Citazioni e critica al Pisanello

La Critica al Pisanello (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Quello che gli studiosi della Storia dell’arte hanno detto di Pisanello:

Nelle opere pisanesche il progresso non appare rapidissimo ma continuato; non si rilevano abbandoni violenti di sistemi, come in Giuseppe Ribera, che dagli arditi contrasti di chiari e di ombre e dalle pennellate vigorose è passato alle morbidezze della luce diffusa; ne si scoprono i capricci del veronese Carotto o del valenzano Mancip, che nella versatilità dell’ingegno sapevano variare infinitamente il loro stile.  (Spaventi).

Nel Pisanello il lavorìo del pensiero è tutto originale, è una continua opera di selezione elaborata lentamente e cessata solo in quel giorno in cui la morte gli tolse di mano il pennello. S. M. spaventi, Vittor Pisano, 1892

La prospettiva lineare è trattata intuitivamente ed empiricamente, come dai suoi contemporanei delle Fiandre al di là delle Alpi, anche se non con la loro stessa maestria. Egli, particolarmente attratto dal difficile scorcio del cavallo dal davanti e dal dietro, varia continuamente questo tema nel suo affresco di Sant’Anastasia come nelle medaglie e nei disegni, ripetendo in ciò un atteggiamento già tipico della scuola di Altichiero.

Anche nella costruzione dei suoi sfondi Pisanello dipende dalla vecchia Scuola di Verona, dalla quale deriva. Non si può parlare per questo artista di un paesaggio vivente, come accade invece per i fiamminghi: il terreno si eleva, per lo più graduato in forme di terrazze, in alto fino al bordo del quadro, impedendo la libera vista del cielo. … Anche il modo con cui l’artista orna lo sfondo con una ricca architettura gotica tra rocce, come nell’affresco della leggenda di san Giorgio in Sant’Anastasia, trova il suo aspetto corrispondente negli antichi affreschi padovani. Infine è da mettere in rilievo ancora la sua dipendenza per quel che riguarda i tipi chiesastici dell’arte più antica, come per esempio nell’Annumiata a fresco in San Frermo.    J. VON schlosser,  1895 (ed. ital., 1965)

II Pisanello mostra affinità evidenti con Gentile da Fabriano, tanto che non sembra casuale l’associazione fatta dal Vasari dei due artisti, forse compagni a Venezia nel dipingere i fasti della Serenissima nel palazzo ducale, iniziatore l’uno e continuatore l’altro degli affreschi di San Giovanni Laterano-Se si osservi la figura dell’Annunciata del Pisanello in San Fermo di Verona, e si paragoni con le Madonne del Museo di Berlino e delle gallerie di Perugia e di Pisa, si vedrà lo stesso tipo muliebre; se poi si guardino certe figure viste di faccia e rivolte all’insù nel quadro di Gentile all’Accademia di Belle Arti in Firenze, ed altre similmente atteggiate nell’affresco del Pisanello in Sant’Anastasia di Verona, si riconoscerà almeno che entrambi gli artisti ricorsero a forme comuni. Però il Pi­sanello, meno erudito nel disegnar le figure, è nei movimenti più vivo. Se dipinge figure virili di convenzione, arriccia chiome e barba e baffi a mo’ di serpentelli; e allora ricorda in qualche modo Gentile, benché abbia una certa energia sconosciuta al suo contemporaneo e collega. Il Pisanello è sempre più umano, più vero; ma, rispetto a Gentile ligio alla tradizione, misurato e savio, sembra un improvvisatore, il quale tragga da ogni cosa che lo circonda i motivi dell’arte sua, e più dalla terra che dall’uomo, più dalla vita degli animali che da se stesso o da’ suoi simili.   A. Venturi in le Vite scritte da Vasari: Gentile da Fabriano e il Pisanello, 1896

Pisanello è fra i grandi talenti del Rinascimento; ma non potrebbe dirsi affatto ch’egli ruppe col passato … Egli non ha la vigorosa inquietudine d’un innovatore; ma una raffinatezza, una preziosità, da ultimo rampollo d’un nobile lignaggio. L’evoluzione artistica dette nell’opera di Pisanello lo specchio idealizzante d’un prodotto parallelo dell’evoluzione sociale : la cavalleria ormai sul tramonto … Intellettualità, senso dei significati spirituali, ed altre fra le massime qualità illustrative, Pisanello n’ebbe perfino meno d’Altichiero; ma nell’interpreta-zione dei singoli oggetti del mondo naturale, non restò forse addietro a nessun contemporaneo, di qualsiasi parte del mondo. Dipinse uccelli come soltanto i giapponesi. I suoi bracchi e levrieri, i suoi cervi, non la cedono neppure a quelli dei van Eyck. Il suo posto, approssimativamente, è fra i tardi miniaturisti medievali franco-fiamminghi; i Limbourg da una parte e dall’altra i van Eyck, ma assai più accosto ai primi. Non è certamente con Masaccio, Uccello, e lo stesso Fra Angelico.   B. bsrenson, North Italian Painters of the Renaissance, 1897 (ed. ital., 1954)

Pisanello non fondò una scuola di pittura nel vero senso del termine : non lasciò cioè dietro di sé un gruppo di pittori che ne continuassero i metodi e la maniera. Troviamo … tracce della sua influenza in luoghi assai distanti tra loro e presso pittori di caratteri assai diversi : la sua opera sembra essere stata quella di stimolare gli artisti che vennero in contatto con lui a ulteriori sviluppi anziché sopraffarli con la forza della sua personalità. Nondimeno nell’Italia settentrionale del suo tempo, e specialmente dopo la morte di Gentile da Fabriano, non vi sono altre personalità pittoriche paragonabili al Pisanello, il cui predominio è totale fino al sorgere del Mantegna e di quella scuola veneziana che egli aveva contribuito a creare. Tuttavia, poiché fu essenzialmente un artista di transizione, si trova a soffrire del destino di questa categoria.    G. F. hiill, Pisanello, 1905

Benché Pisanello abbia goduto quando ancora era in vita di una grande fama, e benché questa fama oggi sia in aumento, la sua personalità resta abbastanza misteriosa per noi. Poiché nacque a Verona, fu avvantaggiato meno dei toscani dalla prolissità del Vasari.    J. de foville, Pisanello et les medailleurs italiens, 1908

E Pisanello appare nel cielo della pittura italiana come una meteora, che improvvisamente fiammeggia ed improvvisamente scompare.   G. M. richter, Pisanello studies, in “The Burlington Magazine”, 1929

i due ritratti estensi del Pisanello, dove la specie umana è osservata a guisa d’una curiosità di natura, quasi si trattasse di un caribù, di una foglia rara o di un’ala di vanessa.  R. longhi, Officina ferrarese, 1934

Benché la pittura regionale dell’alta Italia, e in special modo la lombarda, si sia attenuta ancora per decenni alla tradizione dello “stile cortigiano”, caratteristica del gotico tardo, Pisanello mediante questo indirizzo artistico conduce la schiera dei pittori dell’Italia settentrionale, fra il Trecento e il Quattrocento, ad un apice deviato forse in parte dalla naturale loro linea di sviluppo e che segna quindi per essi il termine di uno stile. Era l’Italia settentrionale che in quell’epoca, pur nella grande varietà delle forme artistiche, aveva raggiunto una limpidezza stilistica maggiore. Ora è di nuovo la volta della Toscana. E ci seduce che l’avvicendarsi al primato dell’alta Italia e dell’Italia centrale nello stile cortigiano, si ripeta per così dire nella persona di un singolo in grazia ai legami naturali di Pisanello con la Toscana, da un lato, e la sua stretta relazione con un pittore dell’Italia centrale. Gentile da Fabriano.   B. degehart, Pisanello, 1941 (ed. ital., 1945)

Disegnatore principe, allo stesso titolo di un Leonardo o di un Dürer, Antonio Pisano si è ormai configurato nella coscienza comune come l’iniziatore pressoché mitico di un nuovo mondo dell’arte. Per i più egli resta infatti l’animalista per eccellenza, capace di pareggiare le opere del creato, come suona l’encomio tributatogli dall’umanista Guarino; non meno delle celeberrime medaglie, le acutissime immagini del suo bestiario favoloso hanno assunto un valore addirittura proverbiale, quali archetipi e paradigmi di insuperabile naturalezza.

Nei confronti di consimili elogi la critica non può tuttavia esimersi dal suo compito consueto : ricuperare cioè la storicità dell’arte pisanelliana e qualificarne, per via di aderenti analisi, il linguaggio … Ora, non si ripeterà mai abbastanza che la sua arte si aggira tutta, da capo a fondo, nell’ambito della civiltà figurativa tardo gotica, fiorita, cavalieresca e profana, inserendosi — s’intende con un proprio ben riconoscibile timbro e con l’autorità di un’affermazione conclusiva — nella medesima amplissima cerchia cui appartengono, con Giovannino de’ Grassi, Michelino e gli altri lombardi, Stefano da Zevio, Gentile da Fabriano, i coevi maestri franco-fiamminghi, renani e boemi.   G. A. dell’acqua, Pisanello, 1952

Come la prima fioritura, allo sbocciare della primavera, reca

l’incanto della primizia e ci dona nella sua purezza il migliore alito di risveglio e il più delizioso profumo, così Pisanello, precursone nell’ardito volo della superba rinascenza dell’arte, custodisce nelle sue creazioni tutta la estasiante magìa, tutto il fascino amoroso del primo frutto del rinnovato canto libero e armonioso, della parola nuova : ragione intima’ della bellezza delle sue creazioni e della loro fortuna. R. Brenzoni, Pisanello 1952

Nella pittura del Pisanello quelli che potremmo chiamare valori icastici e semantici (l’acume e la vivezza della evocazione figurativa, la calzante proprietà dell’immagine, l’aderenza al motivo), si compongono coi valori lirici della metodicità lineare in un equilibrio di compiuta sintesi, come in nessun altro pittore del così detto “gotico internazionale”. Il “contenuto di natura” si risolve, così, nella “forma di natura” : vale a dire che, col Pisanello, quel così detto gotico internazionale è, senz’altro, superato.   L. Coletti, Pisanello 1953

Più certo è che il materiale duttile e sensibilissimo della cera rivelò Pisanello a se stesso, fu il limite tecnico che gli suggerì una sua più vera libertà. La luce di tramonto sul Malatesta Novello, abbracciato al Crocifisso come un colono di Romagna al tronco dell’olmo ferito; la luce di luna che colma la valle melanconica con la fanciulla e l’unicorno, nel verso della medaglia per Cecilia Gonzaga; i cavallacci riottosi e vaganti del Paleologo e di Filippo Maria Visconti sono invenzioni così soline ed ariose che, ove non lo sapessimo per riscontri certi, non ci si arrenderebbe tanto facilmente a credere si parli ancora del miniatore fuori misura dell’affresco di San-t’Anastasia, o dell’autor di ritratti su tavola dove lo “zògrafos” (come il Pisanello grecamente si sottoscrive nella medaglia del Paleologo) non è più “delineatore della vita” nel senso greco, ma proprio “zoografo”, e cioè pittar d’animali, nel senso alterato che la parola ebbe più tardi … Scrutatore a freddo, perduto a lungo fra i taccuini interminabili della corrotta natura; grande pittore il Pisanello fu soprattutto e letteralmente, o mi sbaglio, nel “rovescio della medaglia”.   R. longhi, Una mostra a Verona, in “L’Approdo letterario”, 1958

Forse in nessuna opera come in questa San Giorgio e la principessa è evidente quale sia stata la sua posizione d’uomo moderno; lontano dall’ideale classicità dell’Alberti e del Brunelleschi, insensibile ai rigori geometrici dei prospettici e dei plastici toscani, il Pisanello non per questo s’involve in posizioni di goticismo raffinato e ritardato, sia pure del respiro di Stefano, Gentile da Fabriano o Michele Giambone.

Egli svolge dal filone inesausto del naturalismo medioevale quell’immagine cosmica che è il dono assoluto della sua poesia; le cose, gli animali e le persone, meglio gli organismi, sono l’oggetto della sua creazione. Quasi per un perduto furore di approfondire ogni singolo plesso vitale egli sembra immemore di quelle misure d’ordine e di struttura che regolano la visione architettonica rinascimentale: non a caso le torri, i palazzi, le’case, le guglie dello sfondo emergono in questo affresco da un impennato orizzonte fuori d’ogni principio prospettico; nel teatro del mondo il suo occhio non scorre felice e sciolto, ne si fissa in una classica contemplazione, ma penetra indagatore e accanito; gli impiccati, i fossili, i ritratti sono simboli di questo suo interesse per ogni immagine di vita — o di morte che in questo caso è lo stesso — ove ci sia da scoprire una vibrazione, una nervatura caratteristica del cosmo.    L. magagnato, Da Altichiero a Pisanello, 1958




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