
della tradizione il colorismo smaliziato e lo spirito
frizzante del rococò. T. Pignatti, Tiepolo, 1951
... Quanto alla retorica
celebrativa, che ai grandi cicli tiepoleschi viene di
frequente imputata come segno di debolezza morale e di
falsità estetica, si può replicare che, all'assunto
celebrativo, le coreografie tiepolesche paiono altrettanto
poco pertinenti, quanto le "corbellerie" dell'Ariosto, al
dichiarato proposito di glorificazione estense. D.
Gioseffi, Pittura veneziana del Settecento, 1956
... la poetica del Tiepolo è
profondamente congiunta al '700 e ne riflette un
atteggiamento dello spirito: rispecchia cioè l'esigenza,
propria del tempo, di portare anche nella pittura quel
cerimoniale sfarzoso e complicato che regolava la vita
religiosa e sociale, che era modello all'abito e al
linguaggio e che aveva trovato la sua più completa
documentazione nel teatro ... Se a proposito di alcune
figure tiepolesche abbiamo parlato di classicismo, non
dobbiamo confondere questa aspirazione ad una bellezza e ad
una compostezza formale, del tutto spontanea, con la
nascente teorica neoclassica, che comportava il netto
rifiuto della tradizione precedente. La pittura del Tiepolo
fu invece sempre agli antipodi della freddezza e del
raziocinio degli artisti dell'età neoclassica, come ben ci
dimostra l'incomprensione cui fu soggetto il maestro alla
Corte di Madrid, quando il gusto ufficiale cominciava ad
essere dominato da un mediocre pittore quale Raffaello Mengs.
P. d'Ancona, Tiepolo a Milano. Gli affreschi di
Palazzo Clerici, 1956
La dilatazione su scala
monumentale non pregiudica i valori pittorici del Veneziano
e raffresco non è traduzione, ma proiezione del bozzetto, e
questo, sempre stupendo, spontaneo, ricchissimo di
modulazione, è il mirabile risultato di un momento di lirica
esaltazione pittorica ... G. de Logu, Pittura
veneziana dal XIV al XVIII secolo, 1959
... Solo la sua arte, di tutta
l'arte veneziana del tempo, può vantare un carattere di
unicità. M. Levey, Painting in XVIII Century Venice,
1959
La sua virtuosità decorativa,
capace di popolare centinaia di metri di soffitto con
allegorie o scene mitologiche, sempre più staccate da quel
senso di vita verso il quale puntano intorno al '40 il
Piazzetta, e quindi Pietro Longhi, e da quel sentimento
della realtà verso il quale s'orientava il Canaletto,
corrispondeva però alle esigenze di un gusto e di una
società ... Si creava così la grande illusione del grand
goùt tiepolesco, proprio mentre la potenza politica di
Venezia non era più che una parvenza e la società veneziana
mostrava i germi di un decadimento inesorabile, accentuato
dai primi sintomi di rinnovamento di quella schietta classe
borghese che il Goldoni, con tanta naturalezza, portava
sulla scena ... Si sente che il Tiepolo ha posto ogni
impegno nel grande» soffitto con V Apoteosi della Spagna:
che in tale soffitto giocava una grande carta non solo di
fronte a se stesso, ma anche di fronte a chi ormai gli era
nemico. Seppe congegnare ancora la gran macchina con una
virtuosità veramente spettacolare, ma purtroppo non fu in
grado di ravvivarla con quella inimitabile sua sostanza
poetica, con la quale aveva saputo dar vita alle Allegorie
di Wùrzburg, cioè con l'atmosfera chiara e argentina dei
suoi cieli ... il cielo è opaco e sordo, mentre le nubi si
fanno violacee: tutto così prende un'aria di cartapesta,
rimanendo purtroppo sul piano di fastosa decorazione rococò.
Non è detto che anche nei suoi soffitti più nettamente
prosastici non si possano isolare brani dove alcune sue
creature sono rappresentate in tutta la loro urgenza di
vita. Insomma G. B. Tiepolo, là dove non è impigliato nella
rettorica celebrativa, è ancora poeta e poeta di grande
respiro. R. Pallucchini, La pittura veneziana del
Settecento, 1960
Innamorato delle nuvole belle
e degli azzurri vertiginosi da cui esse emergono e in cui si
rituffano, egli ha portato nella sua pittura non soltanto il
soffio degli orizzonti marini, ma anche il sentimento
dell'infinito, e la malinconia che a questo sentimento
sempre si accompagna. D. Valeri, Il mito del
Settecento veneziano, 1960
L'arte del Tiepolo, di una
vistosità e di una generosità che non trovano confronti tra
i suoi contemporanei del rococò francese, prende lo spunto
dalla bellezza luminosa celebrata dai maestri del '500 ...;
la sua vena narrativa, il suo senso di uno spazio infinito
danno, per l'ultima volta, l'idea di un grande organismo
dove tutto è magnificamente armonizzato per la
rappresentazione visiva del religioso e del profano.
A. Chastel, II Settecento veneziano nelle arti, 1960
Critica prima del
1943
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