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Hieronymus Bosch: Cristo porta-croce
L'autografia dell'artista non ha mai suscitato alcun dubbio, come pure la tarda cronologia (salvo la perplessità del Puyvelde che nel 1962 si pronunciò ad un assegnazione relativa al primo periodo, e del Combe che l'avvicinò al "Trittico delle delizie"). Secondo il Baldass (1959) il "Cristo portacroce" è una delle ultime opere di Bosch, mentre per il Tolnay (1937 - 1975), l'ultima. Secondo la maggior parte dei critici la realizzazione della tavola, in rapporto al pacato e disteso linguaggio del Sant'Antonio del Prado e dell'Epifania – entrambe datate 1910 – è certamente a queste posteriore. La caratteristica di questo straordinario dipinto è la presenza di sole teste che levitano attorno all'asse obliquo della croce, nella quale il Tolnay scorge nel volto del Redentore uno straziante sogno sul destino dell'umanità, ma non solo: un fragile punto di incontro fra comicità e orrore, che nella dottrina di Freud è tipico delle visioni oniriche, permea tutta la composizione.
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