Cosmè Tura: bibliografia

Cosmè Tura: bibliografia

Cosmè Tura, Francesco del Cossa, Ercole De Roberti: bibliografia

Cosmé Tura, pittore ufficiale al servizio dei duchi Estensi a Ferrara, fu colui  che fondò ed animò la Scuola ferrarese;

Francesco del Cossa fu, insieme ad Ercole De Roberti e Cosmè Tura uno dei grandi protagonisti della pittura ferrarese del Quattrocento;

Ercole de Roberti, anch’essoi grande esponente del primo Rinascimento, fu allievo del Cossa e del Tura.

Bibliografia di Cosmé Tura

“Storia dell’arte italiana”, A. Venturi. Milano 1940.

“Cosmé Tura”, Mario Salmi, Milano, 1957.

P. D’Ancona e M.L. Gengaro. Umanesimo e Rinascimento, Torino 1958.

“L’arte nel Rinascimento”, T.C.I., Milano, 1962.

Ercole de Roberti, Lionello Puppi, Fratelli Fabbri, Milano, 1966.

“Cosmè Tura e i grandi pittori ferraresi del suo tempo”, Classici dell’arte Rizzoli, AA.VV., 1966.

“Galleria Estense”, Giorgio Bonsanti, Modena 1977.

“I pittori dei mesi di Schifanoia”, G. Briganti, C. Bertelli e A. Giuliano in “Storia dell’Arte Italiana”, Vol. secondo, Mondadori, Milano, 1990.

“Ercole de’ Roberti”, Monica Molteni, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano,1995.

“La collezione Cagnola. I dipinti, Busto Arsizio”, Miklós Boskovits, Giorgio Fossaluzza, Nomos Edizioni, 1998.

“I tempi dell’arte”, volume secondo, Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, Bompiani, Milano 1999.

“Il Quattrocento”, Stefano Zuffi, Electa, Milano 2004.

“Francesco del Cossa”, Vittorio Sgarbi, Skira, Milano, 2007.

Catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 2007), a cura di Mauro Natale: “Cosmé Tura e Francesco del Cossa”,  Ferrara 2007.

Opere di Francesco del Cossa

Opere di Francesco del Cossa: alcuni fra i dipinti più significativi dell’artista

26 Opere di Francesco del Cossa - pala dell'osservanza

Pala dell’Osservanza – L’Annunciazione e la Natività, rispettivamente cm. 131 x 113 e 26,5 x 114,5, Gemäldegalerie, Dresda.

27 francesco cossa - madonna del baraccano

Madonna del Baraccano, cm. 400 x 250, Chiesa di Santa Maria del Baraccano, Bologna.

28 francesco cossa - polittico griffoni

Polittico Griffoni – National Gallery of Art di Washington, National Gallery di Londra e Pinacoteca di Brera a Milano.

35 francesco cossa - madonna col bambino e i santi

Madonna con il Bambino e i santi Petronio e Giovanni Evangelista, cm. 227 x 166, Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Pala dell’Osservanza di Francesco del Cossa

Pala dell’Osservanza – L’Annunciazione e la Natività di Francesco del Cossa

Francesco del Cossa: Pala dell'Osservanza - L'annunciazione e la Natività
Pala dell’Osservanza – L’Annunciazione e la Natività, rispettivamente cm. 131 x 113 e 26,5 x 114,5, Gemäldegalerie, Dresda.

Descrizione e storia

Sull’opera: La “Pala dell’Osservanza” è composta da due dipinti attribuiti a Francesco del Cossa, realizzati con tecnica a tempera su tavola nel 1470. Le due opere misurano rispettivamente 131 x 113 e 26,5 x 114,5 cm. e sono custodite  nella Gemäldegalerie a Dresda. 

Trattasi della pala realizzata dal Cossa per la chiesa dell’Osservanza di Bologna. L’Annunciazione era unita alla Natività che fungeva da predella. I due dipinti si trovano nella Gemäldegalerie a Dresda dal lontano 1750.

L’ANNUNCIAZIONE

In precedenza il dipinto era assegnato al Mantegna, fino quando – nel 1871 – il Cavalcaselle e il Crowe non ipotizzarono il pennello di un pittore ferrarese del Quattrocento-Cinquecento, forse Baldassarre d’Este (1443 – 1504)  o Ercole Grandi (1491 – 1531).

Addirittura il catalogo della galleria, redatto nel 1884, riportava l’attribuzione ad “una antica scuola fiorentina”. Fu il Morelli che intorno alla fine dell’Ottocento la riconsegnò al Cossa; giudizio, questo, che venne sottoscritto da più eminenti studiosi come il Frizzoni, Harck, Gruyer, Adolfo Venturi, Nicolson, Longhi, Salmi e l’Argan.

A Proposito della composizione il Longhi (1934) scriveva: “D’una limpidissima logica architettonica la pala di Dresda risolve con un’invenzione degna dell’ispiratore Piero la tradizionale stesura dell’Annunciazione in una stupenda coerenza tridimensionale, sovvenuta dalla piena illusione del lume di primavera che su tutto si stende. trascorre, soffia e si proietta”.

LA NATIVITÀ

È pressoché universale la concordia fra gli studiosi nel  considerarla come opera di bottega, realizzata da allievi di del Cossa (fonti: Berenson, Ortolani, Nicolson), ma per il Longhi “se non tutta, almeno una parte dell’esecuzione, e in ogni caso l’invenzione stupenda, rimontano al Cossa. Il trescone dei villani a sinistra è un ritmo tra i più belli e ben legati del Quattrocento: ritmo greve e umido”.

Natività di altri Grandi Maestri.

Opere di Ercole de Roberti

Opere di Ercole de Roberti (Ferrara, 1451-1456 – Ferrara, 1496)

Alcune tra le opere più celebri di  Ercole de’ Roberti

36 Opere di Ercole de Roberti - predella con storie di cristo

Predella con storie di Cristo – L’orazione nell’orto e la caduta di Cristo – La salita al Calvario, ciascuno cm. 35 x 118, Gemäldegalerie, Dresda.

37 de roberti - predella con storie di cristo

Predella con storie di Cristo – Pietà, cm. 35 x 30, Walker Art Gallery, Liverpool.

38 de roberti - pala portuense

Pala Portuense, cm. 323 x 240, Pinacoteca di Brera, Milano.

39 de roberti - concerto

Concerto, cm. 93 x 73, National Gallery, Londra.

Miracoli di San Vincenzo Ferrer

Miracoli di San Vincenzo Ferrer, cm. 27,5 x 214, Musei Vaticani, Roma.

42 de roberti - dittico bentivoglio

Dittico Bentivoglio – Giovanni II Bentivoglio, cm. 54 x 38, National Gallery di Londra.

Cosmè Tura, Francesco (del) Cossa, Ercole de’ Roberti

Pagine correlate agli artisti: Le opere del Tura – Le opere del Cossa – Le opere del de’ Roberti – La critica al Tura – La critica al Cossa – La critica al de’ Roberti – Il periodo artistico dei tre pittoribibliografia – Pittori ferraresi e il Ciclo dei “Mesi” a Palazzo Schifanoia.

Le biografie di tre grandi artisti del Quattrocento ferrarese

Biografia di Cosmè Tura

Cosmè Tura: La Pietà
Cosmè Tura: La Pietà

Cosmè Tura, o anche Cosimo Tura, nasce a Ferrara intorno al 1430 (probabilmente 1433) da Domenico, un calzolaio.

La sua prima formazione, secondo Vasari, avviene sotto la guida di Galasso Ferrarese. È il pittore ufficiale della famiglia degli Estensi e può essere accreditato come il principale fondatore della Scuola di Ferrara, della quale è sicuramente uno dei maggiori esponenti.

Cosmè Tura non è soltanto attivo nel campo della pittura generica e della decorazione nelle chiese, ma è anche un abilissimo scenografo nelle feste e manifestazioni popolari, che spesso vengono organizzate dai duchi.

Cosmé Tura: La Primavera
Cosmé Tura: La Primavera

Nella seconda metà del Quattrocento, precisamente tra il 1450 ed il 1470, le zone del ferrarese sono teatro di uno sviluppo espressivo di notevole entità, che non trova riscontro in nessun periodo della Storia dell’arte figurativa italiana e, forse europea. In questo periodo, che coincide con quello che vede al governo Borso d’Este, assistiamo alla nascita ed allo sviluppo di un linguaggio pittorico molto raffinato ed eccentrico che renderà famosa l’arte ferrarese di questa seconda metà del Quattrocento. Dal 1467 al 1472 Cosmè Tura dipinge diversi affreschi: realizza la decorazione della cappella di Francesco Sacrati in S. Domenico e, poco più tardi, nella chiesa di Belriguardo, su richiesta di Borso, le Storie della Vergine, due grandi capolavori andati purtroppo perduti. Di questa serie, arrivano a noi soltanto le ante d’organo della Cattedrale dove vengono raffigurati l’Annunciazione e San Giorgio che lotta contro il drago per liberare la principessa.

Cosmè Tura: Il Polittico di Roverella
Cosmè Tura: Il Polittico di Roverella

Affresca le sale della biblioteca di Pico della Mirandola e progetta la decorazione del Palazzo Schifanoia. Cosmè Tura morirà nell’aprile del 1495 e sarà sepolto nella chiesa di San Giorgio fuori le Mura.

La sua pittura giovanile risente degli influssi di Mantegna, mentre quella dell’età matura è del tutto originale, con composizioni ricche di fastosità e di solido plasticismo delle figure, in un superficiale realismo che oscilla tra realtà e fantasia, fondato principalmente sulla stesura delle gamme cromatiche, in una scrupolosa ricerca del nuovo.

Biografia di Francesco del Cossa

Francesco del Cossa: Madonna col Bambino e i santi
Francesco del Cossa: Madonna col Bambino e i santi

Su Francesco del Cossa ci sono poche testimonianze che possano documentarne l’attività artistica. Nasce nel 1435(6) e muore, all’età di soli 42 anni, nel 1478.

La data di morte è documentata da uno scambio epistolare avvenuto nel 1478 tra Sebastiano Aldrovandi e Michele Salimbeni, nel quale si parla appunto della sua prematura morte a 42 anni avvenuta in quei giorni.

La prima documentazione, relativa alla sua attività artistica, è una ricevuta di pagamento per la realizzazione di un lavoro raffigurante una deposizione con tre immagini su un finto supporto marmoreo, per l’altare nella Cattedrale di Ferrara. L’opera è andata distrutta in seguito alla ricostruzione dell’abside intorno alla fine del secolo.

Francesco del Cossa: Polittico Griffoni
Francesco del Cossa: Polittico Griffoni

Nel 1460 Francesco è già un pittore affermato e conosciuto, ma ancora legato all’attività del padre. Questi è un esperto muratore che realizza importanti lavori per edifici pubblici dove spesso necessitano, al suo interno, finimenti decorativi. Nel dicembre del 1462, già completamente affrancato dal padre, si trova a Bologna come testimone del battesimo di un componente della Famiglia Garganelli (documentazione importante in quanto attesta la frequentazione di Bologna e della Famiglia Garganelli, per la quale realizzerà i famosi affreschi in San Pietro).

Intorno al 1470 Francesco, povero e mal ridotto, si trova nuovamente a Ferrara per richiedere al duca Borso d’Este il pagamento di una sua prestazione artistica: con una lettera reclama dignitosamente un più consono e decoroso trattamento economico per gli affreschi nella sala dei Mesi di Schifanoia, opera da lui ritenuta migliore di quelle realizzate nelle altre pareti da altri artisti. Da qui si vede costretto a ritornare a Bologna dove inizierà una intensa stagione di realizzazioni artistiche, contrassegnata da committenze molto prestigiose.

Nel 1472 realizza la famosa Madonna del Baraccano, un’opera votiva di grande rilievo commissionata dalla famiglia Bentivoglio. Nell’anno seguente è attivo nella basilica di San Petronio, dove prepara i cartoni che raffigurano i santi Petronio e Agostino per due tarsie, ed insieme al de’ Roberti, dipinge la maestosa “macchina pittorica” nella cappella di Floriano Griffoni. Nel 1474 porta a termine la Pala dei Mercanti commissionata da Domenico Amorini ed Alberto de Cattani. Nel 1478, proprio nel periodo dei lavori di decorazione nella chiesa di San Pietro di Bologna, viene stroncato, in brevissimo tempo, dalla peste. L’opera viene portata a termine da Ercole de’ Roberti.

Biografia di Ercole de’ Roberti

Ercole de Roberti: Miracoli di San Vincenzo
Ercole de Roberti: Miracoli di San Vincenzo Ferrer

Ercole de’ Roberti, o semplicemente Ercole da Ferrara, nasce nell’omonima città nel 1450(1) e muore intorno al 1496. La sua formazione artistica si forgia sotto la guida di Francesco Cossa e di Cosmè Tura.

Con Cossa collabora attivamente alla decorazione del palazzo Schifanoia e, in seguito, alla Pala di San Lazzaro e al Polittico Griffoni.

Anche Ercole lavora presso la corte degli Estensi a Ferrara. Nella sua città intorno al 1479, insieme al fratello Polidoro e ad un orafo piacentino, apre una bottega. In breve tempo è già un pittore affermato, quindi si sposta per la realizzazione di opere importanti, in altre città della regione e fuori (Roma e Venezia), spingendosi perfino in Ungheria come pittore di corte.

Nonostante la sua ricca produzione artistica, Ercole de’ Roberti non sarà mai soddisfatto per la mancanza di un giusto rientro economico. La sua celebrità inizierà subito dopo la sua morte.

Citazioni su De Roberti: quello che hanno detto di lui

  Ercole de’ Roberti (Ferrara, 1451-1456 – Ferrara, 1496)

Quello che hanno detto di Lui (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

I critici di Storia dell’arte hanno detto di Ercole de’ Roberti:

Le opere sue sono fecondissime di poesia, variate nelle invenzioni, e pienissime d’affetto.    C. laderchi, Descrizione della quadreria Costabili, 1838.

Le ricerche che affermavano il Mantegna e il Tura ebbero termine con Ercole nell’arte ferrarese: tutto si schiara, si nobilita, si illumina ; si perde l’involucro o classico o ferreo, e rimane come purificata la forza morale.   A. venturi, Storia dell’arte italiana, VII, 1914.

L’arte trabocca, dopo tanto e così severo ritegno, di umana tenerezza. N, barbantini, La pittura ferrarese nel Rinascimento, m “Nuova Antologia”, 1933.

Ercole non è soltanto pittore dinamico per i colori, ma anche per il segno rapido e nervoso, che ben dimostra l’impeto dell’ideazione del comporre e schizzare le figure in movimento, mentre il freno dell’arte lo costringe poi a calmare la foga, fino a raggiungere il perfetto equilibrio delle masse, e soprattutto a comporle entro la cornice armoniosa delle slanciate architetture, che rispondono a un perfetto criterio statico.   F. filippini, Pittori ferraresi del Rinascimento in Bologna, 1933.

Corrono gli anni dal 1469 al ’76 o poco più avanti. E per tutto si imprime la prima forma di Èrcole, che sull’immaginativa ingrifata del Tura, sulla rusticana terribilità del Cossa, va fondando il suo personale e disperato cubismo; in alto senso decadente, come doveva pur essere dopo precedenti già tanto spericolati […]. Nelle azioni umane poi, un repertorio così ricco di moti, di arresti, di pause, di spezzature; così fiammante e crudele, da traboccare genio da ogni verso. Un’eleganza quasi perniciosa e attoscata; un mondo dell’anticristo; un senso tanto più beffardo del perituro, di quanto l’attimo è più colpito a segno. Che incantesimo, e che tragedia senza lacrime.   R. longhi, Officina ferrarese, 1934.

L’esasperato contorno del Tura, tridimensionalmente esaltato, si articola in una composizione e figurazione “cubizzata”, instabile, movimentata; il “sistema prospettico” di Cossa, risolto sempre nella strutturazione architettonica saldamente e severamente, delimitato e racchiuso con precisione e chiarezza dall’effetto luminoso sempre uniforme, qui si sfalda e si rompe […]. La luce, non più cristallina e diffusa, acquista nel de’ Roberti modulazioni di ritmo efficacissime e variabili; da luce artificiale, astratta, diviene naturale, a sfumature ombrate e penombrate. Anche il colore abbandona la smagliante metallica forza per assumere tonalità varie, mutabili, fuggevoli: ora limpide e fredde, ora violente e carnose, sempre armonicamente fuse in un ritmo compositivo equilibratissimo.    F. cologni, Itinerari del tempo antico dell’arte: C. Tura, F. Cossa, E. de’ Roberti, 1961.

La tecnica pittorica di estrema finezza, riflette l’aspirazione a sciogliere la saldezza plastica e il rigore ferrarese del disegno in modulazione pittorica. I colori hanno una luminosità preziosa, e tuttavia Roberti ha cercato di attenuare la vivacità coloristica del Cossa con lievi ombre e delicate lumeggiature […]. La dolce, solenne malinconia del sentimento accomuna il Roberti alla sensibilità del Perugino, di Leonardo, del Francia e del Costa. Nell’ambiente emiliano il Roberti appare come un maestro di transizione:

Al suo temperamento inquieto ogni soggetto si presenta come cosa nuova, cosicché nel corso dell’esecuzione pittorica egli si allontana dal progetto originale, fissato nel disegno, per attingere la forma definitiva attraverso un tormento tutto moderno, raggiungendo raramente omogeneità di stile.  E. ruhmer, Èrcole de’ Roberti, in “Enciclopedia Universale dell’Arte”, XI, 1963.

Madonna del Baraccano di Francesco del Cossa

Francesco del Cossa: Madonna del Baraccano

Francesco del Cossa: Madonna del Baraccano
Madonna del Baraccano, cm. 400 x 250, Chiesa di Santa Maria del Baraccano, Bologna.

Sull’opera: “Madonna del Baraccano” è un dipinto autografo di Francesco del Cossa, realizzato con tecnica a fresco nel 1472, misura 400 x 250 cm. ed è custodito nella Chiesa di Santa Maria del Baraccano a Bologna. 

 Sul piedestallo del trono c’è una scritta che secondo il Gozzadini (1880), non corrispondendo a quella originale, andrebbe letta: “Johan(nes) Bent(ivolus) Bononiae Do(minus); Opera di Francescho del Cossa da Ferrara: MCCCCL(XXII)”.

Secondo Gruyer le aggiunte riguarderebbero “Johan(nes) Bent(ivolus) Bononiae Do(minus)”, dovrebbero considerarsi apocrife.

Per la tradizione la Madonna, ritenuta assai vicina alla pittura di Lippo Dalmasio (1360 – 1410) di cui si hanno documentazioni fin dal 1402, sarebbe stata restaurata ed integrata con nuovi particolari dal Cossa.

A proposito della composizione in esame, Adolfo Venturi Venturi scriveva: “in tutta la figura della Madonna in trono certe linee, certe mosse arcaiche furono mantenute dal Cossa che lavorò liberamente, limitandosi a rifar particolari”.

Cosmè Tura: citazioni e critica nei secoli

Cosmè Tura: citazioni e critica nei secoli – La critica nell’arco dei secoli (tratta dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Pagine correlate all’artista: Biografia e vita artistica – Le opere – Il periodo artisticoBibliografia – Pittori ferraresi e il Ciclo dei “Mesi” a Palazzo Schifanoia.

Quello che gli studiosi di Storia dell’arte hanno detto di Cosmè Tura:

Cosmè Tura fu discepolo di Galasso Cosmè, che dipinse in S. Domenico di Ferrara una cappella, e gli sportelli che serrano l’organo del Duomo, e molte altre cose, che sono migliori che non furono le pitture di Galasso suo maestro.    G. vasari, Le Vite…, 15682.

Per venire alli maggiori et a quelli che alla Patria hanno dato gran nome, partorì la Patria nostra Cosmè così chiamato pittore antico et eccellente; si conosce il valor suo, e particolarmente dalle opere fatte in S. Giorgio […]. Fu uomo di gran giudizio e di grande ingegno.    A. supbrbi, Apparato degli huomini illustri della città di Ferrara, 1620.

In tutti i suoi lavori ebbe Cosimo una gran diligenza, osservando specialmente le proporzioni delle parti de’ corpi, cosicché la notomia awi interamente tutte le sue parti al loro sito chiaramente dimostrate in tal modo, che se fossero vestiti i corpi con un poco di più morbida carne, e coperti di vestimenti e di pieghe più maestose e non tanto trincie, assai più comparirebbero alla vista di chi li mira, e contempla in essi tutto il vero, ma non tutto il grande e il nobile; al che fare poi si misero i pittori che vennero nei secoli dopo, accordando il vero al verisimile… A poco a poco crescendo gli anni di Cosimo, e conseguentemente illuminandosi vie più nell’intelletto, cominciò a capire, che es­sendo la pittura una imitazione del vero, era necessario per accostarvisi, s’inimorbidisse,^e con tutto l’animo cominciò ad aggiungere a’ suoi lavori il buon colorito, ed un impasto morbido, ma liscio talmente che le sue figure sembrano di pastello o di smalto o imbrunite. Questa particolar maniera egl’ebbe di meglio assai lavorare le figure, e qualunque altra cosa in piccolo che in grande, con certe pieghe e minuzie diligentissime.    G. baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, 1702-22.

Ebbe egli una maniera assai anatomizzata, e con molta diligenza, e finezza eseguì per fino l’ultime cose: al suo piegare si assomigliò molto Alberto Durerò. Di quell’esattezza, che adoperò nel disegno, si servì nel dipingere, e certe opere in piccolo le ultimò con tanta finitezza, che vengono giudicate dipinte a tempera, e coperte da una vernice oleosa.    C. barotti, Pitture e sculture… della città di Ferrara, 1770.

Fu seguace altresì, per essere troppo studioso, il nostro Cosimo di un certo aspro modo di far spiccare i muscoli, e le giunture, che ai giorni nostri ributta, un poco, ma osservando attentamente le sue pitture, se ben secche, piacciono molto; e non si lascia non per tanto d’ammirare in Esso un valent’uomo diligente per maniera nel dipingere, che fino le cose più minute, i paesani, i fabbricati, i bassi rilievi, i ricami, le piccolissime figure non furono lasciate da Lui senza sommo travaglio, ed attenzione, riuscendo ciò tutto finitissimo, benché minuto : e si pena ad intendere come abbia potuto condurre a tanta eleganza, e precisione piccolissime cose… Mise grande studio nei suoi disegni per seguire le traccie del nudo e lasciar trapelare i contorni perfin de’ muscoli sotto le pieghe de’ vestimenti, di cui stranamente cingeva le sue figure in ogni parte, come poi usarono i primi inventori del Bulino : A. Dùrer e A. Aldegrever, affatto ad Esso lui nel vestire e nel muovere le pieghe somiglianti.   C. cittadella, Catalogo istorico de’ pittori e scultori ferraresi, 1782.

Fu pittore di corte a tempo di Borso d’Este […]. Il suo stile è secco ed umile, com’era il costume di quell’età ancor lontana dal vero pastoso e dal vero grande. Le figure sono fasciate sul far mantegnesco; i muscoli molto espressi; le archi­tetture tirate con diligenza ; i bassirilievi con tutto ciò che fa ornato, lavorati d’un gusto il più minuto e il più esatto che possa dirsi.   L. lanzi, Storia pittorica dell’Italia, 1789.

Fu scolare di Galasso : e lo si vide anche dalle sue opere, specialmente pel modo di trattare le pieghe, assai moltiplicate e variate […] in guisa da costituire una specie di manierismo […]. Fu uno dei primi a mostrarsi intelligente nella scienza anatomica, rilevando i muscoli più assai che prima non si pensasse di fare.    C. laderchi, Descrizione della Quadreria Costabili, 1838.

Tura è coerente […]. Egli non aveva necessità di variazione; la magrezza, la secchezza, la meschinità, la sproporzionata grandezza delle teste, delle mani e dei piedi, furono quasi sempre l’inevitabile accompagnamento della sua pittura. Nella maggior parte dei quadri è come se la carne fosse sfiorita per mancanza di nutrimento e si fosse solcata di pieghe dalla profondità insondabile. Vicino alle articolazioni tali pieghe, profondamente delineate, si tendono lungo le ossa che, a loro volta, vengono spieiatamente messe in evidenza; inoltre questa falsata maniera di rappresentazione è conseguita pazientemente, attentamente e con notevole coraggio […]. Nella distribuzione dello spazio, come pure nel raffigurare qualcosa senza il suo ausilio. Tura è preciso e scientifico, mostrandosi al corrente delle leggi geometriche e prospettiche familiari a Piero della Francesca; in qualche tratto della azione egli anticipa, con notevole vigore, i principi della grande arte del secolo XVI ; il suo colore è essenziale, smaltato, di grande profondità, ma senza brillìo o luce alcuna.    G – B. cavalcaselle – J- A. crowe, Hìstory of Painting in north Italy, 1871.

La sua esecuzione troppo studiata, troppo serrata, pecca sovente per un fare secco; i suoi colori, tra i quali dominano le lacche azzurre e il rosso mattone, per durezza […]. La ricerca del carattere in lui prevale su quella della bellezza.   E. muntz, L’età aurea dell’arte italiana, 1895.

I personaggi del Tura sono fatti di selce, orgogliosi e immobili come faraoni, o convulsi di compressa energia come nocchiuti tronchi di ulivo. I loro volti raramente si illuminano di tenerezza, il sorriso rischia di deformarsi in arcaica smorfia. Le mani sono come artigli, esprimono il loro modo di contatto. L’architettura del Tura è sovraccarica e barocca, non somiglia a quella che si vede nei pittori del primo Rinascimento, ma piuttosto ai superbi palazzi costruiti per i Medi e i Persiani, I suoi paesaggi appartengono a un mondo che da secoli non conosce fiore ne filo d’erba, non vi esiste ne terra ne terriccio ne zolla, soltanto e dovunque l’inospitale roccia. Egli non fa posto nemmeno, se non raramente, all’arido corniolo che altri pittori formati a Padova dipingono volentieri.

È un mondo perfettamente coerente. Queste sue creature generate dalla roccia […] fatte di diamante, devono assumere le forme consentite da quella sostanza, forme di cose pietrificate oppure contorte nello sforzo di articolarsi. E quando lo sforzo del movimento produce simili effetti, l’espressione deve raggelarsi in una smorfia prima di poter sbocciare. Nella coerenza e nell’armonia è necessariamente un’intenzione, e l’intenzione del Tura è evidente; realizzare la materia con quasi maniaca ferocia. Non ammette nel suo mondo […] nulla di soffice, nulla di cedevole, nulla di vago. Il suo mondo è l’incudine, la sua percezione il martello, niente deve attutire il fragore del colpo […]. Tura avrebbe potuto firmare, tutta la vita: “L’uomo impazzito per i Valori Tattili”.  B. berenson, North Italian Painters of the Renaissance, 1897 (ed. it. 1936).

Diede nuova vita allo studio della natura con la forza del rilievo e l’esattezza della prospettiva. Spesso ruvido e inflessibile nel suo stile, troppo poco preoccupato […] della purezza delle linee, da alle sue figure forme dure e angolose, ai suoi drappeggi pieghe tormentate e complicate. In compenso, però, possiede un profondo sentimento della grandezza e della nobiltà e sfugge la banalità e le convenzioni.   G. gruyer, L’art ferrarais a l’époque des princes d’Este, 1897.

Cominciò la sua vita artistica guardando le nobili forme di Piero della Francesca e del Mantegna, ma con l’andar degli anni ruppe fede all’ordine del maestro di San Sepolcro e alla classicità del pittore dei Gonzaga. Il ribelle sprezzò le rigide regole dell’architettura rinnovata, le linee diritte dei corpi e dei drappeggiamenti per arrotondarle, frastagliarle, scuoterle con violenza. Tra gl’irti pungenti contorni si profila qualche angelica creatura; ma più si suggella la crudezza della vita. Cercò contrazioni -spasmodiche nei corpi, anche se la bellezza andava perduta. Precorreva così i giorni del barocco, e rappresentava con spieiata realtà i supplizi dei martiri e la ferocia dei manigoldi, come poi si volle dalla Controriforma.    A. venturi, Storia dell’arte italiana, VII, 1914.

Deserti e brulli sono i paesi di Cosine, ritorti come grovigli di radici i panni, tormentato sino al parossismo il contorno dei lineamenti, ma anche nelle ultime opere, quando il pittore, scostandosi dagli esempi di Toscana e del Mantegna, non ascolta più che la propria barbara e indomita energia, il colore s’accende di luci smaltate, e dalle asprezze delle forme trae vibrazione e scintillìo.

Appassionato per tutto ciò che brilla, per gli smalti e i marmi trasparenti, accesi d’interna vampa, Cosmè è il capostipite della tradizione cromatica ferrarese, in tutto il suo flammeo splendore.   A. VENTURI, La pittura del Quattrocento in Emilia, 1931.

Tura modella, a immagine e somiglianzà della propria austerità, i volti torturati, le mani inaridite, le vesti tormentate dei suoi angeli, dei suoi santi, i paesaggi disperati che distendono e drizzano alle loro spalle mari e montagne di ghiaccio, cieli spettrali, colline squallidissime. Così come è, è il genio del luogo.   N. barbantini, La pittura ferrarese nel Rinascimento, m ‘Nuova Antologia”, 1933.

Cosmè è il prodotto di cento incroci di scuole pittoriche, il frutto selezionatissimo di cento razze, alle quali il soffio del Rinascimento fiorentino ha comunicato un’anima nuova. Ma, come tutti i primitivi, Cosmè possedeva quella forza latente che trasforma tutto quello che tocca. Dalle forme astratte di Piero, dalla romanità del Mantegna, dal naturale di Donatello, dalla preziosità dei fiamminghi, Cosmè, il caposcuola della pittura ferrarese del Quattrocento, è salito all’espressione dell’energia e della Vita.         C. padovani, Cosmè Tura, 1933.

Resta il rappresentante più tipico delle forme esotiche, un vero tedesco, che incide i contorni, esaspera le ombre e i contrasti spettrali, di luce, con un artificio di disegno e un gioco magico, che lo distacca completamente dalla placida tra­dizione italiana.   F. filippini, Pittori ferraresi del Rinascimento, 1933.

Egli stabilisce nell’Arte dell’Italia del Nord la fisionomia specifica dell’arte ferrarese. È il primo genio del luogo. Si ammira in lui l’immaginazione che fiorisce sul metodo e che da esso trae una spieiata coerenza, talora un’ossessione. In tale artista è poco luogo a svolgimenti […]. Tutta l’opera è al sommo consistente, ferocemente uguale [.-.]. Una ascendenza medievale lo convince preventivamente che non sia pittura se prima

non si concreti in un materiale raro ed eletto (il misticismo medievale delle pietre e delle gemme); si immagini che cosa ne consegue al contatto dei princìpi organici venuti di Toscana. Sì, potenza di moto negli uomini negli alberi nelle rocce, ma che, nel materiale immaginato dei minerali più incorruttibili, non può che torcersi e serrarsi, quasi in turbini impietrati. Una natura stalagmitica ; un’umanità di smalto e di avorio, con giunture di cristallo […]. Come un astrologo il Tura escogita forme, predilige oggetti che siano simboli pregnanti del suo sogno stilistico. Conchiglie, buccine, perle, tritoni, gracole, draghi, grotte, origlieri sono alcuni di questi suoi stemmi.     R. longhi, Officina ferrarese, 1934.

Egli subito trasferisce in un linguaggio realizzato in una plastica feroce ed esaltata, quasi “stalagmitica”, il suo mondo inferiore supremamente lirico senza mai un’incrinatura di gusto di fronte alle lusinghe dell’arte veneta e di quella toscana.    R. pallucchini, / dipinti della Galleria Estense di Modena, 1945.

Un’arte che suscita una impressione di incomprensibile, disumana chiusura, di gelido isolamen­to, di allucinazione esasperata […]. Opere senza tempo di una solitària pazzia […]. La sua pittura sembra piena di un frastuono di schianti, pare invasa da lacerazioni, da strappi, da ferite e da crudeltà terrificanti, pare torta in un rovello allucinato e stridente, in un arrotarsi barbarico delle più disumane materie, pare artigliata negli eroismi più tragici, eppure tutto questo clamore di grida, codesto urlare e stridere, di personaggi e di materie, si svolge in un silenzio assoluto, in una rarefazione assolutamente gelida. La maggiore impressione di ferocia del Tura è nel silenzio astrale di cedeste sofferenze.   C. savonuzzi, / quattro pannelli del Tura a Ferrara, 1949.

Giova sottolineare come, superando il tardogotico Cosmè creasse un suo stile intorno alla metà del secolo, su fonti pierfrancescane e mantegnesche, ma soprattutto osservando a Padova Donatello. I pittori che si avvicinarono al grande formalista fiorentino, tutti cercarono di realizzare in una materia durevole. Così per primo Andrea del Castagno […]. Così Andrea Mantegna […]. Così il Tura, che vede e realizza nella materia più nobile e durevole del metallo, ammirato nei bronzi donatelliani; e che insieme volge verso il fervore drammatico anzi verso modi espressionistici che caratterizzeranno pure (dopo il 1450) la tarda operosità di Donatelle e quella conclusiva del Castagno. Dai quali per altro Cosmè rimane ben distinto per il suo linguaggio emiliano che già era espresso con terrestre e potente esuberanza nel romanico e nel gotico linguaggio disciplinato ora nel nostro da una nuova grammatica e da una nuova «m*»—

Proprio questo vigoroso linguaggio ha fatto giudicare dal Berenson “incolto e provincialmente chiuso” il grande pittore che possedeva invece una ben salda preparazione […]. La preparazione e il linguaggio sicuro del Tura, salvo qualche transeunte connessione con Giambellino, permisero al nostro di restare sempre conseguente a se stesso. Anzi con la sua arte e con la sua piena coerenza che contribuisce a lumeggiare il di lui abito morale, egli dominò per mezzo secolo l’ambiente ferrarese.    M. salmi, Cosmè Tura, 1957.

[…] Per lui, come per tutti i grandi manieristi, la nobiltà non escludeva in alcun modo la coscienza del carattere, grottesco o futile, della vita. Le antimonio bellezza-bruttezza, maestà-leggerezza, misticismo-erotismo, non avevano, senza dubbio, alcun senso per lui. L’espressione appassionata, che certi pittori del ventesimo secolo, surrealisti o no, ricercano, non è che il lontano prolungamento delle libertà prese da un Cosimo Tura in pieno quindicesimo secolo.   A. jouffroy, Les ducs d’Este au XV siecle ou le genie du Manierismo, 1959.

Bisogna riconoscere che Tura ha ricevuto una educazione squarcionesca, e si sa che dalla prima all’ultima opera è rimasto fedele al manierismo squarcionesco di cui può essere considerato il maggior rappresentante. Questo manierismo — per metà tardogotico, per metà rinascimentale — raggiunge in lui l’espressione più completa e in pari tempo più ardita, che conduce senza mediazione al manierismo cinquecentesco. Tura interpreta questo stile con un’eleganza, un virtuosismo, una profondità spirituale, un dinamismo e un’espressività che lo distinguono da tutti i pittori della stessa tendenza.    E. ruhmer, Cosmé Tura, in “Enciclopedia Universale dell’Arte”, XIV, 1966

II linguaggio del Tura non si distingue soltanto per la coerenza e l’originalità, ma per la propria sostanza che potremmo definire esistenziale […]. Il bilanciarsi dei gesti, degli spazi, dei colori, curato con la stessa eccezionale attenzione con la quale è tenuto in pugno il soggetto della rappresentazione e la tecnica pittorica, è teso totalmente verso l’armonia […]. Il movimento non è quasi mai completamente libero, ma rinchiuso su se stesso, interiorizzato nel profilo della forma, come in un continuo ritorno doloroso e circolare alla corporeità delle apparenze.    E. guidoni – A. marino, Cosmus pictor, 1969.