Sin dalla giovinezza egli si impose in realtà un unico
compito: come debba essere concepita la singola figura
umana perché possa apparire monumentale. In quanto si
approfondì in questa direzione egli divenne unilaterale,
ma in questa unilateralità scoprì la propria grandezza.
Se già allo stesso Velàzquez non venne risparmiato
l'appunto di "aver dipinto solo teste" — e il suo regale
signore lo aveva splendidamente difeso da questa accusa
—, così si potrebbe dire di Zurbarán che egli dipinse
soltanto frati. Ma con ciò si individua il nucleo della
sua arte, e diventa possibile valutarne giustamente il
significato.
La grandezza di
un artista sta forse nella vastità della sua tematica? Chi ha
saputo rappresentare dei frati meglio di lui, cioè con maggiore
potenza, monumentale? Nessuno prima di lui ne dopo di lui lo ha
uguagliato in questo, nonché superato. Zurbarán non fu soltanto
il classico pittore barocco di figure isolate, ma anche il
classico della rappresentazione della quiete in sé, di una
quiete che può veramente chiamarsi santa. In profondo contrasto
con la sua epoca, egli non si avventurò alla ricerca di effetti
stupefacenti, e l'illusione del movimento vorticoso manca in lui
quasi completamente. I concetti di movimento e di massa hanno un
valore e un senso molto limitati per questo spagnolo, proprio
come per l'olandese Rembrandt. Ad essi si adattano altrettanto
male, quanto si adattano bene al fiammingo Rubens. Il barocco
spagnolo è qualcosa di diverso dal barocco italiano e tedesco :
sarà compito di un lavoro futuro mettere in evidenza la sua
particolare posizione nell'evoluzione stilistica del Seicento.
kehrer,
Francisco de Zurbarán, 1918
[...] Fu chiamato talora il Caravaggio spagnolo, ma con soverchio
semplicismo, perché, sebbene insistesse più a lungo che non il
Velàzquez nei contrasti di un chiaroscuro estremo, se ne valse,
più che per una libera indagine pittorica, agli effetti di un
austero, drammatico rigore, versato quasi esclusivamente negli
argomenti religiosi e monastici. Come un popolano, un aldeano,
che cerchi un solido 'manichino' spirituale cui tener fede, egli
ritagliò i suoi frati bianchi nei cartoni di un fanatismo
drammatico e popolare: li dispose poi secondo le tracce
compositive più varie (sebbene si tenesse di preferenza agli
schemi più arcaici che danno a tanti suoi quadri un sapore
primitivo) e, come ogni spagnolo di quei tempi, mescolò a quegli
austeri schematismi frammenti di realtà superbamente tangibile :
dai suoi famosi panni bianchi frateschi, ai cesti d'ova, agli
agnelli dei presepi rusticani, e via dicendo. R.
longhi " A. L.
mayer, Gli antichi
pittori spagnoli della collezione Contini Bonacossi, 1930
[...]
Guardate, come somma di caratteri che l'analisi ci consentirà di
provare, quel mirabile Sant'Ambrogio del Museo di
Siviglia, e osservate la qualità del sontuoso piviale e della
mitra, e notate il valore che oserei definire più costruttivo
che scultoreo dell'imponente figura; con pedanteria, ma
giustamente, sarebbe possibile dire che l'architettura si
sovrappone alla plastica. Forse udendo ciò penserete a un
pittore preoccupato solo della materia, e desidero fare una
precisazione : se per Zurbarán esisteva il mondo esterno, quello
interiore e quello soprasensibile avevano una realtà non meno
vigorosa ed efficace. Si da in lui più che in qualunque altro
artista spagnolo ciò che chiamerei 'realismo integrale. Quell'armonico
e vitale principio che formulava santa Teresa di Gesù quando
diceva che "Dio va anche tra le pentole della cucina". Il
parallelo suggerito non è fuori luogo; vedremo pentole di
Zurbarán in cui il genio dell'artista, mosso da Dio, ha lasciato
durevoli elementi di emozione plastica. Ne erudizione, ne
attitudine a creare composizioni complicate, ne ingegno per
l'allegoria o il simbolo. Se volessimo contrapporgli una grande
figura europea contemporanea, si materializzerebbe quella di
Rubens. È difficile incontrare due pittori più differenti, e
senza dubbio la sensibilità è una delle qualità eminenti anche
del genio di Rubens; non si dimentichi che Lope de Vega lo
chiamava "gran poeta degli occhi", benché entrambe siano
sensibilità di segno diverso. F.
sànchez -
cantón, La
sensibilidad de Zurbarán, 1944
Nelle nature morte di Zurbarán non c'è nulla del
dramma secolare, dell'esibizione teatrale, dell'esuberanza
materialistica delle pitture di genere e delle nature morte dei
contemporanei italiani, olandesi, fiamminghi e di molti artisti
spagnoli. Non c'è nulla della seducente esibizione di costose
ghiottonerie e preziose stoviglie su tavole coperte di broccato,
che facevano appello ai sensi dei commercianti borghesi
dell'epoca. Non c'è nulla della saturazione noncurante della
tavola semisparecchiata, con i suoi elementi di studiato
disordine, che assume quasi la statura di principio estetico.
Questi elementi laici sono in diretta contraddizione con lo
spirito religioso e la semplicità che pervadono le nature morte
di Francisco de Zurbarán.
H. P. G. seckel, Francisco de Zurbarán as a painter of Still-life, in
"Gazette des Beaux-Arts", 1946
Come uomo e come artista Zurbarán fu coerente; in
equilibrio costante con la sua maniera di vedere e di sentire.
Conosceva bene se stesso e adempì ammirevolmente al precetto
socratico; sapeva che cosa era capace di fare, e con
intelligente intuizione non prendeva strade diverse dal cammino
autentico della personalità; coltivava amorosamente i fiori del
suo 'giardino interiore'; giardino che non esala la voluttuosa
fragranza del cromatismo sorridente di Murillo, ne la ricchezza
artistica dell'intellettualismo italianizzante di Juan de las
Roelas; ne i suoi fiori possiedono la incomparabile perfezione
del giardino di Velàzquez. Possedeva però una grande capacità
artistica, una straordinaria personalità. Grazie alla sua
esaltata sensibilità coloristica, si formò una tavolozza
straordinariamente bella, con cui ottenne dei risultati fino ad
allora inediti, con il contrasto fra due toni, sia negli
incarnati con il rosso e le terre chiare sia nelle vesti con il
suo caratteristico effetto luminoso nei bianchi. F.
pomfey, Zurbarán,
su vida y sus obras, 1948
Attenzione!
Zurbarán ci sembrerà ogni giorno più moderno, e molto più
categoricamente del Greco italianizzante rappresenterà la figura
del genio spagnolo. S.
dalì, Genio y
figura de la pintura espanola, in El alma de Espana, 1951
Alcuni dei principi e degli elementi fondamentali
dello stile di Zurbarán si connettono strettamente alle
preoccupazioni che contraddistinguono l'avanguardia' della sua
generazione : così la sua ansia di captare con fedeltà le
apparenze formali, il volume e la struttura particolare di ogni
cosa; e l'uso, non sistematico, ma che lascia traccia permanente
in lui, del metodo di illuminazione di origine caravaggesca,
quella luce violenta e monodirezionale che imprigiona le
immagini iniettando loro una forza di presenza straordinaria.
Questi elementi stilistici 'moderni', che però nel 1630 già
declinavano in tutta Europa, si uniscono a schemi compositivi e
note di colore che derivano da una cultura più antica, in parte
della generazione sivigliana anteriore (Roelas, Herrera il
Vecchio, Pacheco). Ma la discriminazione critica delle
componenti del suo stile non è, in ultima analisi, valida per
intuire l'autentico contenuto poetico di Zurbarán. Ciò che rende
indimenticabili, per esempio, le sue nature morte è il loro
significato misterioso, impossibile da definire a parole perché
fa appello direttamente alla sensibilità; le quattro stoviglie
di modesta qualità borghese sembrano l'offerta di un arcano rito
religioso, ordinate sotto la luce quieta secondo uno 'spirito di
geometria che si riallaccia alla mistica spagnola, non a
Descartes. [...] Ma Zurbarán non ebbe, o non gli interessò
sviluppare, la facoltà innata in Velàzquez di mettere assieme
parti indipendenti di diversi modelli in una unione di
naturalezza convincente, di scena ripresa all'improvviso nella
realtà circostante. Secondo quanto è possibile vedere
soprattutto nelle sue grandi composizioni, Zurbarán articola i
dati reali laboriosamente, con candore da primitivo. Da ciò
proviene in gran parte quell'aria arcaizzante che ci incanta
nella sua pittura. Nell'arte del vigoroso Zurbarán ammiriamo
prima di tutto la sua poetica quieta e la sincera devozione con
cui il pittore si avvicina agli oggetti per trascriverli
amorosamente sulla tela, impregnandoli di una vita nuova e
silenziosa, compiendo quell'opera di 'rivelazione' propria di
ogni artista autentico. La sua fantasia ci sorprende con sante
di una deliziosa mondanità, vestite con lusso provinciale,
alcune ritratte 'a lo divino'. Altre volte con immagini
devozionali di tremenda verità, tra le più profonde e sentite
che abbia dato l'arte spagnola di ogni tempo. [...] In altri
quadri di maggior complessità, i panni si dispongono in modo da
creare, indipendentemente dalla composizione figurativa, una
composizione autonoma di piani colorati. Questo aspetto
'astrattista' della sua arte ha contribuito non poco alla
diffusione che la fama di Francisco de Zurbarán ha conosciuto
negli ultimi venti. J.
milicua ilarramendi, Zurbarán, s.d.
In effetti
Zurbarán non è uno di quei patriarchi della pittura che, nella
voluttà della creazione e nella curiosità della vita, ritrovano
le fonti di una nuova giovinezza. La sua opera implica una tale
tensione, che non può essere prolungata indefinitamente. È
talmente astratta e volontaria, così lontana da ogni riferimento
materiale e da ogni altra influenza, che il pittore non può
sperare di trovare un confronto nel riferimento alla realtà.
Alle origini, c'è un incontro di ciò che è mentale e di ciò che
è fisico; nell'inconscio dell'artista si produce una specie di
sedimentazione che sovrappone, ad un determinato soggetto,
immagini di grandissima intensità che la mano realizza con una
mirabile e minuziosa fedeltà. Zurbarán può ricercare questo urto
iniziale e rinnovarne gli effetti, ma solo le prime espressioni
restano perfette e più cariche di significati. La ripetizione
può depurarle, ma non arricchirle. Non si potrebbe porre la
questione del progresso e del perfezionamento. Il giorno in cui
un tale dispendio di energie non è più possibile, l'opera è
conclusa. La moderna pittura metafisica ha conosciuto una fine
altrettanto brusca. [...] Questo pittore è uno dei più
sorprendenti che siano mai esistiti. È possibile trovare degli
antecedenti a questa o a quella parte della sua opera, ma non
dei maestri. Le sue nature morte fanno pensare a Cotàn; certe
teste di vecchi, come il San Pietro di Siviglia, il san
Gerolamo di Guadalupe nelle Tentazioni di san Gerolamo,
richiamano alla mente figure che Ribera disegnava con tanta
insistenza. Ma in verità Zurbarán deve tutto soltanto a se
stesso. È unico e solo. La semplicità della sua formazione ha
avuto rispetto del suo temperamento malinconico e selvaggio ; la
sua opera conserva sempre un accento di semplicità. La curva
così variabile della sua produzione indica che egli ha dipinto
solo per rispondere ad un istinto profondo. Quando comincia a
dubitare se ne sta in silenzio e la sua vita è segnata da veri e
propri ritiri, nella giovinezza e dopo il 1640. La perdita dei
quadri dipinti in questi periodi non costituisce una spiegazione
plausibile. Nei momenti di pienezza e quando è d'accordo con le
cose, il pittore esplica un'intensa attività. Quando attraversa
una crisi interiore, come alla fine della vita, le opere
denunciano dispersione ed assenza di equilibrio. J.
lassaigne, La pittura spagnola, 1952
Gli Aranci e limoni [già Contini Bonacossi] è uno dei
capolavori della natura morta di tutti i tempi. L'influsso
caravaggesco vi è patente: forme come purificate dalla luce,
precisione cristallina del particolare e tuttavia densità
monumentale dei volumi. Ma appare completamente assimilato da
uno spirito che aspira a uno stile più severamente controllato e
più cosciente delle sue capacità di espressione spirituale di
quanto non sia mai stato quello del Caravaggio. Zurbarán è
dotato al massimo grado di questa “capacità di stupirsi” che è
alla base di ogni creazione e che Henri de Focillon sapeva così
bene indicare attorno a sé. Ogni originale pittore di nature
morte non fa altro che testimoniare del suo stupore di fronte
alla bellezza delle cose. Ma pare che nel Seicento gli spagnoli
— come abbiamo visto in Cotàn — sentissero più profondamente
degli altri le trasformazioni e i ritmi inattesi che il sole
impone agli oggetti e da cui il pittore può trarre armonie quasi
musicali. Zurbarán non dipinge che pochi oggetti per volta e ce
li restituisce in tutta la loro integrità; il volume e la linea
conservano in lui un'eloquenza simultanea; non permette mai che
la luce o l'ombra assorbano una parte del rilievo o il frammento
del contorno di un oggetto. Così pensa l'oggetto invece di
dipingerlo semplicemente come il suo occhio lo registra. La sua
composizione, che Cavestany definisce così bene "compensata",
non è meno lucida. Il pittore accorda l'arabesco di una foglia
alla curva di un limone, e alla svasatura di una tazza fa
corrispondere la svasatura di un paniere; è convinto, proprio
come Cézanne o come Braque, che con una natura mortasi può fare
una sinfonia plastica. C. Sterling, la nature morte
de l’antiquité a nos jours, 1952
[...]
Le sante di Zurbarán, numerose — ripartite fra musei e
collezioni private —, formano un capitolo importantissimo
dell'opera del maestro. Quasi tutte a figura intera, gentili,
molto belle, più che immagini sacre, malgrado gli attributi
religiosi o i segni della santità che alcune presentano,
sembrano ritratti di giovani dame andaluse lussuosamente
vestite, riccamente abbigliate. [...] In tutte, Zurbarán fa
sfoggio della sua maestria nel dipingere le vesti e impiega i
più vari e ricchi colori della sua tavolozza. Con questi pomposi
abiti delle sue sante, in cui giocano tutti i colori dell'iride,
il pittore si risarcisce, si prende la rivincita di ciò che
potremmo chiamare astinenza nel campo del colore. La tavolozza
degli insuperabili bianchi paglierini, delle calde terre e dei
raffinati bruni e dei neri violacei si compiace e si diletta
dipingendo abiti dai brillanti toni rossi, verdi, gialli,
azzurri... Nei ritratti di monaci, Zurbarán ci mostra la
profondità e il vigore del suo disegno; qui c'è l'uomo che sa
fissare il carattere, il tipico. Nelle figure di sante, si
rivela per la prima volta l'abbondanza cromatica di un pittore
cui piace raffigurare ricchezze ed eleganze proprie
dell'abbigliamento femminile: tele sontuose, ricami, pizzi,
tulli, gioielli e qualche volta il lindo e arioso cappelline,
come nella seducente Santa Margherita di Londra.
Martiri?... Vergini consegnate al sacrificio per mantener viva
la loro fede nella dottrina sublime del Crocifisso?... Chi potrà
veder questo nelle sante, un poco o molto mondane, di Zurbarán?
Niente si troverà in loro che ricordi o suggerisca sangue e
morte. Niente di terribile e duro. Fino a questa fanciulla che
mostra il piatto dove palpitano i suoi seni appena recisi; lo fa
con atteggiamento sereno e con un gesto privo di dolore...
Possiamo,
forse, sopprimere dai titoli la parola comune che unisce queste
fanciulle. Non riusciranno certamente a convincerci che sono
sante, che sono donne di ardente misticismo e carne disposta
all'olocausto, le belle fanciulle che posero davanti al loro
grande pittore la loro dolce grazia sivigliana, e oggi, raccolta
dal pittore, ci portano la miracolosa fragranza, mai appassita,
della loro giovinezza. B de Pantorba, Zurbaran, 1953