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Giovanni Segantini: L'angelo della vita
Segantini lo iniziò nella Primavera del 1891 o forse prima, come si rileva da una sua lettera indirizzata a Vittore Grubicy: "In lavorazione tengo anch'io una maternità, che intitolerò: Dea madre; ricorda il Fiore (oggi "Frutto dell'amore"), ma vi è una danza di puttini". Ma nella versione finale non c'è la presenza di alcun puttino. Le gamme cromatiche non sono qui indirizzate agli effetti materici e diventano di una straordinaria delicatezza, con ricercatissimi accessori come l'impiego di rialzi in oro nel carnato nelle capigliature e nei vestiti. Viene tradizionalmente considerata come la prima e più importante manifestazione del mutamento segantiniano dal "valido naturalismo" di prima al "simbolismo misticheggiante" dell'ultimo periodo (De Carli), anche se effettivamente così non è: molte volte si è equivocato sul Segantini condannandolo e/o fraintendendolo, appunto per questo aleatorio e storicamente falso trapasso dal naturalismo al simbolismo. Carlo Carrà scrisse nell'Ambrosiano del 12/08/1935 (Revisioni critiche: Giovanni Segantini) di "deviazioni" dove "il simbolismo non è stato assorbito dalla visione"; mentre il Barbantini, colui che probabilmente ha capito meglio la pittura del Segantini, criticava in modo spietato l'"Angelo della Vita", insieme a tutte "larve e poesie" che si succedono: "Dall'angelo della vita che è del '94 si intende che il simbolismo oramai è di casa, se il tronco di prima (riferendosi al Frutto dell'amore) si è trasfigurato in una fantasmagoria, eccessivamente argenteo e diramato, prezioso, barocco e finto. Dannunziano. La schiettezza della natura concisa che sa quello che fa, è spacciata". Ma occorre ribadire che nel Segantini dell'ultimo periodo il simbolismo ed il naturalismo si integrano a vicenda non costituendo due polarità contrastanti; in più, sempre in questo periodo prevale un intonazione allegorica anche nelle composizioni che a prima vista appaiono naturalistiche, come nelle grandi 'sinfonie alpine'. L'opera fu esposta nel 1894 a Milano con il n. 52 (?), a Roma al Comitato Centrale Anno Santo, all'Esposizione Internazionale Arte Sacra con il n° 12; nel 1926 a Venezia; nel 1935 a Parigi nel Musée des Écoles étrangères contemporaines, e a L'art italien de XIX et XX siecles; nel 1956 a San Gallo con il n. 89; nel 1958 ad Arco; nel 1964 a Monaco alla Secession, Haus der Kunst, Europàische Kunst um die Jahrhun-dertwende con il n° 506; nel 1970 a Milano.
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