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Manifesto del
Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti
(pubblicato su Le Figaro nel febbraio del 1909)
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Noi vogliamo cantare
l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla
temerità.
Il
coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi
essenziali della nostra poesia.
La
letteratura esaltò fino a oggi l'immobilità pensosa,
l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento
aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il
salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
Noi
affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita
di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un'automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi
simili a serpenti dall'alito esplosivo... un'automobile
ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più
bella della Vittoria di Samotracia.
Noi
vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la
cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa
pure, sul circuito della sua orbita.
Bisogna
che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e
magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli
elementi primordiali.
Non v'è
bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non
abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
La poesia deve essere conseguita come un violento
assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi
davanti all'uomo
Noi siamo
sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo
guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le
misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio
morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché
abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
Noi
vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo
—, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore
dei libertari, le belle idee per cui si muore e il
disprezzo della donna.
Noi
vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le
accademie d'ogni specie, e combattere contro il
moralismo, il femminismo e contro ogni viltà
opportunistica o utilitaria.
Noi
canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal
piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori
e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne;
canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e
dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le
stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le
officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro
fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i
fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i
piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le
locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle
rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di
tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica
garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire
come una folla entusiasta. È dall'Italia, che noi
lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza
travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il
Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla
sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di
ciceroni e d'antiquarii. Filippo
Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo
Manifesto tecnico
della pittura futurista sottoscritto
nel 1910 da U. Boccioni, C. Carrà, L. Russolo, G. Balla, G.
Severini
NOI PROCLAMIAMO:
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CHE IL COMPLEMENTARISMO CONGENITO È
UNA NECESSITÀ ASSOLUTA NELLA PITTURA, COME IL VERSO
LIBERO NELLA POESIA E COME LA POLIFONIA NELLA MUSICA
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CHE IL DINAMISMO UNIVERSALE DEVE
ESSERE RESO COME SENSAZIONE DINAMICA
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CHE NELL’INTERPRETAZIONE DELLA NATURA
OCCORRONO SINCERITÀ E VERGINITÀ
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CHE IL MOTO E LA LUCE DISTRUGGONO LA
MATERIALITÀ DEI CORPI
NOI PROCLAMIAMO:
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CONTRO IL PATINUME E LA VELATURA DA
FALSI ANTICHI
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CONTRO L’ARCAISMO SUPERFICIALE ED
ELEMENTARE A BASE DI TINTE PIATTE, CHE RIDUCE LA PITTURA
AD UNA IMPOTENTE SINTESI INFANTILE E GROTTESCA
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CONTRO IL FALSO AVVENIRISMO DEI
SECESSIONISTI E DEGLI INDIPENDENTI, NUOVI ACCADEMICI
D’OGNI PAESE
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CONTRO IL NUDO IN PITTURA,
ALTRETTANTO STUCCHEVOLE ED OPPRIMENTE QUANTO L’ADULTERIO
NELLA LETTERATURA
Voi ci credete pazzi. Noi siamo invece i
Primitivi di una nuova sensibilità completamente
trasformata.
Fuori dall’atmosfera in cui viviamo noi, non sono che
tenebre. Noi Futuristi ascendiamo verso le vette più eccelse
e più radiose, e ci proclamiamo Signori della Luce, poiché
già beviamo alle vive fonti del sole.
Milano, 11 aprile 1910
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