Proprio come
Gauguin, i pittori Klee, Macke e Kandiskij soggiornano in Nord
Africa, Nolde si spinge fin nella Nuova Guinea, mentre Pechstein
raggiunge l’enigmatica Cina. Anche Rousseau il Doganiere
(1844-1910), che è alla ricerca di uno spirito di genuina
semplicità, di un linguaggio incontaminato e non assoggettato
alla formalità della cultura tradizionale, cerca – riuscendoci –
di staccarsi dalle abitudini della conformità e banalità della
vita giornaliera , liberando nelle sue tele forme cariche di
fresco e magico incanto.
Rousseau è
considerato un pittore fin troppo genuino e senza cultura, ma se
si pensa all’apprezzamento che ha per lui l’alta aristocrazia
intellettuale francese degli ultimi decenni dell’Ottocento,
occorre rettificare tale considerazione perché c’è, nella sua
ingenuità, la risposta, anche se critica e controversa, alle
“mistificazioni edonistiche” integrate nel Simbolismo. Nelle sue
tematiche esotiche, nel suo linguaggio diligente e ricco di
espressività, con campiture decise e nette, libero da soluzioni
di estetica e preziosismo, si evidenzia una rivincita verso i
troppo accessibili manierismi, come pure verso le cervellotiche
ricerche “dell’arte per l’arte”. Il Doganiere esordisce nel 1886
esponendo a Salon des Artistes Indépendants, ma riesce ad
imporsi nel mondo artistico soltanto intorno al 1904, quando
incomincia a realizzare le scene delle “Giungle”. Rimane
celebre, oltre che i suoi caratteristici dipinti, per alcune sue
composizioni melodiche che sono state suonate in un ricevimento,
in suo onore, da Picasso, nel suo atelier del Bateau-Lavoir.