Mantegna e Giorgione sono i due poli tra i quali andò
sviluppandosi il gusto di Giovanni Bellini. Nel Mantegna il
veneziano vide costituita in modo preciso la visione di spazio
plastico ereditata dai toscani, e riformata in senso prospettico
con un rigore perfino eccessivo. Il Bellini addolcì tale
visione, umanizzandola nella liricità del suo colore. Spazio e
tempo in Bellini s'identificano nella luce: una luce reale, che
il suo colore emana, districandosi da ogni implicazione astratta
di forma. Il colorismo del Bellini preparò la strada a Giorgione:
come, a sua volta, il tonalismo giorgionesco fecondò il gusto
del vecchio Bellini. R.
pallucchini,
Giovanni Bellini, 1959
...
presto sarà evidente che l'esperienza padovana per il Bellini
non fu che un mezzo, un passo per procedere oltre. Dell'amore
archeologico e tormentoso del Mantegna per la materia — pietra o
metallo che fosse, oro o smalti preziosi — nulla è rimasto al
Bellini. Le stesse tipologie donatelliane si stempe.rano subito
in una armonia più addolcita, e soprattutto è già avvertibile un
uso diverso del colore. Mentre in Mantegna questo era fin
dall'inizio, e poi rimase sempre, una specie di 'sovrastruttura',
qui nel veneziano il colore è l'impegno più forte, che
condiziona e costruisce la sua poesia. Non per nulla Giovanni
era il figlio di una città dove la tradizione cromatica era
sempre stata al centro degli interessi pittorici, come un fiume
grandioso e lento, ma sempre ricco e costante.
Basterà ricordare la Pietà del
Correr, per avvertire la melo.dia che dal grigio violetto si
stinge negli avori e nei bruni più soavi, fino a spegnersi nelle
sfumature del cielo. C'è l'intenzione di esprimere con quelle
variazioni tonali una patetica religiosità;
c'è soprattutto nello scolorarsi delle carni livide del
Cristo morto una trasposizione di sentimento umano in immagine,
che caratterizza la personalità di Giovanni. Già ora la lezione
del Mantegna può dirsi superata. T.
pignatti,
Pittura veneziana del Quattrocento, 1959
L'arte
di Giambellino, tutta penetrata di candore religioso, di
serenità e gentilezza d'animo, sembra rappresentare quell'istante
privilegiato d'equilibrio tra divino e umano che è il momento
ancora aurorale e cristiano del Rinascimento. La lunga
operosità, quasi immune, come per uno stato di grazia, da ogni
inquietudine e da ogni turbamento, di questo artista, forse il
più completo con Raffaello e Tiziano che l'arte italiana abbia
posseduto, pare condurre il gracile e composto ritmo bizantino
al classicismo razionale, spaziale, e corporeo del Rinascimento,
penetrandoli in una calda atmosfera d'umana dolcezza, il cui
segreto sta nel colore, sentito nella luce dorata d'un giorno
divinamente terrestre. G. Fiocco, Giovanni Bellini, 1960
Da quando
... uscì il libro del Gronau al 1949, anno della
mostra dedicata, a Venezia, al Bellini, l'opera del grande
veneziano si ampliò di sempre nuove attribuzioni e non guadagnò
certo di chiarezza, ne di coerenza.
La mostra stessa anzi, come tante
altre mostre del secondo dopoguerra, documentò le tappe
successive di una vicenda durata circa vent'anni e denunciò il
gioco arrischiato di una critica che aveva, forse, colmato, con
qualche disinvoltura, le lacune esistenti nel vasto corpus
belliniano adducendo nuove opere, non proprio intimamente legate
a quelle che precedevano o seguivano. Dove vien fatto di
osservare che proprio la grande diversità di atteggiamenti
assunta dal pittore, sembrò autorizzare gli studiosi a procedere
in modo analogo, integrando l'opera del Bellini con dipinti che
(come quelli proposti per gli inizi dell'artista) non offrono
talora alcun diretto appiglio con quelli che seguono; ma recano
solo indizi che conducono, a ritroso nel tempo, verso un'area,
molto generica, di cultura, sulla quale poterono per avventura,
ma solo in via del tutto ipotetica, fondarsi le prime opere del
pittore e non già, come avrebbe richiesto un sano metodo
critico, verso almeno un'opera di sicura scrizione e datazione.
Il che è veramente un po' poco. E.
arslan, Studi
belliniani, in 'Bollettino d'Arte", 1962
Antonello attraverso l'esperienza belliniana torna a stringere
la sua forma nella serrata architettura della pala di San
Gassiano o del San Sebastiano di Dresda, mentre il
Bellini, attraverso l'esperienza antonelliana, può liberare la
conquistata struttura spaziale da ogni sottinteso geometrico (il
limite razionale, di cui si diceva) per quella assoluta
spazialità cromatica sulla quale s'accampa, con il suo, il
paesaggio moderno. Le tarsie coloristiche si convertono in tal
modo in praterie cromatiche aperte ad infinitum contro la
magica sospensione dei cieli che riempiono delle loro luci, nel
variare delle ore e delle stagioni, le giornate delle valli
romite e silenziose, abitate dalla vaga bellezza dei suoi sogni.
S Bottari, Tutta la Pittura di Giovanni Bellini
Una grazia tra classica e bizantina amora sempre nei suoi
contesti pittorici, trasformando in senso rinascimentale la
religio cristiana. Non per nulla l'acuto Boschini lo aveva
avvicinato a Raffaello. Pochi artisti ebbero la responsabilità
di trasformare il corso di una tradizione come fece il Bellini.
Non fu un rivoluzionario come Masaccio o Caravaggio: ma la sua
azione non fu meno stimolatrice per il rinnovamento del gusto
veneziano.
Accettando la cultura rinascimentale toscana, secondo le
premesse mantegnesche, e quindi quelle pierfranceschiane, il
Bellini non rinnegò affatto la tradizione veneziana, ma anzi la
potenziò in una nuova struttura linguistica, cioè in quel
linguaggio tonale che fu basilare per l'avvio alla pittura
moderna.
Quella dialettica fra innovazione e
conservazione, che è alla base della storia di Venezia,
caratterizza anche il percorso dell'arte del Bellini. Mentre
egli conserva cioè quanto di più originale e vivo fluiva nella
tradizione veneziana, la visione del colore d'oriente e la
spiritualità bizantina, egli le imprime una nuova dimensione,
quella del Rinascimento.
In questo senso l'umanesimo veneto ha
in Giovanni Bellini il suo più alto rappresentante. R.
PALLUCCHINI, L'arte di Giovanni Bellini, in "Umanesimo europeo e
Umanesimo veneziano", 1964
...
Dire anche che il Bellini, nel corso del primo decennio del
secolo, mentre nella pittura veneta è in espansione il movimento
giorgionesco, abbia sviluppato i propri modi espressivi (dalla
Madonna del prato in poi) conformemente al giorgionismo,
quasi per un'identità poetica, sarebbe del tutto improprio. A
parte gli scambi di natura formale, riteniamo di poter
concludere che nella serie di opere comprese fra la Madonna
di Londra e quella Sannazzari, i problemi artistici comuni a
Giorgione e Giambellino dipendano da un comune archetipo di
cultura (che è poi il medesimo cui appartiene la formazione
umanistica dei committenti. M.
bonicatti, Aspetti dell'umanesimo nella pittura veneta dal
1455 al 1515, 1964
Non è soltanto un nuovo solvente che produce il colore morbido
della pittura del Bellini. In molti punti, e particolarmente
nelle rocce, egli distese le velature d'ombra e il verde della
vegetazione sopra una campitura di blu-verde leggero. In
precedenza, le ombre erano sempre state preparate con colori
scuri, e sebbene si cominciasse ad abbandonare questa tecnica
già con Masaccio, fu proprio il Bellini, seguendo l'insegnamento
dei fiamminghi, a rovesciarla completamente. Le zone oscure
della roccia acquistano così una luminosità e una profondità
senza precedenti nella pittura italiana. Queste qualità
risultano inoltre evidenziate dal metodo delle velature, che il
Bellini derivò pure dagli olandesi. In tal modo, per esempio,
egli distendeva sopra un fondo di verde una velatura trasparente
di bruno. Tanto più la velatura poteva essere distesa
irregolarmente, come nella chioma di un grande albero, tanto
meglio il pittore poteva modificare la qualità di un verde, sia
agendo sul pigmento stesso, sia sulla velatura soprastante. Con
tale tecnica il Bellini raggiunse una nuova intensità di colore.
L'atmosfera assunse una maggior vibrazione, e la diffusione
della luce divenne il merito maggiore della sua pittura.
M. meiss, Giovanni
Bellini's St. Francis in the Frick Collection, 1964
... il confronto tra l'Orazione nell'orto
del Mantegna e quella di Giambellino mostra chiaramente i due
diversi tipi di accostamento al racconto. Mantegna costruisce un
epos storico, con drappeggi neoromani, maschere
violentemente espressive e, infine, all'interno di una
tradizione scenica consciamente rievocata, stratifica la
struttura del dipinto in un proscenio e in un luogo più alto
raggiungibile da un 'praticabile' (la scala), ove sta il Cristo.
Giambellino nel suo quadro invece semplifica le strutture: le
pieghe che Mantegna cita dalla plastica romana del II secolo d.
C. si dissolvono in una modulazione diversa, non organizzata da
una 'regola', e soprattutto l'impianto architettonico generale
si muta. La gran città storica di Mantegna con le rovine romane,
le case medioevali, gli edifici rinascimentali, si trasforma in
un paesaggio apertissimo, in una veduta — lontana — di qualche
borgo sulla collina veneta. E Bellini ce lo descrive, colpito
dalla luce; e la stratificazione architettonica, segnapiano, che
qui è creata dalla luce stessa, postula, a nostro vedere fin da
adesso, l'esperienza di Piero, conosciuto dunque forse a metà
secolo a Ferrara oppure, poco dopo, a Rimini, due tra le più
famose corti settentrionali e certo mete di frequenti viaggi di
Giambellino. C.
quintavalle, Giovanni Bellini, 1964
Fin dai primi dipinti, i sentimenti che incontriamo
nell'espressione belliniana sfumano in un tono elegiaco. Abbiamo
già osservato che non c'è in essi la determinatezza di una
passione, come non c'è mai, nell'azione rapida, una drammaticità
in atto. Allo stesso modo mancano affermazioni perentorie alla
monumentalità del Bellini. Come la sua eroicità è potenziale e
viene allentata dalle divagazioni del colore e da una visione
panica che annulla le gerarchie, così il significato drammatico
delle figure devia in un insieme di rispondenze ritmiche, di
correlazioni raffinate e mobili che lo attraggono in una sfera
contemplativa. Più che sviluppare una trama dal significato
immediato ed evidente, ogni scena s'immerge in un sistema in cui
i rapporti sono più sottili, più vasti, ed al di fuori dello
schema che apparentemente prevale. È qui che si caratterizza in
tutta la sua originalità la pittura di Giovanni Bellini, perché
queste assonanze nascono all'interno della volumetria, si
affidano alle vibrazioni sottili del colore, alle sequenze delle
linee che divengono puro limite di cromie, di luci, di toni.
C. semenzato,
Giovanili Bellini, 1966
La concezione
belliniana del rapporto tra figure e paesaggio si risolve in un
approfondimento del loro carattere contemplativo. Le figure sono
in riposo, oggetti silenti che si collocano con naturalezza nel
paesaggio. Nelle sue maggiori pitture di paese — il San
Francesco, la Preghiera nell'orto, la Madonna del
prato — il senso di religioso silenzio è senz'altro prevalente.
Siccome le figure sono ferme, ne vi è alcun altro suono, tutto
il nostro interesse è rivolto alla suggestione dello spazio e
della luce, alle sottili allusioni che sono il segreto della
pittura di paesaggio. R. Turner,
The Vision of Landscape in Renaissance Italy, 1966
Benché non ci siano rimaste testimonianze dirette sulla
formazione umanistica di Giovanni Bellini, possiamo ricostruire
il mondo in cui visse, la fervida spiritualità dei committenti,
quali i Contarini, i Marcelle, i Vendramin; degli amici ed
ispiratori, come il grande Pietro Bembo; dei colleghi scultori
ed architetti, che nella seconda metà del '400 erano intenti ad
inserire, nella complicata trama del gotico veneziano, organismi
architettonici, magari attraverso le sontuose decorazioni
policrome. Non è certo un caso che la pala belliniana di S.
Giobbe sia incastonata, con le sue architetture illusionistiche,
nelle limpide strutture della chiesa rinascimentale, appena
terminata; o la pala di S. Giovanni Crisostomo accordi la sua
semplice solenne arcata con le strutture rigorose del tempio del
Coducci. Se, nella loro immobilità e immediata percezione, le
forme figurative ci suggeriscono più facilmente le loro
interdipendenze, più arduo è ascoltare la consonanza tra cultura
letteraria, o filosofica, e cultura artistica; eppure è
impossibile sfuggire alla suggestione di una affinità
intellettuale ed umana tra un artista come Giovanni Bellini e un
umanista come Ermolao Barbaro (1453-1493), soprattutto per il
loro atteggiamento verso la cultura classica, conciliata con lo
spirito del messaggio cristiano; o, in un tempo più avanzato,
non fantasticare sulle amicizie e gli scambi culturali nella
fervida fucina di Aldo Manuzio, nella quale convengono, oltre
gli intellettuali veneziani, come il Bembo, studiosi d'ogni
parte d'Italia, e dotti bizantini, che aiuteranno il Manuzio ad
imprimere un carattere particolare all'Accademia Aldina, purista
e filoellenica. D'altra parte, il riesame dell'antica cultura,
iniziato nella tipografia aldina con largo spirito eclettico,
continua un suo filone, in cui trova posto, ai primi del '500,
la fervida attività di Erasmo, e si insinua la sua tendenza allo
scherzo, di gusto lucianeo. A.
pallucchini,
Giovanni Bellini, 1966
Le
prime critiche sul Giambellino