Maurice de Vlaminck (Parigi, 1876 – Rueil-la-Gadelière, 1958)

Maurice de Vlaminck (1876 – 1958)

Pagine correlate all’artista: Pittori dell’Espressionismo – Esponenti autonomi dell’Espressionismo – Die Brücke e la grafica a stampa – Blaue Reiter – Fauvisti, Die Brücke e Astrattismo – Fine dell’Espressionismo – ImpressionismoPost-ImpressionismoNeo-Impressionismo – L’arte contemporanea.

Biografia di Maurice de Vlaminck

La formazione

L’artista nasce a Parigi e si forma da autodidatta in ambiente parigino. Le sue opere evidenziano fluidità coloristica ottenuta da pennellate libere ed immediate, stese con una spontaneità tale da non permettere interpretazioni letterali o filosofiche.

I primi passi

I suoi primi lavori sono ispirati all’Impressionismo ma in breve tempo si distacca da quella coloristica guardando con interesse alle stesure con toni più accesi di Henri Matisse ed André Derain.

Verso i Fauves

Nelle opere che seguono il cambio di direzione dell’artista si evidenziano l’acceso cromatismo ed i forti contrasti. Inoltre gli elementi paesaggistici, che sono ancora semplificati, pur creando un forte dinamismo e senso del ritmo, hanno poca grazia. Detto in poche parole le sue pennellate hanno molta forza ma poca armonia.

I suoi dipinti piacciono a Henri Matisse che lo convince a partecipare ad una manifestazione al Salon des Indépendants.

Più tardi, nel 1905, espone al Salon d’Automne insieme a Henri Matisse, Pierre-Albert Marquet,  André Derain, Othon Friesz, Henri Charles Manguin, Georges Rouault, Jean Puy e Louis Valtat.

In tale occasione i critici non hanno dubbi sull’inserimento di Maurice nel gruppo dei fauves proprio per quel cromatismo decisamente aggressivo, ottenuto con l’impiego di colori usciti direttamente dal contenitore. Talvolta gli stende senza pennello e direttamente col beccuccio del tubetto. Oggi Maurice è considerato  come l’esponente più radicale dei fauves.

Verso la pittura di Cezanne

Il gruppo dei Fauves è fragile e di breve durata: dopo il 1907 si scioglie. Come tutti gli artisti appartenenti a quella corrente Vlaminck intraprende un proprio percorso, del tutto indipendente, alla ricerca di uno stile decisamente più pacato.

Dopo essere entrato in contatto con la pittura di Paul Cézanne, le sue tematiche si orientano verso il paesaggio e la natura morta, mentre le stesure pittoriche si fanno più pacate a fortemente espressive. I contorni si fanno meno incisivi, le pennellate – nonostante l’immediatezza e la fluidità – sono assai più pacate, il tratto è semplificato, mentre le curve si fanno armoniose.

Verso l’Espressionismo

Agli inizi del secondo decennio del Novecento, dopo un brevissimo periodo che lo vede interessato al Cubismo, le sue forme diventano più piene e assai elaborate, avvicinandosi così alla pittura espressionista. Un cambiamento di rotta piuttosto comune ad altri componenti del gruppo fauves.

Se analizziamo le differenze tra il fauvismo e l’espressionismo troviamo importanti punti di contatto. Gli sviluppi di entrambi, oltre che seguire una parallela evoluzione, vengono integrati con reciproche influenze nonostante la diversa sensibilità verso la coloristica dei singoli artisti.

Sia i Fauvisti che gli Espressionisti superano in modo definitivo la rappresentazione impressionista. Mettendo infatti a confronto le due pitture, quella impressionista risulta decisamente pacata e priva di ogni interiore problematica, mentre l’altra (fauves ed espressionisti), cupa e perturbata. Si evidenzia in questi ultimi angosciosi stati d’animo alla ricerca continua della propria identità.

Vlaminck espressionista

Dopo la Grande Guerra, Vlaminck lascia Parigi e si trasferisce a Rueil-la-Gadelière. Qui preferisce vivere in campagna ma nei lavori di questo periodo si evidenzia il profondo segno lasciato dalle terribili esperienze avute durante conflitto. I suoi dipinti, generalmente a tema paesaggistica, acquistano una rinnovata fisionomia sempre più tendente alla pittura espressionista. Il cromatismo si fa più cupo creando drammatiche ed inquietanti atmosfere.

Lapide della tomba di di Maurice Vlamink
Lapide della tomba di di Maurice Vlaminck

La paesaggistica di questo periodo è caratterizzata soprattutto da strade isolate e silenziose, che corrono seguendo una nuova profondità prospettica fino a disperdersi nell’orizzonte, penetrandolo. La natura non è più pacata ed armonicamente raffigurata ma diventa minacciosa ed ostile, mentre gli elementi in essa inseriti simbolizzano una drammatica visione dell’esistenza. I cieli, spesso nuvolosi e cupi, hanno toni freddi e le pennellate perdono fluidità ed immediatezza. Quei dipinti danno l’idea di una mano che agisce a fatica sulla tela ed evidenziano un forte scoraggiamento esistenziale.

Nel 1944 Vlaminck viene arrestato per la sua collaborazione con le forze naziste, a cui seguirà una forte emarginazione.

Muore l’11 ottobre 1958 a Rueil-la-Gadelière.


Pierre-Albert Marquet (Bordeaux, 1875 – Parigi, 1947)

Albert Marquet (1875 – 1947)

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Biografia di Pierre-Albert Marquet

Gli inizi della carriera artistica

Foto di Pierre-Albert Marquet
Foto di Pierre-Albert Marquet

Marquet si trasferisce a Parigi dove inizia a seguire le lezioni della Scuola di arti decorative. Qui incontra Henri Matisse che, abitando nello stesso palazzo, diventa suo inseparabile amico e compagno di lavoro. I due si  influenzano a vicenda.

Si dedicano insieme a ricerche che li portano entrambi a sfociare nel fauvismo [Enciclopedia, in La Biblioteca di Repubblica].

Nel 1895 Pierre-Albert frequenta l’Ecole des Beaux-Arts e segue con passione le lezioni di Gustave Moreau, un artista considerato continuatore della pittura romantica di Delacroix.

In questo periodo l’artista espone alcune sue opere al Salon des Indépendants con risultati economici poco soddisfacenti. Tuttavia riesce a farsi conoscere dal pubblico e a stringere nuove amicizie con altri pittori.

I suoi primi lavori, con stesure limpide e lineari, che risultano assai vicini alla pittura impressionista, evidenziano un’ottimo piano prospettico, una certa elaborazione del chiaroscuro e accostamenti coloristici di efficace luminosità.

Il periodo fauve

Nel 1905 l’artista, che si è già avvicinato al fauvisme, espone con gli aderenti al movimento nel Salon d’Automne. Le sue opere vengono appese nelle sezioni dedicate a pittori come di Henri Matisse, André Derain, Maurice de Vlaminck, Othon Friesz, Henri Charles Manguin, Georges Rouault, Jean Puy e Louis Valtat.

Questo gruppo artistico, di cui Pierre-Albert ormai fa parte, ha effetto sulla sensibilità dei critici d’arte a causa del forte ed acceso cromatismo, tanto questi ultimi coniano per esso il termine “fauves” (ovvero belve selvagge).

Tuttavia lo stesso Marquet, pur frequentando assiduamente per diversi anni il gruppo dei fauves, ha una coloristica meno brillante e violenta, sempre integrata da un sistematico impiego di toni grigiastri che evidenziano la sua calma e pacata sensibilità.

L’amicizia con Matisse e la differenza tra i due

Fino al 1907 soggiorna nella capitale francese dedicandosi, insieme a Henri Matisse, alla realizzazione di una serie di vedute paesaggistiche della città.

La differenza  tra Matisse e Marquet sta fondamentalmente nella rappresentazione coloristica, accesa e vivace nel primo, pacata e smorzata dai grigi nel secondo. Inoltre Matisse usa pennellate decise e veloci, mentre Marquet è più scrupoloso ed evita eccessivi contrasti coloristici, rimanendo fedele alla tradizionale tecnica della prospettiva.

Durante la Grande Guerra conosce il marsigliese Louis-Mathieu Verdilhan, un pittore che, affascinato dalla sua coloristica, ne subisce notevolmente le influenze.

Il contributo dei suoi viaggi

Dal 1907 l’artista intraprende moltissimi viaggi, non soltanto in Europa ma anche nel Nord-Africa, ritornando spesso a Parigi, sua città di riferimento.

Di questi soggiorni rimangono come testimonianza tele raffiguranti soprattutto marine, barche, vita nelle città e le luminose ed animate vedute paesaggistiche.

Il soggiorno di Napoli

Un soggiorno che colpisce in modo particolare Marquet è quello di Napoli, ove realizza, con una tecnica assai vicina a quella degli Impressionisti, tele con temi di mare ed imbarcazioni.

I riflessi della luce sull’acqua di questo periodo,  realizzati con corpose e decise pennellate, risultano ancor più realistici. Le increspature dell’acqua vengono realizzate con pochi tratti e creano a tutto il contesto un movimento assai pacato.

Le figure, realizzate con un un disegno assai sintetizzato, appaiono abbastanza semplificate, tanto che possono essere avvicinate a quelle dei vedutisti veneziani del Settecento-Ottocento.

Il soggiorno in Germania

Un’altro importante soggiorno è quello in Germania, dove la sua predilezione – ancora per le imbarcazioni, marine e porti, ma anche per vedute fluviali – lo fa quasi estraniare da realizzazioni paesaggistiche rurali e cittadine.

L’ultimo periodo e lo stile dell’artista

Alcune opere di Pierre-Albert Marquet
Alcune opere di Pierre-Albert Marquet

Nel corso della sua carriera artistica Marquet ritorna spesso alle stesse tematiche, anche a distanza di molti anni. Il suo cromatismo risulta poco diverso nei vari periodi, ad eccezione di quello – assai breve – tra il 1910 e il 1914, di cui rimane una serie di nudi.

Predilige ancora tematiche paesaggistiche, soprattutto quelle a sfondo marino, scene di porto e vedute fluviali.

Continuando ad impiegare nei propri lavori la tradizionale tecnica del disegno e della prospettiva, il contesto scenico delle sue opere risulta sempre fondamentalmente poco mosso. Anche il movimento delle barche e di altri elementi galleggianti viene alquanto  smorzato.

I contorni sono abbastanza evidenziati, tanto che l’importanza del disegno sulla coloristica diventa prevalente, nonostante la semplificazione delle forme.

Tali comportamenti pittorici, se fossero ancor più accentuati,  potrebbero avvicinarlo al cubismo.

All’artista non piacciono le rivoluzioni tecniche e stilistiche dei primi decenni del Novecento.

L’artista muore il 13 giugno 1947 a Parigi.

Alcune fra le principali opere di Marquet

  • Caffettiera, anno 1903,  collezione privata, Parigi.
  • La spiaggia di Fécamp, anno 1906, Musée National d’Art Moderne, Parigi.
  • Le due amiche, collezione. G. Benson, Parigi
  • Pont neuf di Parigi, vista dall’alto, risente le influenze di Monet e di Sisley.
  • Il cavalletto, anno 1943, in collezione privata, Parigi.

André Derain (1880 – 1954)

André Derain (Chatou, 1880 – Garches, 1954)

Pagine correlate all’artista: Pittori dell’Espressionismo – Esponenti autonomi dell’Espressionismo – Die Brücke e la grafica a stampa – Blaue Reiter – Fauvisti, Die Brücke e Astrattismo – Fine dell’Espressionismo – ImpressionismoPost-ImpressionismoNeo-Impressionismo – L’arte contemporanea.

Le foto sotto riportate sono a bassa risoluzione ed inserite al solo scopo didattico.

Biografia di André Derain

Foto di André Derain
Foto di André Derain
L’artista nasce a Chatou (presso Parigi) nel 1880.
Appartenente ad una famiglia agiata, viene avviato dal padre nel 1998 agli studi di ingegneria all’Accademia Julian.

Negli anni successivi fa conoscenza con Maurice de Vlaminck ed Henri Matisse, che riescono a convincerlo a dedicarsi alla pittura.

Avvio all’arte

Nel primo periodo della sua conversione all’arte, influenzato da Vlaminck, realizza dal vivo opere a tema paesaggistico lungo le rive della Senna, impiegando colori usciti direttamente  dai contenitori senza essere mescolati.

Le prime importanti sue esposizioni risultano datate 1905, al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants, ove si colloca fra i Fauves.

Già sin dalle prime manifestazioni dell’artista alcune sue opere (tra cui ricordiamo l’Estaque), nonostante l’audace cromatismo, evidenziano un inizio di allontanamento dalla corrente fauvista.

Il suo pensiero è – da persona colta ed amante della pittura dei grandi maestri del passato, di cui si è più volte cimentato a riprodurre – quello di non dover mai rinunciare all’esuberanza coloristica armonizzata nella maniera classica.

Per un certo periodo subisce gli influssi di Gauguin, addolcendo i contrasti cromatici e chiaroscurali e togliendo le eccessive vivacità fauviste.

Nel 1909 illustra con le sue pitture un libro di poesie di Apollinaire, a cui seguono, qualche anno dopo, una raccolta letteraria di Max Jacob, il  primo libro di André Breton, il Satyricon di Petronio Arbitro e le favole di Jean de La Fontaine.

Nel 1910, frequentando Pablo Picasso, realizza alcune opere, tutte fuori dai canoni cubisti ai quali si rifiuta di aderire.

Il ritorno al tradizionale

Dal 1911, Derain ritorna alla vecchia maniera impiegando il chiaroscuro e la prospettiva, rendendo i propri dipinti  più classici e tradizionali. Un “ritorno alle forme classiche” comune a molti artisti attivi in questo periodo nel continente europeo, tra cui ricordiamo lo stesso Picasso, Gino Severini e Giorgio De Chirico con la sua metafisica appena nata. Periodo questo di grande cambiamento ove in Italia nascono i Valori Plastici e Novecento, mentre in Germania sale la Nuova oggettività.

Dopo il 1911, Derain subisce gli influssi della scultura africana e dei primitivi francesi, per cui intraprende un periodo “gotico”, in cui si dedica a solenni temi figurativi e elaborate nature morte, tra cui ricordiamo “La cena” e “Il sabato”.

Dopo il 1913 l’artista si dedica alla figura, iniziando con gli autoritratti fino ad approdare a scene di genere per poi ritornare alla semplice ritrattistica.

Antisurrealista e antidadaista

Dopo la Grande Guerra combatte la proliferazione di movimenti «antiartistici» come il Surrealismo e il Dadaismo.

Nel 1921 soggiorna a Roma e a Castel Gandolfo, continuando a studiare i grandi maestri del passato. In questo periodo l’artista realizza molte vedute paesaggistiche.

Nel 1928 Derain con “La caccia” vince il premio Carnegie.

Nel 1941 è attivo in Germania e, più tardi, in Francia dove rifiuta l’importante incarico di dirigere la scuola nazionale superiore delle belle arti a Parigi. Incomincia così un volontario e progressivo isolamento.

Artista polivalente

Derain è anche incisore, scultore, ceramista, costumista e scenografo teatrale.

Continua a realizzare pitture e ad esporle in importanti manifestazioni internazionali con crescente successo fino alla morte, che improvvisamente avviene nel settembre 1954 a Garches, in seguito ad un tragico incidente stradale.

L’arte di André Derain

L’arte di Derain nei primi anni del Novecento subisce gli influssi neoimpressionisti di pittori come Paul di Cézanne e Vincent van Gogh.

Si avvicina ai pittori fauve come Matisse e Vlaminck ma è assai più misurato di essi. Le sue opere evidenziano serenità nonostante i vivi e luminosi contrasti coloristici.

Sul figurativo le sue semplificazioni sono assai meno idealistiche dei Fauves, tanto che spesso sfocia in quel suo tipico naturalismo, integrando elementi della pittura caravaggesca.

Tuttavia non si distacca del tutto dall’estetica fauve. Il suo cromatismo rimane, infatti, ben saldo a quello del movimento, e la stesura pittorica – ottenuta con larghe, pastose e libere pennellate – evidenzia vivi contrasti con accostamenti di toni caldi e freddi.

Alcune opere di André Derain

Andre Derain - Porticciolo di Londra, 1906
Porticciolo di Londra, 1906
Andre Derain - Ponte Charing Cross 1906
Ponte Charing Cross 1906
Andre Derain - Paesaggio vicino a Chateaux, 1904.
Paesaggio vicino a Chateaux, 1904.
Andre Derain - Donna in camicia, 1918
Donna in camicia, 1918.
Andre Derain - Arlecchino e Pierrot, 1924.
Arlecchino e Pierrot, 1924.
Andre Derain - Alberi lungo la Senna, 1916
Alberi lungo la Senna, 1916
Andre Derain - Bagnanti, 1907
Bagnanti, 1907
  • Il funerale (anno 1899) – New York, Pierre and Maria-Gaetana Matisse Foundation Collection.
  • La salita al Calvario (anno 1901), lascito Georges F. Keller (1981) – Berna, Kunstmuseum.
  • Le rive della Senna a Pecq (anno 1904) – Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou, Parigi, dono di Charles Wakefield-Mori (1938).
  • I dintorni di Collioure (anno 1905), acquisito nel 1966 – Parigi, Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou.
  • Ritratto di Henri Matisse (anno 1905) – Nizza, Musée Matisse.
  • Lucien Gilbert (anno 1905 circa), dono di Joyce Blaffer von Bothmer- New York, The Metropolitan Museum of Art.
  • Il ponte di Waterloo (anno 1906) – Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.
  • Maurice Vlaminck (anno 1905) – Collezione Jacques and Natasha Gelman.
  • Donna in camicia (anno 1906) Copenaghen – Statens Museum for Kunst,.
  • La cattedrale di Saint Paul vista dal Tamigi (anno 1906), Minneapolis – Institute of Modern Art.
  • Le due chiatte (anno 1906), Parigi – Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou.
  • Il ponte di Charing Cross a Londra.
  • Natura morta (anno 1913), Washington – National Gallery of Art.
  • Il ponte di Westminster Parigi, Museé D’Orsay.
  • Il ponte di blackfriars New York, MOMA.
  • Natura morta con tavolozza (1914), Copenaghen, Statens Museum for Kunst.

Franz von Stuck, artista visionario

Fondatore della secessione di Monaco

Franz von Stuck (1863-1928) era un artista espressionista tedesco.

Nel 1892 fondò il movimento della secessione di Monaco (secessionismo nell’arte) insieme ad altri artisti monacensi in segno di protesta contro il conservatorismo dell’arte ufficiale.

Questo movimento, considerato la prima secessione della storia dell’arte moderna, trovò i suoi punti maggiormente qualificanti nel rinnovamento della pittura di paesaggio, nella creazione di un nuovo gusto decorativo soprattutto nella grafica, nell’apertura agli aspetti più vivi della cultura artistica europea.

LO STILE

Stuck è particolarmente noto per i suoi dipinti allegorici pervasi di torbida sensualità e di morboso romanticismo, a tratti decisamente inquietante.

I soggetti delle sue opere sono solitamente personaggi mitologici o religiosi.

Lucifero

1889-90, olio su tela, 161×152 cm, Sofia, National Gallery for Foreign Art

Franz von Stuck: Lucifero, 1889-90, olio su tela, 161×152 cm, Sofia, National Gallery for Foreign Art

Il protagonista di quest’opera è Lucifero seduto su una sorta di muretto, nudo, con le ali flosce e nere.

Viene rappresentato da Stuck con espressione pensierosa e corrucciata mentre fissa lo spettatore in modo insistente ed inquietante con i suoi occhi gialli e magnetici, particolare che spicca tra i colori scuri della tela.

Allo stesso tempo la posa conferisce all’angelo caduto l’aria di un’oscura forza in agguato che potrebbe assalire da un momento all’altro materializzandosi fuori dalla tela.

È un’opera particolarmente suggestiva che mette Lucifero sotto una luce diversa dal solito, rappresentato quasi come un essere umano colto in un momento di meditazione.

Il peccato

1893, olio su tela, 95×60 cm, Monaco, Neue Pinakothek

Franz von Stuck: Il peccato 1893, olio su tela, 95×60 cm, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera
Franz von Stuck: Il peccato 1893, olio su tela, 95×60 cm, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

L’opera rappresenta il racconto del peccato originale impersonificato da Eva la quale, in questa tela, non è più vittima bensì artefice di tentazioni.

Il suo corpo nudo, messo in evidenza dalla luce, è avvolto dalle spire di un serpente che fissa minacciosamente lo spettatore dalla spalla destra della protagonista.

Dall’ombra spicca però il baluginare degli occhi della donna che osserva con sguardo sensuale oltre la tela, quasi a voler attirare verso di sé chiunque la stia guardando.

Il dipinto è dominato da una sorta di ironia, sottolineata ad esempio dall’enigmatico sorriso di Eva, che dimostra come l’artista vedesse nel peccato un’inevitabile componente dell’esistenza umana piuttosto che una colpa. È la tela che forse più incarna il pensiero e la visionarietà di Stuck.

Virginia Ciccariello


Merda d’artista di Piero Manzoni

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>

Piero Manzoni: Merda d'artista
Piero Manzoni: Merda d’artista. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Merda d’artista:

Piero Manzoni (1933-63) era un artista italiano nato a Soncino e cresciuto a Milano.

Per Manzoni l’arte non deve rappresentare oggetti o esprimere sentimenti, infatti la sua volontà è quella di fare dell’arte un campo in cui agire liberamente e in cui lasciare un segno del proprio essere nel mondo.

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>, con queste parole Manzoni esorta gli artisti a liberare la superficie della tela dalla sua condizione di puro supporto per sfruttarne al meglio le possibilità di “luogo” e “spazio totale”. Manzoni infatti è profondamente affascinato dalla ricerca spazialista di Fontana e chiaramente ispirato da Duchamp e i Dadaisti.

Merda d’artista, 1961

Con ironia e spirito provocatorio Manzoni si prende gioco dell’opinione comune secondo cui l’opera d’arte deve far emergere ciò che l’artista ha dentro di sè presentando come prodotto artistico le proprie emissioni corporee come Merda d’artista.

L’artista sigillò dei barattoli di latta da 30g simili a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta tradotta in varie lingue e la sua firma. Per quest’opera si ispira al Neodadaismo per la presentazione di un oggetto quotidiano caricato di nuovo significato e anche al Nouveau Realisme per il soffermarsi sulla figura dell’artista.

Un gesto di sfida

Non si ha certezza del reale contenuto delle lattine, ma è ovvio che sia un gesto di sfida con cui Manzoni intende lanciare una critica nei confronti della mercificazione dell’arte e dei meccanismi che danno più importanza all’autore che all’opera stessa.

A fortificare la sua tesi, stabilì che la sua Merda d’artista dovesse essere venduta al prezzo dell’oro alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.

Le sue ragioni ebbero dimostrazione quando le scatolette raggiunsero presto quotazioni altissime nel mercato internazionale dell’arte.

Virginia Ciccariello


“Querelle” di Andy Warhol

Cenni biografici sull’artista

Andy Warhol in una foto del 1975
Andy Warhol in una foto del 1975

Andy Warhol (nato Andrew Warhola 1928-87) figlio di immigrati cecoslovacchi, è una figura emblematica dell’America degli anni sessanta e figura chiave del movimento della Pop Art. Nato in Pennsylvania, si trasferì a New York nel 1949.

È particolarmente conosciuto per l’ampiezza delle sue opere, in quanto comprendevano pittura, disegno, incisione, fotografia, serigrafia (procedimento di stampa nel quale l’inchiostratura viene eseguita oggi attraverso la trama di un tessuto in poliestere teso su un riquadro in legno o metallo definito quadro serigrafico), scultura, film e musica.

Warhol e il pubblico

Warhol cambia l’idea stessa di artista, che per la prima volta diviene imprenditore di sè stesso. Andy Warhol impersonava in modo emblematico il nuovo personaggio-divo. Creatore, produttore e attore al tempo stesso, donò al mondo la figura del divo dell’arte.

Il modo in cui l’artista era solito presentarsi al pubblico è la prova del fatto che nessuno meglio di lui è riuscito a penetrare meglio nel meccanismo che regola il culto del divo. Presente e assente nello stesso tempo, faceva l’effetto di un fantasma in carne e ossa. Inoltre amava farsi sostituire da sosia ed era quindi ovunque nascondendosi sotto una parrucca bianca e dietro occhiali scuri.

Quello che per i divi di Hollywood era lo schermo, per il divo Andy Warhol era la stampa mondana.

The Factory e la Business Art

The Factory, il suo studio dal 1963 al 1968 in una vecchia fabbrica sulla 47ª strada a New York, era organizzato come una piccola industria dell’arte.

Warhol approda all’arte dal mondo della comunicazione pubblicitaria, elaborando un linguaggio freddo e impersonale improntato alla dichiarata intenzione di fare un’arte che sia impassibile registrazione della realtà, utilizzando quindi tecniche di produzione industriale come, appunto, la serigrafia.

Inoltre The Factory era un punto di ritrovo per intellettuali, drag queens, sceneggiatori, celebrità di Hollywood e gruppi destinati a diventare famosi come i Velvet Underground e i Rolling Stones (di cui lo stesso Warhol disegna alcune copertine).

Andy Warhol si definiva “Business-Artist” poichè riteneva che saper fare affari fosse la migliore forma d’arte.

Querelle, 1982

Andy Warhol - Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.
Andy Warhol – Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.

Ad Andy Warhol fu commissionato nel 1982 dal regista tedesco Rainer Fassbinder un poster per il suo adattamento cinematografico del romanzo di Jean Genet “Querelle”, che parla delle scappatelle sessuali di un giovane marinaio in un porto francese.

Warhol per realizzare questa serigrafia si ispirò ad una polaroid raffigurante due ragazzi con le spalle nude, uno dei quali con la lingua fuori.

Ne esistono diverse versioni, ma tutte hanno una base monocromatica con la lingua del ragazzo che spicca di un blu brillante o di un rosso acceso. L’attenzione è quindi chiaramente concentrata sulla lingua ad evidenziare la carica omoerotica dell’immagine, tema dell’opera cinematografica che doveva pubblicizzare. Inoltre i contorni sbalzati conferiscono un effetto quasi fumettistico.

Non è difficile immaginare che sia Fassbinder che Warhol fossero affascinati dalla violenta ed esplicita storia omoerotica della scrittrice.

Quest’opera di Warhol a mio parere documenta la collaborazione di tre delle menti creative più provocatorie del XX secolo, Genet, Fassbinder e Warhol.

Virginia Ciccariello


Blue Poles, Number 11 di Jackson Pollock

Blue Poles: Number 11 di Pollock

Action Painting e Dripping

Jackson Pollock è l’esponente più celebre della nuova arte americana del dopoguerra.

A partire dal 1943 mette a punto i mezzi per un nuovo modo di dipingere definito poi Action Painting (“pittura d’azione”). Prima di tutto elimina cavalletto e parete per lavorare sulla tela disposta sul pavimento.

Inizia inoltre a sperimentare la tecnica del Dripping (“sgocciolamento”), cioè intingendo larghi pennelli nel colore e lasciandoli sgocciolare con diversi movimenti della mano.

Sentirsi parte del quadro

Come egli stesso disse: <<Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro; posso camminarci intorno ed essere letteralmente dentro al quadro. Un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia>>.

Proprio le sorti degli indiani d’America, e nello specifico i Navajo, erano infatti oggetto di grande sensibilità da parte del pittore e dipingeva alla loro maniera utilizzando i più svariati materiali (pezzi di legno o stracci immersi nel colore, vernici, alluminio,  materiali da lanciare letteralmente sulla tela come sabbia, sassolini, pagliuzze…) abbandonando quasi completamente gli “attrezzi” classici del pittore.

Blue Poles: Number 11

Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952
Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952

Blue Poles: Number 11 (1952) è una delle tele più note dell’artista. La tela non ha né limite né cornice e il colore entra prepotentemente nel nostro spazio visivo riuscendo a far sentire lo spettatore parte del quadro, dando vita così alla pittura “all-over” (“a tutto campo”) .

La concezione tradizionale dello spazio pittorico viene infatti superata eliminando gli schemi compositivi e la sovrapposizione dei piani.

La presente opera (dimensioni 210 × 486,8 cm) fu realizzata dal pittore nel 1952 su commissione dell’architetto Tony Smith. Si trova attualmente nella National Gallery of Australia di Canberra.

Interpretazione

Osservando questa tela ci si immerge nel vortice di colori e segni creati dall’artista.

Pollock non segue nessun progetto , ma si fa semplicemente guidare dalla sua spinta creativa interiore.

Questa tela è chiaramente ispirata agli indiani d’America, infatti i pali sembrano non essere altro che dei totem indiani.

Ritengo che con quest’opera l’artista abbia voluto offrire omaggio a questo popolo rappresentando attraverso l’ingorgo di segni e colori confusi tra loro, l’inquietudine che ha dovuto subire, distrutto da guerre e violenza.

Credo che per descrivere questo quadro le parole più adatte siano crudo, reale e diretto perché rappresenta appunto una verità raccontata secondo l’idea, il sentimento e la capacità tecnica dell’artista.

Virginia Ciccariello


La Riproduzione Vietata (ritratto di Edward James) di Renè Magritte

La Riproduzione Vietata di Renè Magritte

L’influenza delle Avanguardie futurista e cubista

Riproduzione vietata di Magritte
Riproduzione vietata di Magritte. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Le esperienze delle Avanguardie futurista e cubista si rivelano molto importanti per lo sviluppo della poetica di Renè Magritte.

Il Futurismo gli suggerisce la possibilità di sovrapporre figure diverse nello spazio secondo i concetti di simultaneità e dinamismo.

Il Cubismo, invece, lo guida nel confronto tra la struttura dell’immagine e la superficie bidimensionale della tela.

Lo “spaesamento” di Magritte

Sono concetti fondamentali questi per lo “spaesamento” dell’osservatore che attua l’artista nelle sue opere cioè lega realtà tra loro incompatibili e inserisce oggetti familiari in contesti assurdi, avvicinandosi a teorie chiaramente Surrealiste.

Magritte parte dalla convinzione che il significato del mondo è impenetrabile e concepisce la pittura come strumento di evocazione del mistero.

Un’immagine apparentemente tranquilla

La tela “La Riproduzione Vietata” (1937) sembrerebbe un’immagine apparentemente tranquilla, dalla cornice dello specchio al libro sulla mensola.

Il soggetto potrebbe sembrare nient’altro che un ritratto, se non fosse che l’uomo rappresentato di spalle con l’abito elegante e i capelli ben pettinati veda a sua volta le sue spalle.

Lo specchio quindi  non riflette, ma ripete l’immagine dell’uomo. Il suo volto non compare.

Stupisce però notare come il libro sulla mensola si rifletta correttamente.

Interpretazioni

La mancata rappresentazione delle fattezze del personaggio potrebbe significare che il soggetto del ritratto, Edward James, non avesse idea della sua vera identità, di chi fosse veramente.

Questa sua non percezione dell’io lo porta a non riconoscersi guardandosi allo specchio, a non vedersi davvero.

E credo che il libro sia riflesso normalmente perché non ha un’anima, non può essere in conflitto con sé stesso.

Personalmente questa tela mi provoca inquietudine e fastidio nel non conoscere il volto dell’uomo. Osservandola bene mi sembra quasi che il protagonista si volti da un momento all’altro, quindi mi dà un senso di aspettativa nel conoscere il suo vero volto ma mi lascia anche con l’amaro in bocca nel sapere che non accadrà mai.

Quest’opera può sembrare bizzarra ad un primo sguardo, ma guardando al di là dell’immagine si può carpire ben più di quello che è fisicamente rappresentato.

L’immagine è solo un’immagine e la vera essenza di sé non si riflette in uno specchio.

Virginia Ciccariello


Gli “impacchettamenti” di Christo e Jean-Claude

Pagina correlata agli impacchettamenti di Christo e Jean-Claude: Land art

Cenni biografici

Christo Yavachev è uno dei maggiori rappresentanti della Land Art. Nasce a Gabrovo, in Bulgaria, nel 1935.

Dal 1953 al 1956 studierà all’Accademia di Belle Arti di Sofia. Terminati gli studi sarà presente in varie città tra cui Praga, Vienna, Ginevra e Parigi dove sarà attivo nel movimento Nouveau Réalisme.

I primi lavori

I suoi primi lavori consistono in oggetti comuni (bottiglie, cartoni, ecc.) “impacchettati” per sottrarli al circuito del consumo.

L’oggetto è sempre riconoscibile, ma l’involucro lo priva delle caratteristiche che attraggono maggiormente i consumatori come la qualità del materiale, la funzione pratica o il colore.

L’incontro con Jean Claude e gli “impacchettamenti”

Proprio a Parigi nel 1958 incontrerà la sua futura moglie Jean Claude Denat de Guillebon, con la quale si trasferirà a New York nel 1964.

Da questo incontro nascerà anche una collaborazione artistica e gli “impacchettamenti” diventano monumentali coinvolgendo addirittura interi edifici rivestendoli con tessuti acrilici di diverso colore.

 Opere di questo genere sono Wrapped Roman Wall (1973-74) in cui rivestono le Mura Aureliane di bianco a Roma, Wrapped Pont Neuf (1975-85) a Parigi in cui rivestono di giallo ocra l’antico ponte, Wrapped Reichstag Berlin (1971-95) il parlamento tedesco a Berlino che sarà ricoperto di tessuto di colore argento.

<Nascondere per valorizzare>

Il dichiarato intento dei due artisti è quello di <<nascondere per valorizzare>> riportando l’attenzione sulle cose e sui monumenti dimenticati perché ormai parte dello scenario quotidiano.

Valley Curtain e Running Fence

L'artista Cristo e un impacchettamento sullo sfondo.
L’artista Christo e un impacchettamento sullo sfondo. Foto a bassissima definizione inserita a scopo didattico.

Realizzano questi “impacchettamenti” anche in natura tramite barriere di tessuti che trasformano la fisionomia del paesaggio che le accoglie come si può notare in Valley Curtain (1970-72) in Colorado o in Running Fence (1972-76) a San Francisco.

In quest’ultimo ampi teloni di nylon bianco sono appesi nella campagna californiana ad un cavo d’acciaio sorretto da montanti metallici, e il biancore dei teli si contrappone ai sobri colori del terreno.

Opere, purtroppo, destinate a scomparire

Gli interventi dei due artisti però sono sempre effimeri e destinati ad essere completamente rimossi poiché il loro lavoro sull’ambiente non è finalizzato a modificarlo, ma piuttosto a valorizzarlo e ad attivare nuovi modi di guardare e vivere il paesaggio.

Molti progetti però sono rimasti solo su carta poiché i due artisti si autofinanziano con la vendita dei disegni preliminari, non accettando sponsorizzazioni per non dover limitare la propria libertà creativa e quindi risulta difficile coprire gli ingenti costi di realizzazione.

Inoltre l’impossibilità di realizzare alcuni progetti è dovuta anche a vari ostacoli burocratici e l’opposizione di chi non ne comprende le finalità.

Virginia Ciccariello

BIBLIOGRAFIA

C. Bertelli, La storia dell’arte, Edizione Verde, PEARSON

G. Cricco, F.P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Seconda Edizione, Zanichelli


Biografia di Antonio Ligabue

Ritratto fotografico di Antonio Ligabue
Ritratto fotografico di Antonio Ligabue

Biografia di Antonio Ligabue: Antonio Costa, conosciuto come Antonio Ligabue, nacque a Zurigo il 18 dicembre 1899. La madre era Elisabetta Costa ma sull’identità del padre non si hanno notizie.

Nel 1900 venne affidato ad una coppia di svizzeri-tedeschi (Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann), che mai ne legittimarono l’adozione. Il bambino si affezionò comunque moltissimo alla matrigna tanto che, nonostante i numerosi contrasti, talvolta anche aspri, visse con la coppia fino al 1919.

Nel frattempo, a distanza di poco più di un anno dalla nascita di Antonio, la madre Elisabetta si sposava con Bonfiglio Laccabue, un italiano emigrato in Svizzera, che nel giro di qualche mese regolarizzò la paternità del bambino dandogli il proprio cognome.

L’artista però, in età adulta, preferì essere chiamato Ligabue, anziché Laccabue. Nel 1942, infatti, si fece ufficialmente cambiare il cognome (si pensa che nutrisse odio verso il patrigno, da lui ritenuto come l’uxoricida della madre e dei tre fratelli, tragicamente morti nel 1913 per una intossicazione alimentare [Cesare Zavattini cit.]).

A causa delle difficili condizioni economiche e culturali della coppia che lo accudiva Antonio dovette subirne i continui spostamenti. Il suo carattere, diffidente, complicato ed introverso, e la grossa problematica nell’apprendimento delle materie scolastiche, lo portarono a cambiare diverse scuole: prima a San Gallo, quindi a Tablat e infine a Marbach, da cui venne espulso per cattiva condotta nel maggio del 1915. Dopo l’ultimo spostamento scolastico Ligabue si trasferì con la sua famiglia adottiva a Staad.

Non ancora ventenne Antonio era già preda di periodiche crisi di nervi. Intorno ai primi mesi del 1917, a Pfäfers, in seguito ad un violento attacco nervoso, venne per la prima volta ricoverato in un ospedale psichiatrico.

Nel 1919 fu espulso dalla Svizzera e condotto a Gualtieri dove viveva Bonfiglio Laccabue ma, per i forti disagi derivati dalla non conoscenza della lingua italiana, fuggì tentando il rientro in Svizzera. Ricondotto nello stesso paese, Antonio visse con l’aiuto dell’ospizio Carri, una struttura pienamente dedicata alla mendicità.

Nel 1920, proprio mentre l’artista iniziava a realizzare le prime tele, ricevette l’offerta di un lavoro da svolgere presso gli argini del Po.

Antonio Ligabue: Tigre, collezione privata.
Antonio Ligabue: Tigre, collezione privata. (Foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico)

Nel 1928 Renato Marino Mazzacurati, restando meravigliato dal suo modo di dipingere ed abbinare i colori, volle prenderlo sotto la sua protezione e guidarlo verso la meritata valorizzazione del suo talento insegnandogli la tecnica della pittura ad olio. Fu, quello, un periodo dedicato pienamente all’arte, alternato però da interruzioni girovaghe senza meta lungo gli argini Po.

Nel 1937, in seguito ad atti di autolesionismo, Ligabue venne ricoverato in manicomio a Reggio Emilia dove rimase alcuni anni, fino a quando, nel 1941, lo scultore Andrea Mozzali riuscì a farlo dimettere e ad ospitarlo nella propria residenza a Guastalla.

Nel corso della seconda guerra mondiale, ormai padrone della lingua italiana, il pittore fece da interprete ai militari tedeschi.

Nel 1945, dopo una violenta lite con un soldato tedesco, fu riportato nell’ospedale psichiatrico dove vi rimase per altri tre anni.

Dal 1948 Ligabue intensificò l’attività artistica mentre la sua fama si diffondeva a macchia d’olio in tutto il territorio italiano, tanto che fu preso in considerazione, oltre che dalla stampa e noti mercanti, anche dagli studiosi di Storia dell’arte: è del 1957 il bellissimo servizio fotografico su Ligabue di Severo Boschi ed Aldo Ferrari (fotografo) nel giornale “Il Resto del Carlino”.

Nel 1961, alla Galleria La Barcaccia di Roma, venne allestita la sua prima mostra personale.

Nello stesso anno, in pieno svolgimento della sua attività artistica, Ligabue subì un incidente in motocicletta e, nel 1962, fu vittima di una paresi.

Nell’anno successivo il gallerista Vincenzo Zanardelli, amico del pittore, dedicò a lui una grande rassegna antologica a Guastalla.

Ligabue, prima di morire, chiese di essere battezzato e cresimato. Morì il 27 maggio 1965 e venne sepolto nel cimitero di Gualtieri. Sulla lapide della sua tomba fu posta la maschera funebre in bronzo eseguita da Andrea Mozzali.

Elenco di alcune opere di Ligabue

  • Falco e Volpe – 43 x 55 cm, Olio su Tavola, anno 1930.
  • Cani setter con passaggio – 70 x 50 cm, Olio su Tavola, anno 1940.
  • Cavalli con temporale – 56 x 52 cm, Olio su tela su tavola, anno 1940.
  • Cavalli normanni – 70 x 50 cm, Olio su Tavola, anno 1940.
  • La traversata della Siberia – 96 x 65 cm, Olio su Tavola, anno 1940.
  • Stalla con cavalli – 70 x  50 cm, Olio su tela su tavola, anno 1940.
  • Tigre – 32 x 25 cm, Olio su Tavola, anno 1942.
  • Leopardo che Assale una Gazzella – 60 x 60 cm, Olio su Tavola, anno 1943.
  • Setter Poiting – 23 x 23 cm, Olio su Tavola, anno 1943.
  • Autoritratto – 40 x 25 cm, Olio su cartone telato, anno 1947.
  • Aratura Con Cavalli – 32 x 16 cm, Olio su Tavola, anno 1948.
  • Volpe In Fuga – 70 x 100 cm, Olio su Tavola, anno 1948.
  • Crocifissione – 80 x 60 cm, Olio su tela su tavola, anno 1951.
  • Leopardo con Serpente – 90 x 70 cm, Olio su faesite, anno 1952.
  • Autoritratto in Moto – 11 x 9 cm, Olio su Tavola, anno 1952.
  • Caccia Al Cinghiale – 33 x 25 cm, Olio su Tavola, anno 1953.
  • Volpe Con Pollo In Bocca – 33 x 28 cm, Olio su Tavola, anno 1953.
  • Cane E Paesaggio – 26 x 25  cm, Olio su Tavola, anno 1953.
  • Aratura – 27 x 12 cm, Olio su Tavola, anno 1954.
  • Caccia – 83 x 77 cm, Olio su Tavola, anno 1955.
  • Autoritratto Con Cane – 80 x 100 cm, Olio su Tavola, anno 1957.

Bibliografia:

  • Mario De Micheli (curato da), Il bestiario di Ligabue scultore, Ed. Galleria della Steccata, Parma, anno 1972.
  • Cesare Zavattini, Ligabue, saggio introduttivo di Marco Vallora, Bompiani, Milano 1984/2014.
  • Dizionario Biografico degli Italiani, LXIII, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma anno 2004.
  • Matteo Smolizza (coordinato da), Tutto Ligabue. Catalogo ragionato dei dipinti, II vol., pp. 560, Augusto Agosta Tota Editore, Parma 2005.
  • Matteo Smolizza (coordinato da), Antonio Ligabue, La follia del genio, pagine 476, Augusto Agosta Tota Editore, Parma, anno 2011. Catalogo della mostra presso la Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo, 12 marzo – 26 giugno 2011, a cura di Augusto Agosta Tota.
  • Sergio Terzi, Forestiero sul Po, Relapsus, anno 2015.
  • Elena Villani, Antonio Ligabue: incisioni , in Catalogo della grafica in Italia n.17, editore Giorgio Mondadori, Milano, anno 1987, pagine 23–37 (catalogo dell’opera incisa).