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Il Trecento e la pittura: Il Rinascimento in incubazione

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Il Trecento e la pittura

Se una delle peculiarità più incisive della Rinascita deriva dal bisogno di un’attenta osservazione della natura e di una genuina realtà priva di contraffazioni, si può certamente affermare che già nella prima metà del Duecento si respira l’aria del grande Rinascimento. Questo avviene presso la corte di Federico II Hohenstaufen del Sacro Romano Impero (Federico I di Sicilia o di Svevia :1194 – 1250).

Il Rinascimento è già da tempo in incubazione: con la struttura artistica umanistica italiana, così come si presenta alla fine del Trecento, si sente il bisogno di introdurre l’idea di un completo rinnovamento e di un riavvicinamento alle fonti classiche romane, rompendo con la tradizione medioevale.

Nelle città fiamminghe è in atto un’altra trasformazione che tende al naturalismo. La fusione tra le due tendenze rinascimentali fa nascere l’Arte Moderna Europea.

Simone Martini: Il Polittico di Pisa

L’interesse, e quindi la tendenza del ritorno alle tradizioni del mondo classico, che non è mai venuto meno già dagli inizi del Trecento, diviene nella seconda metà del secolo il fattore trainante per sviluppo della cultura italiana ed in generale europea.

Mentre nella cultura italiana si sente il bisogno del ritorno al classicismo romano, in Europa, a partire dalle città fiamminghe, assistiamo ad una trasformazione che porta al naturalismo. Queste due tendenze si fondono e danno origine alla prima stagione del Rinascimento.

Madonna col Bambino e un angelo, 1465-1467, tempera su tavola, 110×70 cm., Musée Fesch, Ajaccio.

Il recupero, la lettura e l’imitazione dei testi antichi, danno vita ad una profonda trasformazione nell’ambito letterario, che di conseguenza si ripercuote in tutto il mondo artistico. Tutti i protagonisti letterari che recuperano testi latini e greci, partecipano attivamente alla vita artistica interessandosi anche  della Pittura. Il Petrarca diventa amico di Simone Martini, Poliziano diventa amico di Sandro Botticelli.

Il rapporto tra studi umanistici ed arti figurative ha una particolare influenza nelle categorie di interpretazione dei fenomeni artistici, inizialmente prese in prestito dalla retorica classica.

Il Rinascimento in incubazione

L’arte italiana

L’arte italiana già agli inizi della seconda metà del Duecento stava percorrendo una nuova ed autonoma strada, staccandosi sia dall’arte medievale, sia da quella gotica.

È proprio in tal periodo che gli studiosi di Storia dell’arte individuano il punto di svolta che partorì quella che oggi definiamo, per l’appunto, arte italiana, madre del Rinascimento.

Per tutto il Duecento e buona parte del Trecento, però, la nuova arte fu soggetta a diverse trasformazioni e continue sperimentazione. Soltanto nella prima metà del Quattrocento l’arte della nostra penisola riuscì a raggiungere la sua maturazione proponendo una visione del tutto muova, che segnò l’avvio della modernità.

Arte rinascimentale

Da quel momento in poi, l’arte italiana – nata in Toscana, soprattutto in ambienti fiorentini – si espanse nel resto d’Italia e, poco più tardi, in tutta l’Europa.

Dobbiamo attendere, però, l’Ottocento per sentire per la prima volta il termine “arte rinascimentale”, che fu coniato dallo storico tedesco Jacob Burckhardt.

Impiegando il termine “rinascimentale” si vuole intendere come, da quel periodo, l’arte riprese una visione estetica assai vicina a quella delle civiltà classiche.

Possiamo quindi considerare che nella prima metà del XV secolo non vi fu una nascita dell’arte ma una “rinascita” della stessa, in quanto essa propose una serie di modelli simili a quelli dell’antica Grecia e dell’antica Roma.

Se gli artisti italiani furono coscienti di sviluppare un’arte del tutto innovativa, è difficile dirlo. Loro, molto probabilmente, avevano la piena consapevolezza di un lento evolvere verso stadi di maggiore civiltà, lontani dal pensare di assistere a radicali cambiamenti.

Per noi, invece, osservando ed analizzando attentamente la cultura di quel lunghissimo periodo, la conclusione è che si tratti di una vera e propria cesura, cioè: fine del medioevo ed inizio di una nuova era, che non si limitava soltanto allo sviluppo artistico ma ad una trasformazione globale, vasta e profonda.

L’uomo, la cui intelligenza avrebbe permesso di decifrare tutto ciò che lo circondava, veniva considerato al centro del mondo e dotato di libero arbitrio. In altre parole si stava esaurendo quella visione mistica del periodo medievale, per cui l’unica conoscenza fosse quella derivata dalla parola di Dio.

Da quel momento, infatti, l’uomo, conscio delle proprie risorse, incominciò a sviluppare le proprie capacità analitiche e deduttive.

In questo contesto l’arte, soprattutto nel periodo d’incubazione del Rinascimento, non poteva non avere un suo ben specifico ruolo nella trasformazione globale, in quanto gli artisti avevano il compito della rappresentazione (quindi della conoscenza) e di razionalizzare la pittura in relazione alla nuova percezione del mondo.

Il disegno e la prospettiva

L’arte del Rinascimento, come già riportato più volte in articoli di questo stesso sito web ad essa correlati, fu segnata dalla scoperta della prospettiva.

È questa tecnica il vero punto di discriminazione: se la pittura viene eseguita seguendo le leggi della prospettiva viene considerata rinascimentale, quando siamo presenti a un’opera realizzata senza la prospettiva possiamo, invece, considerarla non rinascimentale.

Tuttavia, nonostante l’importanza di questo grande mezzo scientifico, tale elemento non fu probabilmente l’unico che rese possibile la nascita e lo sviluppo del Rinascimento. Dobbiamo quindi aggiungere l’elemento decisivo: il disegno.

Per quanto possa essere duro da credere, è questo il periodo in cui gli artisti iniziarono ad impiegare lo strumento della grafica, che negli anni fu sempre più perfezionato.

Il disegno diventò quindi un potentissimo mezzo di rappresentazione che avrebbe permesso di tradurre e raffigurare le idee degli stessi artisti: figure, oggetti, spazi e razionali dilatazioni spaziali.

Nel mondo dell’arte vi fu, proprio grazie al disegno, un’evoluzione che talvolta non viene compresa e valutata nella giusta maniera.

Ma le caratteristiche del Rinascimento non si limitano al disegno ed alla prospettiva: un ruolo importantissimo lo riveste la riscoperta dell’antichità classica, nonché una significativa evoluzione della figura dell’artista.

Filippo Bunelleschi

Frammento d’arte: Quante volte sentiamo parlare di concorsi artistici? Uno dei più celebri concorsi   della storia dell’arte è quello indetto nel 1401  a Firenze per appaltare la porta principale del battistero di S. Giovanni. Vi partecipano due personaggi d’eccezione con due opere d’eccezione: Filippo Brunelleschi  e Lorenzo Ghiberti presentano le loro opere con lo stesso titolo, “Il sacrificio di Isacco”, due formelle piene di drammaticità oggi custodite a Firenze nel Museo Nazionale del Bargello.

Jacopo della Quercia

Jacopo della Quercia nasce a Siena nel 1371 e muore nel 1438. È un grande scultore con una personalità piuttosto ambigua nell’ambito dell’arte umanistica. Alcuni dei suoi più grandi capolavori sono “la tomba di Ilaria del carretto” eseguita nel 1407, le sculture della “Fonte Gaia” di Siena, il fitto polittico della famiglia Trenta in San Frediano a Lucca e i rilievi per San Petronio a Bologna, dai quali Michelangelo Buonarroti prenderà ispirazione per i suoi monumentali lavori.

Nasce l’idea del moderno

Ghiberti: Autoritratto

Già nel Trecento la letteratura incomincia a dirigersi verso il genere biografico, che unisce all’elogio di uno o più artisti, l’esaltazione del vivere nella città, evidenziando il superamento di posizioni ormai vecchie, a favore delle novità ormai definite moderne proprio come fa Ghiberti, che nei suoi commenti inserisce la propria autobiografia, e Manetti che scrive la Vita di Filippo Brunelleschi.

L’inizio della rinascita dell’Arte ed in particolare del nuovo linguaggio della Pittura, viene identificato nel contributo realistico dato da Cimabue e da Giotto, cui la nuova età dal Masaccio a Perugino dà, secondo il giudizio di Vasari, un’ulteriore spinta verso la definitiva concorrenza con la verità della natura.

Il gotico internazionale, per la bellezza e la vivacità in tutti i suoi contenuti, è in continua verifica  con il protrarsi nel tempo e nello spazio di alcune sue tematiche privilegiate, tra le quali emergono il naturalismo visto ed accettato ormai  come punto di riferimento, preferenza e quindi riproposta della realtà.

Van Eyck: Vergine alla fontana

Pensiamo inoltre ad esempio all’ambito fiammingo, dove due grandi personalità come Van Eyck e Robert Campion – detto il maestro di Flémalle – contribuiscono con le loro opere a stimolare nuove ricerche di approfondimento, con conseguente irradiazione all’intero continente.

I punti nevralgici di irradiazione del nuovo non sono solo l’Italia e le Fiandre; anche la Germania con due altri grandi personaggi come Konrad Witz (1410-51) e Stephan Lochner (1410-1451), si trova colpita in pieno da questa visione vivacissima di tutto il reale. Con il primo, attraverso un plasticismo di forme modellate come nel legno, con il secondo attraverso atmosfere sfumate e luminosissime che richiamano il nostro Stefano da Verona.

Si spiega facilmente come possano avvenire tutte queste forti influenze con i concili del primo Quattrocento, con gli scambi commerciali, la nascita e lo svilupparsi delle filiali bancarie: una fitta trama di rapporti ecclesiali mescolati con quelli economici favorisce un continuo scambio di opere d’arte e nuove idee.

Frammenti d’arte:

Varietà di gotico italiano nella pittura  (fonti delle ricerche: “L’arte italiana” di Mario Salmi)

Giotto, nella sua tarda attività, probabilmente tempra il proprio plasticismo ideale in accordo con gli ornamenti pittorici.

Taddeo Gaddi (probabile nascita intorno al 1300 – morte, 1366) ha come scopo principale la continuazione della tradizione giottesca. Lo testimoniano il suo Polittico di San Giovanni Forcivitas a Pistoia (Uffizi), gli affreschi della Cappella Baroncelli con le storie della Vergine e gli affreschi nel camposanto di Pisa con le storie di Giobbe.

Maso di Banco detto il Giottino (appellativo creato dal Vasari) aiuta Giotto nelle “Storie di San Silvestro alla Cappella Bardi in Santa Croce, in alcune tavole e durante il soggiorno napoletano dello stesso Giotto. Maso, sentendo moltissimo la valenza delle masse giottesche e portandole ad una straordinaria calma insieme ad un caldo cromatismo, raggiunge una nuova sintesi, sia nell’ampiezza spaziale che negli effetti di cromatismo.

Nardo di Cione, Giusto de’ Menabuoi e l’Orcagna sono artisti fiorentini che occupano una posizione notevole nella pittura trecentesca, ma poco hanno di originalità, subendo notevolmente gli influssi di Maso di Banco.

Bernardo Daddi, di formazione giottesca, passa più tardi ad una visione “spaziale” di stampo senese, come testimoniano i suoi affreschi con le storie di San Lorenzo e santo Stefano in Santa Croce. Nelle sue opere si riscontra una certa coerenza narrativa ed un caldo cromatismo, soprattutto nel panneggio (polittico di San Pancrazio, Uffizi).

Giotto di Stefano detto il Giottino (da non confondere con Maso di Banco), attivo negli ultimi decenni del Trecento, mostra un’alta sensibilità al cromatismo della pittura settentrionale, che integra con gli schemi giotteschi, aumentando di numero le figure sacre e committenti che turbano il dramma.

Dal 1350 in poi, soltanto Andrea di Cione detto l’Orcagna riesce a conservare un ritmo compositivo monumentale nella realizzazione del polittico di Santa Maria Novella nella cappella Strozzi (1359), un’opera questa, degna della più alta tradizione giottesca, nell’ariosità e nell’alta moralità delle figure con un fluido cromatismo dei drappeggi.

Francesco Traini, originario di Pisa, riesce ad integrare la forza del disegno fiorentino con la fantasia cromatica dei senesi, aggiungendoci un pizzico di drammaticità popolaresca, che richiama quella dei pittori bolognesi.

Spinello Aretino è un brillante frescante che riesce a fondere il senso della forma fiorentina con la scorrevole narrativa senese (cicli di Santa Caterina all’Antella con le storie della Santa).

Masolino di Panicale (1383-1435 o forse più tardi) è un grande esponente del tardogotico. Iniziato all’arte con la scultura Ghibertiana poi approdato alla pittura, a causa di un temperamento dolce e gentile subisce le influenze dei pittori che entrano in contatto con lui. Decora la Cappella Brancacci al Carmine con il suo grande discepolo, Masaccio, padre del Rinascimento. I contatti con il Masaccio proseguiranno nella Madonna col Bimbo, nella Pietà e nella collegiata, poi partirà per l’Ungheria.

Intanto a Bologna va formandosi una scuola di genuina parlata popolaresca alimentata dal sentimento gotico senese. Il suo esponente di spicco è Vitale Cavalli che affresca il duomo di Udine e l’abside della chiesa di Pomposa con un morbido e delicato chiaroscuro. Questa scuola ha contatti con quella di Rimini, dove Francesco da Rimini è l’esponente di spicco. Questi a Bologna affresca il refettorio del convento di San Francesco.

Giovanni di Giacomo da Como, meglio conosciuto come Giovanni da Milano (probabili date, 1350-1369) è attivo a Firenze per la realizzazione di affreschi nella cappella Rinuccini in Santa Croce ed a Roma in Vaticano. Egli fonde con armonia il cromatismo dei senesi con il disegno dei fiorentini. I colori dei suoi carnati tendono al cupo ed al livido, ma con forma dolcemente modellata.

Nel Veneto la tradizione bizantina continua grazie soprattutto ai grandi mosaicisti del Trecento che rivestono la facciata della basilica di San Marco. Questa tradizione fa sì che anche la pittura faccia lo stesso percorso sulle tavole con stesure di pitture “fosche e smaltate” e d’oro. Esperto di questa maniera, con figure allungate, deperite e balzanti, è il maestro Paolo, accompagnato da un artista che proseguirà la sua opera, ma con colori più caldi e più aperto al Gotico: Lorenzo Veneziano.

Gentile da Fabriano (1360?-1428), riprende il cromatismo della pittura bizantina integrandolo con un morbido e delicato chiaroscuro, che richiama quello di Tommaso, ed una linea alquanto fluente già quattrocentesca.

Antonio Pisano detto il Pisanello (probabili date, 1395-dopo il 1450) di formazione alticherana subisce gli influssi di Gentile da Fabriano e di Giovannino dei Grassi. Le sue figure spaziano in un deciso disegno e in un sicuro modellato (L’Annunciazione del monumento Berenzoni di San Fermo maggiore a Verona).

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