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Tintoretto visto dalla critica nell'arco dei secoli
(citazioni tratte dai "Classici dell'Arte", Rizzoli Editore)
E, sì come non è
naso, per infreddato che sia, che non senta in qualche
parte il fumo de lo incenso, così non è uomo sì poco instrutto ne la virtù del disegno che non si stupisca
nel rilievo de la figura che, tutta ignuda, giuso in
terra, è offerta a le crudeltà del martirio. I suoi
colori son carne, il suo lineamento ritondo, e il suo
corpo vivo, tal che vi giuro, per il bene ch'io vi
voglio, che le cere, l'arie e le viste de le turbe, che
la circondano, sono tanto simili agli effetti ch'esse
fanno in tale opera, che lo spettacolo pare più tosto
vero che finto. Ma non insuperbite, se bene è così, che
ciò sarebbe un non voler salire in maggior grado di
perfezione. E beato il nome vostro, se reduceste la
prestezza del fatto in la pazienza del fare. Benché a
poco a poco a ciò provederanno gli anni : conciosia
ch'essi, e non altri, sono bastanti a raffrenare il
corso de la trascuratezza, di che tanto si
prevale la gioventù volonterosa e veloce. Pietro
Aretino in lettere 4° 1548
Nella medesima città di
Vinezia, e quasi ne' medesimi tempi è stato et è vivo ancora
un pittore chiamato lacopo Tintoretto, il quale si è
dilettato di tutte le virtù, e particolarmente di sonare di
musica e diversi strumenti, et oltre ciò piacevole in tutte
le sue azioni, ma nelle cose della pittura stravagante,
capriccioso, presto e risoluto, e il più terribile cervello
che abbia avuto mai la pittura, come si può vedere in tutte
le sue opere e ne' componimenti delle storie fantastiche e
fatte da lui diversamente e fuori dell'uso degli altri
pittori: anzi ha superata la stravaganza con le nuove e
capricciose invenzioni e strani ghiribizzi del suo
intelletto, che ha lavorato a caso e senza disegno, quasi
mostrando che quest'arte è una baia. Ha costui alcuna volta
lasciato le bozze per finite, tanto a fatica sgrossate, che
si veggiono i colpi de' pennelli fatti dal caso e dalla
fierezza, piuttosto che dal disegno e dal giudizio. Ha
dipinto quasi di tutte le sorti pitture a fresco, a olio,
ritratti di naturale, e ad ogni pregio; di maniera che con
questi suoi modi ha fatto e fa la maggior parte delle
pitture che si fanno in Vinezia. E perché nella sua
giovanezza si mostrò in molte bell'opere di gran giudizio,
se egli avesse conosciuto il gran principio che aveva dalla
natura, et aiutatelo con lo studio e col giudizio, come
hanno fatto coloro che hanno seguitato le belle maniere de'
suoi maggiori, e non avesse, come ha fatto, tirato via di
pratica, sarebbe stato uno de' maggiori pittori che avesse
avuto mai Vinezia; non che per questo si teglia che sia
fiero e buon pittore e di spirito svegliato capriccioso e
gentile. G Vasari in “le vite” 1568
... nei ritratti et pitture
ch'egli fa del naturale, in un subito mette a suo
luogo, i sbattimenti, l'ombre, le mezze tinte, i rilevi, le
carni benissimo imitate et con così fatta gagliardia
prattica, velocità et prestezza, ch'è una meraviglia vederlo
operare. C. Sorte, Osservazioni nella pittura, 1580
Costui essendo molto inclinato
da natura al disegno, si diede con gran diligenza a
disegnare tutte le cose buone di Vinegia, e fece grande
studio sopra le statue rappresentanti Marte e Nettuno di
lacopo Sansovino, e poscia si prese per principal maestro
l'opere del divino Michelagnolo, non riguardando a spesa
alcuna per aver formate le sue figure della sagrestia di San
Lorenzo, a parimente tutti i buoni modelli delle migliori
statue che sono in Firenze. Laonde egli stesso conferma non
riconoscere per maestri nelle cose del disegno, se non gli
artefici fiorentini, ma nel colore dice havere imitato la
natura, e poi particolarmente Titiano, in tanto che molti
ritratti fatti da lui sono stati tenuti di mano di Titiano;
egli poi per suo proprio istinto naturale è copioso nelle
inventioni. fiero e gratioso nelle attitudini, e vaghissimo
nel colorito. R. Borghini Il Riposo, 1584
Conosceva egli bene con
l'acutezza dello ingegno suo che, per divenir gran pittore,
faceva di mestieri lo assuefare il disegno sopra scelti
rilievi, e dipartirsi dalla ristretta imitazione della
natura, la quale produce per lo più le cose imperfette, ne
accoppia insieme che difficilmente, come altrove toccammo,
le parti tutte di corrispondente bellezza. Andava anco
saggiamente osservando che gli eccellenti artefici ebbero
per intento di cavare un estratto del bello della natura, e
coaiutandolo nelle parti manchevoli, farla apparire nelle
opere loro in ogni parte perfetta. Ne tralasciava di copiar
di continuo le pitture di Tiziano, sopra le quali stabilì il
modo del ben colorire; onde avvenne che molte cose dipinte
nella sua fiorita età ritengono in tutto di quello stile, a'
quali giungesse alcune delle osservazioni che apparate aveva
con lo studio; e seguendo (senza intepidire il corso delle
fatiche) la traccia de' buoni maestri, andavasi avanzando a
gran passi alla perfezione. Si pose anco a disegnare da'
corpi naturali, formandone varie attitudini, alle quali dava
grazia ne' movimenti, cavandone ancora infiniti scorci.
Talvolta scorticava membra di cadaveri, per vedere la
ragione de' muscoli, procurando di accoppiare ciò che
osservava nel rilievo col naturale; apprendendo da quello la
buona forma, da questi la unione e la tenerezza.
Esercitavasi ancora nel far piccioli modelli di cera e di
creta, vestendoli di cenci, ricercandone accuratamente con
le pieghe de' panni le parti delle membra, quali divisava
ancora entro picciole case e prospettive composte di asse e
di cartoni, accommodandovi lumicini per le fenestre,
recandovi in tale guisa lumi e le ombre. Sospendeva ancora
alcuni modelli co' fili alle travature, per osservare gli
effetti che facevano veduti all'insù, per formar gli scorci
posi nei soffitti ... C. Ridolfi, Le maraviglie
dell'arte, 1648
... ingegno veramente oltra
modo gagliardo, e fiero, si dimostrò nell'inventione, buona
simetria, e risoluto dipingere torsi anco di Paolo
[Veronese] e d'ogni altro maggiore; ma con tutto che raro, e
molto qualificato però nella grazia e total compimento
riuscì per lo più inferiore. F. Scannelli, il
microcosmo della pittura, 1657
Si può quasi dire che il vizio
sia la virtù della scuola veneziana poiché fa pompa della
sollecitudine nel dipingere: e perciò fa stima di Tintoretto
che non aveva altro merito. A. R. Mengs, Opere, 1780
II Tintoretto più che al
decoro pensò al brio, e dal volgo della sua patria,
ch'è forse il più spiritoso d'Italia, trasse esemplari sì
per le teste e sì anco per le attitudini ; e gli applicò
talora a soggetti riguardevolissimi. Vedesi in certe sue
Gene fatto qualche Apostolo in guisa che par ravvisarvi i
gondolieri del canale, quando al maneggio del remo eretto un
dei bracci e inclinato il petto, con certa ingenita ferocia
sollevan la testa o per guatare, o per motteggiare, o per
contendere. Variò anche il metodo di Tiziano nel colorire,
servendosi d'imprimiture non più bianche e di gesso, ma
scure; per cui le sue opere in Venezia han patito più che le
altre. Ne la scelta de' colori e il tuono generale è quale
in Tiziano: il ceruleo o cinericcio è il color che domina; e
quanto lo aiuta al chiaroscuro, tanto gli scema l'amenità:
nelle carni poi spesso comparisce un certo color vinato,
specialmente ne' ritratti. Anche le proporzioni dei corpi
sono diverse: non ama quel pieno di Tiziano; serve
all'agilità più di lui, e talora sveltisce troppo. Il più
trascurato nelle sue pitture è il panneggiamento; rare son
quelle, ove le pieghe non sieno a lunghi e diritti cannelli,
o a svolazzo, o in altra guisa fatte di pratica. ...
Anche nelle cose, ove volle, dirò così, improvvisare, è un
maneggio di pennello da gran maestro; e un certo genio
originale, che qua e là manifestasi nel giucco della luce,
ne' difficili scorti, nelle capricciose invenzioni, nel
rilievo, nell'accordo; e dove avvenga trovare di lui opere
ben mantenute, nella grazia anche delle tinte. Soprattutto
nell'animar le figure è sovrano maestro ... L.
Lanzi, Storia pittorica della Italia .... 1795
Vi è in lui una certa
rozzezza, una sensibilità barbarica: perfino la sua
moralità artistica è malsicura, e spesso lo vediamo perdersi
nella più spudorata superficialità. J. Burckhardt, Der
Cicerone, 1855
La mente del Tintoretto,
incomparabilmente più profonda e severa che non quella di
Tiziano, ammanta della solennità che gli è propria i temi
religiosi di cui si trova a trattare, e talora si lascia
cogliere dalla devozione; tuttavia alla base del suo modo di
esprimersi è la stessa norma che in Tiziano : subordinazione
assoluta del contenuto religioso alle esigenze della
decorazione e della ritrattistica. J. Ruskin, The
stones of Venice, 1863
II Tintoretto non si mosse da
Venezia, ma sentì l'aspirazione verso qualcosa che Tiziano
non gli avrebbe potuto insegnare. La Venezia nella quale
egli nacque non era più quella della prima gioventù di
Tiziano; e la sua adolescenza si svolse al tempo in cui la
Spagna rapidamente s'impadroniva dell'Italia. Un sentimento
ossessivo di forze quasi irresistibili costituisce il
tremendo fascino delle opere di Michelangelo, che sono
sconvolte da tale sentimento come da una presenza demoniaca.
Il Tintoretto subì questo fascino; perché si trovava
naturalmente all'unisono con lo spirito che, per esprimersi,
aveva avuto bisogno di membra e torsi colossali. E questi
furono per lui qualcosa di molto diverso da quello che erano
stati per i pedissequi seguaci di Michelangelo : tutt'altro,
insomma, che meri modelli di nudo accademico. Oltre a questo
sentimento di un potere irresistibile e di forze
gigantesche, e a un grado anche maggiore, il Tintoretto ebbe
il sentimento che la ragione di esistere d'ogni cosa è per
l'umanità e in rapporto all'uomo. Durante la sua giovinezza,
avvenne un ritorno alla religione, e la poesia s'affermò in
Venezia più di quanto prima non fosse accaduto; e ciò non
soltanto perché Venezia era diventata un rifugio di
letterati, ma pure a causa della diffusione della stampa. Il
Tintoretto s'investì del nuovo senso della religione e della
poesia, come d'un diritto di nascita; ma sia che egli
scegliesse i propri temi fra le leggende classiche O le
storie della Bibbia, al fondo della sua interpretazione era
la capacità d'interesse umano che la coloriva tutta. Il suo
istinto della forza non si espresse di preferenza in nudi
colossali, ma nell'immensa energia, nell'ardente salute
delle figure che dipinse; e più ancora in effetti luminosi,
che trattò come se fosse in grado d'illuminare i cieli e
oscurarli a piacimento, e caricarli delle proprie emozioni.
Il che non avrebbe conseguito, siamone certi, se non avesse
avuto un'arte superiore anche a quella di Tiziano nel
trattare effetti chiaroscurali e atmosferici. B. Berenson,
The Venetian Painten of the Renissance, 1897
... come demolitore degli
schemi classici, nessuno supera il Tintoretto. Un
episodio che, per poter riuscire chiaro, sembra comunque
implicare lo sviluppo in lunghezza dei personaggi è la
Presentazione di Maria al tempio [Venezia, San Rocco].
Il Tintoretto non ha rinunciato a presentare di profilo
l'incontro dei protagonisti; benché, naturalmente, egli
eviti la pura superficie e ponga in tralice l'alta scala;
che non deve in alcun caso dare l'impressione d'esser stata
fissata come silhouette; ma egli conferisce il
massimo peso alle forze che tendono verso l'esterno e
conducono verso l'interno dell'opera. In primo piano la
figura della donna vista di dorso che accenna con la mano e
la sequenza delle persone che si tengono nell'ombra della
parete, portando un flusso ininterrotto di movimento in
profondità, soverchierebbero, con la sola/energia di questa
direzione, il motivo principale, pur se non avessero
un'enorme superiorità per la loro grandezza stessa. Anche la
figura illuminata sulla scala è tutta protesa in profondità.
La composizione, traboccante di energia spaziale,
costituisce un bell'esempio dello stile di profondità che
opera con mezzi essenzialmente plastici e, oltre a ciò, è
altrettanto tipica per la netta separazione fra l'accento
figurativo e quello del soggetto. È singolare, comunque, che
si riesca a conservare ancora la chiarezza narrativa
: la fanciulletta non va, per questo, perduta nello spazio.
Appoggiata da quasi impercettibili forme secondarie, questa
figura si trova in condizioni che non si ripetono per
nessun'altra e impone perciò se stessa e il suo rapporto col
gran sacerdote come centro spirituale dell'insieme, anche se
il gioco delle luci divida l'uno dall'altro i due
personaggi. Tale è la nuova regia del Tintoretto. La
Deposizione dalla croce [Venezia, Gallerie
dell'Accademia], uno dei suoi dipinti più forti, dove, in
modo davvero ingente, l'effetto appare concentrato in un
paio di accenti, quanto non deve al principio della
figurazione chiaramente non chiara! Dove, fino a quel
momento, ci s'industriava a porre in evidenza tutte le
forme, con chiarezza uguale, egli ha omesso, ha oscurato. ha
reso invisibile quel che poteva. Sul volto di Cristo egli
fa cadere un'ombra improvvisa che ignora del tutto la
struttura plastica, ma in compenso da risalto a una parte
della fronte e alla porzione inferiore del volto, il che ha
un'importanza incalcolabile per ottenere l'espressione della
sofferenza. H. Wofflin, Concetti fondamentali delta
storia dell'arte, 1915
Avvicinate l'opera sua a
quella di Tiziano e del Veronese, e sentirete come, più
d'una volta, nelle cose d'età matura e tarda, nonostante i
contorni veneziani, egli vada nervosamente verso l'arabesco.
Poiché non credo che tale carattere sia esplicabile
attraverso influssi parmigianineschi od oltramontani,
penserei che esso tragga le sue origini dal luminismo
stesso, il quale avrebbe indotto l'artista fuori del colore
e della forma, verso la linea: infatti, nelle opere più
tarde, ossia più energicamente dominate dalla funzione della
luce, la compiacenza della linea in ispecie si esplica :
anzi, giunge talvolta ad esasperarsi in tal nervosismo di
contorno, che in Italia, anche fuori di Venezia, nel
Cinquecento non fu superato. M. Pittaluga, Il
Tintoretto, 1925
Nelle opere della maturità,
sempre più subordinando i particolari a un centro di luce,
il Tintoretto si studia d'infondere rapidità alla visione,
ma di rado rinuncia al risalto volumetrico delle masse,
martellate d'ombre negli scavi e sbalzate da lampi notturni,
o alla grandezza architettonica della scena, di cui sono
esempi massimi la Croce fissione del 1565 e il San
Rocco tra gl'infermi. In opere come queste, Jacopo
Robusti precorre il Garavaggio, costruendo la forma mediante
lume isolatore, ma non perciò rinuncia a seguire il volo di
un'immaginazione ardente, che nella luce come nell'ombra
vede gli attori primi di un grande teatro di fantasmagoria,
di leggenda. Come il Buonarroti, Jacopo volge allo
spettacolo l'iperbolico risalto delle masse; e come il
Fiorentino trae espressioni dinamiche da contrasti
d'inclinazione tra gruppo e gruppo, tra una folla turbinante
e un'atletica immagine tesa. ... Di questi mezzi, massa
gigante e movimento, il Tintoretto si vale per crear lo
spettacolo, per trascinare la folla con le sue visioni nate
da una fantasia senza limiti, ardente e violenta. Romantico
più d'altro pittore in Venezia, egli rispecchia la tendenza
alla grandiosità scenica, impersonata in Roma dal genio
fiorentino di Michelangelo. Ma la luce, deus ex machina
del grande teatro tintorettesco, offre modo di variare di
continuo programma alla sua fantasia di visionario : e se
nello scroscio di corpi del Giudizio universale in
Santa Maria dell'Orto, nei grappoli serpentini del
Castigo degli idolatri a San Rocco, nel fragore di masse
crollanti della Strage degl'innocenti, il Tintoretto
luminista gareggia per epica grandezza con Michelangelo
scultore nato, e si vale dell'ombra come scalpello per
costruir poderosi rilievi, egli preludia a Rembrandt e ai
suoi discendenti romantici nell'effetto fantasmagorico del
Cristo in attesa del Giudizio, silente forma bianca
fra tenebre paurose, sopra il sussurro della folla che
s'agita nell'ombra. A. Venturi, Stona dell'arte
italiana, IX 4, 1929
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