Mariotto Albertinelli
nacque a Firenze nel 1474. Dalle "Vite" del Vasari si ricava
che l'artista all'età di vent'anni lasciava il laboratorio
del padre, l'orafo Biagio di Bindo Albertinelli, per entrare
come allievo – insieme a Baccio della Porta (poi Fra' Bartolomeo, 1472 - 1517) e Piero di Cosimo (Piero di
Lorenzo, 1461 - 1522) – nella bottega di Cosimo Rosselli (Firenze, 1439 o 1440 – Firenze, 1507).
Sempre da "Le Vite", il Vasari rivela che L'Albertini ed il
Baccio "erano un'anima et un corpo, e fu tra loro tal
fratellanza, che quando Baccio partì da Cosimo per far
l'arte da sé come maestro, anche Mariotto se n'andò seco,
dove alla Porta San Piero Gattolini l'uno e l'altro molto
tempo dimorarono, lavorando molte cose insieme; e perché
Mariotto non era tanto fondato nel disegno quanto era Baccio,
si diede allo studio di quelle anticaglie che erano allora
in Fiorenza, la maggior parte e le migliori delle quali
erano in casa Medici; e disegnò assai volte alcuni quadretti
di mezzo rilievo, che erano sotto la loggia nel giardino di
verso San Lorenzo…"
Mariotto svolse la sua prima attività artistica presso la
contessa Alfonsina Orsini, moglie di Piero II de' Medici e
madre del duca di Urbino, Lorenzo. Quando i Medici furono
costretti a lasciare Firenze, l'artista riprese con ritmo
più sostenuto la collaborazione con Baccio della Porta, già
iniziata nel 1490-91 e poi interrotta nel 93, "affaticatosi
intorno al naturale et a imitar le cose di Baccio, onde in
pochi anni si fece un diligente e pratico maestro. Perché
prese tanto animo, vedendo riuscir sì bene le cose sue che,
imitando la maniera e l'andar del compagno, era da molti
presa la mano di Mariotto per quella del frate".
I dipinti realizzati in collaborazione con Baccio includono
la "Sacra Famiglia" (attualmente custodita nel LACMA di Los
Angeles) e
l'Annunciazione del 1497 per il Duomo di Volterra,
ove si evidenziano gli influssi del
Ghirlandaio, del
Perugino, di
Leonardo e, solo per l'aspetto della
paesistica, quelli dei pittori nordici. All'Albertinelli
viene assegnata la piena autografia del trittico della
"Madonna col Bambino, angeli e santi" custodito nel Musée
des Beaux–Arts di Chartres, ove risaltano i singolari
anacronismi trecenteschi, e della "Madonna col Bambino e le
sante ...." del Museo Poldi Pezzoli di Milano.
Il 26 luglio del 1500 il collega Baccio si fece frate,
lasciando di colpo la bottega e tutto il lavoro ancora
incompiuto – in quel periodo stavano realizzando l'affresco
del
"Giudizio Finale" – nelle mani dell'Albertinelli che
"per il compagno perduto, era quasi smarrito e fuor di se
stesso", al punto che, continua il Vasari, se non avesse
visto con tanto astio i religiosi del convento di S. Marco e
in modo particolare il loro priore, il Savonarola, si sarebbe fatto frate
anch'egli: "avrebbe l'amore di Baccio operato talmente, che
a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora".
L'anno successivo
Gerozzo Dini,
il committente del già citato "Giudizio Finale" (attualmente
custodito "staccato" nel Museo di San Marco a Firenze),
volle in tutti i modi, avendo già saldato il conto, che
Mariotto portasse a termine l'affresco lasciato incompiuto:
"all'opra diede fine; dove con diligenza e con amore
condusse il resto dell'opera, talmente che molti, non lo
sapendo, pensano che d'una sola mano ella sia lavorata. Per
il che tal cosa gli diede grandissimo credito nell'arte".
Il meraviglioso cromatismo della "Visitazione" del
1503 (Uffizi, Firenze) è certamente
influenzato dallo spirito di Fra' Bartolomeo, ma vi non mancano
riferimenti al Perugino, soprattutto nella rappresentazione
dell'architettura e nelle stesse tonalità calde. Tutto il
contesto compositivo del dipinto rappresenta, per l'arte fiorentina del
nuovo secolo, una straordinaria spinta propulsiva. Alla
visitazione si contrappongono invece, configurandosi come un
ritorno al Quattrocento,
la
"Madonna in trono col Bambino e i santi Giuliano,
Domenico, Nicola e Girolamo" realizzata nel 1510
(attualmente nella Galleria dell'Accademia a Firenze).
L'artista svolse la sua attività anche alla Certosa di
Firenze realizzando, nella Sala capitolare, una "Crocifissione
con la Madonna, santa Maria Maddalena e angeli", di cui il
Vasari descriveva come "opera lavorata in fresco e con
diligenza e con amore assai ben condotta. Ma, non parendo
che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni
suoi giovani, che seco imparavano l'arte, non lo sapendo
Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre
onde si porge a' frati la pietanza, la quale risponde in
camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e
quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di
questa cosa tra' frati: perché delle cose della gola si
risentono così bene come gli altri; ma, facendo ciò i
garzoni con molta destrezza et essendo tenuti buone persone,
incolpavano coloro alcuni frati che per odio l'un dell'altro
il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Per
che i frati, acciò che il lavoro si finisse, raddoppiarono
la pietanza a Mariotto et a' suoi garzoni, i quali con
allegrezza e risa finirono quella opera."
Nel 1505 l'Albertini si unì in matrimonio con Antonia
Ugolini, figlia di un venditore di vini.
Nel 1506 iniziò la
realizzazione
di un' "Annunciazione", portata a termine soltanto nel 1510,
commissionata dalla Congregazione di San Zanobi
(attualmente custodita nella Galleria dell'Accademia di
Firenze): trattasi della prima pala rinascimentale ove si
evidenzia una Gloria dei Cieli inserita entro un
volume di una struttura architettonica, la cui vitalità
viene conferita dalla vigorosa articolazione delle
gamme cromatiche, soprattutto quelle relative al chiaroscuro,
ove la luminosità è una reazione alla
sintesi operata nel frattempo dal "frate collega", che
in tal periodo stava
integrando la propria coloristica con quella dei pittori veneti e di
Leonardo. Il Vasari evidenziava, a suo modo, le innovazioni
della composizione: "prese a fare nella Compagnia di San Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una
tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse.
Aveva fatto far lumi a posta, et in su l'opera la volle
lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane
erano abbagliate, diminuire e crescere a suo modo. Eragli
entrato in fantasia che le pitture che non avevano rilievo e
forza et insieme anche dolcezza, non fussino da tenere in
pregio; e perché conosceva che elle non si potevon fare
uscir del piano senza ombre le quali, avendo troppa
oscurità, restano coperte e, se son dolci, non hanno forza,
egli arebbe voluto aggiungere con la dolcezza un certo modo
di lavorare che l'arte fino allora non gli pareva che avesse
fatto a suo modo; onde, perché se gli porse occasione in
questa opera di ciò fare, si mise a far perciò fatiche
straordinarie, le quali si conoscono in uno Dio Padre che è
in aria, et in alcuni putti che son molto rilevati dalla
tavola per uno campo scuro d'una prospettiva che egli vi
fece col cielo d'una volta intagliata a mezza botte, che
girando gli archi di quella e diminuendo le linee al punto,
va di maniera in dentro che pare di rilievo; oltra che vi
sono alcuni Angeli che volano spargendo fiori, molto
graziosi." "Questa opera fu disfatta e rifatta da Mariotto,
innanzi che la conducesse al suo fine, più volte; scambiando
ora il colorito o più chiaro, o più scuro e talora più
vivace et acceso et ora meno; ma non si satisfacendo a suo
modo, né gli parendo avere agiunto con la mano ai pensieri
dell'intelletto arebbe voluto trovare un bianco che fusse
stato più fiero della biacca: dove egli si mise a purgarla
per poter lumeggiare in su i maggior chiari a modo suo;
nientedimeno, conosciuto non poter far quello con l'arte che
comprende in sé l'ingegno et intelligenzia umana, si
contentò di quello che avea fatto, poi che non agiugneva a
quel che non si poteva fare; e ne conseguì fra gli artefici
di questa opera lode et onore, con credere ancora di cavarne
per mezzo di queste fatiche da è padroni molto più utile che
non fece, intravenendo discordia fra quegli che la facevano
fare e Mariotto. Ma Pietro Perugino, allora vecchio, Ridolfo
Ghirlandaio e Francesco Granacci la stimarono e d'accordo il
prezzo di essa opera insieme acconciarono."
Nel 1509 anche il priore del convento ove operava Fra' Bartolomeo vide di buon occhio una nuova collaborazione fra i due
artisti, con spese e ricavi equamente ripartiti. Da allora i
dipinti di Albertinelli evidenziano nuovamente l'influsso
del frate e, di conseguenza, quello luministico leonardesco.
Nel 1510 realizzò, per le monache di San Giuliano di
Firenze, la pala d’altare – "Madonna in trono col Bambino e
i santi Giuliano, Domenico, Nicola e Girolamo" già sopra
citata – e la
Trinità, entrambe custodite nella Galleria
dell'Accademia a Firenze.
Da documentazioni certe risulta che la collaborazione con il
frate finì il 5 gennaio 1513: il Vasari scriveva che
Mariotto "persona inquietissima e carnale nelle cose d'amore
e di buon tempo nelle cose del vivere; per che, venendogli
in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della
pittura, et essendo spesso dalle lingue de' pittori morso,
come è continua usanza in loro, e per eredità mantenuta, si
risolvette darsi a più bassa e meno faticosa e più allegra
arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San
Gallo et al ponte Vecchio al Drago una taverna et osteria
fece quella molti mesi, dicendo che aveva presa un'arte la
quale era senza muscoli, scorti, prospettive e, quel
ch'importa più, senza biasmo, e che quella che aveva
lasciata era contraria a questa; perché imitava la carne et
il sangue, e questa faceva il sangue e la carne, e che quivi
ogn'ora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella
ogni giorno si sentiva biasimare."
Nonostante tutto egli ritornò quasi subito all'attività
artistica, ma le piccole composizioni realizzate nel periodo
1513 – 1515 evidenziano un volontario arcaismo, le cui
rappresentazioni in rilievo sono tratte dal Ghiberti
(Firenze, 1378 – Firenze, 1455), ma integrate da una reale
paesistica che richiama la pittura fiamminga del
Quattrocento. Questo procedere in controtendenza agli
sviluppi della pittura rinascimentale portò l'Albertinelli
al desiderio di alterarne le forme. Tuttavia, nella "Madonna
col Bambino, i santi Paolo, Michele, Apollonia, Pietro e il
donatore" di Rignano sull'Arno, datata 1514, si
evidenziano nuovamente la struttura compositiva e la
coloristica del vecchio collega.
Sempre dal Vasari si ricava che Mariotto, nel luglio 1515,
si recò a Viterbo per la realizzazione di una tavola, che
non fu portata a termine. In verità fu il suo ex
collaboratore, proprio in quel periodo, ed in quella città
(esattamente nel Convento della Quercia), ad iniziare la
pala dell'Incoronazione di Maria lasciandola incompiuta. Il
convento, volendo farla completare, affidò l'incarico all'Albertinelli,
proprio per la vicinanza stilistica dei due pittori. Neanche
quest'ultimo, per impegni che egli stesso riteneva superiori
– dovette recarsi a Roma, per la realizzazione, nella chiesa
di San Silvestro al Quirinale, di un "Matrimonio mistico di
santa Caterina", andato poi perduto (citato nelle Guida di
Roma di Filippo Titi del 1763 e di Angelo Pellegrini del
1869) – non riuscì a portare a termine la tavola, che
fu completata – nel 1545 – da fra Paolino da Pistoia,
allievo della
Scuola di S. Marco.
Rientrato a Viterbo "dove aveva alcuni amori, ai quali, per
lo desiderio del non gli avere posseduti, mentre che stette
a Roma, volse mostrare ch'era ne la giostra valente, per che
fece l'ultimo sforzo; e come quel che non era né molto
giovane né valoroso in così fatte imprese, fu sforzato
mettersi nel letto. Di che, dando la colpa all'aria di quel
luogo, si fé portare a Fiorenza in ceste. E non gli valsero
aiuti né ristori, che di quel male si morì in pochi giorni
d'età d'anni 45, et in San Pier Maggiore di quella città fu
sepolto."
Ebbe come allievi Francesco di Cristofano (il Franciabigio),
Jacopo Carrucci (il Pontormo), Innocenzo da Imola
e Giuliano Bugiardini.