[...]
L'arte del Lotto in confronto al fare tipico, epico,
aristocratico dei veneziani della capitale, in confronto
alla "Heroica Maestà" di Tiziano, appare un immenso
repertorio naturalistico, un continuo versare in umili
verità particolari, ravvolte talora a capriccio, ma più
spesso obbiettivamente in un involucro schiettamente
ambientivo di luce e di "valori". Lasciamo stare il
periodo magico del Lotto, quel suo momento di "sensiblerie",
di misticismo affettivo che [...] pare imparentarsi col
Grünewald e, nei contrasti drammatici di un colore
sublimato dal lume, giunge, al di là del Caravaggio,
fino alle soglie del Rembrandt, com'è nell'Adultera
del Louvre. Quando i contrasti si placano, quelle
ricerche di lume appaiono ritorni naturali delle antiche
tendenze lombarde, e si palesano ad un tempo in funzione
di composizione e in supporto di verità.
longhi,
Quesiti caravaggeschi: i precedenti, in "Pinacotheca",
1929
Si deve certo al Grünewald se il Lotto ha sfaldato il
suo colore neogotico in vibrazioni magiche di luce,
sciogliendolo quasi da ogni intenzione rinascimentale di
prospettica, spaziale. In questo momento il colore lottesco
tocca i vertici più alti d'intensità qualitativa, in antitesi
con la concezione tonale tizianesca, svolgendo contrappunti
sempre più arditi, mentre conserva intatta la potenza
strutturale della forma. In tali ricerche il Lotto giunge ad
escogitare effetti di colore riflessati nella luce, di cui si
varrà lo stesso Paolo Veronese; accentua inoltre quel gusto
analitico ed affettuoso, che pareva vanto dei nordici, di ogni
piccolo particolare, infondendo alle immagini una intimità di
visione straordinaria. R.
pallucchini, La
pittura veneziana del Cinquecento, I, 1944
[...] Spirito nordico si è convenuto per anni di definire
quel misto d'indipendenza fantastica e di apparente convenzione
retrograda che egli ricercava talvolta e a cui ricorreva per
manifestare quel che i suoi grandi contemporanei non si curavano
di esprimere : ma nessuno, rilevando lo stratagemma che provvede
a scompartire le storie di Trescore, farebbe oggi discendere
questa ispirazione da motivi nordici, ^tramontani. Vi si
riconosce, piuttosto, il dettato di una tradizione icastica che
risaliva nei secoli quasi alle fonti dell'allegoria cristiana
primitiva e che certo parve all'artista convenientissimo a un
ambiente rustico e feudale, di quotidiani contatti fra signore
campagnolo e contadino: favole di benignità e di devozione cui
si attagliavano queste Altre, colorite in una cappella
domestica, fra i campi.
[...]
I tempi e quel che essi portavano di non esausta tradizione
figurativa; l'educazione veneta; la naturale inclinazione allo
scrupolo, al tormento ulteriore, non potevano concedere al Lotto
di divenire in tatto un Caravaggio avanti lettera. Egli inventò,
e per un numero di opere insigni mantenne vittorioso, un mondo
più fantastico che verosimile dai personaggi di fiamma e di
latte, teneri, leggeri, esaltati di compunzione e d'innocenza.
Vergini singolarissime, in cui il volto, di tratti classici, par
consumato, polito dal flusso marino e reso traspamte come un
osso di «*ppia Angeli soffiati nel vetro, incandescenti E
tuttavia, per una costola di libro, un inginocchiatoio, uno
stipite, una finestra, queste immagini irreali si legano alla
vita, all'attimo terrestre. [...]
Quel che poi
fosse giunto a conseguire, a tu per tu con se stesso, e
divinamente liberato dalle strette delle sue preoccupazioni
religiose, ci si mostra in quel Trionfo di Cristo che,
ispirato a un tema del Sansovino, pare si applichi a liquidare,
in una lampeggiante prescienza, ogni contrasto, ogni tragedia
luministica dei suoi tempi e anche dei tempi futuri. Qualunque
sia stato il materiale incentivo a questa composizione, a
nessuno fuorché al Lotto deve attribuirsi la gloria di una così
violenta, fervida favola pittorica e umana: per cui una nube
minacciosa s'incarna in estasi rapite, angeli che il ricordo
della Passione riduce allo strazio, all'infelicità: alterati i
tratti e quasi digrignanti nell'impeto di sostenere, esaltare,
glorificare l'Amato. Non dissimili dalla larva umana che, nello
squallido crepuscolo rupestre, in primordiale solitudine,
travagliata e nuda, allarga le braccia sui propri peccati e si
dispera dell'immeritata redenzione. Creatura rembrandtiana :
come rembrandtiano è l'elementare paesaggio, dirotto caos che è
conclusione sublime al paese dei Carmini, ancora sommessamente
abitato A. banti
(- A. boschetto],
Lorenzo Lotto, (1953)
Lotto
fu dunque il primo dei grandi Veneti a rivolgersi verso l'Italia
Centrale e Roma — prima ancora di Sebastiano del Piombo, che
d'altronde s'orientò verso Michelangelo e non verso Raffaello -,
e fu molto probabilmente uno dei primi a sentire i fermenti del
manierismo, anzi a contribuire egli stesso ad elaborarli.
[...]
Il momento dell'attacco di Lotto a Raffaello può puntualmente
indicarsi: il periodo degli affreschi della Segnatura fino alla
Galateo della Farnesina, il Raffaello, cioè, anche egli
non ancor tocco, o quasi, da Michelangelo, ancor prossimo agli
anni fiorentini. E Lotto l'intende in modo per nulla
convenzionale: cioè, non nella direzione che prenderanno i suoi
stretti seguaci, che ne trassero piuttosto elementi di
composizione e decorazione monumentale; ma ne coglie i valori
più intimi di umanità, di tenerezza cromatica e di luce, di
dolce e fusa spazialità nel paesaggio.
Il 'capriccio'
stesso può apparire lineamento comune a Lotto e ai manieristi.
Ma Lotto rimane lontano da ogni intellettualismo, con quel
ch'esso comporta di superba e aristocratica autocoscienza, o
tormentosa ricerca di evasione; e qui sta l'incolmabile
differenza fra Lotto e i manieristi. In Lotto il capriccio non è
sottigliezza stilistica per evadere dai rigori di troppo
definiti presupposti teorici e canoni normativi, ma è verità
emotiva : un'inclinazione estrosa ad affrontare i soggetti per
il verso meno comune e perentorio, più bizzarro o patetico: con
tenerezze, e delicatezze, e continui trasalimenti di
sensibilità, con interesse acuto per la psicologia, e il gusto
delle cose preziose [...]. A. M.
brzio, II percorso
dell'arte di Lorenzo Lotto, in "Arte Veneta", 1953
[...]
Ma poi e soprattutto legami vi devono essere stati con la
pittura toscana e fiorentina in ispecie degli anni intomo al
1510. Echi delle opere di Fra' Bartolomeo nel Lotto, consonanze
fra opere del Lotto, di Andrea del Sarto, del Beccafumi, sono
così numerose e precise sia nei riguardi iconografici sia in
quelli stilistici, da parer estremamente difficile spiegarle
senza l'ipotesi di contatti diretti. Quando si ricordi il
girotondo degli Angeli che reggono i baldacchini sopra il trono
delle Madonne in varie pale di Fra' Bartolomeo e in quelle
bergamasche del Lotto e, per di più, in quelle di San Bernardino
e di Santo Spirito, lo schema dei due semicerchi fissati ad un
asse verticale, immaginato la prima volta da Fra' Bartolomeo nel
Giudizio e poi svolto da Raffaello nella Disputa;
quando si ponga niente alla sciolta e libera composizione delle
predelle della pala di San Bartolomeo del Lotto, ai rapporti fra
le figurine e gli ambienti architettonici, tanto simili a quelli
delle prime storie di San Filippo Benizzi di Andrea del Sarto;
quando si confrontino le alcove d'ombra di taluni di questi
sfondi con la prima storia di Santa Lucia del Lotto, e
soprattutto la veduta di chiesa animatissima di figure e di moti
chiaroscurali, con l'analoga nella Comunione di santa
Caterina nella predella delle Stimmate del Beccafumi a Siena
[...]; quando infine si colga la strettissima somiglianza nella
scrittura rapida, abbreviata, toccata nervosamente, "in punta di
pennello" usata da Andrea, in ispecie nelle predelle, e dal
Lotto, sarà difficile negare la grande probabilità che il Lotto
sia stato in Toscana, sia stato a Firenze. L.
coletti, Lorenzo Lotto, 1953
Non sono
improbabili i contatti con l'Altdorfer o il Grünewald:
come del resto
già a Venezia ve ne erano stati con il Dürer. Non mi stupirebbe
che quei contatti fossero stati mediati da quei pittori svizzeri
scesi a combattere in Lombardia con le truppe lanzichenecche,
come Nikiaus Manuel Deutsch, Urs Graf o Hans Leu, proprio negli
anni in cui il Lotto si era trasferito a Bergamo.
R. Pallucchini,
Lorenzo Lotto, 1953
Non è difficile osservare con quanto rischio Lorenzo
Lotto avrebbe potuto infilare troppo decisamente la strada del
manierismo romano, e le pitture assolutamente 'sperimentali' di
Jesi e di Recanati lo confermano fin troppo: sicché vorremmo
dire provvidenziale l'incontro con la vena quasi popolaresca
della pittura lombarda, e con l'attenzione pensosa al "lume
naturale" di Leonardo e dei leonardeschi. È in questo ambiente
che Lotto potrà fondere felicemente la sua naturale fantasticità
con la musicale dolcezza delle forme raffaellesche. Noi
riprendiamo dunque la storica ipotesi del Lomazzo, che vedeva
(forse con troppa esclusività) un Lotto "leonardesco",
intendendola nel senso di un Lotto "lombardo"; e riteniamo di
poter spiegare con un viaggio di studio a Milano, come già per
gli anni di Roma, il quasi totale silenzio dell'artista tra il
1513 e il 1516 [...]. T. Pignatti, Lorenzo Lotto,
1953
Bisognerebbe ora farsi la domanda contraria: se cioè,
a sua volta, Raffaello, abbia sentito l'ascendente del Lotto.
Generalmente viene indicato in Sebastiano del Piombo il maestro
veneziano che ha determinato il noto orientamento verso l'arte
veneta, avvertibile nella seconda Stanza Vaticana, quella cioè
del Miracolo di Bolsena. Par tuttavia impossibile che in
quel rinnovamento il Lotto non c'entri per nulla. Nelle figure
dei dignitari pontifici, per esempio. Sono così pieni non solo
di colore, ma di quella particolare partecipazione all'intima
essenza del rappresentato che è una caratteristica del Lotto
ritrattista, a partire dallo stupendo Vescovo De Rossi
del Museo di Napoli. Nei ritratti di Raffaello anteriori a
quella data, non v'è una così viva interpretazione psicologica,
essendo egli piuttosto portato ad una idealizzazione serena del
soggetto raffigurato, secondo l'educazione classica avuta. Un
gruppo così vivo e vero, una così immediata 'istantanea' delle
figure è una sorpresa nello stile raffaellesco, e può essere
spiegato con qualche contatto tra i due, non certamente sterile,
ben conoscendo le grandi possibilità di assimilatore dell'urbinate.
P. zampetti,
Mostra di Lorenzo Lotto, 1953
[...]
Ma a noi pare anche credibile un incontro diretto tra Dürer e
Lotto, venendosi così ad approfondire un legame stilistico che
era già certo iniziato traverso le stampe, e doveva restar poi
fondamentale, nella evoluzione del linguaggio del pittore
veneziano. Dürer rappresenta infatti per lui il più forte
invito a una evasione fantastica verso una poesia narrativa
fatta di religiosità ricca e ingenua, di concretezza immediata e
sofferta; e gli offre insieme un continuo suggerimento di quei
motivi di apertura realistica che sono certamente alla base del
suo istinto; motivi intesi quasi polemicamente, in contrapposto
alla accademica idealizzazione dei belliniani, che tendeva a
dissolvere l'aspetto della natura in un colore musicale e
sognante. E il Lotto, invece, a volersi ancorare alla disperata
chiarezza descrittiva di certe stampe e di certe opere veneziane
del tedesco, come per resistere alla suggestione ormai pressoché
generale del supremo colorismo giorgionesco. T.
pignatti, La
giovinezza di Lorenzo Lotto, in "Annali della scuola superiore
di Pisa", 1954
Come pittore nel senso più ristretto della parola, non
lo si può paragonare ai suoi contemporanei più famosi:
certamente, ne a Raffaello, ne a Tiziano, ne al Correggio, ne,
fra i giovani, al Tintoretto o a Paolo Veronese. Il suo disegno
non ha il rigore, l'inevitabilità, che si riscontra in costoro.
Fuorché in talune teste, specialmente del periodo giovanile, il
suo tratto manca di vitalità e in certi schizzi a penna il segno
è tremolante quasi l'avesse tracciato l'incerta mano di un
vecchio nervoso. Anche nel modellato egli non è paragonabile
agli altri, nemmeno al Correggio. Mentre costoro ci convincono
che le figure da loro dipinte hanno tre dimensioni e non due
soltanto come le driadi delle favole serbe, i corpi del Lotto
appartengono, molto spesso, a questa seconda categoria. Quanto
alla sua tecnica, essa stupisce talora per l'estrema tenuità, la
mancanza della succulenza e saporosità di Tiziano e del
Tintoretto. Durante l'intera sua carriera egli passa, senza
preavviso, da una tecnica accurata e precisa a una tecnica
sfatta e talora melmosa. [...]
Ammessa la sua
inferiorità rispetto ai grandi contemporanei negli elementi
decorativi o strettamente pittorici, dobbiamo aggiungere che
come illustratore egli ha una sua parola da dire e come
ritrattista eguaglia i massimi pittori del suo tempo e talora, a
suo modo, li sorpassa. B.
berenson, Lotto,
1955
Ma oltre l'aspetto visivo, Lotto mostra di aver colto
del Sacro Monte proprio lo spirito informatore, i valori
drammatici e devozionali di commosso spettacolo popolare,
dandone una versione, naturalmente, assai diversa e tutta sua,
ma che ne salva e riprende l'idea germinale. Le varie scene
della storia di Santa Barbara si svolgono cineticamente da
cappella a cappella, così come il pellegrino percorre la via
della passione di Cristo toccando l'una dopo l'altra le cappelle
disseminate sulle pendici del Sacro Monte. Ma a Trescore è la
santa stessa che movendosi in fuga dall'una all'altra, vi crea
le sue proprie 'stazioni' : vi si incontra coi suoi persecutori,
i suoi giudici, i suoi carnefici e con loro intesse le fasi
successive e dolorose della sua 'Via Crucis'.
[...]
Il contatto con Gaudenzio, tramite soprattutto le creazioni del
Sacro Monte, liberano in Lotto un'accensione di fantasia
narrativa e immaginosa impensabile, con quell'accento, fuori
dell'ambito più genuinamente lombardo di ascendenza foppesca;
liberano le sue inclinazioni all'interpretazione del tema sacro
in chiave intima e domestica, gli fanno scoprire il filone delle
sacre rappresentazioni [...]. A. M.
brizio, II Sacro
Monte di Varallo: Gaudenzio e Lotto, in 'Bollettino della
Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti", 1965
Raramente un artista sente la creazione come totale impegno
interiore, così come il Lotto. Uomo indubbiamente colto — e
soprattutto nelle cose di religione — il suo racconto non è
soltanto fatto illustrativo, ma evento vissuto totalmente, come
fenomeno della coscienza. La sua arte solo raramente è
contemplativa, essendo invece inquieta ed inquietante : tale,
ossia, da non permetterne una visione distaccata, ma invece da
provocare un colloquio che rimane aperto, oggi ancora, fra
l'artista e noi stessi. Voglio intendere che la sua pittura non
chiede, per poterci entrare, un passaporto qualsiasi: neppure il
nostro adeguarsi alla coscienza estetica del tempo. Essa ci
viene incontro da sola, ci turba la serenità, ci pone dei
problemi che sono vivi ed attuali. La sua arte è azione
interiore, è impegno morale, senza soluzione temporale. P.
zampetti, Lorenzo
Lotto. Libro di spese diverse, 1969