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Roma
imperiale e la sua arte
La
tradizione ellenica, nel campo dell’arte, plasma la forma
all’eternità del dominio universale. I grandi artisti
del Levante riempiono le corti e concepiscono nell’Impero
modelli che le varie classi private estendono come apologia
del migliore in assoluto. Tutto questo fino al periodo di Commodo
(161-192 d.C), quando la crisi porta alla ricerca di un nuovo
linguaggio con le conseguenti ed inconcepibili espressioni
del tardo antico.
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Rilievo con Augusto, i
componenti la sua famiglia, littori e sacerdoti.
Ara Pacis |
Tra le più grandi realizzazioni collegiali dell’umanità c’è
l’immagine di Roma, città eterna, perseguita nell’arte
imperiale per oltre mezzo millennio, dal periodo di
Ottaviano (31 a.C.) fino alla deposizione di Romolo
Augustolo (anno 476), rimasta in seguito motivo della
dinastia di Bisanzio fino al 1453. Intorno al tema, nelle
più disparate forme di celebrazioni pubbliche e di immagini
del potente o del cittadino, viene organizzata fin dal
periodo di Augusto (31 a.C. - 14) una disposizione di
governo che investe direttamente il prodotto in ogni fascia
sociale ed economica, su vasta scala, raggiungendo le più
remote zone: l’intero periodo imperiale si rivela colmo di
tali
valori, sia nella creazione figurativa che nell’affermazione
ideologica.
L’Impero dei Segni:
L'Impero sfida le forze della natura ed il
trascorrere del tempo con la costruzione di ponti, archi,
acquedotti, città cinte di mura, forti di confine, strade ed
altro: tutti segni determinati da un potere assai
provvidente, tracce profonde ed indelebili che ancora ai
nostri tempi, in tutta l’Europa, parte dell’Asia e
dell’Africa, ci fanno sentire la presenza di un "mondo" ancora
pieno di vita e proliferante, proveniente dalla stratigrafia
sotterranea. Alla base dell’incessante deferenza per gli
ideali da parte di molte generazioni, si trova la grande
preoccupazione religiosa del popolo romano per la propria
salvaguardia, con una meticolosa indagine dei fenomeni
divini: le pratiche derivate dalle superstizioni,
pregiudicate dalla ricezione dell’epicureismo, verranno
trasformate nei periodi successivi grazie all’intervento
di Augusto, che le tradurrà nella fedeltà alle immagini
di una più snella e versatile politica romana.
Con pochissimi elementi di un'altrettanto modesta mitologia,
che tanto imbarazzo creano a confronto con il ricco bagaglio
culturale greco-orientale, si rintraccia una meta-storia e
si indirizza la devozione avita alla compagine dell’Impero
Romano: gli incessanti interventi del dio Marte dalla
nascita di Romolo alla vendetta per l’assassinio di Giulio
Cesare, la stirpe dei Giuli generata da Venere, la puntuale
protezione di Diana ed Apollo nelle pericolose battaglie che
portano a termine le guerre civili. Dovere del sovrano
(pontefice massimo) è quello di conservare su queste
fondamentali basi il “religio”, cioè il “reciproco
legame” con le divinità, piuttosto che sul semplice
approfondimento della loro natura. Il passato viene
interpretato, con l’opera di Livio, come un presagio della
dinastia che ha origine da Enea e che percorre le grandi
imprese dei Romani in osservanza ad un volere della
Provvidenza.
Nel dare
nuova vita ai culti indispensabili alla conservazione dello
stato, il sovrano fa appello all’aspetto morale dello zelo
primitivo, adeguandolo alla percettività filosofica ormai
diventata capillare. Le immagini di Augusto, come pure il
suo incisivo “testamento”, raffigurano l’eroico ed il divino
nei "res gestae" (nelle azioni) di chi le ha
vissute. Girando per la “città di marmo” intorno al
Campidoglio, a Campo Marzio ed al Palatino, si è coinvolti
da monumenti ed architetture configurati in maniera da
rinviare l’uno all’altro, fino a ritrovarsi al Mausoleo, in
cui la celebrazione del sovrano assoluto completa la
leggenda delle gloriose origini. L’entrata della tomba è in
asse diretto con il Pantheon, stesso luogo nel quale
Quirino, agli inizi di Roma, aveva raggiunto il cielo.
L’Eneide invia il proprio messaggio all’avvenire.
L’investitura messianica e l’eternità di Roma vengono
conferiti dall’Ara Pacis come la Quarta
Egloga di Virgilio o il Carme secolare di
Orazio. Da questo momento i monumenti pubblici rifletteranno
incessantemente, in tutto l’impianto topografico, nelle
gloriose azioni dei protagonisti raffigurati od anche con
allegorie, la fede nella perennità e sacralità di Roma,
ormai diventata anch’essa un'importante divinità.
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Il Classicismo:
Augusto affida
la fondatezza e la solidità
dell’immaginario a forme di indiscutibile
eleganza. Dal momento che Roma
si mostra come la proiezione
amplificata del fenomeno greco di città-stato di grandissima
importanza, l’archetipo viene individuato nell’Atene del
periodo pericleano. Riguardo l’urbanistica troviamo il più
alto riconoscimento nelle opere tramandate dal figurativo
ellenico, come ornamento pieno di significato artistico
negli edifici in genere e particolarmente in quelli
religiosi. Marco Vipsanio Agrippa, generale romano e genero
di Augusto, arriva perfino a proporre una legge per la quale
tutte le opere artistiche greche originali, fossero
trasferite e dignitosamente esposte nei luoghi pubblici del
territorio romano, ostacolando i privati all’ acquisto ed
all’uso delle stesse. La legge non viene però approvata. La
rivalutazione della Roma antica e del suo passato è comunque
consolidata per le sue peculiarità e dalla classicità, che
frena l’accettazione e la sperimentazione ellenistica. In
tutto il territorio di Roma il modello diventa stabile e
ogni artista vede inserita la sua opera in una volontà
universale, sente l’orgoglio di essere partecipe di un'impresa che abbraccia l’intera collettività,
di quel
rinnovamento allegorico di Roma che identifica e conferma
nello stesso Augusto la caratteristica di demiurgo. Nel
ritratto che ufficialmente raffigura il principe, chiamato
con il titolo di Augustus, i
caratteri somatici hanno come base i canoni dalla scultura
classica: la testa con la caratteristica capigliatura si
richiama a Policleto.
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Marco Vipsanio Agrippa, Museo
Capitolino, Roma |
In ogni parte dell’Urbe, nella corte,
nelle zone dell’immediato fuori porta ed in tutte le città
di provincia nascono officine di scultori greci,
prevalentemente ateniesi, capaci di riprodurre copie
perfette delle più famose sculture originali, da Mirone a
Lisippo: è questa la migliore scelta per un interno
aristocratico domestico o una villa. Alcuni di questi
artisti si trasferiscono definitivamente in Italia, dando
bellezza ed eleganza con i loro gessi ai tesori del Museo,
già ormai ampliamente accumulato in Roma. Vengono replicate
le opere d'arte più famose, poiché è molto più facile fare
questo che riprodurre le sensazioni di un poeta. Tutto
ciò che è poesia non può essere replicato: entrano in
funzione il potenziale espressivo e la vitalità per
soddisfare le continue rinnovate esigenze. Le copie della
statuaria vengono prodotte con la medesima apparente
casualità della poetica latina seguendo complessi schemi di
collegamento dal modello al fruitore finale. A Baia, un'officina
possiede moltissimi calchi di famosi capolavori ateniesi e
riproduce busti bronzei e statue: le copie rinvenute
ad Ercolano nella villa dei Papiri sono di grande eleganza e
bellezza, le teste dei filosofi sono affiancate da busti in
bronzo di personaggi d’azione, dagli elogiati eroi Pentesilea
ed Achille) e divinità (Apollo, Diana, Minerva, Ermete,
Ercole e Bacco), il tutto a completamento dell’immagine del
possessore nei suoi
otium e negotium. Per
quanto riguarda gli ornamenti parietali dell’ormai affermato
secondo stile, si consolida l’usanza di riprodurre
affreschi, al centro della simulata architettura, quadri a
tematica mitologica dei più famosi maestri.
Due grandi personaggi a confronto: Alessandro ed Augusto.
La diffusione a macchia d’olio del messaggio
di Augusto a gran parte del mondo attivo ricalca più o meno
quello di Alessandro, se considerato nell’ambito del
classico. I trionfi di Roma, soprattutto quelli legati alle
conquiste, rivaleggiano per vastità con quelli del
condottiero macedone, oltrepassandoli nella stabilità:
davanti al tempio di Marte Ultore sono consacrati i supporti
bronzei della tenda che il conquistatore portava con sé
nelle sue gloriose imprese. Si può dimostrare che l’Impero
di Roma non sia né identificabile, né compatibile con
nessuna monarchia ellenistica; il sogno che si affievolisce
con Cesare e che poi si annulla con Cleopatra suicida, viene
commentato con poche ma incisive parole da Orazio: “Ora sì
che bisogna bere, ora balliamo a piedi nudi”. Ottaviano
nell’occasione parte per Alessandria dove visita la tomba
del suo fondatore, facendolo senza dirigere il suo sguardo
dove riposano i
Tolomei, esprimendo con ostentato
sprezzo di essere giunto in quel posto a visitare un re, non
semplici cadaveri: in conclusione, Roma sottomette
l’intero regno della Macedonia con tutte le sue
ramificazioni, riassumendo così il destino del grande
Alessandro. Alla strategia basata sul contatto,
ampliata ed approfondita fin dalle prime conquiste
colonizzanti nel Mediterraneo, subentra quella
dell’annessione, un governo di integrazione dove l’immagine
dell’Imperatore viene amplificata, come già avvenne per il
Macedone, in ogni zona come incarnazione universale del
regime. Gli artisti appartengono alla classe della civiltà
(dal greco “paideia”, dal latino “humanitas”), utili alla
difesa ed alla salvezza dell’uomo quanto i giuristi, medici
o funzionari: garantiscono inequivocabilmente la perennità
del suo corpo e dei suoi trionfi. Il risultato finale della
rivoluzione romana è l’avere reso evidente e durevole nel
tempo la cultura greco-latina nelle opere monumentali.
Scultura, architettura e pittura assumono ruoli che possono
essere paragonati a quelli attribuiti alla filosofia della
Grecia, come atto preparatorio dell’oratore: la logica in
Aristotele configurava il ragionamento e rimaneva essenziale
dall’inizio alla fine dell’orazione, anche se talvolta il
discorso passava dalla scienza alla pura persuasione; in
Roma invece, nei trattati è la destinazione concreta
dell’eloquenza che assume l’espressione più alta
dell’intelletto umano. Le creazioni artistiche interessano
globalmente come “discorsi persuasivi e dimostrativi”
affidate agli esperti per immortalare cerimonie e funzioni
collettive o meriti individuali.
Arte pubblica nella Roma imperiale:
Alla logica coerenza del fine,
conviene la conclusione delle guerre civili e dello
scontro di classe. Per tutto il periodo regio e
quello della media Repubblica, le lotte intestinali tra
patrizi e plebei segnano la disuguaglianza tra una
produzione artistica di gusto locale e quella per una
nobiltà prudentemente recettiva dello schema ellenico. Tutto
questo cambia con l’avvento di Augusto che porta l’Urbe a
raggiungere un solido equilibrio tra le fazioni, rendendone
omogenea la configurazione strutturale. Ora diventa alquanto
complicato distinguere una creazione artistica plebea,
intesa nel senso storico di questa classe sociale. Al
principe piace che si rinnovi, tra i propri titoli, quello a
cui tiene moltissimo, cioè il tribunato della plebe, in modo
che possa garantirgli la propria inviolabilità e la facoltà
di proporre nuove leggi. La positiva risoluzione del
conflitto interno dopo l’ultimo scontro con Antonio, ha
portato la pace ed ha eliminato uno dei più gravi pericoli
all’integrità di Roma; il mecenatismo privato viene così
adeguato al programma ufficiale e la ricchezza delle
classi medie diffonde ed incrementa il potere
d’acquisto: tutto l’indotto ne gode il beneficio.
Nell’universalità dello scopo e del contenuto – la
meravigliosa tutela delle città romane attraverso modelli
monumentali – il linguaggio espressivo si affievolisce a
seconda del grado di cultura dei fruitori dell’opera. La
novità, facendo riferimento agli strati sociali della
passata Repubblica, sta proprio in Roma che tiene alta la
sua attrazione unitaria su un popolo, ormai diventato
cosmopolita, quale il grande Macedone avrebbe potuto
solamente fantasticare nell’ultimo periodo, incitando la sua
popolazione maschile ad unirsi con le donne persiane. Fin
dal periodo ellenistico i greci si meravigliavano all’usanza
dei Quiriti (nella Roma antica il termine
Quirites ha più o meno il significato di Civis, ma con
qualche informazione in più, cioè cittadino vero e proprio
dell’Urbe) di concedere agli schiavi liberati la
cittadinanza e di dare ai loro figli la possibilità di avere
incarichi di una certa importanza, oltre a poter accedere
alle magistrature. Il “Paterfamilias” è colui che con un
semplice cerimoniale libera uno schiavo per farne, a tutti
gli effetti, un suo pari. In questo modo ogni romano può
creare a sua volontà nuovi cittadini, dando loro le
investiture della prestigiosa e crescente potenza in forte
sviluppo, fino ad una formazione artistico-culturale di
massa, assai più ampia e complessa, se paragonata a quella
di Alessandria. Alla massa popolare con semplici esigenze di
rappresentazione (ritratti, offerte votive, commemorazioni
funerarie) viene assicurato quel limite di grecità già
setacciato nell’arte plebea e nella maniera italica: prende
forza una forma di “realismo socialista” che viene proposto
al popolo dal regime, un realismo che, pur gradito dalla
popolazione, non nasce dalla propria volontà. Tutto
questo si avverte come conseguenza di quel dirigismo di
stato nella sua più alta specificità riguardo la creatività
artistica imperiale: nasce l’arte pubblica, come ornamento
figurato di opere commemorative monumentali. Il punto di
partenza rimane quello legato alla pittura trionfale del
periodo di Roma repubblicana, dove su ampi supporti venivano
glorificate le gesta dei grandi condottieri, assai più
contagiosi dei piccoli quadri “da cavalletto” che pesano
poco sulla psicologia della collettività. Lo stesso paragone
possiamo farlo oggi prendendo in considerazione la
cartellonistica ed i murales. Nel rilievo celebrativo della
Roma imperiale, la tendenza rimane quella di una volontà
politica che vuole assecondare il desiderio popolare
nella raffigurazione, tenendo sempre vivo quel bisogno di
chiarezza con gli straordinari ritrovati dell’ellenismo. Il
modello espressivo romano, attraverso la storia ed i luoghi,
diventa così, nell’immaginario sociale, il modo fondamentale
della raffigurazione, stimolando la partecipazione dei
cittadini che volentieri si uniscono per assecondare la
promozione della propaganda imperiale.
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