II ciclo di Schifanoia:
In questo mirabile ciclo di affreschi sono raccolti ed
espressi con singolare evidenza tutti i caratteri
fondamentali della scuola ferrarese non
alti ed ampi voli del pensiero, ma in compenso
osservazione forte profonda ed acuta della natura:
non larga vena di poesia, ma precoce e quasi
antiveggente spirito di realismo: non gentilezza di
forme, ma rara energia di espressione psicologica,
che si manifesta ora con la passione ardente del
dramma, ora con la grazia ingenua e schietta della
novella. G.
agnelli
- V.
giustiniani, 11 Museo di Schifanoia in
Ferrara, 1898
II Salone dei Mesi è stupefacente: una nuova pazzia
scoppia nell'arte ferrarese. R.
longhi,
Officina ferrarese, l914
Quanto è rimasto rappresenta l'opera di maggior
impegno e forse il più alto vertice a cui sia giunta
l'arte ferrarese del '400. C.
padovani,
La critica d'arte e la pittura ferrarese,
1954
La
divisione a lunghe membrature salienti del vasto
spazioso salone è di origine fiorentina e fa pensare
a quella della sala degli uomini e delle donne
illustri affrescata da Andrea del Castagno nella
villa dei Carducci poi Pandolfini a Soffiano
(Firenze). Però l'insieme è a Ferrara più
complicato. Su di un finto sedile in prospettiva
posa il basamento da cui partono lesene o colonne
con cartelle appese inferiormente, e di proporzione
tanto più slanciata per raggiungere il soffitto
senza la massiccia trabeazione castagnesca. E mentre
la fronte del sedile si adorna di riquadrature e di
tondi a finto marmo, il basamento accoglie un fregio
monocromo con genietti alati. Le colonne scanalate e
le lesene, scanalate esse pure, o prive di ogni
ornato, ovvero variamente decorate, si distaccano
dalla disciplina fiorentina nel loro mutare che si
scorge anche nei capitelli. Al che va aggiunto che
le membrature, se dividono con regolarità gli
scomparti che illustrano i Mesi, variano in
dipendenza dell'irregolare disporsi delle finestre,
negli altri riquadri dipinti [...]. Comunque le
pareti di Schifanoia alludono ad una ricchezza
aulica e festosa attraverso le fantastiche
figurazioni che le membrature verticali spartiscono
e che il lungo basamento lega. Originalità
d'immagini e di colori, nobili architetture
policrome della Rinascita e profondi paesaggi, con
mirabili brani dal vero su colli inverosimili, su
pianure paludose, su complicate strutture geologiche
che creano talora misteriosi archi di primordiali
costruzioni [...], ed ornate architetture cittadine,
monti contorti, sforbiciati contro il cielo; tutta
la esaltante rievocazione poetica secondo il
linguaggio ferrarese di una materia ora astrusa ed
astratta, ora in rapporto con la vita, lontana da
quella esposta dal Castagno con rigore di spazi
regolari nell'austera sala fiorentina, limitata a
presentare, entro nicchie rettangole, statuarie
immagini che rinnovano il ciclo medioevale dei
prodi, nei campioni della fiorentina gloria. M.
salmi,
Cosmè Tura, 1957
I grandi pittori ferraresi del Quattrocento
Tutti i pittori ferraresi del sec. XV, allo stesso
modo del Tura, subiscono l'influenza di Padova e di
Piero della Francesca. Non possono competere con i
fiorentini, dal momento che essi non posseggono lo
svolgimento dell'azione drammatica, e che lo stesso
senso dello spazio è in loro non perfettamente
sviluppato. Ma il realismo serio, la sicurezza dei
tratti, la superiorità nel rilievo delle forme, lo
splendore dei colori, i chiaroscuri che ottengono
anche nei dipinti a tempera, danno alle loro opere
un valore durevole. J. Burkehardt, Der
Cicerone, 1855 (ed. it. 1952)
Tutto quanto avvenne tra Padova e Ferrara e Venezia
tra il '50 e il '70 – dalle follie più feroci del
Tura e del Crivelli, alla dolorosa eleganza del
giovine Bellini, alla speciosamente rigorosa
grammatica mantegnesca — ripete la sua origine da
quella brigata di disperati vagabondi, di sarti e di
barbieri di calzolai e di contadini che passò per un
ventennio nello studio dello Squarcione. R.
longhi,
in "Vita artistica", 1926
[...] A differenza degli ideali estremi, eroici,
stoici, repubblicani, dei grandi fiorentini, [...] a
Ferrara non si voleva la dissoluzione del gotico,
del suo gusto feudale, cavalieresco, 'romanzo' caro
alle nuove signorie come al vecchio popolo comunale
lombardo [-..]. Si voleva, appunto, conservare la
parata 'cortese', la più trita e pittoresca che
profonda motilità, di tempra sensuale, l'emblematica
araldica e la preziosa e artificiosa artigiania ; e
in esse – tradizione nordica seguita alla bizantina
– il linguaggio artistico del 'colore'. Ne ci si
poteva, d'altronde, spogliare dell'intuizione
nativa, d'uno spazio infinito e vibrante, di contro
alla definitezza classicista e alla metrica toscana
del 'volume'. Così, finché lo aperto spazio non
s'organizzava nel colore, come tono, che ne divenne
la stessa forma, esso, nonostante la studiosa
applicazione di Jacopo Bellini e il darsi attorno
con la prospettiva del malfido impresario Francesco Squarcione, rimase il 'luogo' del comporre, ma non
potè identificarsi con l'entità plastica del
rigoroso stile
toscano; e gli convenne rastremarsi nelle consunte
implicazioni e allusioni marginali o trascriversi
descrittivamente nella gotica grafia [...]. Fu
grandezza di questi uomini, anche rispetto ai
maggiori del Cinquecento, quel franco ignorarsi,
distratti dall'impegno d'una invenzione formale, che
non credevano mai li tenesse a tu per tu con
l'eterno; e tuttavia fu per essi come se lo fosse.
S.
ortolani, Cosmè Tura, Francesco Cossa
Ercole de' Roberti, 1941