Allegoria della battaglia di Lepanto del Veronese

Il Veronese: Allegoria della battaglia di Lepanto

Il Veronese: Allegoria della battaglia di Lepanto
Veronese: Allegoria della battaglia di Lepanto, cm. 169 x 137, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Sull’opera: “Allegoria della battaglia di Lepanto” (battaglia delle Echinadi o delle Curzolari) è un dipinto autografo di Paolo Caliari detto il Veronese, realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1571, misura 169 x 137 cm. ed è custodito nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La tela rappresenta due scene ben distinte ma fortemente collegate fra loro. Nella zona in alto, Venezia (o la Fede) appare avvolta in un candido manto mentre viene presentata alla Madonna.

I santi che l’accompagnano sono Pietro, Rocco, Giustina e Marco. Sempre riguardo alla zona superiore, in secondo piano, è collocata una schiera di figure angeliche.

Nella zona sottostante appare la raffigurazione della battaglia navale di Lepanto (1571).

Identificazione cronologica e autografia del dipinto

Il Boschini (“Navegar pitoresco” 1664) citava il dipinto in esame che aveva visto nella chiesa di San Pietro Martire a Murano. Hadein (1928) invece identificava l’opera con quella riportata da Carlo Ridolfi (Le maraviglie dell’arte, 1648) presso gli eredi dell’artista. Inoltre Hadein aggiungeva che poteva essere considerata come il ‘modello’ proposto al concorso ufficiale istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1571, per la celebrazione della battaglia di Lepanto. Tale proposta non venne accolta dagli altri studiosi di Storia dell’arte perché il Veronese partecipò a quel concorso ma con una tela diversa. Trattasi del “Sebastiano Venier ringrazia il salvatore per la vittoria di Lepanto”, 285 x 565, Palazzo ducale, sala del collegio, e ben lontana strutturalmente e stilisticamente dalla presente allegoria.

Per quanto riguarda l’autografia, gli studiosi della Storia dell’arte si sono sempre espressi a favore del Veronese, salvo qualche voce – seppur autorevole – isolata come quella di Adolfo Venturi che l’assegnava Francesco Montemezzano (1540 – 1605).

La cronologia pervenutaci dalle fonti tradizionali è quella relativa al 1571 ma qualche studioso (Berenson,1932) la spostò al 1578, senza trovare troppi consensi fra gli esperti di storia dell’arte.

Nel 1939 la tela subì un serio restauro, eseguito dal Pellicioli.