L’Assunzione della Vergine di Cimabue

Cimabue

Cimabue: Assunzione della Vergine
Cimabue: Parte alta sinistra dell’Assunzione della Vergine, cm. 350 x 320, Chiesa superiore di San Francesco (abside), Assisi.
Cimabue: Assunzione della Vergine
Parte alta destra dell’Assunzione della Vergine, cm. 350 x 320, Chiesa superiore di San Francesco (abside), Assisi.

Sull’opera: “Assunzione della Vergine” è un affresco autografo di Cimabue eseguito nel 1280-83, misura 350 x 320 cm. ed è custodito nell’abside della Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi. 

In questa pagina viene rappresentato gran parte del particolare, quello cioè comprendente la parte alta.

 La composizione, molto danneggiata dal tempo e dagli agenti atmosferici e strutturali, si trova sulla parete di destra. Tuttavia è ancora abbastanza leggibile nella sua linea generale.

La struttura compositiva si sviluppa in tre vaste zone parallele che corrono in orizzontale. La parte in basso (quella, purtroppo, non raffigurata in questa pagina, ma visibile globalmente in bianco e nero) è interessata dal sepolcro scoperchiato, alle cui estremità si trovano gli apostoli. In quella centrale appaiono tre serie di personaggi: santi, martiri, patriarchi e confessori. Nella fascia alta, la più ampia ed espressiva, dominano – in una mandorla sorretta da quattro angeli – il Redentore e la Vergine in un vicendevole abbraccio. Le figure degli angeli che sorreggono Cristo e la Madonna si allungano orizzontalmente sino agli estremi del riquadro: un particolare, questo, ancora bellissimo nonostante l’ingiallimento dei chiari che non consente di mostrarne a pieno il fascino originale, certamente ripensato, ma in funzione di una assai più articolata creazione compositiva.

 

Crocifisso (Arezzo) di Cimabue

Cimabue: Crocifisso (Arezzo)

Cimabue: Crocifisso (Arezzo)
Cimabue: Crocifisso, cm. 336 x 267, Chiesa di San Domenico, Arezzo. Particolari  1   2

Sull’opera: “Crocifisso” è un dipinto autografo di Cimabue, realizzato con tecnica a tempera su tavola nel 1268-71, misura 336 x 267 cm. ed è custodito nella Chiesa di San Domenico ad Arezzo.

Il Cristo benedicente, rappresentato nel tondo in alto, non fu realizzato da Cimabue. Sul terminale sinistro della croce è raffigurata la Madonna, mentre su quello destro, San Giovanni.

Intorno al 1917 il dipinto venne restaurato da Domenico Fiscali. Le fonti più antiche non citano la tavola, mentre la storiografia moderna  inizia a parlarne soltanto dal 1875, anno in cui il Cavalcaselle l’assegnò a Margarito d’Arezzo, conosciuto anche come Margaritone (nascita e morte ignote ma esiste un documento attestante la sua attività nel 1262) con la concordia di Langton Douglas (1903).

Più tardi, nel 1922 il Sirén l’assegnò a Coppo di Marcovaldo ((Firenze, ca. 1225 – ca. 1276), con la completa approvazione di Vitzthum e Volbach (“H’K” 1924), i quali vi evidenziavano anche l’ascendenza di Giunta Pisano. Ma già nel 1907 Adolfo Venturi avanzava l’ipotesi di un’autografia di Cimabue, che fu più tardi accolta con decisione dal Toesca (1927). A questi due studiosi ne seguirono molti altri, con l’eccezione di Van Marle (1923), che ipotizzava un “anonimo bizantineggiante“. Dell’Oertel (“ZK” 1937), che considerava la composizione come opera di scuola; del Garrison (1949) che propendeva per un’assegnazione alla bottega dello stesso Cimabue o alla scuola di Coppo di Marcovaldo, ammettendo tuttavia interventi più o meno vasti di Cimabue giovane.

La cronologia dell’opera è stata oggetto di grandi e numerosi dibattiti, con pareri assai discordi che si distanziavano addirittura di decenni.

La più verosimile appare invece quella relativa al periodo 1268-71, anni in cui erano ben saldi i legami con Coppo e Giunta.

L’influsso di quest’ultimo si percepisce nel corpo del Cristo (non nella flessione, di gusto prettamente ellenistico), nel panneggio e nella struttura della croce, compresa la decorazione.

Cimabue: Bibliografia

Cimabue: Bibliografia

Il genio, quando è tale, non ha bisogno di inventare, ma sta alla vita e al contributo valido del passato, che gli è dentro da sé, per ragione morale. Non si può dubitare perciò che Cimabue, nell’intelligenza della tumultuosa capacità di vero confessata da questi grandi spiriti, si risolvesse a recuperarne il sentimento e prendesse a muoversi con spregiudicata libertà lungo la china dei secoli (da F.. Bologna nella Pittura italiana delle origini, 1962)

Bibliografia:

  • “Cimabue”, Eugenio Battisti, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1963.

  • “Cimabue e i precursori di Giotto. Affreschi, mosaici e tavole”, Miklós Boskovits, Scala Istituto Fotografico Editoriale, Firenze, 1976.

  • “Cenni di Pepe (Pepo), detto Cimabue” (s.v.), Miklós Boskovits, in Dizionario biografico degli italiani, XXIII, 1979, da pagina 537 a pagina 544.

  • “Cimabue”, Luciano Bellosi, Motta,  Milano, 1998.

  • Catalogo della mostra inaugurata a Pisa (2005): “Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto”, a cura di A. Caleca e M. Burresi, Ospedaletto, Pacini Editore, 2005.