Roma
imperiale e la sua arte
La
tradizione ellenica nel campo dell’arte plasma la forma
all’eternità del dominio universale. I grandi artisti del
Levante riempiono le corti e concepiscono nell’impero
modelli che le varie classi private estendono ad apologia
del migliore in assoluto. Tutto questo fino al periodo di
Commodo, quando la crisi porta alla ricerca di un nuovo
linguaggio con le conseguenti ed inconcepibili espressioni
del tardo antico.
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Rilievo con Augusto, i
componenti la sua famiglia, littori e sacerdoti.
Ara Pacis |
Tra le più
grandi realizzazioni collegiali dell’umanità c’è
l’interminabile permanenza dell’immagine di Roma, città
eterna, perseguita nell’arte imperiale per oltre mezzo
millennio, dal periodo di Ottaviano (31 a.C.) fino alla
deposizione di Romolo Augustolo (anno 476), rimasta in
seguito motivazione della dinastia di Bisanzio fino al 1453,
e prepotente ritorno nell’Occidente medioevale. Intorno al
tema, nelle più disparate forme di celebrazioni pubbliche e
di immagine del potente o del cittadino, viene organizzata
fin dal periodo di Augusto (31 a.C. - 14) una disposizione
di governo che investe direttamente il prodotto in ogni
livello economico e su vasta su vasta scala, raggiungendo
le più remote zone: l’intero periodo imperiale si rivela
permeato con alti valori nella creazione figurativa e
nell’affermazione ideologica.
L’Impero dei Segni:
L’appassionante ed intensa tensione sfida le forze della natura ed il
trascorrere del tempo con la costruzione di ponti, archi,
acquedotti, città cinte di mura, forti di confine, strade ed
altro: tutti segni determinati da un dominio assai
provvidente, tracce profonde ed indelebili che ancora ai
nostri tempi in tutta l’Europa, parte dell’Asia e
dell’Africa, ci fanno sentire la presenza di un corpo ancora
pieno di vita e proliferante proveniente dalla stratigrafia
sotterranea. Alla base dell’incessante deferenza per gli
ideali da parte di molte generazioni, si trova la grande
preoccupazione religiosa del popolo romano nella propria
salvaguardia, con una meticolosa indagine di osservanza dei
fenomeni divini: le pratiche derivate dalle superstizioni,
pregiudicate dalla ricezione dell’epicureismo, verranno
trasformate per i periodi successivi grazie all’intervento
di Augusto, il quale traduce nell’attaccamento alle immagini
di una più snella politica romana.
Con pochissimi elementi di un altrettanto modesta mitologia,
che tanto imbarazzo creano a confronto con il ricco bagaglio
culturale greco-orientale, si rintraccia una meta-storia e
si indirizza la devozione avita alla compagine dell’Impero
Romano: gli incessanti interventi del dio Marte dalla
nascita di Romolo alla vendetta per l’assassinio di Giulio
Cesare, la stirpe dei Giuli generata da Venere, la puntuale
protezione di Diana ed Apollo nelle pericolose battaglie che
portano a termine le guerre civili. Dovere del sovrano
(pontefice massimo) è quello di conservare su queste
fondamentali basi il “religio”, cioè il “reciproco
legame” con le divinità, piuttosto che sul semplice
approfondimento della loro natura. Il passato viene
interpretato, con l’opera di Livio, come un presagio della
dinastia che ha origine da Enea e che percorre le grandi
imprese dei Romani in osservanza ad un volere della
Provvidenza.
Nel dare
nuova vita ai culti indispensabili alla conservazione dello
stato, il sovrano fa appello all’aspetto morale dello zelo
primitivo, adeguandolo alla percettività filosofica ormai
diventata capillare: Le immagini di Augusto, come pure il
suo incisivo “testamento” raffigurano l’eroico ed il divino
nei “res gestae” (nelle azioni) di chi le ha
vissuti. Girando per la “città di marmo” intorno al
Campidoglio, a Campo Marzio ed al Palatino, si è coinvolti
in monumenti ed architetture configurati in maniera da
rinviare l’uno all’altro fino a ritrovarsi al Mausoleo, in
cui la celebrazione del sovrano assoluto completa la
leggenda delle gloriose origini. L’entrata della tomba è in
asse diretto con il Pantheon, stesso luogo nel quale
Quirino, agli inizi di Roma, aveva raggiunto il cielo.
L’Eneide invia il proprio messaggio all’avvenire.
L’investitura messianica e l’eternità di Roma vengono
conferiti dall’Ara Pacis come la Quarta
Egloga di Virgilio o il Carme secolare di
Orazio. Da questo momento i monumenti pubblici rifletteranno
incessantemente, in tutto l’impianto topografico, nelle
gloriose azioni dei protagonisti raffigurati od anche con
allegorie, la fede nella perennità e sacralità di Roma,
ormai diventata anch’essa un'importante divinità.
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Il Classicismo:
La fondatezza e la solidità
dell’immaginario, Augusto le affida a forme di indiscutibile
eleganza. Dal momento che Roma si ostenta come la proiezione
amplificata del fenomeno greco di città-stato di grandissima
importanza, l’archetipo viene individuato nell’Atene del
periodo pericleano. Riguardo l’urbanistica troviamo il più
alto riconoscimento nelle opere tramandate dal figurativo
ellenico, come ornamento pieno di significato artistico
negli edifici in genere e particolarmente in quelli
religiosi. Marco Vipsanio Agrippa, generale romano e genero
di Augusto, arriva perfino a proporre una legge per la quale
tutte le opere artistiche greche originali, fossero
trasferite e dignitosamente esposte nei luoghi pubblici del
territorio romano, ostacolando i privati all’ acquisto ed
all’uso delle stesse. La legge non viene però approvata. La
rivalutazione della Roma antica e del suo passato è comunque
consolidata per le sue peculiarità e dalla classicità, che
frena l’accettazione e la sperimentazione ellenistica. In
tutto il territorio di Roma il modello diventa stabile e
ogni artista vede inserita la sua opera in una volontà
universale, sente l’orgoglio di essere partecipe di una
impresa che abbraccia l’intera collettività, a quel
rinnovamento allegorico di Roma che identifica e conferma
nello stesso Augusto la caratteristica di demiurgo.Nel
ritratto che ufficialmente raffigura il principe e formulato
con il titolo di Augustus, i caratteri somatici hanno
come base i canoni dalla scultura classica: la testa con la
caratteristica capigliatura si richiama a Policleto.
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Marco Vipsanio Agrippa, Museo
Capitolino, Roma |
In ogni
parte dell’Urbe, nella corte, nelle zone dell’immediato
fuori porta ed in tutte le città di provincia nascono
officine di scultori greci, prevalentemente ateniesi con la
capacità di riprodurre copie perfette delle più famose
sculture originali, da Mirone Lisippo: è questa la migliore
qualificazione di un interno aristocratico domestico o una
villa. Alcuni di questi artisti si trasferiscono
definitivamente in Italia, dando bellezza ed eleganza con i
loro gessi ai tesori del Museo, già ormai ampliamente
accumulato in Roma. Vengono replicate le opere più famose
dal momento che è tanto più facile riprodurre le sensazioni
di un poeta difficile. Tutto ciò che è poesia non può essere
replicato: entrano in funzione il potenziale espressivo e la
vitalità per soddisfare le continue rinnovate esigenze. Le
copie della statuaria vengono prodotte con la medesima
apparente casualità della poetica latina seguendo complessi
schemi di tramite dal modello al committente. A Baia un'officina possiede moltissimi calchi di famosi capolavori
ateniesi e riproduce busti bronzei e statue: di eleganza e
di ineffabile bellezza, queste sono le copie rinvenute ad Ercolano nella villa dei Papiri, dove le teste dei filosofi
sono affiancate da busti in bronzo di personaggi d’azione e
dagli elogiati eroi (Pentesilea ed Achille) e divinità
(Apollo, Diana, Minerva, Ermete, Ercole e Bacco), il tutto
ad integrazione dell’immagine del possessore nei suoi
otium e negotium. Per quanto riguarda gli ornamenti
parietali dell’ormai affermato secondo stile, si consolida
l’usanza di riprodurre affreschi, al centro della simulata
architettura, quadri a tematica mitologica dei più famosi
maestri.
Due grandi personaggi a confronto: Alessandro ed Augusto:
La diffusione a macchia d’olio del
messaggio a gran parte del mondo attivo ricalca più o meno
quello di Alessandro, sempre considerandolo nell’ambito del
classico. I trionfi di Roma, soprattutto quelli legati alle
conquiste, rivaleggiano per vastità con quelle del
condottiero macedone, oltrepassandole nella stabilità:
davanti al tempio di Marte Ultore sono consacrati i supporti
bronzei della tenda che il conquistatore portava con se
nelle sue gloriose imprese. Si può dimostrare che l’Impero
di Roma non sia né identificabile, né compatibile con
nessuna monarchia ellenistica; il sogno che si affievolisce
con Cesare e che poi si annulla con Cleopatra suicida, viene
commentato con poche ma incisive parole da Orazio: “Ora sì
che bisogna bere, ora balliamo a piedi nudi”. Ottaviano
nell’occasione parte per Alessandria dove visita la tomba
del suo fondatore, facendolo senza dirigere il suo sguardo
dove riposano i Tolomei, esprimendo con ostentato sprezzo di
essere venuto in quel posto a visitare un re, non semplici
cadaveri: in conclusione, Roma sottomette l’intero regno
della Macedonia con tutte le sue ramificazioni, riassumendo
così il destino del grande Alessandro. Alla strategia basata
sul contatto, ampliata ed approfondita fin dalle prime
conquiste colonizzanti nel Mediterraneo, subentra quella
dell’annessione, un governo di integrazione dove l’immagine
dell’Imperatore viene amplificata, come già avvenne per il
Macedone, in ogni zona come incarnazione universale del
regime. Gli artisti appartengono alla classe della civiltà
(dal greco “paideia”, dal latino “humanitas”), utili alla
difesa ed alla salvezza dell’uomo quanto i giuristi, medici
o funzionari: garantiscono inequivocabilmente la perennità
del suo corpo e dei suoi trionfi. Il risultato finale della
rivoluzione romana è l’avere reso evidente e durevole nel
tempo la cultura greco-latina nelle opere monumentali.
Scultura, architettura e pittura assumono ruoli che possono
essere paragonati a quelli attribuiti alla filosofia della
Grecia, come atto preparatorio dell’oratore: la logica in
Aristotele configurava il ragionamento e rimaneva essenziale
dall’inizio alla fine dell’orazione, anche se talvolta il
discorso passava dalla scienza alla pura persuasione; in
Roma invece, nei trattati è la destinazione concreta
dell’eloquenza che assume l’espressione più alta
dell’intelletto umano. Le creazioni artistiche interessano
globalmente come “discorsi persuasivi e dimostrativi”
affidate agli esperti per immortalare cerimonie e funzioni
collettive o meriti individuali.
Arte pubblica nella Roma imperiale:
Alla logica coerenza del fine, conviene la
conclusione delle guerre civili e dello scontro di classe.
Per tutto il periodo regio e quello della media Repubblica,
le lotte intestinali tra patrizi e plebei segnano la
disuguaglianza tra una produzione artistica di gusto locale
e quella per una nobiltà prudentemente recettiva dello
schema ellenico. Tutto questo cambia con l’avvento di
Augusto che porta l’Urbe a raggiungere un solido equilibrio
tra le fazioni, rendendone omogenea la configurazione
strutturale. Ora diventa alquanto complicato sceverare una
creazione artistica plebea, intesa nel senso storico di
questa classe sociale. Al principe piace che si rinnovi, tra
i propri titoli, quello a cui tiene moltissimo, cioè il
tribunato della plebe, in modo che possa garantirgli la
propria inviolabilità e la facoltà di proporre nuove leggi.
La positiva risoluzione del conflitto interno dopo l’ultimo
scontro con Antonio, ha portato la pace ed ha eliminato uno
dei più gravi pericoli all’integrità di Roma; il mecenatismo
privato viene così adeguato al programma ufficiale e la
ricchezza delle classi medie diffonde ed incrementa il
potere d’acquisto: tutto l’indotto ne gode il beneficio.
Nell’universalità dello scopo e del contenuto – la
meravigliosa salvaguardia delle città romane attraverso
modelli monumentali – il linguaggio espressivo si
affievolisce a seconda del grado di cultura dei fruitori
dell’opera. La novità, facendo riferimento agli strati
sociali della passata Repubblica, sta proprio in Roma che
tiene alta la sua attrazione unitaria su un popolo, ormai
diventato cosmopolita, quale il grande Macedone avrebbe
potuto solamente fantasticare nell’ultimo periodo, incitando
la sua popolazione maschile ad unirsi con le donne persiane.
Fin dal periodo ellenistico i greci si meravigliavano
all’usanza dei Quiriti (nella Roma antica il termine Quirites ha più o meno il significato di Civis ma con
qualche informazione in più, cioè cittadino vero e proprio
dell’Urbe) di concedere agli schiavi liberati la
cittadinanza e di dare ai loro figli la possibilità di avere
incarichi di una certa importanza oltre a poter accedere
alle magistrature. Il “Paterfamilias” è colui che con un
semplice cerimoniale libera uno schiavo per farne, a tutti
gli effetti, un suo pari. In questo modo ogni romano può
creare a sua volontà nuovi cittadini, dandogli le
investiture della prestigiosa e crescente potenza in forte
sviluppo, fino ad una formazione artistico-culturale di
massa, assai più ampia e complessa se paragonata a quella di
Alessandria. Alla massa popolare con semplici esigenze di
rappresentazione (ritratti, offerte votive, commemorazioni
funerarie) viene assicurato quel limite di grecità già
setacciato nell’arte plebea e nella maniera italica: prende
forza una forma di “realismo socialista” che viene proposto
al popolo dal regime, un realismo che pur gradito dalla
popolazione non nasce dalla propria volontà. Tutto questo si
avverte come conseguenza di quel dirigismo di stato nella
sua più alta specificità riguardo la creatività artistica
imperiale: nasce l’arte pubblica, come ornamento figurato di
opere commemorative monumentali. Il punto di partenza rimane
quello legato alla pittura trionfale del periodo di Roma
repubblicana, dove su ampi supporti venivano glorificate le
gesta dei grandi condottieri, assai più contagiosi dei
piccoli quadri “da cavalletto” che pesano poco sulla
psicologia della collettività. Lo stesso paragone possiamo
farlo oggi prendendo in considerazione la cartellonistica ed
i murales. Nel rilievo celebrativo della Roma imperiale la
tendenza rimane quella di una volontà politica che vuole
assecondare il desiderio popolare nella raffigurazione,
tenendo sempre vivo quel bisogno di chiarezza con gli
straordinari ritrovati dell’ellenismo. Il modello espressivo
romano, attraverso la storia ed i luoghi, diventa così
nell’immaginario sociale il modo fondamentale della
raffigurazione, stimolando la partecipazione dei cittadini
che volentieri si uniscono per assecondare la promozione
della propaganda imperiale.