Con
Hais, è possibile cavarsela usando il termine 'realismoma
la sua inesattezza risalta quando da Hais si passa a
Vermeer. A eccezione di un'Allegoria [della Fede], che
mostra quanto poco egli fosse portato a rendere una
scena del tutto immaginaria, e una Mitologia [Diana e le
nin'fe] alla quale manca ogni senso mitologico, Vermeer
non ha dipinto apparentemente che l'aspetto esteriore
della vita quotidiana ...
Egli dipinge
unicamente l'esteriore, gli oggetti sono, in apparenza, presi
tali e quali dalla realtà, sia nei quadri con personaggi sia
nella Veduta di Deift e nella Stradetta. Tuttavia, osservandole
più da vicino, le opere con personaggi, quasi tutti raffiguranti
giovani donne in un interno, non sono così spontanee e si
rivelano piuttosto ordinate con raffinatezza. E in verità ...
queste donne sembrano appartenere a un demi-monde sconosciuto,
appena manifestato ... Vermeer s'è creato un mondo per metà
immaginario, un ideale modesto di gioia di vivere e di lusso, e
ha trasfigurato questo mondo con la chiarezza e l'armonia
incredibili dei suoi colori, e con la semplicità inoffensiva
della sua anima ingenua. In tutto ciò che dipinge Vermeer,
aleggia a un tempo un'atmosfera di ricordi d'infanzia, una calma
di sogno, un'immobilità completa e una chiarezza elegiaca, che è
troppo fine per essere chiamata melanconia. Realismo? Vermeer ci
porta lontano dalla grossolana e nuda realtà quotidiana. Ma ciò
che resta di più importante è questo : Vermeer non ha una tesi,
un'idea e neanche, nel senso vero e proprio, uno stile.
J. huizinga,
Hollandische Kultur des siebenzehnien Jahrhunderts, 1932
Osservate [nel Gentiluomo e ragazza che beve} la
natura morta, così complessa, formata dalla sedia (con le
traverse luminose, il cuscino, la chitarra), dalla carta sul
tavolo, e infine dal banco, che fa 'fuggire' le forme verso il
fondo. Guardate bene il disegno, così mutevole di colori e di
luce, e poi confrontatelo con la natura morta dell'Amore del
Caravaggio: vi troverete lo stesso spirito, ma di un'altra
generazione. G.
isarlo, Vermeer a l'Exposition de Rotterdam, in "La
renaissance de l'art", 1935
...
[nel Cristo in casa di Marta e Maria] non un dubbio, non un
turbamento, non un'ombra, nessuna traccia di indecisione :
impossibile trovare, in un essere così giovane, tanta freschezza
e. a un tempo, tanta sicurezza. Quanto siamo lontani
dall'agitazione, dalle pieghe ripetute di Rembrandt! La
grandezza, che questi non ottiene che alla fine della vita, è un
dono che Vermeer possedeva dalla nascita. ... Un capolavoro
completo [Dalla mezzana], uno dei più bei dipinti del mondo, di
una bellezza quasi superiore all'arte occidentale, di una
bellezza di blasone o di stampa giapponese.
L. gillet, Les
lapis enchantés, 1936
...
[nella Lezione di musica] le teste dei leoni, il boccale, la
finestra, sono trattati con mano da maestro; ma non si prova la
stessa reazione estetica osservando i personaggi ... Quando
Vermeer dipinge i suoi modelli come nature morte, eccelle. Ma
quando vuole dipingere il modello vivente, si sente che perde la
pazienza. P. L. Hale, Vermeer, 1937
Tra questi
maestri, di cui ricordiamo le opere e i nomi con
tanto piacere, Gerard Dou, Mieris, Ter Borch, Metzu..., ce
n'è uno che non definirei il più grande, perché qui non è
questione di grandezza, ma è il più perfetto, raro e squisito, e
se occorressero altri aggettivi, sarebbero quelli che solo
un'altra lingua ci fornisce, 'eery', 'uncanny' ['strano', 'misterioso'].
Da tempo aspettavate il suo nome : Vermeer di Delft.
P. claudel, L'oeil
écoute, 1946
II posto di Vermeer nella storia dell'arte ha dato luogo a
tesi diverse, tra le quali certune hanno sminuito il suo ruolo,
non vedendo in lui che un pittore di genere, un realista, o
ancora, un ceramista, che impiegava colori di maiolica per i
personaggi come per gli oggetti. Ma simili teorie travisano la
vera natura di un artista straordinario. Che svolga soggetti
familiari, ritratti, paesaggi, o anche, come ai suoi esordi,
temi mitologici o religiosi, egli ha apportato un elemento del
tutto nuovo, che è unico a partire dal XVII secolo : la
rivelazione dell'idea platonica della pittura in sé. Egli è
partito dal principio che la luce foggia gli esseri e le cose;
essa aiuta a fissare i loro tratti comuni e si mescola al colore
per creare delle forme. Questa concezione della pittura, che
nessuno fino allora aveva formulato, nell'8 e '900 ebbe
conseguenze importanti.
A. blum, Vermeer et
Thoré-Burger, 1946
Vermeer non ha raggiunto la profonda umanità del vecchio
Rembrandt. Il campo della sua visione era ristretto, ma nel
mondo limitato della perfezione pittorica ha portato l'arte
olandese al vertice supremo.
...
ci ostiniamo a ripetere che Vermeer non fu, propriamente
parlando, un innovatore. A parer nostro, la logica non esige che
egli abbia per primo introdotto in una composizione un dato
elemento o un dato accordo cromatico — per esempio.
l'azzurro-giallo — avanti Jan Steen e altri. Che egli abbia
usato frequentemente il giallo e l'azzurro è esatto, ma anche il
gruppo dei pittori di Utrecht aveva una predilezione per tale
armonia contrastata. E infine non si tratta essenzialmente di
combinazioni, ma del valore di tono che Vermeer intendeva
conferire ai suoi colori. È possibilissimo che egli abbia
attinto ispirazione da altri, quanto al colorito. Per nulla
inventivo, era tuttavia più sensibile e raffinato della maggior
parte dei suoi contemporanei. Ha semplificato e chiarificato la
pittura di genere, spogliato il tema di ogni accessorio e
riprodotto ciò che, senza di lui, non sarebbe mai stato visto
sotto questo aspetto.
A. B. de vries, Jan
Vermeer de Delft, 1948
...
pur continuando a impiegare il contrasto, Vermeer ne rovescia la
proporzione : invece di incastonare le luminosità in un'ampiezza
d'ombra, staglia le ombre in una profusione di luce. Il suo
quadro non è più la grotta confusa, il cui fondo si perde nelle
tenebre indefinite; è chiuso con nettezza da un muro, brusca
superficie riflettente che assorbe, al contrario, uno dei valori
più alti. Non vi sono più le zone isolate di luce, som merse nel
chiaroscuro, ma condensazioni di ombre intercalate
nella luce, che
esse incastonano. Rovesciando il problema, Vermeer può dunque
percorrere in crescendo la gamma, anziché discenderla. È qui la
rivoluzione compiuta dopo Ter Borch, iniziatore per tanti
aspetti, ma rimasto fedele alla penembra. Avanti Vermeer, il
colore coincide con la parte più rischiarata, poi, come la
forma, si perde progressivamente nell'ombra. Vermeer, al
contrario, colora di scuro il primo piano, poi aumenta
l'intensità del tono, che trova la sua pienezza nella luce
media, appoggiata così da tutta la vibrazione cromatica;
arrivato al punto acuto della luce, là dove prima cominciava la
nettezza del' colore, egli lo dissolve : ma, si noti bene, lo
dissolve nella luce e non più nell'ombra; non lo abolisce più
nel nero, ma nel bianco, in cui esso si perde, come un suono
giunto all'acuto più alto. Allora, come un rifiuto supremo,
sboccia nel puro bianco lo scintillio dei suoi punti luminosi.
Con questo capovolgimento, il suo registro raggiunge l'ottava
suprema della luce.
huyghe, La poétique
de Vermeer, 1948
... in un caso la resa dell'atmosfera ha raggiunto un culmine di
perfezione che non è stato mai superato, quanto a pura
accuratezza : nella Veduta di Deift di Vermeer. Quest'opera
unica è certamente la più vicina a una fotografia colorata che
la pittura sia riuscita a produrre. Vermeer non solo ha un senso
del tono misteriosamente vero, ma l'ha usato con un distacco
quasi inumano. Egli non ha permesso che alcun punto della scena
assorbisse il suo interesse, ma ha fissato ogni cosa con
un'assoluta unità focale. Tale, almeno, la nostra prima
impressione del quadro, ed è la base della sua popolarità anche
presso quanti normalmente non si interessano di pittura. Ma più
la studiarne, più la Veduta di Deift diventa complessa, più
accuratamente calcolato il disegno, più coerenti tutti gli
elementi compositivi. È indubbio che la verità di tono accresce
il nostro piacere; però non potrebbe sostenersi a lungo senza
altre qualità, e forse non avrebbe potuto, da sola, raggiungere
un tale punto di perfezione, perché lo stato d'animo di elevata
recettività, necessario a provare tale piacere, non può essere
isolato dalla tensione spirituale propria della creazione di
ogni grande opera d'arte.
clark, Landscap,
into Art, 1949
... Come i più begli affreschi di Pompei, come la P arade di
Seurat, la Lettera d'amore è minuziosamente regolata sulla
sezione aurea. Gli oggetti e i personaggi si dispongono in
altezza e in larghezza secondo rapporti costanti, e si
identificano con l'architettura ambiente senza perdere nulla
della loro personalità. Ed è qui — non dispiaccia agli
astrattisti — il miracolo. Le figure pompeiane e quelle di
Seurat (le ultime che dipinse) non sono più che emblemi; quelle
di Vermeer, pur rivelando la rigida armatura di cui sono
prigioniere, pur essendo volte più ad aderire alla spartizione
matematica che a vivere la derisoria azione imposta dall'uso del
tempo, conservano qualcosa di compunto che ha il suo valore,
anche se 'in sovrappiù'. Rifiutare ciò che ci viene offerto in
sovrappiù sarebbe peccare di giansenismo; l'essenziale è che
questo sovrappiù umano arrivi per ultimo e che la gerarchla dei
valori pittorici, che comincia con l'ordine e finisce col
sorriso, sia rispettata. A.
lothe, Traité de la
figure, 1950
Vermeer è un
intimista olandese, ma per un sociologo, non per un pittore. A
trent'anni, l'aneddoto l'annoia; e l'aneddoto,
nella pittura
olandese, non è un incidente. Il sentimentalismo sincero dei
suoi 'rivali' gli è estraneo; non conosce altra atmosfera che la
poesia, e, questa, dovuta soprattutto al raffinarsi della
propria arte; la tecnica che impiega è diversa da quella di
Pieter de Hooch, con il quale veniva confuso un tempo..., da
quella di Ter Borch o dei migliori Fabritius ... L'equivoco
nasce dal fatto che egli si è scelto i temi alla loro scuola; i
pittori a lui congeniali, Chardin, Corot, accorderanno a loro
volta, ai propri soggetti, la stessa indifferenza. Non senza
conservare le distanze : i suoi aneddoti non sono aneddoti, le
sue atmosfere non sono atmosfere, il suo sentimento non è
sentimentale, le sue scene sono a malapena scene, venti dei suoi
quadri (ne conosciamo in tutto meno di quaranta) non hanno che
un solo personaggio, e tuttavia non sono affatto ritratti.
Sembra sempre che scaratterizzi i suoi modelli, faccia la
sintesi dell'universo : per ottenere, non dei tipi, ma
un'astrazione sensibile; che fa pensare a certe 'korai'
greche.
A. malraux, Les
voix du stience, 1951
... il grande Vermeer, il cui nome occorre tuttavia richiamare
perché la sua inclinazione di fondo verso la 'durata
sentimentale' è pur già tutta nei nottolini fulgidi delle sue
seggiole, nelle sue brocche incrostate di luci, e persino nelle
tegole scintillanti che danno alla celebre Veduta di Deift
l'aspetto di una 'natura morta di città. R.
longhi, Natura
morta all'Orangerie, in "Paragone", 1952
Se Vermeer, simile in questo agli altri grandi pittori, salì
la sua scala un piano dopo l'altro, non lo fece, d'altra parte,
scalino per scalino. Lo sviluppo della sua arte sembra seguire
la curva di un solenoide; egli ritorna verso le sue opere
anteriori, dal di sopra.
malraux, Vermeer de
Delft, 1952
I dipinti di Vermeer si possono indubbiamente definire come
le più perfette nature morte dell'arte europea, nature morte nel
senso originale della parola, e cioè 'vie silencieuse', 'still-life',
'Stilleben', sogno di una realtà perfetta, in cui la calma che
avvolge le cose e gli esseri umani diviene quasi una sostanza,
in cui gli oggetti e i personaggi (trattati a loro volta come
oggetti) lasciano trasparire un loro segreto legame. In questi
dipinti la durata sembra sospesa, la vita quotidiana appare
sotto l'aspetto dell'eternità. Il realismo di Vermeer, derivato
dai caravaggeschi olandesi, si distingue dal realismo talvolta
un po' terra terra di questo gruppo e colpisce per la qualità
poetica. La composizione dei suoi quadri è tra le più semplici :
le linee orizzontali, verticali e diagonali formano una specie
di armatura, nella quale i soggetti si dispongono secondo dei
piani (generalmente tre) che sono bruscamente differenziati
nelle loro dimensioni.
ch. de tolnay,
L'Atelier de Vermeer, in "Gazette des Beaux-Arts", 1953