Basti guardare da vicino il particolare di un'opera
tarda, il leone del San Gerolamo che sta nello
sportello veneziano della Madonna della candeletta
oggi a Brera. Tuttavia, proprio come il Vivarini,
anche il Crivelli diede tutte le opere più alte prima
del 1473. Dopo quell'anno, e presumibilmente per la
stessa ragione che ci chiarì il caso del Vivarini,
anch'egli sentì inaridire qualche cosa dentro di sé e si
volse ad "industriare" Parte sua nelle Marche. Chi
vorrebbe paragonare una Pietà come quella
vaticana con le altre, giovanili, della raccolta
Johnson e del Museo di Detroit? O proviamoci a rievocare
l'aspetto originario dell'altare eseguito, intorno al
'70, per la chiesa di Porto San Giorgio. [...] Chi
vorrebbe porre un simile capolavoro accanto a un
complesso, pur nobile ancora ma già industrioso, com'è
il polittico londinese del 76?. R. Longhi,
in Viatico per cinque secoli di pittura veneziana,
Firenze 1946
Se da un lato il Crivelli nel
polittico di Massa Fermana pone decisamente la sua personalità,
nello stesso tempo l'accompagna con una problematicità di
intenti e di accenti che avrà poco dopo la sua risoluzione in un
senso univoco, a sua volta, più tardi, anche troppo monotono.
L'esilio nelle Marche favorì in lui un isolamento che, se
facilitò il concretarsi di un linguaggio visionario, lo tenne
lontano da altri stimoli, cosicché con l'andar degli anni la
vitalità di quella forma venne a poco a poco spegnendosi : in
questo senso la sorte del Crivelli fu la stessa riservata al
Lotto e al Greco. [...]
Il polittico smembrato di Porto San
Giorgio introduce agevolmente a quel più ampio e complesso
discorso stilistico realizzato nel mirabile polittico della
cattedrale di Ascoli del 1473. [...] Mentre il genio di Giovanni
Bellini, in quello stesso momento, s'avviava
nell’Incoronazione di Pesare ad una distensione della forma
inventando, mercé la lettura di Piero, un rapporto nuovo,
profondamente cromatico, tra spazio e lume, il Crivelli
imprimeva alla sua visione uno scarto più deciso verso le
preziosità d'una plastica cruda, racchiusa in una lancinante
linea di contorno, spezzata, a scatti e mai in riposo. La
Pietà è certo uno dei brani di più profonda poesia di tutto
il polittico. [...] Che invenzione figurativa, lo stiparsi dei
volti marcati da un così aspro tormento attorno al viso del
Cristo, e quello della Maddalena impietrita, così legata
tisicamente alla mano che sostiene !
.
Un'eleganza raffinatissima, quasi estrosa, caratterizza le due
mezze figure di Sant'Orsola e di San Giorgio
accanto alla Pietà; la vita sentimentale, anche troppo
intensa, è come costretta e suggellata in queste figure. [...]
Vi è qui, insomma, un compiacimento linguistico sottilmente
decorativo, d'una raffinatezza perfino estenuata. ['..''.]
Il Longhi ha già reagito a quella
curiosa definizione berensoniana di un Crivelli "allievo di
qualche seguace, forse catalano, di Rogier van der Weyden".
Senza poter accettare una simile immaginosa supposizione, non mi
pare di poter rifiutare l'ipotesi che proprio l'elemento che ha
deviato il corso del gusto crivellesco, come lo si notava nel
polittico di Massa Permana, sia stata la lettura di qualche
esemplare fiammingo e in particolare di Rogier van der Weyden
[...] di cui non doveva esser difficile veder opere sul versante
adriatico, dopo il suo passaggio da Ferrara nel '50. R.
pallucchini,
Commento alla mostra di Ancona, in "Arte Veneta" 1950.
Il Crivelli è l'altro "grande"
veneziano del 400, dopo il Giambellino. Diversi, è vero, tra
loro nelle tarde conclusioni; ma, quindi, anche nella
giovinezza, se i primi contatti risultano senza seguito, e la
personalità di Carlo si svincola tanto interamente e tanto
presto dalla figura così ricca d'ascendente, così feconda e
vitale, del Giambellino, Ne si dica che l'isolamento marchigiano
impedì al Crivelli di conoscere le nuove tendenze, alle quali fu
sostanzialmente estraneo. La possibilità di vedere cose nuove e
di avere contatti ci fu senza dubbio anche nelle Marche : e
forse contatti ne ebbe. Proprio il Giambellino fu certamente
nella regione, a Pesare e forse ad Ancona. E la regione, ben
lungi dall'essere avulsa dalle grandi correnti artistiche era
percorsa, proprio nella seconda metà di quel secolo, da taluni
dei più grandi artisti italiani : Melozzo da Forlì e Luca
Signorelli e Piero della Francesca, appunto, il grande
innovatore, cui lo stesso Giambellino e quindi la pittura veneta
tanto debbono, lasciavano qui le opere in quegli stessi anni
in cui vi lavorava il nostro, ed a poca distanza da lui. Se
dunque il Crivelli è rimasto estraneo a questo "vento del Nord",
ciò va ricercato ben altrimenti che in un inaridimento di vena
creativa dovuto a mancanza di contatti vivificanti, ma piuttosto
in una fedeltà, che magari alla fine può sembrare cocciuta, alla
propria coerenza artistica. [...]
La natura tardo gotica del nostro
riemerge in quest'opera [II polittico di Ascoli] direi con
prepotenza : e non per merito della cornice lignea, che tanto
piacque al Cavalcaselle e che non dispiace neppure a noi, ma per
l'insofferente, esagitata natura delle sue figure, impenetrabili
le une, di una bellezza astratta, disumanata; invasate, le
altre, da un anelito religioso di medievale intensità. Sicché
possiamo dire che l'affermazione rinascimentale, così viva e
sentita nel polittico di Massa, anziché dare i suoi frutti,
subisce un arresto : e l'artista si orienta verso un astrattismo
sempre più evidente, simile in questo, mi pare, a Cosmè Tura, le
cui dolorose figure hanno talvolta delle notevoli affinità con
quelle del nostro. [...]
Sorge [...] spontaneo il confronto
tra la Pietà braidense del Giambellino e questa di
Ascoli. Il mantegnismo — sostanza fondamentale delle due opere —
viene in esse diversamente risolto. Nel Giambellino il
sentimento attenua ed annulla, anzi, l'astratto classicismo del
maestro padovano; e pur dando alle figure una salda struttura,
egli le inserisce nel paesaggio e le anima di una dolorosa
umanità. Il Crivelli invece assorbe quel classicismo ed
associandolo al suo innato spirito gotico, perviene ad un
plasticismo esasperato, contorto e di una evidenza
ossessionante. P.
zampetti, Carlo Crivelli nelle Marche, Urbino 1952.
La fantasia del Crivelli si compiace nell'inventar situazioni
vorrei dire paradossali, nelle quali il germe di una prima
pungente osservazione naturalistica (si ascoltino gli urli
strazianti dei disperati attori nelle varie Pietà [...])
si va svolgendo in un sottilissimo lavorio di sempre più
appassionate accentuazioni, finché gli 'aspetti' si trasformano
in puri 'simboli musicali della forma. Simboli, tuttavia non mai
incomprensibili ed inverosimili perché non mai interamente
distaccati, ma sempre vivi e concreti. Nasce così un'ebbrezza
della mimica che, per intensità caratteristica, non ha nulla da
invidiare al lirismo di Simone Martini, e che snoda e intreccia
melodiosamente le linee nervosissime in una orchestrazione
ornamentale incredibilmente preziosa. [...]
Giova alla perspicuità di quest'arduo
linguaggio dolceaspro l'energia della linea mordente. Potenza o
addirittura prepotenza grafica che domina nettamente tutti gli
altri mezzi espressivi : e non solo sigilla i volumi e avvia i
moti, ma si arroga anche intera la funzione plastica, risolvendo
il chiaroscuro in tratteggio di colore su colore. L.
coletti, Pittura veneta del Quattrocento, Novara 1953.