La facciata del Duomo di Orbetello: Saggio critico

La facciata del Duomo di Orbetello: Saggio critico

Pagine correlate: Il gotico (pittura) – Chiese monumentali nel mondo

La facciata

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Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)
Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Come ho già accennato all’inizio, nella nota introduttiva a questo capitolo, ho trovato due opinioni contrastanti nei riguardi della definizione stilistica della facciata: quella del Toesca che dice che questa facciata è di gusto senese e quella del Nicolosi che la definisce gotico rinascimentale.

Tra queste due opinioni voglio inserire la mia, venuta alla luce nella ricerca che ho fatto nella Toscana, nel Lazio, nell’Umbria, di quegli elementi architettonici e scultorei che possono avere riferimenti con l’insieme o con i particolari del Duomo di Orbetello.

Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Sono cosi giunto alla determinazione di assegnare, sì come il Toesca, il Duomo di Orbetello ad un maestro senese o di gusto senese, ma che avesse però formato il suo gusto sul Duomo di Orvieto.

Per dimostrare quanto sopra ho detto, mi sono dovuto dilungare sulle vicende storiche di Orbetello, nei riflessi degli Abati delle Tre Fontane, degli Aldobrandeschi, degli Orsini, e soprattutto degli Orvietani. L’excursus storico ha voluto dimostrare principalmente il continuo avvicendarsi degli Orvietani nelle terre di Mare»ma e con ciò gli influssi, più che politici, commerciali ed artistici che essi vi hanno recato.

Citazione: “La tradizione vuole, e molte vestigia e particolarità, che ancora rimangono lo confermano, che (il Duomo di Orbetello) sia sorto sulle costruzioni di un tempio pagano e precisamente etrusco.

Se sia stato il noto tempio a Giove Vicilino del Vico Cosano, oppure quello di un’altra deità, volendo ammettere che Tito Livio non alludesse al1’agro di Cosa nel suo breve fosso, non è qui opportuno discutere. Secondo il nostro parere, mancano ancora gli elementi per una conclusione definitiva. Esso, probabilmente, venne trasformato in Chiesa Cristiana verso il secolo V, al tempo di Onorio; e deve essere stato ingrandito nei secoli posteriori, coll’accrescersi dell’abitato, prima castrum con rocca, poi piazza-forte, ed infine piccola città. Fu certamente ampliato e restaurato sotto la signoria dei Conti Nicola Orsini e dei nipoti Guido e Bertoldo, come lo attesta l’iscrizione sul portale.”. (P. RAVEGGI: “Orbetello antica e moderna” dalla rivista Maremma, anno VIII – 1933 – fasc. I – II Grosseto)

Per analizzare ampiamente questa iscrizione. Importantissima per la datazione della facciata, si rifà interamente all’opera del Bruscalupi (“Monografia storica della Contea di Pitigliano”, Firenze 1906, pagine 473-75):

HOC OPUS COMPOSITUM FUIT TEMPORE MAGN. DD.

NUCOLAI DE URSINUS NOLANI PALATINI COMITIS

ATQUE SPOLETI NEC NON GUIDONIS ET BERTULDI

COMITUS NEPOTUM SUORUM CURRENTIBUS TUNC

AN. DNI. MCCCLXXVI INDICTIONE XIII

Quest’opera fu composta al tempo dei

magnifici signori Nicola Orsini Nolano

conte palatino e di Spoleto e di Guidone

e  Bertoldo suoi nipoti, ricorrendo

allora gli anni del Signore 1376 e l’indizione 13°

Di questo tempo è l’artistica facciata che, purtroppo, dobbiamo lamentare sia rimasta incompiuta e che nel 1909 venne deturpata dal fregio di un cornicione di pessimo gusto, in pieno contrasto con la medesima.

Cosi dice il Nicolosi:

 ” Ciò che non ai potrà mai perdonare allo spagnolesco seicento sono i restauri, o meglio il rifacimento del Duomo che si volle ampliare rialzandolo ed aggiungendovi le navate laterali. Fortunatamente si è avuto il buonsenso di risparmiare la facciata, accontentandosi di includerla tra le nuove fabbriche. Si è voluto sopraffarla, e malgrado I’impressione disgustosa prodotta dalle aggiunte che ne hanno alterata 1’euritmia delle proporzioni la sua bellezza resiste ugualmente, anzi acquista un risalto maggiore dalla vicinanza dei muraglioni nudi e troppo bianchi che ne fanno risaltare la tinta calda della pietra dorata, sulla quale le decorazioni marmoree spiccano più teneramente bionde. Era una piccola cosa, ma la sua piccolezza, il lavoro minuto e delicato dei marmi, scolpiti con pochissimo rilievo, i particolari deliziosi curati con la finitezza d’una oreficeria, la forma stessa del tetto, con i pioventi molto ripidi e molto elevati in confronto delle dimensioni del corpo principale, la facevano sembrare un cofanetto destinato alla custodia di oggetti rari e preziosi. E siccome per accedervi bisognava salire alquanti gradini, essendo di parecchio più allta sul piano stradale, cosi doveva ancor più sembrare un magnifico reliquario, collocato sopra un altare, in modo che per avvicinarlo bisognasse innalzarsi.

Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci)
Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci)

 L’ogiva della porta, non molto accentuata del resto, trova modo di dar ancor meno nell’occhio adattandosi alla riquadratura in cui è come incastonata e coll’incrociarsi delle linee rette mitiga I’ascensione dell’arco.

Cosi il rosone, benché occupi ancora il posto d’onore, si impiccolisce, affonda nello spessore del muro per non richiamare subito l’attenzione sopra di sé, come sul più importante motivo ornamentale, ma lasciando invece che esso si posi di preferenza sui minori particolari architettonici che sono però la caratteristica decorativa di tutta la facciata.

Gli stipiti della porta, in cui è cesellato, più che scolpito, 1’aggrovigliarsi della vite simbolica e le colonnine variamente ritorte che formano la strombatura, sopportano a guisa di capitello un fregio non troppo sporgente che si prolunga lungo la facciata, sino a fasciare i due pilastri laterali, di cui interrompono la rigidezza verticale. Immediatamente ad di sopra ed in corrispondenza degli scipiti dei pilastri, quattro mensole oggi prive di statue, ricordano gli Orsini cogli orsacchiotti sostenuti dalle centrali e gli Aldobrandeschi coi leoni delle due esterne.

Porta e rosone della facciata (foto N. Musmeci)

Dove finisce l’inquadratura del portale, più alto e perciò più massiccio, un altro fregio, a finestrelle da cui sporgono dei piccoli visi umani, corre a parallelo al primo e finisce ancor esso girando intorno ai pilastri. Questi invece proseguo nella loro ascensione fino a sorpassare la linea d’incrocio col tetto terminando in due cuspidi, mentre a riempire il triangolo formato dai due spioventi s’apre il rosone, oggi otturato, ed una nicchia, del cui tabernacolo rimangono solo tre piccole guglie, ripara il busto di S. Benedetto, protettore dell’Abbazia delle Tre Fontane.”(C.A.  NICOLOSI:  “Il Litorale maremmano”, Bergamo 1910).    Pagina successiva

Prof. Ettore Zolesi

Il Duomo di Orbetello: Conclusioni del saggio critico

Il Duomo di Orbetello: Conclusioni del saggio critico

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Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)
Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Ciò vuol dire anche, che hanno torto, nei loro giudizi su questi fregi, sia il Nicolosi che il Raveggi. Per dire più specificatamente delle colonnine e delle rosette, per definirne la parentela più stretta, basta guardare quelle del particolare degli stipiti della facciata del Duomo di Orvieto; nella postierla del vescovado del Duomo di Orvieto; della porta del fianco destro della stessa Chiesa, con lo sviluppo che prende nel secolo XV (come nella chiesa di S. Fortunato a Todi); della porta maggiore della Chiesa di S. Agostino ad Orvieto; e, soprattutto in quelle del portale della Chiesa di S. Francesco a Bolsena, che, per questo particolare, sembra gemella a quella di Orbetello, e che sicuramente ne è la più stretta precedente.

Per quanto poi riguarda il fregio a fogliami che delimita lo spazio inferiore della facciata, sempre per confutare il Raveggi e il Nicolosi, per conto mio penso che essi abbiano esagerato nel valutare le qualità originali dell’autore del Duomo di Orbetello; tanto più che le decorazioni scolpite in questa facciata, massimamente i fogliami di questo fregio, denotano una arcaicità di forme che semmai, si avvicinerebbe più al romanico che al Rinascimento.

Sarebbe azzardato pensare, invece, che questo fregio sia stato fatto su influsso di quello simile che corre intorno alla facciata del Duomo di Orvieto, anche perché, come vedremo meglio in seguito, al fregio a formelle quadrilobi del Duomo di Orbetello ne corrisponde uno uguale sulla facciata dello stesso Duomo di Orvieto? Penso di no.

Sono cosi giunto a parlare del fregio a formelle quadrilobi con figura antropomorfa all’interno, che corre lungo la parete superiore della facciata, dividendo questa in due zone e che corona all’intorno tutto il rosone.

Di questo tipo di decorazione, ma con altra funzione e diversa disposizione, ho trovato solo nel finestrone laterale della Cattedrale di Grosseto, e nella facciata del Battistero di S. Giovanni a Siena (che, a sua volta, deriva dalla Badia Barardenga), ma in ambedue i monumenti, con uno scopo diverso da quello del Duomo di Orbetello, e con una forma tutta differente.

Un solo unico ed illustre esempio si avvicina invece alla facciata del Duomo di Orbetello: quello della facciata del Duomo di Orvieto. Infatti in questa facciata, corre, sopra le tre cuspidi che coronano i portali, una loggia che pausa lo slancio verticalistico e che serve a dividere la parte inferiore dalla superiore (come nel Duomo di Orbetello) lasciando in quella inferiore i portali e in quella superiore l’occhio centrale e il coronamento (come nel Duomo di Orbetello).

Come nel Duomo di Orbetello, poi, oltre alla fascia di formelle, ne abbiamo un’altra simile, con figure antropomorfe ugualmente, che fa da cornice al rosone.

Come ho già detto, questo elemento decorativo è del Maitani che lo sostituì al precedente progetto, che prevedeva una fascia decorativa a forma di rose, molto più grande di quella di adesso e la quale è a formèlle, che avrebbe dovuto essere al posto delle odierne edicole con statue.

Se poi, confrontando le due opere, vediamo che le figurine di Orvieto sono più perfette e recenti, ciò non contraddice il mio assunto, per due ragioni fondamentali:

  1. Che quelle del Duomo di Orbetello sono state costruite prima di quelle di Orvieto.

  2. Che ad Orvieto le maestranze dovevano per forza essere ad un livello d’arte superiore di quelle che si trovavano ad Orbetello.

Adesso non mi resta che tirare le somme. Come ho ripetuto all’inizio di questo capitolo, per me, il Duomo di Orbetello, avendo evidenti le caratteristiche del gotico senese, deriva direttamente dal Duomo di Orvieto, e non da altri monumenti, per ragioni storiche e stilistiche. Le ragioni storiche, giova ripeterlo, sono quelle dei continui contatti di Orbetello col Comune e la signoria di Orvieto e il suo contado (Enciclopedia Italiana, VII – pagina 354).

Contatti così ampi, continui e documentabili che ritengo superfluo di fermarmici sopra.

Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci))
Porta e rosone della facciata (foto N. Musmeci)

Le ragioni stilistiche sono cosi copiose, in tanto poco spazio, e così significative che raggruppate nel seguente schema appariranno più evidenti:

  1. La fascia a viti e pampini che incornicia esternamente il portale deriva dalla simile fascia che divide le raffigurazioni sui pilastri della facciata del Duomo di Orvieto;

  2. Le colonnine tortili, a punta di diamante e rosette, tutte dello sguancio del portale del Duomo di Orbetello, che vediamo copiose ed uguali, e nel Duomo di Orvieto e in altre chiese della stessa città e dal contado;

  3. La fascia di sapore classicheggiante che delimita la prima zona della nostra facciata, è, con analoga funzione, riportata, sebbene più ricca e con racemi meglio lavorati, nella facciata del Duomo di Orvieto e in altre chiese della stessa città dello stesso periodo.

  4. Le formelle quadrilobi che, a guisa di fascia, delimitano la seconda zona ed incorniciano l’occhio centrale del Duomo di Orbetello, hanno sola ed analoga corrispondenza nel Duomo di Orvieto.

Insomma, per concludere, questo mio giudizio è scaturito da tutti gli elementi che ho adesso accennati e documentati, elementi che troviamo in altre chiese, di sicuro e documentato influsso orvietano, nella Toscana sud occidentale, nell’Umbria occidentale e nel Lazio nord occidentale, non ultima la chiesa dell’Annunziata a Tarquinia, di S. Benedetto a Norcia e di tutte le altre chiese di cui ho discorso precedentemente.

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Prof. Ettore Zolesi

I restauri della facciata del Duomo di Orbetello

I restauri della facciata del Duomo di Orbetello

Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)
Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Restauri della facciata

A conclusione della mia indagine non mi resta ormai altro da dire che parlare sui progetti che ho trovato nella Biblioteca Comunale di Orbetello, per il completamento della facciata, in ragione degli ampliamenti fatti dagli Spagnoli.

Il primo progetto è del 1894, mentre il secondo è del 1902, firmato da G.B. Milani.

 Il primo progetto aggiunge, come del resto il secondo, due parti laterali, sullo stesso piano della Cattedrale, divisa da questa da due pilastri poco sporgenti. Lasciando immutato il fregio inferiore a racemi, lo prolunga ininterrottamente nelle due facciatelle, nelle quali aggiunge due portali in tutto simili a quello centrale. Lascia poi immutate le mensole rette dai leoni e dagli orsi, togliendo quella laterale del pilastro destro ed aggiungendone due ai pilastri estremi, da costruire. Mentre, pressoché, rimarrebbe immutata la parte inferiore della facciata, col portale e le due fascie di cui anche quella a formelle quadrilobi dovrebbe proseguire fino al termine delle due facciatelle, molto cambiata verrebbe la parte superiore. Infatti il rosone con la nicchia di S. Benedetto dovrebbe essere spostato in alto per far posto ad un loggiato che, grosso modo, dovrebbe essere simile a quello del Duomo di Orvieto, ed una altra fascia di formelle e due altri rosoncini con identiche nicchie dovrebbero essere posti nelle due facciatelle laterali.

Il timpano dovrebbe essere decorato con archetti pensili che prenderebbero il motivo degli archetti del loggiato, con sovrapposta una fascia di rosette da riprendere il motivo delle formelle. Quattro semplici pinnacoli cavi con archetti e con sferette sulla punta dovrebbero coronare i pilastri laterali, staccandosi però di poco dal muro della facciata. Infine un angelo crocifero dovrebbe essere posto sulla cima della cuspide.

Il secondo progetto vorrebbe lasciare immutata la parte originaria, con alcuni adattamenti e restauri, e aggiungere le due parti laterali, simili in tutto a questa.

Restauri vorrebbe fare nelle mensole sopra la prima fascia a racemi, e completare la parte il fianco col pilastro sinistro, rimasta incompiuta. I pilastri laterali dovrebbero trovarsi sullo stesso piano del fregio a viti del portale, come, in effetti, è adesso, e come la facciata centrale, mentre le due facciatelle laterali dovrebbero essere notevolmente arretrate, con un evidente effetto prospettico. Sopra le mensole restaurate e sopra altre cinque mensole il progetto prevede di mettere altrettante statue, con un bell’effetto decorativo.

Di notevole e di assolutamente originale è il coronamento della facciata, fatto con un loggiato obliquo terminante con una cornice di piccoli archetti acuti.

Sulla cima il solito angelo crocifero, verrebbe modificata, allargandola, la scalinata, la quale dovrebbe dare un effetto maestoso e monumentale all’insieme di tutta la costruzione.

Che dire di questi due progetti?

A parte il fatto che è bene lasciare cosi come si trova tutta la facciata, per le notissime ragioni di ordine estetico architettonico ed archeologico, il voler risolvere, come hanno fatto i due progettisti, la facciata aggiungendovi le altre due laterali, per cercare di fare un tutto omogeneo, mi sembra che ottenga invece l’effetto opposto. I due progettisti hanno tentato di risolvere, ognuno in una delle due maniere possibili, il progetto del completamento della facciata. Infatti o non si tiene conto di quello che si trova di antico (nella sistemazione attuale, s’intende), oppure ci si attiene scrupolosamente.

Nel primo progetto si tiene conto del primo fattore e vediamo l’inserimento di un loggiato sopra il fascione a formelle, e lo spostamento del rosone più alto, per permettere di innalzare ulteriormente lo slancio della facciata. Questa soluzione sarebbe abbastanza buona se non avesse le due appendici laterali, le quali non servono ad altro che ad opprimere lo slancio di quella centrale e a dare un senso di freddo, opprimente orizzontalismo a tutto l’insieme. Pertanto, già che aveva iniziato sulla strada del “tutto nuovo”, il progettista avrebbe dovuto rendere più omogenea l’architettura, alzando ancora di più la parte centrale per poter fare in modo di innalzare quelle laterali; avrebbe dovuto rendere più possenti i pilastri estremi, scandire di più i timpani e tenerli sopra il piano dei rosoni e delle nicchie.

Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci))
Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci))

Nel secondo progetto vediamo lo sforzo dell’architetto di non toccare il vecchio e di voler adattare le parti laterali, ripetendo il motivo di quello centrale.

E qui vediamo che viene falsato tutto lo spirito della vecchia costruzione, che, fatta nel 1376, per una piccola chiesa, adesso verrebbe slargata e oppressa talmente da acquistare un senso forte di goffaggine, non per nulla mitigato dall’intento spaziale del progetto.

E allora?

Come tutte le opere d’arte che rivelano lo spirito creativo del loro artista, e soprattutto come tutte le opere di architettura che sono state create per un loro preciso pratico scopo, la facciata del Duomo di Orbetello ha un suo carattere particolare, tutto proprio, che lo individua e che si rivela solo come esso adesso si trova.

Il voler adattare questo monumento, modificandolo più o meno radicalmente, alle aggiunte posteriori, vuoi dire falsarne completamente la sua particolare fisionomia.

Certo, adesso la facciata nulla perde della sua Bellezza architettonica, perché le aggiunte posteriori l’hanno lasciata vergine da ogni rifacimento : tutto verrebbe invece a perdere se da queste aggiunte venissero incorporate ad esse, con una fredda e non sentita sistemazione stilistica.

Pertanto, la soluzione che mi pare migliore è quella di lasciare ogni cosa come si trova, senza alcuna modificazione ed aggiunta.

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Prof. Ettore Zolesi

Il Gotico a Magliano

Il Gotico a Magliano

Pagine correlate: l gotico (pittura) – Chiese monumentali nel mondo.

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Fu forse l’antico municipio romano di Heba. Gli Aldobrandeschi vi costruirono una rocca prima del Mille.

Monumenti importanti sono la chiesa di S. Martino e la Chiesa di S. Giovanni Battista.

La Chiesa di S. Martino è di stile romanico mentre quella di S. Giovanni Battista fu trasformata in stile gotico, con una facciata rinascimentale.

Della trasformazione gotica poco adesso rimane se si fa eccezione del quattro finestroni bifori, del fianco sinistro, molto danneggiati e chiusi da muratura. La parte absidale è rinforzata da piccole lesene con poco aggetto e decorata da archetti pensili a sesto acuto. L’interno, a una navata, ha tre archi a tutto sesto che sostengono il soffitto a capanna. L’arco trionfale poggia su due colonne romaniche.

Il Gotico a Magliano: Chiesa di S. Martino

La Chiesa di S. Martino è di stile romanico (foto Vinattieri Matteo).

Chiesa di S. Giovanni Battista
La Chiesa di S. Giovanni Battista fu trasformata in stile gotico, con una facciata rinascimentale (foto Vinattieri Matteo).

Prof. Ettore Zolesi

Il Gotico a Santa Fiora

Il Gotico a Santa Fiora

La storia di questa cittadina si confonde con quella degli Aldobrandeschi, dei quali ho già discorso.

Di interessante è la Pieve, che ha internamente, a sinistra una cappella gotica, con una elegantissima e slanciata bifora e volta a crociera rinforzata da agili costoloni.

Avanzi di capitelli gotici sono incorporati nel pilastri barocchi, che uniscono questa cappella alla navata centrale.

Altra particolarità degna di nota è la cappella dal presbiterio, che ha le stesse caratteristiche di quella sopra descritta, fatta eccezione per il finestrone monoforo.

Il rimanente della chiesa è stato trasformato nel Seicento, con gusto baroccheggiante. 

Prof. Ettore Zolesi

Il Gotico a Santa Fiora: Pieve di S. Fiora - Sante Flora e Lucilla
Pieve di S. Fiora: sante Flora e Lucilla

La Cattedrale di Burgos

Nella foto: esterno della Cattedrale di Burgos

Catedral di Burgos (Cattedrale di Burgos)
Catedral di Burgos (Cattedrale di Burgos)

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Sulla chiesa in esame: La “Cattedrale di Burgos”, iniziata per volontà del re Ferdinando III di Castiglia e del vescovo Maurice, si trova a Burgos, fu costruita nel secolo XIII ed è di stile “gotico spagnolo”. 

La Cattedrale di Burgos, ubicata nella città di Burgos (Spagna settentrionale) oltre ad essere un edificio sacro cattolico dedicato alla Vergine Maria, è un fulgido esempio di stile gotico spagnolo.

STORIA

Nel 1075 Burgos diviene, grazie al re Alfonso VI, sede episcopale. Più tardi, il re decise la costruzione di una cattedrale dedicata alla Vergine Maria che si ritiene sia stata costruita secondo i dettami del romanico, sebbene non ci siano resti di questo edificio. L’opera venne terminata nel 1096, ma ben presto risultò troppo piccola per una città come Burgos che si stava sviluppando sempre più. Così venne distrutto l’edificio romanico e si iniziò la costruzione di una chiesa gotica. Venne edificata per volontà del re Ferdinando III di Castiglia e del vescovo della diocesi di Burgos, Maurice. I lavori iniziarono nel 1221 e furono seguiti probabilmente da un architetto francese rimasto anonimo e a partire dal 1240 furono diretti dal Maestro Enrique. Alla morte del vescovo Maurice nel 1238, il suo corpo venne sepolto nel presbiterio. La cattedrale venne consacrata nel 1260. Nel 1277 morì Maestro Enrique e il suo posto fu preso dall’architetto Johan Pérez. Tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo vennero portate a termine le cappelle delle navate e venne costruito il chiostro. Nel corso del XV secolo la famiglia dei Colonia, una famiglia di architetti e scultori di origine tedesca, inserì le guglie delle torri della facciata principale, posizionò la cupola sopra il transetto e realizzò la Capilla de los Condestables (Cappella dei Connestabili). Nel XVI secolo venne edificato un nuovo tiburio a opera di Juan de Vallejo , mentre nel secolo successivo vennero portate a termine tre cappelle: la Cappella di santa Tecla, la Cappella delle Reliquie e la Sagrestia. Diversi sono stati nei secoli XIX e XX i lavori di restauro.

ESTERNO

La parte inferiore della facciata ovest, chiamata facciata di Santa Maria, è formata da tre archi a sesto acuro, all’interno di ciascuno dei quali si trova un portale. L’arco centrale è più grande di quelli laterali e accoglie la porta di dimensioni maggiori, denominata Porta Reale o Porta del perdono, le altre due invece sono la Porta dell’Assunzione e la Porta dell’Immacolata Concezione. Il Portale di Santa Maria realizzato nel XIII secolo secondo lo stile gotico, in seguito al deterioramento verificatosi con il passare del tempo, rese necessari lavori di ricostruzione sia delle porte laterali che di quella centrale. Nella zona mediana è collocato un rosone, nel quale compare una stella a sei punte, al di sopra del quale si trova una galleria delimitata da una balaustra con pinnacoli. Al centro di quest’ultima è sistemata l’immagine scultorea della Vergine Maria. In corrispondenza delle due porte laterali si innalzano due torri molto simili, risalenti al XIII secolo, sopra le quali, nel XV secolo, Juan de Colonia inserì le guglie di base ottagonale.

INTERNO

Ha una pianta a croce latina, con tre navate, un transetto e un deambulatorio. Misura 84 metri di lunghezza, 59 di larghezza e la navata centrale, che è più grande di quelle laterali, raggiunge gli 11 metri di altezza. La navata centrale e il transetto sono percorsi dal triforio, al di sopra del quale si trovano delle grandi finestre con vetrate e con un rosone superiore. Nella Capilla Mayor è collocata una pala d’altare rinascimentale, iniziata da Rodrigo de la Hague nel 1562 e alla sua morte terminata dal fratello Martin. Il coro, situato in mezzo alla navata centrale, presenta degli stalli di particolare valore, realizzati in noce nel 1505 da Philip Bigarny. Sebbene lo stile della cattedrale sia gotico, però al suo interno compaiono elementi decorativi rinascimentali e barocchi, un esempio sono proprio gli stalli del coro che sono di stile rinascimentale. È da menzionare, all’interno della Cappella del Santissimo Cristo di Burgos, il crocifisso considerato miracoloso e molto venerato, costituito da un corpo in legno rivestito da pelle di vacca, con barba e capelli umani.

Serena

 

La Cattedrale di Canterbury

Nella foto: una veduta della Cattedrale di Canterbury con la facciata

Cattedrale di Canterbury
Cattedrale di Canterbury

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Sulla chiesa in esame: la “Cattedrale di Canterbury”, fu costruita dall’architetto Guglielmo di Sens e continuata dall’architetto inglese William the Englishman, si trova a Canterbury, fu costruita nel secolo XII ed è di stile “gotico inglese”. 

 La Cattedrale di Canterbury, capolavoro gotico, si trova nell’omonima città inglese, ed è una delle prime chiese cristiane realizzate in Inghilterra.

STORIA

Nel 597, il monaco Agostino venne inviato da Papa Gregorio Magno in Inghilterra, ad evangelizzare la regione del Kent, a sud-est di Londra, poiché era tornata ad essere una terra di idolatri dopo l’occupazione dei Sassoni. Giunto in quel posto, dal re del luogo Etelberto, sposo della regina cattolica Berta, ottenne la chiesa di San Martino. Nel giro di poco tempo, Agostino, non solo riuscì a convertire al cattolicesimo il re, ma convertì anche gran parte del Kent, anche contando sull’aiuto dello stesso Etelberto. Più tardi, il monaco fondò un monastero e fece costruire una nuova chiesa (inizi del VII secolo) che il titolo di cattedrale e Agostino, già diventato vescovo in Francia, divenne il primo arcivescovo di Canterbury. Il monastero però fu distrutto nel corso delle invasioni dei Vichinghi intorno al IX- X secolo, ma alla fine di quest’ultimo, fu ricostruito, dedicato a Sant’Agostino e divenne sede di una comunità di monaci benedettini fino al 1540, anno in cui il re Enrico VIII sciolse gli ordini monastici.

La cattedrale, con il passare del tempo, fu ricostruita prima dai Sassoni e più tardi dai Normanni, dopo la conquista del 1066. In seguito all’incendio verificatosi l’anno dopo, l’arcivescovo Lanfranco decise la ricostruzione della cattedrale e la consacrò nell’ottobre del 1077. Successivamente, nel 1093, all’arcivescovo Anselmo si deve la realizzazione in stile romanico della cripta e del coro con deambulatorio (la cui consacrazione avvenne nel 1130) sopra la cripta stessa. Molti furono nei secoli gli interventi di ristrutturazione e modifica dell’edificio sacro. Data degna di nota è il 29 dicembre 1170, poiché all’interno della cattedrale venne ucciso, pare per volontà di Enrico II, l’arcivescovo Tommaso Becket, a causa di conflitti per privilegi ecclesiastici. A partire da questo avvenimento, iniziarono i pellegrinaggi dei credenti in questo luogo di culto. Quattro anni più tardi, dopo un altro grave incendio, la cattedrale venne praticamente distrutta, in particolare fu danneggiato il coro romanico, così venne decisa la sua ricostruzione, che fu affidata all’architetto Guglielmo di Sens. I lavori iniziarono a partire dal 1175 utilizzando lo stile gotico, assai diffuso in Francia in quel tempo. Alla morte di Guglielmo di Sens, i lavori furono continuati dall’architetto inglese William the Englishman, che fece edificare la Cappella della Trinità e della Corona. La cattedrale fu particolarmente danneggiata durante la Guerra civile del 1640 e si resero necessari diversi anni per risistemare l’intera struttura, mentre non si evidenziarono significativi danni per i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, poiché le pregiate vetrate medievali furono sostituite con altre di poco valore.

ESTERNO

La cattedrale è situata all’interno delle mura medievali della città di Canterbury, ha dimensioni notevoli e presenta elementi gotici e romanici. Detto luogo sacro si compone di una parte orientale dove prevale lo stile romanico (archi a tutto sesto) ed una occidentale, nella quale compare una predominanza di stile gotico (archi a punta), che si uniscono grazie ad una scalinata, ed al centro si trova una torre del XV secolo, denominata Bell Harry Tower. Si entra nell’edificio sacro dal portale gotico sud-occidentale del XV secolo, restaurato nel XIX secolo.

INTERNO

Ha una pianta a doppia croce, tre navate e raggiunge la lunghezza di 168 metri. Al termine della navata si trova il coro gotico, mentre ad est di questo è possibile ammirare la Cappella della Trinità, divenuta il santuario di San Tommaso fino al 1540, quando Enrico VIII decise la sua distruzione. Questa cappella è circondata da un deambulatorio, caratterizzato da ben otto vetrate: una riguarda il martirio di Tommaso Becket, le altre invece raffigurano persone qualsiasi che hanno ricevuto miracoli dal santo. Sempre all’interno del deambulatorio ci sono delle tombe di arcivescovi e re. Nella parte orientale della cattedrale è posta la Cappella della Corona (chiamata così perché originariamente conteneva la testa di San Tommaso) contraddistinta da due vetrate realizzate in vetro istoriato risalenti al XIII secolo, rappresentanti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. La cripta si trova nell’estremità orientale della cattedrale e mostra ancora elementi romanici, come affreschi e colonne.

Serena

 

Architettura monastica – Introduzione

Architettura monastica senese

Pagine correlate:

Citazione: “Degna di particolare studio è l’architettura monastica che si svolse nel territorio senese durante i secoli XIII e XIV e delle quali sono, tra gli altri, esempi importanti le chiese di S. Domenico, di S. Francesco a Siena, il tempio della già abbazia di S. (Salgano; quello dell’abbazia di Monte Oliveto, S. Agostino e S. Francesco a Massa Marittima, S. Agostino a S. Gimignano etc.

La pianta delle due chiese senesi di S. Domenico e di S. Francesco riproduce il tipo più generalmente usato in Toscana negli edifici degli ordini Domenicani e Francescani; essa è a forma di croce, ad una sola navata spaziosa ed attraversata nella parte superiore da un transetto nel quale si aprono le cappelle che fiancheggiano 1’abside. Questa è di forma quadrata in ambedue le chiese sopraindicate come in altre già citate ordini monastici in Toscana. La granfie navata è coperta con incavallature in legname, ma l’abside e le cappelle absidali sono a volta con bottacci o costoloni e le loro arcate sono a sesto acuto. Il paramento esterno nel muro di S. Domenico e nel S. Francesco di Siena è di mattoni: le finestre dei loro lati sono di forma allungata e voltate a sesto acuto. A. CANESTRELLI: “L’Architettura medioevale a Siena e nel suo antico territorio: arte senese”. Siena 1904 – pag. 92.

.Di questo tipo di architettura sullo stile del S. Francesco e S. Domenico a Siena, del S. Francesco a Cortona, e di altre chiese della Toscana, dell’Umbria, del Lazio, nella Provincia di Grosseto abbiamo le chiese di S. Francesco e S. Agostino (* )a Massa Marittima; di S. Francesco a Grosseto e la Pieve di S Maria a Campagnatico.  

(*): Dato che la chiesa di S. Agostino, nella parte absidale, ha sicuro influsso dalla Cattedrale di Massa Marittima, ne farò la descrizione dopo lo studio di questo monumento.

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I testi sono del Prof. Ettore Zolesi

Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima

Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima

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Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima
Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima

Citazione: “Sorge questa città sul pendio di un poggio bislungo, composto di travertino, da tre parti isolato, alle cui radici occidentali si allarga un vasto e fertile piano, frastagliato da piccoli colli e valli di dolce declivio, che si riuniscono tutte in distanza per formare una grande pianura lambita dal mare, Circondata da buona parte delle sue antiche mura, Massa Marittima si divide in città alta o nuova e città bassa o vecchia. In Massa, forse da Pisa, sotto la cui egida si trovava la nascente repubblica, vennero squadre di maestri comacini e allorché Massa edifica la sua cattedrale, un maestro Enrico (Enrico da Campione) ne fu l’architetto e il maestro Giroldo da Como vi costruì nel 1267 il magnifico Battistero.” Petrocchi Massa Marittima – Arte e Storia”, Firenze 1900.

Chiesa di S. Francesco, Massa Marittima (da Wikimedia Commons)

Massa Marittima, di antichissima origine, fu etrusca poi romana e seguì le vicende di Populonia, finché, nell’835 fu elevata a sede vescovile.

Dopo l’invasione deio Saraceni, che nell’anno 935, al comando di re Abulkasen, dopo aver distrutta Roselle, distrussero, depredarono e saccheggiarono Massa “con tanta crudeltà ed empietà – come scrive il Gabrielli – da non lasciare pietra su pietra”. Massa, rovinata dalla furia barbaresca, cercò di risorgere dalle rovine e di sistemare le poche cose rimaste al fuoco ed alla distruzione.

Furono i Vescovi che riorganizzarono la città, per primo Uniclasio che resse la diocesi dal 924 al 944 e Che seppe iniziare la ricostruzione dei rioni di Borgo e della Città vecchia. È merito del Vescovo Giovanni II la ricostruzione del rione di Città nuova, che non appena fabbricato e cinto di mura, si empì di abitanti e di sontuosi edifici. Nel Terziere di Cittanuova, nel 1197, per merito del Vescovo Giovanni IV, venne eretta la chiesa di S. Pietro all’Orto che fino alla metà del secolo XIII servì ad uso di Cattedrale.

All’inizio del XIII secolo divenne fiorente Comune, ora alleato ora nemico di Pisa e di Siena. Nel 1337 fu assoggettata da quest’ultima che vi costruì una fortezza. Da allora la città decadde per la malaria e l’abbandono.

Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima
Chiesa di S. Francesco a Massa Marittima

Nel 1554 sostenne Siena nel memorando assedio di quell’anno, ed essa stessa assediata, capitolò alla fine di Ottobre.

I provvedimenti di Cosimo I e di Ferdinando non valsero a salvarla dalla terribile insidia della malaria e divenne quasi disabitata; più tardi i Lorena intrapresero opere di bonifica.

Chiesa di S. Francesco, Massa Marittima  (foto da Wikimedia C.)

Nota artistica: La scelta del luogo adatto alla costruzione ha un’importanza grandissima per S. Francesco. Egli pone in questa ricerca la sua sensibilità, tutta la sua perspicacia e tutto il suo volere; e nella parte più bella, meno accessibile, più difficile del colle o del monte eletto, forma il piccolo accampamento, come un generale in ricognizione.

Ripensiamoli tutti questi conventi francescani e tutti presenteranno un aspetto particolare, dato loro dal paesaggio che li accoglie, che li protegge, come piccoli nidi da salvare dagli uomini L. MARRI MARTINI:  “Costruzioni francescane in terra senese” Siena 1927, pag. 244.

Questa città, estremo lembo di terra caro al sogno egemonico di Siena medioevale, è la parte della Maremma dove più alita la leggenda e fioriscono le memorie francescane. Alcuni ritengono vero il fatto che il poverello, tornando dalla terra santa, sbarcasse in uno dei piccoli porti maremmani e s’incamminasse dal lido verso l’interno, poiché è insistente la voce che da queste parti egli s’intrattenesse fra il 1220 e il 1221. Un cronista massetano, il Gabrielli, ci dice essere vera la leggenda che una cameretta, ancora esistente, dell’ex convento, oggi seminario vescovile, fosse abitata da S. Francesco. Sembra però che il monastero, antichissimo, fosse prima dei Vallombrosani, che lo cedettero ai Francescani, e per quanto il convento appaia oggi radicalmente alterato e la chiesa ridotta a un sesto della sua lunghezza, si può ben dire che la costruzione monastica fu, nel suo insieme, bella e importante.

Di questa chiesa, a noi interessa la parte terminale, il transetto d’un tempo, poiché la navata fu mozzata per quattro volte consecutive, fu rifatta la facciata, intonacato l’interno e chiuse tutte le belle finestre gotiche.

La tribuna, rimasta intatta nelle sue caratteristiche d’insieme, col suo agile campanile a vela, messo sulla sommità dell’abside, fra il verde diffuso di un oliveto, apparisce elegante ed artisticamente bella.

Il braccio del transetto termina, lateralmente, con un grande finestrone acuto e l’abside maggiore, ottagona, ha tre agili finestrelle gotiche, nei cui pilastri s’innestano, da apposite mensolette, i costoloni della volta, assai alta e ardita. Questa parte terminale ha sotto il tetto una cornice smussata e un filare di piccole losanghe, sotto le quali corrono graziosi archetti pensili, con un leggerissimo appena accennato sesto acuto.

Dalla visione della costruzione, penso che siamo di fronte a un tipo di costruzione di un gotico arcaico con ritorni di motivi romanici tradizionali negli archetti pensili e nel  campanile a vela.

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Prof. Ettore Zolesi

Chiesa di S. Francesco a Grosseto

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Facciata della chiesa di S. Francesco a Grosseto
Facciata della chiesa di S. Francesco a Grosseto

Nota storica:

La più antica notizia di Grosseto potrebbe risalire a un diploma di Ludovico il Pio, dell’815 o dell’830, a favore della Badia di S. Antonio in Val d’Orcia, col quale concesse una gran parte del territorio posto tra i monti di Gavorrano e di Castiglione della Pescaia, fino al mare.

Nel 1138 Grosseto doveva essere salita ad un certo grado di prosperità, di popolazione e di sicurezza, se si considera che dal pontefice Innocenze II fu decorata col titolo di città quando egli con bolla dello stesso anno, ordinò che in Grosseto fosse trasferita la sede episcopale che fino ad allora era a Roselle.

Nel 1221 Federico II investì della Signoria di Grosseto il fedele Ildebrande degli Aldobrandeschi, conte palatino di Toscana; ma tre anni dopo i conti Aldobrandeschi, per rendersi amico il popolo di Grosseto, dettero libertà alla loro città, riservandosi, dice il Malavolti, la “cognitione delle cause criminali”.

Facciata della chiesa di S. Francesco (foto da Wikimedia Commons)

 Come i Senesi sentirono che la città, sulla quale da tanto tempo avevano posto gli occhi era uscita dal dominio diretto degli Aldobrandeschi (contro i quali, per il trattato del 1151 non potevano far guerra), mandarono degli armati alla conquista di Grosseto, che presero; ma la tennero per poco, perché la città si ribellò.

Poiché i Senesi non la volevano lasciare, i Grossetani tornarono ad appoggiarsi agli Aldobrandeschi e il 24 Aprile del 1249 fecero trascrivere, nella Cattedrale, da tre notari, la copia del diploma di Federico II.

Da questo importante documento è logico pensare che la fabbrica del Duomo doveva essere già coperta ed atta alle riunioni di popolo, e quindi anche alla pratiche di culto. In seguito ad una capitolazione, stipulata in Siena nel 1277, i Grossetani si impegnarono a far pace e guerra a disposizione del Comune di Siena, e di esentare dalle tasse i cittadini senesi che venissero ad abitare nel loro territorio (Kaleffo dell’Assunta). Dopo che Siena divenne la libera dominatrice di Grosseto e del suo vasto territorio, poté pacificamente continuare la fabbrica della grandiosa Cattedrale di questa città, alla quale fu dato inizio sin dal principio del secolo XIII, come si vede nel testamento del 1208 del conte Ildebrandino.

Vi si misero, poi, i Francesi, nella guerra di Siena contro Cosimo I, al quale passò nel 1559.

I primi Granduchi medicei le diedero la prima cinta esagonale e compirono importanti lavori di bonifica nel suo territorio; in seguito, però, la città decadde e fu quasi spopolata. La sua resurrezione iniziò con Pietro Leopoldo di Lorena, il quale la costituì in capoluogo di provincia nel 1776.

Nota artistica:  “La Chiesa di S. Francesco a Grosseto, alta, ampia, ariosa, illuminata nell’interno, da cinque grandi finestre, interno variopinto da travature policrome e di un falso zebrato, ha una sola nave senza il transetto e il campanile che s’imposta a destra della parte terminale. La fronte spaziosa, con un gran rosone nel centro, ha un portale semplicissimo, con una tettoia a doppia pendenza, che rende più misterioso ed ambrato l’interno, Tutta la Chiesa a laterizi, trova il suo unico ornamento in una cornice a mattoni messi per angolo, quasi un merletto che la percorre dalla tribuna, ai fianchi, alla fronte. L. MARRI MARTINI, “Costruzioni Francescane in terra senese” – Siena 1927 – pag.264

La Chiesa di S. fortunato o di S. Francesco è antecedente alla Cattedrale. Un’epigrafe ci dice che i monaci Benedettini l’abbandonarono nel 1220.

Appartenne ai Benedettini col titolo di S. Fortunato e dal 1289 ai Francescani che, cambiatole nome, la tennero fino alla soppressione degli Ordini religiosi, decretata dai Francesi nel 1808.

Dopo d’allora fu molto spesso utilizzata come caserma, finché i restauri del 1903, condotti dall’architetto P. Porciatti non la restituirono al culto. La semplicità dell’architettura francescana è chiara anche in questa fabbrica, dove la sola concessione all’eleganza è rappresentata da una leggera e minuscola cornice in cotto, ricorrente all’orlo del tetto, oltre che dai finestroni ad arco acuto dei fianchi, che interrompono con le loro aperture, la monotonia del mattone liscio.

Lunetta della facciata della chiesa di San Francesco a Grosseto
Lunetta della facciata della chiesa di San Francesco a Grosseto

 Della facciata, altrettanto semplice e nuda, unici motivi di decorazione sono l’occhio centrale che ha effetto di una macchia scura, e la sporgenza della breve tettoia ripara la porta e la sua lunetta, oggi adorna di un dipinto del Casucci di Siena.

La sobrietà, del restauro si nota anche quando si entra nell’ampia navata simile a quella del S. Francesco a Siena – dal soffitto a travi dipinte a colori vivaci e dove la luce entra abbondante dai finestroni, colorandosi discreta mente nelle vetrate.

Spogliata di ogni inutile accessorio, scomparse le aggiunte posteriori da cui era deturpata, essa ci mostra attualmente un solo altare al centro del presbiterio, rialzato di alcuni gradini sul pavimento della Chiesa, e gli avanzi delle sue decorazioni murali nei pochi affreschi ricomparsi di sotto alla verniciatura che per tanti anni ti aveva nascosti.

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Prof. Ettore Zolesi