Ultima cena (Museo del Cenacolo) di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Ultima cena (Museo del Cenacolo)

Andrea del Sarto: Ultima cena (Museo del Cenacolo)
Andrea del Sarto: Ultima cena (Cenacolo), anno 1527, affresco, 525 x 871 cm., Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto, Firenze.

Sull’opera: “Ultima cena” o “Cenacolo” è un affresco di Andrea del Sarto realizzato nel 1527, misura 525 x 871 cm. ed è custodito nel Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto a Firenze. 

L’opera, attualmente considerata dalla maggior parte degli studiosi fra i capolavori di Andrea del Sarto, venne commissionata all’artista nel 1511 dall’abate Ilario Panichi, ma fu in larga parte realizzata nel periodo tra il 1520 e il 1525. I primi pagamenti iniziarono subito dopo l’avvio dei lavori, che iniziarono con la decorazione del sottoarco, insieme al Franciabigio (figure dei santi) e a Cosimo Feltrini (grottesche).

I lavori furono interrotti e lasciati incompiuti per una quindicina di anni, tra le varie vicende dell’artista, per poi essere ripresi in gran lena tra il 1520 ed il 1525.

Intorno al 1527 Andrea del Sarto fu richiamato al San Salvi e portò a compimento, in sessantaquattro giorni, la decorazione dell’Ultima cena con la realizzazione della scena principale. In quell’anno ormai il pittore aveva raggiunto il massimo sviluppo del proprio linguaggio pittorico:  migliorò, quindi, la coloristica ed accentuò l’intensità devozionale dei soggetti.

Durante l’assedio di Firenze (1529-30) il presente “Cenacolo” fu una delle rare opere di rilievo fuori dalle mura di Firenze che rimasero integre: si narra che i soldati spagnoli rimasero così stupefatti dall’eccezionale modernità degli affreschi da risparmiarli.

Dal 1534 il monastero fu frequentato soltanto dalle suore, che introdussero una rigida clausura rendendo la pregiata decorazione pressoché invisibile.

Per l’ultima raffigurazione realizzata dall’artista, quella con l’Ultima cena vera e propria, esistono numerosi studi preparatori che testimoniano il grande impegno di Andrea nell’affrontare il tema propostogli in tutte le varie sfaccettature.

“San Jacopo con due fanciulli” di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: San Jacopo con due fanciulli

Andrea del Sarto: San Jacopo con due fanciulli
Andrea del Sarto: San Jacopo con due fanciulli, anno 1528-1529, tecnica ad olio su tela, 159 x 86 cm., Galleria degli Uffizi, Firenze.

Sull’opera: “San Jacopo con due fanciulli” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tela (poi incollata su supporto ligneo) intorno al biennio 1528-29, misura 159 x 86 cm. ed è custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

 L’opera in esame fu commissionata dalla Compagnia di San Jacopo del Nicchio a Firenze e doveva essere impiegata come stendardo processionale.

Le vesti dei due fanciulli, da “battuti bianchi”, rappresentano il costume della Compagnia, che aveva una confraternita dedicata, per l’appunto, ai fanciulli.

Si pensa che l’occasione per la commissione dello stendardo fosse il restauro dei locali della compagnia, eseguito intorno al 1528.

La cronologia, riferita a quell’anno, viene tradizionalmente proposta dalla maggior parte degli studiosi di storia dell’arte con l’eccezione di Fraenckel, che ipotizzò una datazione meno matura (1524-1525), che non rispecchia però lo stile del periodo da lui proposto. Infatti i tratti stilistici della presente opera sono in armonia con il mutamento della maniera dell’artista dopo la realizzazione delle pale di Gambassi e Passerini).

Nell’ultimo restauro, eseguito 1989, lo stendardo fu separato dal supporto ligneo, sul quale era stato maldestramente attaccato, e ripulito nella stesura pittorica.

Autoritratto di Andrea del Sarto

Autoritratto di Andrea del Sarto

Autoritratto di Andrea del Sarto
Andrea del Sarto: Autoritratto, anno 1528-1529, affresco staccato, 51,5 x 37,5 cm., Corridoio Vasariano, Firenze.

Sull’opera: “Autoritratto” è un frammento di affresco a massello di Andrea del Sarto realizzato intorno al biennio 1528-29, misura 51,5 x 37,5 cm. ed è custodito nel Corridoio Vasariano (corridoio che collega Palazzo Pitti con Palazzo Vecchio passando attraverso la Galleria degli Uffizi), Firenze. 

La presente raffigurazione viene ricordata in entrambe le edizioni delle Vite del Vasari (edizione 1550 e 1568) con l’identificazione, per l’appunto, di Andrea del Sarto, che servì allo stesso storico aretino come riferimento per la realizzazione dell’incisione che doveva accompagnare l’edizione giuntina della sua opera.

L’affresco fu eseguito intorno al biennio 1528-29, quando l’artista era in soggiorno a Vallombrosa, impiegando un supporto ricavato da materiale d’avanzo di altri lavori.

L’opera, intorno agli anni Cinquanta di quel secolo, già apparteneva a Lucrezia Bonafede, nella cui residenza la vide il Vasari. Nel 1609 appare negli elenchi della Gaurdaroba medicea e nel 1610 era esposta in Tribuna.

Dal 1635 l’autoritratto del pittore è rimasto in Galleria.

I caratteri somatici dell’artista vengono confermati da altri suoi autoritratti: quello realizzato in gioventù nel Viaggio dei Magi nel Chiostrino dei Voti e l’altro nelle vesti di un apostolo barbuto (ultimo sulla sinistra) nell’ “Assunta Panciatichi”.

Salvatore (in Santissima Annunziata a Firenze) di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Salvatore (in Santissima Annunziata a Firenze)

Andrea del Sarto: Salvatore (in Santissima Annunziata a Firenze)
Andrea del Sarto: Salvatore, anno 1525, tecnica ad olio su tavola, 47 x 27 cm., basilica della Santissima Annunziata, Firenze.

Sull’opera: “Salvatore” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1525, misura 47 x 27 cm. ed è custodito nella basilica della Santissima Annunziata, Firenze. 

La più antica testimonianza riferita all’opera in esame è quella del Vasari, da cui non si ricava una sicura cronologia. Franckel e Wagner l’attribuiscono al primo periodo del pittore (prima del 1514), mentre Freedberg la colloca intorno al 1516.

Venturi e Sinibaldi la ritardano al 1517, mentre gli altri studiosi di storia dell’arte la riferiscono addirittura al 1525 circa, una datazione più o meno vicino alla Madonna del Sacco (si veda la pagina precedente).

Della presente composizione esistono almeno sette antiche riproduzioni: nel British Columbia A.W. Greenwood a Camloops negli Stati Uniti; nella collezione Locatelli a Bergamo, nella sacrestia della Santissima Annunziata a Firenze, nella residenza del priore della chiesa di San Felice a Ema (Firenze),  nei depositi degli Uffizi (Firenze), nel Columbus nell’Ohio e all’Ermitage a San Pietroburgo.

“Storie dell’infanzia di Giuseppe” e “Giuseppe interpreta i sogni del faraone” di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: “Storie dell’infanzia di Giuseppe” e “Giuseppe interpreta i sogni del faraone”

"Storie dell'infanzia di Giuseppe"
Andrea del Sarto: Storie dell’infanzia di Giuseppe, anno 1515-1516 circa, tecnica ad olio su tavola, 98 x 135 cm., Galleria Palatina, Firenze.
"Giuseppe interpreta i sogni del faraone"
Andrea del Sarto: Giuseppe interpreta i sogni del faraone, anno 1515-1516 circa, tecnica ad olio su tavola, 98 x 135 cm., Galleria Palatina, Firenze.

Sull’opera: “Storie dell’infanzia di Giuseppe” e “Giuseppe interpreta i sogni del faraone” sono due dipinti di Andrea del Sarto realizzati con tecnica a olio su tavola intorno al 1515-16, misurano ciascuno 98 x 135 cm. e sono custoditi nella Galleria Palatina a Firenze. 

 Intorno al 1515 Salvi Borgherini fece avviare la decorazione della camera nuziale destinata al figlio Pierfrancesco e la consorte Margherita Acciaiuoli. Era prevista anche una boiserie e mobilio intagliato da Baccio d’Agnolo (Firenze, 1462 – Firenze, 1543), l’architetto-scultore che progettò il palazzo in cui abitava la stessa famiglia Borgherini.

Inizialmente, alla decorazione furono chiamati Pontormo e Francesco Granacci che realizzarono una serie di pannelli. Solo in secondo tempo fu richiesto l’intervento di Andrea del Sarto e del Bacchiacca.

Il tema doveva essere quello relativo alle Storie di Giuseppe ebreo, l’eroe casto dalle grandi virtù, la cui raffigurazione veniva spesso impiegata come esempio negli ornamenti di camere destinate ai giovani sposi.

L’artista dipinse due pannelli con le Storie Giuseppe (“Storie dell’infanzia di Giuseppe” e “Giuseppe interpreta i sogni del faraone”), che secondo la ricostruzione di Braham sarebbero servite come ornamento delle spalliere dei due cassoni posti ai lati del letto.

La camera, nonostante le avverse prese di posizione della coppia a venderla, venne ceduta nel 1584 a Francesco I de’ Medici (Firenze, 1541 – Poggio a Caiano, 1587) dai loro discendenti, con l’intercessione di Niccolò Gaddi.

La vendita riguardò le tavole realizzate da Andrea del Sarto e dal Granacci, che oggi si trovano rispettivamente alla Galleria Palatina ed agli Uffizi.

I pannelli del Pontormo e del Bacchiacca si trovano attualmente divisi tra la Galleria Borghese di Roma e la National Gallery di Londra.

Dama col Petrarchino di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Dama col Petrarchino

Andrea del Sarto: Dama col Petrarchino
Andrea del Sarto: Dama col Petrarchino, anno 1528 circa, tecnica ad olio su tavola, 87 x 69 cm., Galleria degli Uffizi, Firenze.

Sull’opera: “Dama col Petrarchino” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1528, misura 87 x 69 cm. ed è custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

Poco o nulla si sa sulla provenienza della composizione in esame, ma il ritratto, con attribuzione al Pontormo, era già presente nel 1589 nell’inventario della Tribuna. Nel 1634 la tavola venne riconsegnata ad Andrea del Sarto con la sottoscrizione della critica di tutti i tempi, che non ne mise più in discussione l’autografia.

I tentativi di identificazione dell’effigiata effettuati dagli studiosi di storia dell’arte nel corso dei secoli sono stati molteplici, ma nessuno è mai riuscito a portare prove concrete atte a dimostrarne l’effettiva identità.

Negli inventari del 1687 e del 1784 appare il nome di Lucrezia Bonafede, tra l’altro, proprietaria di un autoritratto di Andrea del Sarto ai tempi del Vasari. Di Pietro (1910), con la sottoscrizione del Wagner (1951) e del Freedberg (1963), identificò la dama in Maria del Berrettaio, figlia dell’artista, nata nel precedente matrimonio. Lo Shearman pensò invece ad un’ipotetica “innamorata” il cui fidanzato aveva richiesto il ritratto al pittore. Tale idea piacque alla Caneva (1986) perché era suffragata da alcuni indizi trovati sugli studi preparatori (scoperti nel 1922 dal Fische) in cui appaiono alcune note sul colore e sulla fisionomia della dama, indicazioni sicuramente date committente, certamente incompatibili con un ritratto da realizzare in ambito familiare.

La cronologia della tavola, abbastanza varia, va dal 1514 (Sinibaldi, Venturi) al 1528-29 (Freedberg). Tra le due date estreme vi è quella relativa al 1520 proposta da Di Pietro (1510) e, soprattutto, quella riferita al 1528 da Knapp (1907), a cui converge la convinzione della maggior parte degli studiosi.

Madonna delle Arpie (Uffizi) di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Madonna delle Arpie (Uffizi)

Andrea del Sarto: Madonna delle Arpie (Uffizi)
Andrea del Sarto: Madonna delle Arpie, anno 1517, tecnica ad olio su tavola, 208 x 178 cm., Galleria degli Uffizi, Firenze.

Sull’opera: “Madonna delle Arpie” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1517, misura 208 x 178 cm. ed è custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

 La composizione in esame venne commissionata dalle monache di San Francesco de’ Macci a Firenze che, Il 14 maggio 1515,  stipularono con l’artista  il contratto di allogazione di una pala d’altare per loro chiesa. Nel documento si legge invece di una Madonna col Bambino che viene incoronata da due angeli, ai cui lati stanno san Giovanni Evangelista e san Bonaventura.

 L’iconografica venne cambiata probabilmente su suggerimento di fra’ Antonio di Ludovico Sassolini, un influente  esponente del convento di Santa Croce. La figura di Bonaventura  fu sostituita da quella di Francesco d’Assisi e gli angeli sostituiti con putti posizionati ai lati del piedistallo a reggere le gambe della Vergine.

Nel 1703 il gran principe Ferdinando de’ Medici (Firenze, 1663 – Firenze, 1713), appassionato d’arte, ebbe occasione di ammirare la pregiata pala di Andrea del Sarto e, infatuato per la sua bellezza, scrisse alle suore di essersi “invaghito” della tavola, la quale necessitava di “una cordiale premura della buona conservazione”, che incominciava a dare segni di cedimento in quella chiesa tanto “bisognosa di risarcimento”. Propose allora di sostenere le spese per la restaurazione della chiesa – mettendo a disposizione anche l’architetto granducale, Giovan Battista Foggini, ed il pittore Pier Dandini per le varie decorazioni – in cambio della pala, che fu trasferita di lì a poco a palazzo Pitti. Una copia sostituì la tavola originale.

La Madonna delle Arpie rimase a Palazzo Pitti fino al 1795, anno in cui venne trasferita nell’attuale sede.

Esiste di quest’opera una moltitudine di disegni preparatori, custoditi alla Kunstakademie di Düsseldorf (K.P. 16r e v), al Cabinet des Dessins di Parigi (nn. 1679, 1732, 5946) e al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe di Firenze (nn. 628, 333F).

Dossale dei quattro santi di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Dossale dei quattro santi

Andrea del Sarto: Dossale dei quattro santi (Pala di Vallombrosa)
Andrea del Sarto: Dossale dei quattro santi (Pala di Vallombrosa) , anno 1528 circa, olio su tavola, 200×250 cm., Galleria degli Uffizi, Firenze

Sull’opera: “Dossale dei quattro santi”, o “Pala di Vallombrosa” è un polittico di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1528, il cui ingombro totale è 200 × 250 cm.. L’opera è custodita nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

Il polittico in esame fu commissionato per una funzione ben definita: incorniciare una venerata tavola del XIII-XIV secolo – che secondo Ignazio Hugford era da assegnare a Giotto – con raffigurata una Madonna col Bambino.

L’opera era formata da due piccoli pannelli centrali, di cui quello antico disposto sulla parte alta, due grandi pannelli laterali e dalla predella con cinque riquadri.

Il gruppo pittorico, che aveva come committente Giovanni Maria Canigiani, generale dell’Ordine Vallombrosano, venne smembrato nel 1810, quando il convento fu soppresso.

In tale occasione andarono perduti la cornice lignea che attorniava i pannelli (probabilmente eseguita da Baccio d’Agnolo, o da altri su disegno dello stesso architetto-scultore), la piccola tavola due-trecentesca  ed il pannello centrale della predella, in cui probabilmente era raffigurata un’Annunciazione.

Quando i due grandi pannelli laterali entrarono nelle Gallerie fiorentine furono incollati l’uno vicino all’altro, ma in seguito al restauro del 1962-65 vennero di nuovo separati.

Nel 1986 in occasione della mostra monografica di Andrea del Sarto il polittico venne completamente ricostruito, grazie ad una stampa del 1872 di Antonio Donati che lo riproduceva in toto (custodita nell’Abbazia di Vallombrosa) e ad un disegno di Federico Zuccari (conservato all’Albertina di Vienna: Sc. R. 181 inv. 143).

Dalle riflettografie eseguite recentemente gli studiosi di storia dell’arte vi hanno evidenziato numerosi pentimenti dell’artista.

Disputa sulla Trinità (Galleria Palatina) di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Disputa sulla Trinità (Galleria Palatina)

Andrea del Sarto: Disputa sulla Trinità (Galleria Palatina)
Andrea del Sarto: Disputa sulla Trinità, anno 1517 circa, tecnica ad olio su tavola, 232 x 193 cm., Galleria Palatina, Firenze.

Sull’opera: “Disputa sulla Trinità” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1517, misura 232 x 193 cm. ed è custodito nella Galleria Palatina a Firenze. 

 La tavola in esame fu commissionata per la chiesa di San Gallo, allora retta dall’ordine agostiniano.

La “Disputa sulla Trinità” era la terza composizione che che l’artista realizzava per quella chiesa (le altre due erano la “Annunciazione” ed il “Noli me tangere”).

Nel 1529, prima dell’assedio di Firenze (1529-30), tutti i beni di un certo valore del monastero, che venne poco dopo raso al suolo, furono trasferiti in San Jacopo tra’ Fossi.

Per quanto riguarda la cronologia dell’opera il Vasari scrisse che fu realizzata dopo la Madonna delle Arpie (certamente del 1517), ipotesi tradizionalmente accettata dagli studiosi di storia dell’arte anche per gli aspetti stilistici, ad essa assai affini.

È presente negli inventari del palazzo dal Seicento, con riportati i trasferimenti, compreso quello effettuato agli Uffizi nel 1697 (ove rimase fino al 1716 circa), prima di essere ubicata definitivamente, nel 1829, nella Sala di Saturno.

Dama col cestello di fusi di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto: Dama col cestello di fusi

Andrea del Sarto: Dama col cestello di fusi
Andrea del Sarto: Dama col cestello di fusi, anno 1514-1515 circa, tecnica ad olio su tavola, 76 x 54 cm., Galleria degli Uffizi, Firenze.

Sull’opera: “Dama col cestello di fusi” è un dipinto di Andrea del Sarto realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1514-15, misura 76 x 54 cm. ed è custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

Il riferimento all’artista è universalmente accettato dagli studiosi di storia dell’arte appartenenti ad ogni epoca. Il Gamba e il Berti ipotizzarono invece la mano del Pontormo, mentre Berenson quella di Domenico Puligo (1492–1527).

Fu Antonio Natali, invece, a riconsegnare la tradizionale assegnazione ad Andrea del Sarto, mentre Philippe Costamagna suggeriva un allievo del Maestro e, in base allo stile della foggia dell’abito, una cronologia poco più tarda, 1525 circa.

Quello che è certo è che la tavola pervenne a Palazzo Pitti nel 1773, come testimonia una scritta sul verso del supporto pittorico, e che nel 1784 si trovava nella Sala dell’Ermafrodito.

Nel 1996 fu sottoposta a restauro.