Il condottiero di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Il condottiero

Antonello da Messina: Il condottiero
Antonello da Messina: Il condottiero, cm. 35 x 28, Louvre, Parigi.

Sull’opera: “Il condottiero” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1475 (trasferito su tela), misura 35 x 28. cm. ed è custodito nel Museo del Louvre a Parigi. 

La tavola in esame riporta sul parapetto un cartiglio dipinto con la scritta “1475 / Antonellus messaneus me / pinxit”.

Secondo lo studioso di storia dell’arte Bazin (in Capolavori italiani al Louvre, 1956) il soprannome “Condottiero” deriva dal fatto che la figura abbia, oltre alla cicatrice sul labbro superiore (lato sinistro), un’espressione dura e risoluta.

L’opera si trova nel Museo del Louvre dal 1865, proveniente dalla raccolta Pourtalès Gorgier.

Dati i forti danneggiamenti del supporto ligneo la stesura pittorica fu trasferita dalla tavola alla tela, presentandosi attualmente in buono stato di conservazione.

Per quanto riguarda la cronologia , la datazione indicata in alto non è molto attendibile.

Esistono copie nella collezione Willcot di Westport e altrove.

La Crocifissione (Anversa) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: La Crocifissione (Anversa)

Antonello da Messina: La Crocifissione (Anversa)
Antonello da Messina: La Crocifissione, cm. 59,7 x 42,5, Musée Royal des Beaux-Arts, Anversa.

Sull’opera: “La Crocifissione” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1475, misura 59,7 x 42,5 cm. ed è custodito nel Musée Royal des Beaux-Arts ad Anversa. 

Poco si sa del dipinto fino a che, in epoca moderna, fu trasferito in Olanda provenendo da una collezione italiana.

Si registra il cambio di diversi proprietari: prima ai Maelcamp, più tardi alla famiglia dei van Rotterdam e quindi ai van Ertborn. Infine, nel 1840, pervenne al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, l’attuale sede.

L’opera è datata e firmata dall’artista nel cartiglio davanti ad uno spunzone di trave che sembra piantato nel terreno (si veda in primo piano, in corrispondenza della Madonna): “1475 / Antonellus / messaneus / me (…) pinxit”. Nella parte non leggibile tra “me” e “pinxit”, per alcuni studiosi di storia dell’arte,  probabilmente ci sarebbero due “o”, quale abbreviazione di “eleo” (olio), messe in relazione con le frequenti affermazioni del Vasari circa la tecnica impiegata da Antonello, che prediligeva quella “oleare”.

La struttura compositiva, qui assai più articolata (seguendo un ben diramato ordito di triangolazioni, collegate fra esse da reciproche corrispondenze, probabilmente, rispettando un legame di ordine ‘aureo’ tuttora non del tutto identificato dagli studiosi), presenta chiari riferimenti alla Crocifissione del Muzeul de Arta a Bucarest (tempera su tavola, 39 x 23,5 cm.).

Sicuramente in base alle relazioni sopra riportate deriva il periodo cronologico della tavola in esame, dove appare assai coinvolgente la vastità della visione, l’interiorità e la serenità, pur mantenendo vivo e bruciante il drammatico timbro del tema.

San Sebastiano (di Dresda) di Antonello da Messina:

Antonello da Messina: San Sebastiano (di Dresda)

Antonello da Messina: San Sebastiano (di Dresda).
Antonello da Messina: San Sebastiano, cm.171 x 85, Staatliche Gemäldegalerie, Dresda.

Sull’opera: “San Sebastiano” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1476, misura 171 x 85 cm. ed è custodito nella Staatliche Gemäldegalerie a Dresda. 

Il Sansovino in “Venetia, città nobilissima et singolare” (1581) cita una pala d’altare da lui ammirata nella chiesa di San Giuliano, dove, ai lati di un San Rocco scolpito in legno, si trovavano due dipinti: un San Sebastiano di Pino da Messina (sic) e un San Cristoforo di Antonello. Nel primo, per il Latus, si potrebbe identificare la mano di Pietro de Saliba, nipote di Antonello, mentre – per il Bottari ed il Gronau – quella Jacobello (ovvero: Jacopino, dal cui deriva il diminutivo “Pino’), figlio dell’artista.

Per quanto riguarda la citazione del Sansovino, però, è assai verosimile che ci fosse stata un’inversione di nominativi dei due artisti, riferendo tale errore ad un semplicissimo “lapsus calami”, e pensare invece che Antonello avesse effettivamente realizzato entrambe le pitture con l’aiuto del figlio “Pino”.

La stesura pittorica del San Cristoforo, di cui non si è saputo più nulla, si suppone che dovesse riprendere e conlcudere il motivo architettonico descritto nel fondo della tavola in esame (San Sebastiano a sinistra della scultura lignea di san Rocco, e San Cristoforo sulla destra).

Non si conoscono le cause per le quali il complesso fu rimosso dall’altare. Si sa tuttavia che il dipinto di San Sebastiano viene menzionato già dal 1654 negli elenchi della nota collezione Arundel, che si forniva soprattutto di opere di fonte veneziana, alla quale apparteneva anche una scultura lignea rappresentante un “San Rocco” (fonte: Cust, “BM” 1911).

Più tardi il San Sebastiano passò nella collezione Imstenraedt e poi – con attribuzione al Giambellino – al palazzo di Omütz.

Nella vendita Hussian di Vienna venne acquistato da J. C. Endris che, nel 1873, lo cedette alla Staatliche Gemäldegalerie di Dresda, la sede attuale.

L’Annunciazione (Siracusa) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: L’Annunciazione (Siracusa)

Antonello da Messina: L'Annunciazione (Siracusa)
Antonello da Messina: L’Annunciazione, cm. 180 x 180, Museo Nazionale di Siracusa.

Sull’opera: “L’Annunciazione” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola (attualmente trasportato su tela) nel 1474, misura 180 x 180 cm. ed è custodito nel Museo Nazionale di Siracusa. 

La tavola venne realizzata su commissione  (23 agosto 1474)  di Giuliano Manjuni,  sacerdote della chiesa di Santa Maria Annunciata a Palazzolo Acreide, per l’altar maggiore.

Sul contratto erano scritte le condizioni che imponevano la consegna dell’opera entro il seguente mese di novembre, ed indicavano che, oltre alle immagini della Vergine annunziata e dell’Angelo annunciante “cum casamento”, dovevano l’ “Eterno” e una predella “cum fuglachi et armi”, di cui non si hanno mai avute notizie.

 La pala fu rimossa dall’altar maggiore  e trasferita su un altare lungo una parete umida della stessa chiesa. Fu questa la causa del precario deperimento della pregiata composizione.

Nel 1906 fu acquistata dallo Stato che provvide subito ad a un primo restauro e poi al trasporto della stesura pittorica dalla tavola alla tela, che purtroppo – male eseguito – finì con il danneggiare ulteriormente il dipinto (in particolare le velature delle mani e del viso della Vergine).

Il dipinto subì altri due restauri (1914 – 1940) ad opera del Cavenaghi per conto dell’Istituto centrale di Roma.

Durante l’intervento del 1940 riapparvero alcuni particolari della piccola immagine inginocchiata del donatore (sulla destra, dietro la colonna), il corpo, la testa e un braccio appena accennato.

Ai piedi della Vergine annunziata si possono ancora distinguere una ceramica Malines blu, o siculo-moresca, e un tappeto anatolico a disegni selgiuchidi stilizzati.

Ecce homo (Genova) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Ecce homo (Genova)

Antonello da Messina: Ecce homo (Genova).
Antonello da Messina: Ecce homo, cm. 39,7 x 32,7, Galleria Spinola di Genova.

Sull’opera: “Ecce homo” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, eseguito con tecnica a olio su tavola nel 1474, misura 39,7 x 32,7 cm. ed è custodito nella Galleria Spinola di Genova.

La tavola in esame venne attribuita all’artista da Morelli, Cavalcaselle, Fry (“BM”, 1923) e Longhi (“PT” 1928-29)]. Tale assegnazione suscitò forti dubbi in Adolfo Venturi (1915) e, più tardi, in molti altri critici di storia dell’arte, fra i quali il Lauts, probabilmente anche a causa del brutto stato stato di conservazione della stesura pittorica.

La ripulitura del dipinto, e soprattutto quella della cornice – un tempo dorata – che portò alla luce il cartiglio con la firma dell’artista,  eseguita in occasione della “Mostra della pittura antica in Liguria” (fonte: A.Morassi: ”Capolavori della Pittura a Genova” Milano-Firenze, 1951), sciolse ogni dubbio sull’autografia di Antonello. Il cartellino, che oggi appare dipinto sulla base della cornice, reca la scritta “Antonellus messaneus / Haec / pinxit”.

Per quanto riguarda la cronologia, l’anno d’esecuzione della composizione è concordemente riferito al 1474.

Vergine annunziata (Palermo) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Vergine annunziata (Palermo)

Antonello da Messina: Vergine annunziata (Palermo)
Antonello da Messina: Vergine annunziata, cm. 45 x 34,5, Museo Nazionale di Palermo.

Sull’opera: “Vergine annunziata” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1475, misura 45 x 34,5 cm. ed è custodito nel Museo Nazionale di Palermo. 

In precedenza la tavola in esame era attribuita ad Antonio (conosciuto anche come Antonello) de Saliba, nipote dell’artista. Per questo motivo poco si sa sulla storia esterna di questo meraviglioso dipinto fino a tarda data, quando cioè il Di Marzo la scoprì presso la famiglia palermitana Colluzio, nel 1899, con l’attribuzione  al Dürer.

Dai Colluzio passò a monsignor Di Giovanni, che nel 1906 la fece pervenire al Museo Nazionale di Palermo, l’odierna sede.

Già qualche anno prima (1904) il Brunelli (“A” 1904), a proposito del dipinto, che secondo lui non si presentava ancora con caratteristiche della pittura veneziana, parlava di autografia di Antonello  con riferimento all’anno d’esecuzione, 1474. Inoltre lo studioso di storia dell’arte vi evidenziava forti analogie stilistiche con l’Annunciazione di Siracusa (si veda la pagina successiva), con la Madonna Benson della National Gallery di Washington, con la Vergine Annunziata del Bayerische Staatsgemäldesammlungen di Monaco e con il Salvator Mundi della National Gallery di Londra: ipotesi queste che confermerebbero un periodo precedente al soggiorno veneziano (1476) dell’artista.

L’ipotesi del Brunelli – autografia e datazione – venne favorevolmente accolta da molti studiosi di storia dell’arte, tra i quali citiamo Allmayer (“ASM”, 1907), Lauts, C. Brandi (“Mostra dei dipinti di Antonello da Messina”, 1942), Bottari (“AV” 1951).

Sempre d’accordo con l’autografia ma con ipotesi di cronologia più tarda – cioè nel periodo veneziano (1476) di Antonello – si propose il Longhi (“A” 1914), a cui seguirono gli avalli di altri critici.

Ecce homo (Piacenza) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Ecce homo (Piacenza)

Antonello da Messina: Ecce homo (Piacenza)
Antonello da Messina: Ecce homo, cm. 48,5 x 38, Collegio Alberoni, Piacenza.

Sull’opera: “Ecce homo” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1473 (?), misura 48,5 x 38 cm. ed è custodito nel Collegio Alberoni di Piacenza. 

In precedenza la tavola apparteneva al cardinale Alberoni che l’aveva acquistata a Roma nel 1725, probabilmente con il palazzo (compresi gli arredi) dei Lana, come si evince dalla presenza nell’elenco dell’ “Instrumenta Lana-Buratti” del 1588: un “Ecce Homo” fra altre opere che pervennero più tardi al presule, di cui alcune ancor oggi si trovano nell’istituto di Piacentino.

Il dipinto viene citato nell’inventario, redatto nel 1735, del palazzo dell’Alberoni a Roma ed in quello del 1753, poiché gli averi furono ereditati dal Collegio apostolico di San Lazzaro a Piacenza.

Da documentazioni certe si ricava che l’opera, il 16 febbraio 1760, insieme ai beni ereditati, si vendeva in un’asta alla modesta somma di sei scudi romani (valutazione fatta dal pittore Stefano Pozzi, accademico di San Luca, che stimò l’intera eredità).

Tuttavia il dipinto non ebbe compratori e passò alla villa Alberoni a Roma, per poi pervenire, nel 1761, a Piacenza.

Vigni (1952) lo ipotizzava invece pervenuto nella residenza siciliana del cardinale, nel periodo in cui questi, ministro di Filippo V prendeva accordi con gli spagnoli per riconquistare l’isola.

La tavola riapparve nel 1901, indicata da G. Ferrari (“RDA”); più tardi fu esposta al pubblico e commentata dai critici di storia dell’arte, che non sollevarono alcun dubbio sull’autografia del Maestro.

L’ “Ecce homo” subì un primo restauro nel 1903, ad opera di un certo Merlarti, e un intervento scientifico nel 1942 per conto dell’Istituto centrale di Roma.

Oggi la stesura pittorica utile copre cm. 43 x 32,4 a fronte di quella della tavola di 48,5 x 38.

Sul parapetto c’è un piccolo cartiglio con la scritta autografa “Antonellus messaneus me / pinxit”, preceduta da un’altra che  può verosimilmente essere interpretata come una data: “1470”, o “1473”, o “1475”.

San Gerolamo nello studio (Londra) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: San Gerolamo nello studio (Londra)

Antonello da Messina: San Gerolamo nello studio (Londra)
Antonello da Messina: San Gerolamo nello studio, cm. 46 x 36,5,  National Gallery di Londra.

Sull’opera: “San Gerolamo nello studio” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1474, misura 46 x 36,5 cm. ed è custodito nella .National Gallery di Londra. 

Il dipinto, intorno al 1835, faceva parte della collezione di Th. Baring a Stratton, come opera del Dürer. Nel 1848 fu venduto a Koningham che, l’anno successivo, lo cedette ad un commissionario dello stesso Baring. Quest’ultimo lo lasciò al nipote lord Northbrook, il quale nel 1894 lo fece pervenire alla National Gallery.

Il Michiel nel 1529, dopo aver ammirato la presente composizione in casa di Antonio Pasqualino, scrisse : “El quadretto del S. Jeronimo che nel studio legge, in abito cardinalesco: alcuni credono che el sii stato de mano de Antonello da Messina; ma li più, e più verisimilmente, l’attribuiscono a Gianes, ovvero al Memelin, pittor antico ponentino: e cussì mostra quella maniera, benché el volto è finito alla italiana: sicché par de mano de Jacometto, Li edifici sono alla ponentina. el paesetto è naturale, minuto e finito, e si vede oltra una finestra, e oltra (a paria del studio, e pur fugge: e tutta l’opera, per sottilità, colori, disegno, forza, rilievo, è perfetta. Ivi sono ritratti un pavone, un cotorno (coturnice), e un bacil da barbiero espressamente. Nel scabello vi è finta una letterina attaccata aperta, che par contenere el nome del maestro, e nondimeno se si guarda sottilmente appresso, non contiene lettera alcuna, ma è tutta finta”.

È questa probabilmente la citazione che fu, in passato, oggetto di accese discussioni fra gli studiosi di storia dell’arte e che fece ritardare l’assegnazione della tavola al Maestro, tanto che ancora il Morelli e il Gronau (1897) lo riferivano a Jacometto Veneziano (1472 1497), mentre il Servolini l’attribuiva a Jacopo de Barbari (probabilmente nato a Venezia intorno al 1445 – morto intorno al 1516). Più tardi venne riferita a van Eyck e a Memilng, fino a quando, nel 1933, il Lauts lo restituì ad Antonello con l’avallo della maggior parte degli studiosi, eccetto – per l’appunto – il Servolini.

Riguardo alla cronologia: due contenitori di Malines blu, ubicati sulla pedana anteriore (fra i gradini ed il gatto), sono del tutto simili a quelli posti ai piedi della Vergine nell’Annunciazione (tela di 180 x 180 cm., Museo Nazionale di palazzo Bellomo, Siracusa). Così pure, la paesaggistica delle due composizioni si possono considerare appartenenti allo stesso periodo.

Tutto questo fa pensare ad un periodo abbastanza avanzato che, secondo Longhi Lionello Venturi (1907), (“A” 1914)  e Causa, si aggirerebbe intorno al 1475, o tutt’al più poco più tardi.

Salvator mundi (Londra) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Salvator mundi (Londra)

Antonello da Messina: Salvator mundi (Londra)
Antonello da Messina: Salvator mundi, 39 x 29,5, National Gallery di Londra.

Sull’opera: “Salvator mundi” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1465, misura 39 x 29,5 cm. ed è custodito nella National Gallery di Londra.

Si pensa che quella in esame sia la prima opera firmala e datata da Antonello.

Sul frontale del  parapetto c’é un cartellino, recante la data e la firma dell’artista, che – tradizionalmente – viene letto: “millesimo quatricentessimo sexstage/simo quinto viije Indi antonellus / messaneus me pinxit”.

La scritta è riportata con una grafia più attinente al Gotico che al carattere umanistico italiano, impiegata soprattutto in Francia ed i Borgogna, “definita bastarda”. Tuttavia veniva usata anche – sotto Renato d’Angiò (Angers, 1409 – Aix-en-Provence, 1480)  – nei codici vergali partenopei.

Sempre a proposito della scritta, nel 1939, il Bottari ipotizzò che l’indizione “viije” non corrispondesse, in questa tavola, alla datazione 1465, bensì al 1460: probabilmente l’anno in cui l’artista eseguì la prima stesura, ancora ben visibile dalle tracce della mano destra, più alte rispetto a quella attuale (si osservi bene nella zona in corrispondenza del collo). Tuttavia altri studiosi di storia dell’arte, pensando alla particolare grafia di Antonello, dove X e V possono confondersi, tale indizione potrebbe essere interpretata come “xiije”.

Da fonti certe (notizia in “JBAL”, 1863) nel 1840 la tavola si trovava a Napoli, da dove – poco più tardi – fu trasferita in Piemonte.

Nel 1861 fu acquistata dalla National Gallery di Londra, presso la G. Isola e P. Orlandi di Genova.

Ritratto d’uomo (di Filadelfia) di Antonello da Messina

Antonello da Messina: Ritratto d’uomo (di Filadelfia)

Antonello da Messina: Ritratto d'uomo
Ritratto d’uomo, cm. 32 x 27, Museum of Art di Filadelfia.

Sull’opera: “Ritratto d’uomo” è un dipinto autografo di Antonello da Messina, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1470, misura 32 x 27 cm. ed è custodito nel Museum of Art di Filadelfia. 

Se si osserva bene la parte inferiore della tavola si nota un accenno di davanzale o balaustra dove, molto  probabilmente, si sarebbe letta la firma di Antonello posta su un cartiglio.

Si hanno moltissimi esempi che intorno al Seicento la pratica di segare le tavole (o tagliare le tele) in prossimità di stesure pittoriche danneggiate era assai frequente.

L’opera è comunque considerata autografa dalla maggior parte degli studiosi di storia dell’arte per le grandi affinità con le altre dello stesso artista.

Per quanto riguarda la cronologia, invece, i pareri divergono con vistosa evidenza. Secondo Lionello Venturi è collocabile intorno al 1470 (Pitture italiane in America, 1931), il Latus la ritarda al 1473-74, mentre il Berenson pensa ad un  periodo ancora più tardo.