Per venire alli maggiori et a quelli che alla Patria hanno
dato gran nome, partorì la Patria nostra Cosmè così
chiamato pittore antico et eccellente; si conosce il
valor suo, e particolarmente dalle opere fatte in S.
Giorgio [...]. Fu uomo di gran giudizio e di grande
ingegno. A.
supbrbi,
Apparato degli huomini illustri della città di Ferrara,
1620
In tutti i suoi lavori ebbe Cosimo una gran diligenza,
osservando specialmente le proporzioni delle parti de' corpi,
cosicché la notomia awi interamente tutte le sue parti al loro
sito chiaramente dimostrate in tal modo, che se fossero vestiti
i corpi con un poco di più morbida carne, e coperti di
vestimenti e di pieghe più maestose e non tanto trincie, assai
più comparirebbero alla vista di chi li mira, e contempla in
essi tutto il vero, ma non tutto il grande e il nobile; al che
fare poi si misero i pittori che vennero nei secoli dopo,
accordando il vero al verisimile... A poco a poco crescendo gli
anni di Cosimo, e conseguentemente illuminandosi vie più
nell'intelletto, cominciò a capire, che essendo la pittura una
imitazione del vero, era necessario per accostarvisi, s'inimorbidisse,^e
con tutto l'animo cominciò ad aggiungere a' suoi lavori il buon
colorito, ed un impasto morbido, ma liscio talmente che le sue
figure sembrano di pastello o di smalto o imbrunite. Questa
particolar maniera egl'ebbe di meglio assai lavorare le figure,
e qualunque altra cosa in piccolo che in grande, con certe
pieghe e minuzie diligentissime. G.
baruffaldi, Vite
de' pittori e scultori ferraresi, 1702-22
Ebbe egli una
maniera assai anatomizzata, e con molta diligenza, e finezza
eseguì per fino l'ultime cose: al suo piegare si assomigliò
molto Alberto Durerò. Di quell'esattezza, che adoperò nel
disegno, si servì nel dipingere, e certe opere in piccolo le
ultimò con tanta finitezza, che vengono giudicate dipinte a
tempera, e coperte da una vernice oleosa. C.
barotti, Pitture e
sculture... della città di Ferrara, 1770
Fu seguace altresì, per essere troppo studioso, il nostro Cosimo di un certo
aspro modo di far spiccare i muscoli, e le giunture, che ai
giorni nostri ributta, un poco, ma osservando attentamente le
sue pitture, se ben secche, piacciono molto; e non si lascia non
per tanto d'ammirare in Esso un valent'uomo diligente per
maniera nel dipingere, che fino le cose più minute, i paesani, i
fabbricati, i bassi rilievi, i ricami, le piccolissime figure
non furono lasciate da Lui senza sommo travaglio, ed attenzione,
riuscendo ciò tutto finitissimo, benché minuto : e si pena ad
intendere come abbia potuto condurre a tanta eleganza, e
precisione piccolissime cose... Mise grande studio nei suoi
disegni per seguire le traccie del nudo e lasciar trapelare i
contorni perfin de' muscoli sotto le pieghe de' vestimenti, di
cui stranamente cingeva le sue figure in ogni parte, come poi
usarono i primi inventori del Bulino : A. Dùrer e A. Aldegrever,
affatto ad Esso lui nel vestire e nel muovere le pieghe
somiglianti. C.
cittadella, Catalogo istorico de' pittori e scultori
ferraresi, 1782
Fu pittore di corte a tempo di Borso d'Este [...]. Il
suo stile è secco ed umile, com'era il costume di quell'età
ancor lontana dal vero pastoso e dal vero grande. Le figure sono
fasciate sul far mantegnesco; i muscoli molto espressi; le
architetture tirate con diligenza ; i bassirilievi con tutto
ciò che fa ornato, lavorati d'un gusto il più minuto e il più
esatto che possa dirsi. L.
lanzi, Storia pittorica dell'Italia, 1789
Fu scolare di Galasso : e lo si vide anche dalle sue
opere, specialmente pel modo di trattare le pieghe, assai
moltiplicate e variate [...] in guisa da costituire una specie
di manierismo [...]. Fu uno dei primi a mostrarsi intelligente
nella scienza anatomica, rilevando i muscoli più assai che prima
non si pensasse di fare. C.
laderchi,
Descrizione della Quadreria Costabili, 1838
Tura è
coerente [...]. Egli non aveva necessità di variazione; la
magrezza, la secchezza, la meschinità, la sproporzionata
grandezza delle teste, delle mani e dei piedi, furono quasi
sempre l'inevitabile accompagnamento della sua pittura. Nella
maggior parte dei quadri è come se la carne fosse sfiorita per
mancanza di nutrimento e si fosse solcata di pieghe dalla
profondità insondabile. Vicino alle articolazioni tali pieghe,
profondamente delineate, si tendono lungo le ossa che, a loro
volta, vengono spieiatamente messe in evidenza; inoltre questa
falsata maniera di rappresentazione è conseguita pazientemente,
attentamente e con notevole coraggio [...]. Nella distribuzione
dello spazio, come pure nel raffigurare qualcosa senza il suo
ausilio. Tura è preciso e scientifico, mostrandosi al corrente
delle leggi geometriche e prospettiche familiari a Piero della
Francesca; in qualche tratto della azione egli anticipa, con
notevole vigore, i principi della grande arte del secolo XVI ;
il suo colore è essenziale, smaltato, di grande profondità, ma
senza brillìo o luce alcuna.
G - B. cavalcaselle
- J- A. crowe,
Hìstory of Painting in north Italy, 1871
La sua
esecuzione troppo studiata, troppo serrata, pecca sovente per un
fare secco; i suoi colori, tra i quali dominano le lacche
azzurre e il rosso mattone, per durezza [...]. La ricerca del
carattere in lui prevale su quella della bellezza. E.
muntz, L'età aurea
dell'arte italiana, 1895
I personaggi del Tura sono fatti di selce, orgogliosi
e immobili come faraoni, o convulsi di compressa energia come
nocchiuti tronchi di ulivo. I loro volti raramente si illuminano
di tenerezza, il sorriso rischia di deformarsi in arcaica
smorfia. Le mani sono come artigli, esprimono il loro modo di
contatto. L'architettura del Tura è sovraccarica e barocca, non
somiglia a quella che si vede nei pittori del primo
Rinascimento, ma piuttosto ai superbi palazzi costruiti per i
Medi e i Persiani, I suoi paesaggi appartengono a un mondo che
da secoli non conosce fiore ne filo d'erba, non vi esiste ne
terra ne terriccio ne zolla, soltanto e dovunque l'inospitale
roccia. Egli non fa posto nemmeno, se non raramente, all'arido
corniolo che altri pittori formati a Padova dipingono
volentieri.
È un mondo
perfettamente coerente. Queste sue creature generate dalla
roccia [...] fatte di diamante, devono assumere le forme
consentite da quella sostanza, forme di cose pietrificate oppure
contorte nello sforzo di articolarsi. E quando lo sforzo del
movimento produce simili effetti, l'espressione deve raggelarsi
in una smorfia prima di poter sbocciare. Nella coerenza e
nell'armonia è necessariamente un'intenzione, e l'intenzione del
Tura è evidente; realizzare la materia con quasi maniaca
ferocia. Non ammette nel suo mondo [...] nulla di soffice, nulla
di cedevole, nulla di vago. Il suo mondo è l'incudine, la sua
percezione il martello, niente deve attutire il fragore del
colpo [...]. Tura avrebbe potuto firmare, tutta la vita: "L'uomo
impazzito per i Valori Tattili".
B. berenson, North
Italian Painters of the Renaissance, 1897 (ed. it. 1936)
Diede nuova vita allo studio della natura con la forza
del rilievo e l'esattezza della prospettiva. Spesso ruvido e
inflessibile nel suo stile, troppo poco preoccupato [...] della
purezza delle linee, da alle sue figure forme dure e angolose,
ai suoi drappeggi pieghe tormentate e complicate. In compenso,
però, possiede un profondo sentimento della grandezza e della
nobiltà e sfugge la banalità e le convenzioni. G.
gruyer, L'art
ferrarais a l'époque des princes d'Este, 1897
Cominciò la sua
vita artistica guardando le nobili forme di Piero della
Francesca e del Mantegna, ma con l'andar degli anni ruppe fede
all'ordine del maestro di San Sepolcro e alla classicità del
pittore dei Gonzaga. Il ribelle sprezzò le rigide regole
dell'architettura rinnovata, le linee diritte dei corpi e dei
drappeggiamenti per arrotondarle, frastagliarle, scuoterle con
violenza. Tra gl'irti pungenti contorni si profila qualche
angelica creatura; ma più si suggella la crudezza della vita.
Cercò contrazioni -spasmodiche nei corpi, anche se la bellezza
andava perduta. Precorreva così i giorni del barocco, e
rappresentava con spieiata realtà i supplizi dei martiri e la
ferocia dei manigoldi, come poi si volle dalla Controriforma.
A. venturi,
Storia dell'arte italiana, VII, 1914
Deserti e brulli sono i paesi di Cosine, ritorti come
grovigli di radici i panni, tormentato sino al parossismo il
contorno dei lineamenti, ma anche nelle ultime opere, quando il
pittore, scostandosi dagli esempi di Toscana e del Mantegna, non
ascolta più che la propria barbara e indomita energia, il colore
s'accende di luci smaltate, e dalle asprezze delle forme trae
vibrazione e scintillìo.
Appassionato
per tutto ciò che brilla, per gli smalti e i marmi trasparenti,
accesi d'interna vampa, Cosmè è il capostipite della tradizione
cromatica ferrarese, in tutto il suo flammeo splendore.
A. VENTURI, La pittura del Quattrocento in Emilia, 1931
Tura modella, a immagine e somiglianzà della propria
austerità, i volti torturati, le mani inaridite, le vesti
tormentate dei suoi angeli, dei suoi santi, i paesaggi disperati
che distendono e drizzano alle loro spalle mari e montagne di
ghiaccio, cieli spettrali, colline squallidissime. Così come è,
è il genio del luogo. N.
barbantini, La
pittura ferrarese nel Rinascimento, m 'Nuova Antologia", 1933
Cosmè è il prodotto di cento incroci di scuole
pittoriche, il frutto selezionatissimo di cento razze, alle
quali il soffio del Rinascimento fiorentino ha comunicato
un'anima nuova. Ma, come tutti i primitivi, Cosmè possedeva
quella forza latente che trasforma tutto quello che tocca. Dalle
forme astratte di Piero, dalla romanità del Mantegna, dal
naturale di Donatello, dalla preziosità dei fiamminghi, Cosmè,
il caposcuola della pittura ferrarese del Quattrocento, è salito
all'espressione dell'energia e della Vita. C.
padovani, Cosmè
Tura, 1933
Resta il rappresentante più tipico delle forme
esotiche, un vero tedesco, che incide i contorni, esaspera le
ombre e i contrasti spettrali, di luce, con un artificio di
disegno e un gioco magico, che lo distacca completamente dalla
placida tradizione italiana. F.
filippini,
Pittori ferraresi del Rinascimento, 1933
Egli stabilisce nell'Arte dell'Italia del Nord la
fisionomia specifica dell'arte ferrarese. È il primo genio del
luogo. Si ammira in lui l'immaginazione che fiorisce sul metodo
e che da esso trae una spieiata coerenza, talora un'ossessione.
In tale artista è poco luogo a svolgimenti [...]. Tutta l'opera
è al sommo consistente, ferocemente uguale [.-.]. Una ascendenza
medievale lo convince preventivamente che non sia pittura se
prima
non si concreti
in un materiale raro ed eletto (il misticismo medievale delle
pietre e delle gemme); si immagini che cosa ne consegue al
contatto dei princìpi organici venuti di Toscana. Sì, potenza di
moto negli uomini negli alberi nelle rocce, ma che, nel
materiale immaginato dei minerali più incorruttibili, non può
che torcersi e serrarsi, quasi in turbini impietrati. Una natura
stalagmitica ; un'umanità di smalto e di avorio, con giunture di
cristallo [...]. Come un astrologo il Tura escogita forme,
predilige oggetti che siano simboli pregnanti del suo sogno
stilistico. Conchiglie, buccine, perle, tritoni, gracole,
draghi, grotte, origlieri sono alcuni di questi suoi stemmi.
R. longhi,
Officina ferrarese, 1934
Egli subito trasferisce in un linguaggio realizzato in
una plastica feroce ed esaltata, quasi "stalagmitica", il suo
mondo inferiore supremamente lirico senza mai un'incrinatura di
gusto di fronte alle lusinghe dell'arte veneta e di quella
toscana. R.
pallucchini, / dipinti della Galleria Estense di Modena,
1945
Un'arte che suscita una impressione di
incomprensibile, disumana chiusura, di gelido isolamento, di
allucinazione esasperata [...]. Opere senza tempo di una
solitària pazzia [...]. La sua pittura sembra piena di un
frastuono di schianti, pare invasa da lacerazioni, da strappi,
da ferite e da crudeltà terrificanti, pare torta in un rovello
allucinato e stridente, in un arrotarsi barbarico delle più
disumane materie, pare artigliata negli eroismi più tragici,
eppure tutto questo clamore di grida, codesto urlare e stridere,
di personaggi e di materie, si svolge in un silenzio assoluto,
in una rarefazione assolutamente gelida. La maggiore impressione
di ferocia del Tura è nel silenzio astrale di cedeste
sofferenze. C.
savonuzzi, / quattro pannelli del Tura a Ferrara, 1949
Giova
sottolineare come, superando il tardo gotico Cosmè creasse un
suo stile intorno alla metà del secolo, su fonti pierfrancescane
e mantegnesche, ma soprattutto osservando a Padova Donatelle. I
pittori che si avvicinarono al grande formalista fiorentino,
tutti cercarono di realizzare in una materia durevole. Così per
primo Andrea del Castagno [...]. Così Andrea Mantegna [...].
Così il Tura, che vede e realizza nella materia più nobile e
durevole del metallo, ammirato nei bronzi donatelliani; e che
insieme volge verso il fervore drammatico anzi verso modi
espressionistici che caratterizzeranno pure (dopo il 1450) la
tarda operosità di Donatelle e quella conclusiva del Castagno.
Dai quali per altro Cosmè rimane ben distinto per il suo
linguaggio emiliano che già era espresso con terrestre e potente
esuberanza nel romanico e nel gotico linguaggio disciplinato ora
nel nostro da una nuova grammatica e da una nuova «m*»—
Proprio questo
vigoroso linguaggio ha fatto giudicare dal Berenson "incolto e
provincialmente chiuso" il grande pittore che possedeva invece
una ben salda preparazione [...]. La preparazione e il
linguaggio sicuro del Tura, salvo qualche transeunte connessione
con Giambellino, permisero al nostro di restare sempre
conseguente a se stesso. Anzi con la sua arte e con la sua piena
coerenza che contribuisce a lumeggiare il di lui abito morale,
egli dominò per mezzo secolo l'ambiente ferrarese.
M. salmi, Cosmè
Tura, 1957
[...] Per lui, come per tutti i grandi manieristi, la
nobiltà non escludeva in alcun modo la coscienza del carattere,
grottesco o futile, della vita. Le antimonio bellezza-bruttezza,
maestà-leggerezza, misticismo-erotismo, non avevano, senza
dubbio, alcun senso per lui. L'espressione appassionata, che
certi pittori del ventesimo secolo, surrealisti o no, ricercano,
non è che il lontano prolungamento delle libertà prese da un
Cosimo Tura in pieno quindicesimo secolo. A.
jouffroy, Les ducs
d'Este au XV siecle ou le genie du Manierismo, 1959
Bisogna riconoscere che Tura ha ricevuto una
educazione squarcionesca, e si sa che dalla prima all'ultima
opera è rimasto fedele al manierismo squarcionesco di cui può
essere considerato il maggior rappresentante. Questo manierismo
— per metà tardogotico, per metà rinascimentale — raggiunge in
lui l'espressione più completa e in pari tempo più ardita, che
conduce senza mediazione al manierismo cinquecentesco. Tura
interpreta questo stile con un'eleganza, un virtuosismo, una
profondità spirituale, un dinamismo e un'espressività che lo
distinguono da tutti i pittori della stessa tendenza.
E. ruhmer, Cosmé Tura, in "Enciclopedia Universale dell'Arte",
XIV, 1966
II linguaggio del Tura non si distingue soltanto per
la coerenza e l'originalità, ma per la propria sostanza che
potremmo definire esistenziale [...]. Il bilanciarsi dei gesti,
degli spazi, dei colori, curato con la stessa eccezionale
attenzione con la quale è tenuto in pugno il soggetto della
rappresentazione e la tecnica pittorica, è teso totalmente verso
l'armonia [...]. Il movimento non è quasi mai completamente
libero, ma rinchiuso su se stesso, interiorizzato nel profilo
della forma, come in un continuo ritorno doloroso e circolare
alla corporeità delle apparenze. E.
guidoni - A.
marino, Cosmus
pictor, 1969