Riassunto della storia dell’arte in Italia: dai Macchiaioli ad oggi

Storia dell’arte in Italia: dai Macchiaioli ad oggi

Arte in Italia: continua dalla pagina precedente – Riassunto della Storia dell’arte italiana: dal Gotico al Realismo

Pagine correlate: Nascita della pittura italiana

Questo articolo è soltanto una breve sintesi della Storia dell’arte in Italia perciò per approfondimenti andare alla pagina Storia dell’arte dall’Impressionismo ai nostri giorni.

Viene così riassunta in modo quasi schematico l’arte nei vari periodi italiani: Pittura dei Macchiaioli, Pittura di genere, la Belle Époque, il Futurismo, la Pittura metafisica, il Realismo esistenziale, l’Astrattismo, l’Arte concettuale, il Novecento, la Pop art, l’Arte povera, la Transavanguardia, il Moderno, il Cinema neorealista, l’Arte contemporanea

I Macchiaioli

Giovanni Fattori: Assalto alla Madonna della scoperta, cm.(particolare, Livorno Museo Fattoriano
Giovanni Fattori: Assalto alla Madonna della scoperta, cm., Livorno Museo Fattoriano

Il movimento macchiaiolo, insieme a quello impressionista, risulta tra quelli più impegnati e costruttivi dell’arte dell’Ottocento. Quello impressionista non ha però interessato la nostra penisola.

Formatosi a Firenze nel 1855, nacque nei momenti in cui l’inerzia formale delle Accademie stava ormai raggiungendo altissimi livelli.  Il movimento macchiaiolo si sviluppò anche in concomitanza ai fermenti ideologici del Risorgimento nazionale.

Ad esso si associarono artisti provenienti da ogni parte d’Italia, tutti con idee politiche democratiche. Alcuni di loro presero parte alle guerre risorgimentali.

Il periodo più proficuo di questa corrente artistica durò soltanto pochi anni, cioè dal 1854 al 1860. In questi anni emersero però contrasti interni sullo stile, sulle tradizioni regionali e, soprattutto, sulle differenze di carattere personale.

Nelle loro composizioni i macchiaioli rappresentavano la natura filtrata e priva di una qualsiasi definizione letteraria. I pittori presero anche coscienza di un’arte alla cui base stava una ricerca di sintesi, cioè uno studio regolato soprattutto nella variazione tonale del colore, peculiarmente pronunciata nello spazio. La loro preoccupazione, più che la cura della struttura prospettica, stava nel configurare la modulazione cromatica del dipinto, anche quella compresa nei piccoli spazi intermedi.

Le macchie di colore sui loro dipinti nella didattica napoletana aveva un chiaro e peculiare valore, cioè come fondamento un marcato contrasto di chiaroscuro. Questo si otteneva tramite l’accostamento di colori dalle gradazioni ben distinte, rifiutando la sfumatura.

I Macchiaioli ci lasciano composizioni nitide e precise, sia nei profili che nei contorni, a dispetto delle convenzioni canoniche e didattiche del disegno.

I maggiori interpreti del movimento macchiaiolo

Tra i maggiori rappresentanti toscani del movimento macchiaiolo ricordiamo Giovanni Fattori (Livorno 1825-1908), Adriano Cecioni, Raffaello Sernesi (1838-66), Telemaco Signorini (1835-1901) e Odoardo Borrani (1834-1905). Tra quelli di altre regioni citiamo il campano Giuseppe Abbati (Napoli 1836-68), il laziale Giovanni Nino Costa (Roma 1826-1903), il romagnolo Silvestro Lega (1826-95), il veneto Federico Zandomeneghi (Venezia 1841-1917) e Giovanni Boldini (Ferrara 1842-1931).

Per approfondimenti sul movimento macchiaiolo: I MacchiaioliBiografie e opere dei pittori macchiaioli.

Impressionismo

Un movimento che non appartenente all’arte italiana

L’Impressionismo nacque e si sviluppò in Francia ma, data l’importanza di questo movimento, non possiamo non farne cenno.

Gli Impressionisti furono attivi in Francia dal 1860, anno in cui nacque il gruppo con MonetRenoirSisley e Pissarro, a cui subito si aggiunsero ManetBazilleDegas, la Morisot e Cézanne.

Il movimento durò circa una decina d’anni e si presentò in Italia per la prima volta nel 1878, quando la “Promotrice Fiorentina”, una società di propaganda artistica, introdusse in una mostra a Firenze due opere di Pissarro.

I dipinti di Pissarro, la cui arte in Italia era fortemente sostenuta dal critico d’arte Diego Martelli (si veda il ritratto realizzato dal pittore amico Giovanni Fattori), furono oggetto di aspre critiche da parte dei visitatori e dei pittori fiorentini. In sostanza i macchiaioli, nonostante le similitudini con il loro stile (accostamenti di macchie), consideravano superata e banale la pittura impressionista, e retrograda la tecnica.

Diego Martelli, naturalmente, prese le difese della pittura di Pissarro elogiando i suoi dipinti e, in risposta alle negative critiche, organizzò a Livorno (centro dei Macchiaioli) due conferenze per far conoscere la corrente del gruppo impressionista. Il contributo di Diego Martelli ebbe subito un effetto entusiastico sia sul pubblico che sulla critica.

Per approfondimenti sul movimento impressionista: L’Impressionismo e la pittura impressionista L’Impressionismo e i pittori impressionistiRiassunto sull’ImpressionismoIl Post-ImpressionismoIl Neo-ImpressionismoDifferenza tra Impressionismo e Post-Impressionismo.

Pittura di genere

La pittura di “di genere” è una corrente pittorica del Settecento nelle cui scene appaiono soggetti ed eventi che descrivono la vita di ogni giorno. Infatti le rappresentazioni si concentravano sulle faccende domestiche, sulle riunioni di salotto, sui mercati, sulle feste in ambienti interni (ma anche esterni), sui ritratti di indigenti e pezzenti, soldataglia, venditori ed altro di simile.

Questa pittura – nonostante la piena e articolata descrizione della vita quotidiana, o forse proprio per tal motivo – venne considerata per un lungo periodo molto inferiore a quella storico-religiosa e, addirittura, meno importante della ritrattistica.

A rappresentarla, però, non fu soltanto l’occhio della realtà! Quest’ultima veniva infatti integrata con un gusto di stravaganza più accentuato, quasi efferato, che si poneva al di sopra dell’esplorazione intellettuale e del coinvolgimento morale.

Percorrendo la Storia dell’arte in Italia, tra i primi ed isolati interpreti della pittura di genere – assai prima del Settecento – ricordiamo il cremonese  Vincenzo Campi (1536 – 1591) e il bolognese Bartolomeo Passerotti (1529 – 1592), ai quali si ispirò Annibale Carracci nel Seicento e più tardi Gabriele Bella e Pietro Longhi nei secoli successivi.

In Europa i pittori di “genere” furono quasi tutti fiamminghi, olandesi, tedeschi e austriaci, molti dei quali attivi anche a Roma nei seguaci del gruppo a cui venne appioppato l’appellativo “dei bamboccianti”.

Antonio Rotta - Un uomo ed il suo cane
Antonio Rotta – Un uomo ed il suo cane

La pittura di genere, però, raggiunse la sua massima espressione nell’Ottocento, quando assunse una formula fortemente introspettiva. Nell’arte italiana, tra i principali pittori di questo periodo ricordiamo Antonio Rotta (si veda, foto sopra, Un uomo ed il suo cane) e Vincenzo Petrocelli.

Per leggere altro sulla “Pittura di genere”:  Pittura di genere e Bamboccianti

L’arrivo del ventesimo secolo

Il Novecento italiano ha visto nascere e fiorire molte correnti che hanno influito in maniera piuttosto marcata sulla cultura a livello continentale. Questo accadeva nella pittura, nella scultura, nell’architettura e nel cinema.

Tra gli artisti più significativi di inizio Novecento ricordiamo Pellizza da Volpedo e il livornese Amedeo Modigliani. Quest’ultimo, anche scultore, fu un importante esponente della Scuola di Parigi, un gruppo artistico che contribuì allo sviluppo dell’arte moderna.

Tra gli altri artisti che si sono distinti nel corso del secolo citiamo Giorgio De Chirico (1888-1978), Carlo Carrà (1890-1978), Umberto Boccioni (1882-1916), Giacomo Balla (1874-1958), Lucio Fontana (1899-1968), Renato Guttuso (1912-1987), Renato Birolli, Alberto Burri (1915-1995), Giorgio Morandi (1890-1964) Giovanni de Martino (1905-1959).

La Belle Époque

Henri Toulouse-Lautrec: Marcelle Lender danza il bolero in Chilperic, cm. 150, Collezione Whitney, New York.
Henri Toulouse-Lautrec: Marcelle Lender danza il bolero in Chilperic, cm. 150, Collezione Whitney, New York.

La “Belle Époque” (in italiano “L’Epoca Bella”), che nacque in Francia intorno alla fine dell’Ottocento, comprende quattro decenni a cavallo del vecchio e nuovo secolo, coincidendo con il periodo umbertino (1878-1900) e quello giolittiano (1903-1914).

Parigi fu un centro importantissimo di questa corrente che, in ogni campo (storico, artistico, socio-culturale), scaturì in contrapposizione alle infatuazioni create dai progressi della scienza e dello sviluppo tecnologico dello stesso periodo.

La Belle Époque in Italia – come pure in Europa occidentale, negli Stati Uniti e nel Messico – si manifestò con tratti assai simili a quelli francesi. Fra gli artisti italiani più significativi dell’epoca ricordiamo Giovanni Boldini.

Pagine correlate: Art Nouveaustile libertyDecadentismo.

Il Futurismo

Umberto Boccioni: La città che sale, cm. 200 x 290,5 Museum of Modern Art (Guggenheim) of New York N.Y.
Umberto Boccioni: La città che sale, cm. 200 x 290,5 Museum of Modern Art (Guggenheim) of New York N.Y.

L’inizio di questo movimento coincide con la data di pubblicazione del Manifesto del Futurismo, avvenuta il 5 febbraio 1909.

L’idea futurista coinvolse – oltre che l’architettura, la pittura, la musica, la letteratura e il cinema – anche importanti settori socio-politici.

Il progresso, la modernità e la rapidità erano le principali fonti di ispirazione di questo movimento. Il nuovo modo di interpretare fatti e cose della vita quotidiana ben si integrava con quello dell’ideologia fascista. Detto in parole povere, le tematiche fondamentali del movimento che Marinetti riporta nel Manifesto sono il culto per tutto ciò che è pericoloso.

Oltre al culto della pericolosità il movimento predilige l’irrazionalità, la trasfigurazione esagerata, la tecnologia, le parole in libertà, il rifiuto della sintassi, l’individualismo e l’odio verso il Romanticismo e l’Illuminismo.

Il movimento futurista varcò i confini italiani influenzando anche la Russia.

Tra gli esponenti più significativi del Futurismo citiamo Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Mario Sironi e Fortunato Depero.

Per approfondimenti sul movimento futurista: Il FuturismoCento anni di Futurismo.

La pittura metafisica

De Chirico: Canto d'amore
De Chirico: Canto d’amore

La Pittura Metafisica nasce intorno al 1919 grazie a Giorgio De Chirico (greco di nascita ma vissuto in Italia e Francia). Il pittore, in tutto l’arco della sua vita artistica, ha sempre rifiutato e disprezzato i linguaggi delle avanguardie e loro derivati, considerandone pressoché nullo il valore artistico.

Mentre le correnti avanguardiste rifiutano i linguaggi classici, Giorgio De Chirico predilige tematiche che recuperano la tradizione antica dei primitivi toscani.

Le sue opere, ricche di iconografie architettoniche, dove abbondano piazze e manichini, si caricano di nuovi significati, sempre complicati e misteriosi.

Benché assai famoso già dal 1914, De Chirico rimane solo con il suo complesso linguaggio fino al 1918. A sostenerlo in questo periodo è soltanto il fratello Andrea (Alberto Savino), letterato e critico musicale.

Per approfondimenti sulla Pittura metafisica: Pittura metafisica

Il Realismo esistenziale

Le tematiche del realismo italiano, già riproposte ad inizio secolo da Antonio Rotta e Giuseppe Pellizza da Volpedo, ripresero forza a Milano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, grazie ad un gruppo formato da tre giovani artisti. Si trattava di tre pittori appena usciti dalla scuola di pittura di Francesco Messina ed Aldo Carpi all’Accademia di Brera.

L’intento del gruppo era la ricerca di un’alternativa, sia all’informale sia all’esistenzialismo, entrambi politicizzati, che ormai stavano cavalcando l’onda emotiva scaturita dagli orrori della seconda guerra mondiale.

Gli artisti del Realismo esistenziale rifiutavano gli autoritarismi e i conformismi socio-politici, allineandosi con le nuove idee della sinistra italiana.

Al gruppo si associarono subito altri pittori, tra cui citiamo il marxista Tino Vaglieri (fino al 1956), Gianfranco Ferroni, Giuseppe Banchieri e lo scultore Floriano Bodini.

Più tardi entrarono Rodolfo Aricò, Dimitri Plescan, Giorgio Bellandi, Pietro Bisio, Giancarlo Cazzaniga, Liberio Reggiani, Sandro Luporini, Giuseppe Martinelli, Giuseppe Giannini, Adolfo Borgognoni, Giulio Scapaticci ed altri ancora.

L’Astrattismo e l’Arte concettuale

Le origini dell’astrattismo

L’astrattismo ebbe le sue origini in Germania nel 1910, quando alcuni artisti si rifiutarono di rappresentare nelle proprie tele le brutalità del mondo esteriore. Essi, alla ricerca di espressioni provenienti dal loro intimo, iniziarono a dipingere dando ascolto al principio delle necessità interiori.

L’arte concettuale

L’arte concettuale era il linguaggio che dava al pittore la forza di valorizzare un oggetto povero, di uso quotidiano. A quest’ultimo veniva sempre attribuita una più alta dignità estetica.

L’artista iniziò così a rifiutare il valore prospettico, la tradizione storica, i valori sociali, i dettami del classicismo, la rappresentazione del soggetto reale e naturale, arrivando alla completa esclusione dell’opera materiale.

L’Arte concettuale, in definitiva, è il punto di arrivo – diciamo pure poco felice – entusiasticamente iniziato  con gli Impressionisti in un percorso durato quasi un secolo.

Gli artisti italiani dell’astrattismo e dell’arte concettuale

Nell’arte in Italia, tra i più significativi esponenti di queste due correnti ricordiamo Ibrahim Kodra, Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, Alberto Biasi, Alberto Burri, Getulio Alviani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Osvaldo Licini, Piero Manzoni, Giulio Turcato, Emilio Vedova, Manlio Rho, Aldo Galli, Mario Radice, Tancredi Parmeggiani, Carla Badiali, Roberto Crippa, Afro Basaldella, Bruno Munari, Agostino Bonalumi,, Achille Perilli Enrico Castellani, Giovanni e Arnaldo Pomodoro, Lucio Fontana, Toti Scialoja, Giannino Castiglioni, Mario Deluigi.

Per approfondimenti sulle due correnti: Espressionismo e astrattismoIl Nuovo AstrattismoArte concettuale.

Il Novecento italiano

La nascita del Novecento italiano

Sette pittori italiani furono chiamati a svolgere un programma assai ambizioso, quello cioè porsi in netto contrasto con gli ultimi movimenti artistici dell’avanguardia futurista

I loro riferimenti si dovevano concentrare sulle tradizioni italiane, soprattutto su quelle lombarde, proponendo un naturalismo non troppo descrittivo e che fosse abbastanza lontano da quello del tipo impressionistico.

Tale programma, suggerito dai critici d’arte Margherita Sarfatti e Lino Pesaro (anche noto gallerista dell’epoca) non aveva un indirizzo stilistico ben definito.

I pittori proposti dai due studiosi di Storia dell’arte erano Achille Funi, Leonardo Dudreville, Mario Sironi, Gian Emilio Malerba, Anselmo Bucci, Ubaldo Oppi e Pietro Marussing.

Ottenendo un inaspettato ed enorme consenso alla Biennale di Venezia del 1924, il gruppo di pittori aprì le porte ai migliori artisti delle nuove generazioni. È doveroso ricordare che Ubaldo Oppi partecipò alla stessa manifestazione ma staccato dal gruppo, esponendo le proprie opere in un’altra sala.

Nacque così il Novecento Italiano, che in brevissimo tempo varcò i confini europei e si spinse oltreoceano raggiungendo anche Buenos Aires.

Le opere degli artisti di questo movimento sono caratterizzate soprattutto da forme plastiche e geometriche. I soggetti sono generalmente paesaggi, ritratti e nature morte. Lo stile, abbastanza semplice nell’iconografia, appare spesso con una certa durezza espressiva. Tali raffigurazioni saranno poi definite come dipinti di “realismo magico”.

La pop art

Andy Warhol: Il ritratto di Marilyn Monroe
Andy Warhol: Il ritratto di Marilyn Monroe

Questa tendenza artistica, in contrapposizione delle precedenti correnti, si rifiuta di rappresentare il rapporto emozionale dell’artista con l’opera ma si indirizza alla neutralità del soggetto. Quest’ultimo è generalmente un oggetto di consumo quotidiano, che viene rappresentato con un’enfatica carica esplosiva, alterandone le dimensioni e le gamme cromatiche.

Nella Pop art il semplice tubetto di dentifricio, le mollette che si usano per stendere i panni, le cazzuole – e tanto altro di simile – diventano monumentali sculture.

In Italia i rappresentanti di questa corrente debuttano nel 1964 alla Biennale di Venezia, con artisti come Enrico Baj, Mimmo Rotella, Tano Festa e Mario Schifano. La mostra fu oggetto di violente reazioni, anche da parte degli studiosi di Storia dell’arte, tanto che il presidente della Repubblica mancò all’inaugurazione.

Per approfondimenti sulla Pop Art: la Pop art

Arte povera

Pino Pascali: Trappola, anno 1968

L’Arte povera è stata una tendenza artistica indirizzata al recupero degli elementi naturali primari e tecnologici appartenenti alla realtà della vita quotidiana.

Il linguaggio artistico dell’Arte povera è assai affine a quello del Nouveau Réalisme. A differenza di quest’ultimo, però, non è carico di valenze espressionistiche.

L’arte povera, nata tra Roma e Torino negli anni Sessanta, aveva l’intento di proporre creazioni realizzate con la massima semplicità, mettendo in evidenza, oltre l’oggetto, i legami con ciò che è stato il processo lavorativo. Si doveva così valorizzare il lavoro concreto servito per arrivare alla realizzazione dell’opera, cioè il “fare arte”.

In Italia gli artisti più significativi di questa tendenza sono Giulio Paolini, Luciano Fabbro, Michelangelo Pistoletto, Claudio Parmiggiani, Mario Merz, Alighiero Boetti, Gino De Dominicis, Pino Pascali, Pierpaolo Calzolari.

Transavanguardia

Il movimento (pittorico) della Transavanguardia nacque intorno alla fine degli anni Settanta, quando l’arte concettuale era al massimo della sua espressività. Il linguaggio della Transavanguardia era assai vicino al Neo-espressionismo, sia quello tedesco che americano.

Gli artisti di questo movimento avevano grande libertà espressiva e non badavano a preordinati schemi culturali. Tale libertà permise loro di  riferirsi a più ed eventuali precedenti senza incorrere in conflitti di coerenza formale, né di contenuto.

Per quanto riguarda l’arte in Italia, fra i più significativi rappresentati di questa corrente, formalizzata da Achille Bonito Oliva, ricordiamo Sandro Chia, Enzo Zucchi, Francesco Clemente e Mimmo Paladino.

Per approfondimenti: La TransavanguardiaL’Arte moderna nella seconda metà del ventesimo secolo.

Il Movimento Moderno

L’arte in Italia nell’Architettura.

Dopo il breve periodo dello stile Liberty – che ebbe importanti centri a Milano, Torino e Palermo – si assistette allo sviluppo di diverse tendenze architettoniche nel vasto contesto del Movimento Moderno. Nacque così il Razionalismo italiano.

Il Razionalismo, nel periodo compreso tra le due Guerre mondiali, conobbe come esponente di rilievo Marcello Piacentini, che contribuì più di ogni altro all’aspetto della Roma mussoliniana. Fra gli altri valenti architetti dello stesso periodo ricordiamo Gualtiero Galmanini e Piero Portaluppi.

Più tardi, negli anni Settanta-Ottanta, dominerà in Architettura il movimento del Funzionalismo.

Cinema neorealista

Arte in Italia: cinema

Il nostro cinema – dopo un’intensa stagione di pellicola muta, quando era il più proficuo in Europa – con il film “Cabiria” di Giovanni Pastrone (1914) già mostrava le didascalie di Gabriele d’Annunzio. L’anno successivo in “Assunta Spina” la grande attrice Francesca Bertini, che collaborava alla regia dello stesso film, toccò vertici più alti dell’arte melodrammatica.

Fu però con l’arrivo degli anni Cinquanta che il cinema italiano conobbe  il suo periodo migliore con il Neorealismo, quando uscirono le pellicole di “Sciuscià” di Vittorio De Sica e di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.

Poco più tardi apparvero altri grandi registri, fra cui ricordiamo Pier Paolo Pasolini, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Dino Risi.

Fra gli attori non possiamo non citare Sophia Loren, Marcello Mastroianni Vittorio Gassman e Anna Maria Magnani. Altri attori altrettanto significativi, e forse anche più importanti, se venissero citati, questa pagina perderebbe il senso del riassuntivo.

Arte contemporanea

Mentre i due manifesti futuristi (il primo apparve nel 1909, l’altro nel 1910) tagliarono nettamente i rapporti con le tradizioni letterarie ed artistiche del passato, un’altra pesante rottura si stava delineando alcuni decenni più tardi, in un trauma destinato a perdurare per moltissimi anni.

Nel mondo dell’arte, in questo caso con l’Arte Contemporanea, avvenne ciò che già era avvenuto con le grandi lotte politico-sociali dei primi anni del Novecento. Vi fu infatti la rottura con un pubblico che, per la sua sensibilità e cultura, non era ancora preparato allo sviluppo estetico di nuove e rivoluzionarie tendenze.

Le inquietudini, le lotte sociali ed i traumatici cambiamenti nell’arco dei tristi decenni compresi tra due devastanti guerre provocarono intensi turbamenti anche nel mondo dell’arte. Questo stato di cose non permetteva agli artisti di potersi serenamente esprimere con un pubblico che stava quotidianamente affrontando grandi problemi, soprattutto quello della sopravvivenza. Vennero purtroppo a mancare, per molti decenni, esami critici e contatti tra l’arte ed il pubblico.

Per approfondimenti: Arte ContemporaneaArte moderna e contemporanea.

Riassunto della storia dell’arte italiana: dal Gotico al Realismo

Storia dell’arte italiana dal Gotico al Realismo

Continua dalla pagina precedente – Riassunto della Storia dell’arte italiana: dalla preistoria al periodo romanico

Pagine correlate: Nascita della pittura italiana 

Questo articolo è soltanto una breve sintesi perciò per approfondimenti andare alla pagina molto più approfondita Storia dell’arte dal Gotico al Realismo 

Il Gotico

Facciata del Duomo di Siena
Facciata (inferiore e superiore) del Duomo di Siena

L’arte gotica incominciò a diffondersi dalla Francia settentrionale intorno alla metà del XIII secolo, interessando tutto il continente europeo.

Anche gli artisti italiani subirono l’influenza di questa nuova sensibilità artistica: un bisogno di nuove ricerche a fini estetici e verso nuovi principi di stile architettonico nella costruzione di chiese ed importanti edifici.

L’arte gotica approdò anche nelle sponde meridionali del Mediterraneo, in uno stile che si spinse ben oltre il Quattrocento.

Il Gotico venne considerato dalla critica del periodo, come un movimento anticlassico e, da alcuni studiosi, anche barbarico.

Nel periodo del Romanticismo (Ottocento) lo stile gotico fu rivalutato per le peculiari qualità tecniche e l’originalità.

Nello stile gotico si evidenzia il completo dominio della geometria e del disegno, nonché le appropriate sequenze nei procedimenti costruttivi. Molto efficaci risultavano i sistemi sulla lavorazione fatta in economia, prestando molta attenzione a ridurre al minimo lo scarto del materiale lavorato.

L’arte gotica venne portata nella nostra penisola dai Cistercensi (ordine religioso nato, per l’appunto, in Francia nel 1098).

Tale linguaggio artistico incominciò a diffondersi anche nel campo dell’Architettura ma con meno vigore, essendo ancora molto forte la tradizione romanica. Da noi non si ebbe lo sviluppo verticale delle architetture francesi, né quelle del nord-Europa, ma soltanto forme intermedie. Anche le finestrature dei nostri importanti complessi furono costruite con aperture meno ampie.

Tra i primi grandi capolavori gotici dell’arte italiana ricordiamo il Duomo di Siena (dedicato a Santa Maria Assunta) e la Basilica di San Francesco ad Assisi. Più tardi, nel 1386, si iniziava la costruzione del Duomo di Milano.

La pittura gotica italiana

Giotto: Maestà di Ognissanti, intorno al 1310, tecnica a tempera su tavola, 325×204 cm. Uffizi, Firenze
Giotto: Maestà di Ognissanti, intorno al 1310, tecnica a tempera su tavola, 325×204 cm. Uffizi, Firenze.

Lo stile gotico in pittura ebbe un lungo percorso, correndo in parallelo con l’arte gotica delle grandi chiese.

Arrivano ai nostri giorni moltissime testimonianze di pittura gotica italiana.

Il percorso della nostra pittura gotica si sviluppa in cicli di croci dipinte, vari tipi di affreschi e pale d’altare. Molti affreschi, purtroppo, hanno subito nel corso dei secoli danni irreparabili per agenti atmosferici avversi, per incurie dell’uomo, per cancellazioni volontarie e sovrapposizioni (a volte migliorative, spesso peggiorative, ma anche alcune non proprio vicine allo stile originario dell’artista).

La pittura gotica in un ben determinato periodo (Duecento e Trecento) privilegiò le forme di naturalismo e il piccolo formato.

In Italia vi furono tre stili gotici: il “Romanzo” legato alle tradizioni romaniche dell’Europa occidentale, il “Bizantino” legato alle tradizioni settentrionali (in particolare quelle padane) e il “Classicista” che interessò la fascia adriatica ed il meridione.

Tra i maggiori interpreti dell’arte italiana del periodo ricordiamo Giotto, Cimabue, Pietro Cavallini e i pittori senesi (si veda più sotto il link Gotico senese).

Per approfondimenti sul Gotico: Il Gotico e la pittura goticaIl gotico senese nel Duecento e nel TrecentoIl Gotico e la pittura di Duccio di BoninsegnaIl Gotico ed i suoi continuatoriIl Gotico e Simone MartiniIl Gotico e Ambrogio Lorenzetti.

La scultura gotica italiana

Nel campo della scultura già dalla seconda metà del Duecento – forse ancor prima, nella corte di Federico II – si iniziarono a vedere importanti cambiamenti. Nicola Pisano, Giovanni Pisano (figlio di Nicola) e Arnolfo di Cambio contribuirono a riportare la scultura ad alti livelli di monumentalità.

Il Rinascimento Italiano

Masaccio: Polittico di Pisa - Adorazione dei magi, cm. 61, Staatliche Museen di Berlino.
Masaccio: Polittico di Pisa – Adorazione dei magi, cm. 61, Staatliche Museen di Berlino.

La storia dell’arte italiana ci offre svariati “rinascimenti” e la semplice parola, intesa nel comune linguaggio critico, nel corso dei secoli veniva spesso usata per caratterizzare il vertice di una specifica civiltà artistica. Non venivano, in tal modo, considerati i passati sviluppi.

Il termine “Rinascimento”

Il termine Rinascimento nel campo dell’arte, come viene inteso oggi e come già era considerato sin dal periodo di Giorgio Vasari, sta a specificare quel periodo artistico-culturale che interessa l’intera Europa. Tale periodo comprende il Quattrocento ed il Cinquecento, quando l’arte italiana raggiunse livelli elevatissimi, sia nella tecnica che nel linguaggio espressivo del tutto inedito.

Raffaello Sanzio: Madonna della seggiola, Firenze Palazzo Pitti (diam. 71 cm.).
Raffaello Sanzio: Madonna della seggiola, Firenze Palazzo Pitti (diam. 71 cm.).

Non bastano quindi tali generiche caratteristiche a distinguere questo articolatissimo periodo ed a fissarne le origini: date, luoghi e civiltà. Trattasi di un argomento assai complesso con moltissime sfaccettature, per cui occorrerebbe  molto spazio per poterlo descrivere a fondo, in tutte le sue caratteristiche.

In questo articolo, in cui viene riassunta la Storia dell’arte italiana, manca lo spazio materiale per dare il vero risalto al Rinascimento. Comunque in fondo a questa sezione si trovano i link per un accurato approfondimento.

Definire in sintesi il Rinascimento non è semplice, comunque …

Qualsiasi cosa venga descritta in modo schematico e riassuntivo sul Rinascimento è suscettibile di ambiguità, di inesattezze e quindi di ampie discussioni.

Senza possibilità di errore si può invece affermare che, almeno per quanto riguarda la pittura rinascimentale, c’è:

  • Il controllo dello spazio nelle rappresentazioni.
  • La conquista, da parte dell’uomo, della propria centralità, fino al raggiungimento dell’ideale laico.
  • La raffigurazione del reale in modo obbiettivo, anche quando spesso veniva largamente idealizzata. A tutto questo possiamo tranquillamente sommare la rinnovata tecnica, l’applicazione di una nuova prospettiva (si veda il link più sotto) regolata da leggi matematiche, lo studio  delle tradizioni classiche, nonché un nuovo atteggiamento scientifico verso l’universo e la storia.

Per approfondimenti sul Rinascimento: Il Trecento e la pittura: Il Rinascimento in incubazioneIl Quattrocento, l’arte umanistica ed il RinascimentoRinascimento e il nuovo ruolo dell’artistaRinascimento e il ritorno all’anticoLa prospettiva nel RinascimentoIl disegno nel Rinascimento, un potente strumentoPittori toscani del Medio RinascimentoPittori in Toscana nel Medio RinascimentoLa pittura nelle scuole venete del Medio Rinascimento.

Il Manierismo (Tardo Rinascimento)

Gli artisti della generazione successiva al Rinascimento rifiutarono la configurazione reale della natura, la luce, il colore e la prospettiva scientifica del periodo precedente.

Già prima, in pieno Rinascimento, sin dai primi decenni del Cinquecento alcuni artisti iniziarono a favorire esaltazioni e deformazioni nelle loro rappresentazioni, a cui spesso integravano personali capricci espressivi, indirizzando l’osservatore verso percezioni più soggettive.

Rosso Fiorentino e la sua equipe nella Galleria di Francesco I: Cleobi e Bitone.
Rosso Fiorentino e la sua equipe nella Galleria di Francesco I: Cleobi e Bitone.

Tra questi artisti ricordiamo Andrea del Sarto (1486-1530), Antonio Allegri detto il Correggio (1489-1534), Jacopo Carrucci meglio conosciuto come Pontormo (1494-1557), Rosso Fiorentino (1494-1540), Giulio Pippi meglio conosciuto come Giulio Romano (1499-1546), Agnolo Bronzino (1503-1572), Francesco Mazzola detto il Parmigianino (1503-1540), Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518-1594), Paolo Caliari detto il Veronese (1528-1588).

Nel campo della scultura, tra gli esponenti di spicco del Manierismo, ricordiamo lo scultore-orafo Benvenuto Cellini.

Nell’Architettura spiccarono Giulio Romano, Andrea Palladio, Jacopo Barozzi da Vignola e Bernardo Buontalenti.

Per approfondimenti sul Manierismo: Il Cinquecento e il Manierismo – La pittura del nord e del centro Italia nel Tardo RinascimentoLa pittura italiana nelle regioni del nord e del centro nel tardo RinascimentoTardo Rinascimento – La pittura venetaIl Manierismo in sintesi

Il Barocco italiano

Dal Manierismo al Barocco

A cavallo dei secoli XVI e XVII in Italia, come accadde prima per la nascita e lo sviluppo del Manierismo, si profilò uno stile che manifestava una nuova concezione del mondo.

Il nuovo linguaggio degli inizi del Seicento trasfigurava non solo la natura reale ma anche i rapporti umani e la funzione stessa dell’arte. Questo accadeva nel campo del potere civile e religioso, nel campo artistico e in quello del semplice e privato godimento di tutto “ciò che è bello”.

L’arte Barocca

Il martirio di Sant'Orsola
Caravaggio: Il martirio di Sant’Orsola

Il termine “Barocco” deriva da un’antica parola spagnola (barrueco = perla) che sta ad indicare una perla con un’insolita forma.

Il termine Barocco, poco più tardi (periodo neoclassico), si diffuse con lo specifico intento di portare discredito al periodo a ridosso del Tardo Rinascimento (o Manierismo). Un discredito che persistette per oltre due secoli, fino a quando, intorno ai primi del Novecento, tutti gli studiosi di Storia dell’arte lo rivalutarono, considerandolo come lo sviluppo del Tardo Rinascimento.

Un’arte poco apprezzata nel Settecento-Ottocento

Per tutto il periodo Neoclassico, e ben oltre, gli studiosi videro il Seicento come un secolo decadente, un secolo di artificiosità, di enfasi e di turgida eloquenza. Tacciarono la tecnica barocca di troppa facilità e superficialità.

Annibale Carracci: La Galleria Farnese - Diana e Endimione.
Annibale Carracci: La Galleria Farnese – Diana e Endimione.

Naturalmente non si può negare che alcuni artisti avessero ecceduto di retorica e maestria ma in tutto l’insieme, quello del barocco, è considerato dagli attuali studiosi di Storia dell’arte un periodo molto positivo.

È proprio nel Seicento che apparve il melodramma, che si iniziarono i grandi esperimenti della scienza, che si sperimentarono nuovi metodi di composizioni artistiche.

Il contributo di Caravaggio e di Annibale Carracci

Una vera e propria rivoluzione vi fu ad opera del Caravaggio, che usava uno sfondo nero per conferire alle proprie composizioni quella caratteristica valenza di “istantaneità”. Le sue figure risultano nitide ma posate, spesso ispirate a persone che l’artista incontrava occasionalmente per strada. La pittura di Michelangelo Merisi (Caravaggio) influenzò per un lungo periodo l’arte italiana – ma anche quella europea – tanto che fiorirono le scuole caravaggesche.

Un altro artista di spicco della pittura barocca italiana fu Annibale Carracci le cui con composizioni risultano strutturalmente più idealizzate.

Con il Merisi ed il Carracci la pittura barocca si trovò a percorrere due strade parallele.

Il Barocco nell’Architettura

A Roma nel campo dell’Architettura operarono artisti di notevole rilievo come Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona. Non possiamo non ricordare altri centri artistici come Napoli, Palermo, Lecce, la Val di Noto, Torino, Genova e Venezia. Comunque questo stile interessò più o meno tutta la nostra penisola.

In breve tempo, dopo la Controriforma, si affievolì gran parte della corrente filosofica ed ermetica nell’arte e si aprirono le porte al patetico sentimento religioso, favorito dal concilio di Trento. A proposito di quest’ultimo, trattasi del XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, conosciuto anche come concilio Tridentino.

Per approfondimenti sul Barocco: Barocco: il meraviglioso Seicento italiano nella pitturaPittori del Barocco nell’Italia centrale e del sudPittori del Barocco nell’Italia settentrionaleBarocco ellenisticoPittori del Barocco nelle regioni settentrionali

Rococò

Lo stile Rococò è una continuazione di quello Barocco ma con toni meno accentuati, che si sviluppò nel corso del Settecento.

Giambattista Tiepolo: La raccolta della manna (particolare), cm. 320 (assieme 1000 x 525), Chiesa parrocchiale, Verolanuova.
Giambattista Tiepolo: La raccolta della manna (particolare), cm. 320 (assieme 1000 x 525), Chiesa parrocchiale, Verolanuova.

Tra i più significativi rappresentanti del Rococò ricordiamo quelli della pittura veneziana, che è stata un riferimento per tutti gli altri artisti (anche fuori dall’Italia): Canaletto, Giambattista Tiepolo e Giambattista (o Giovanni Battista) Pittoni.

Vista della Reggia di Caserta
Vista frontale della Reggia di Caserta (foto da Wikimedia)

Tra i capolavori del periodo Rococò ricordiamo le Residenze sabaude e la Reggia di Caserta.

Uno stile più misurato, quello Rococò, che se in primo momento sembra voler sminuire l’interesse per il Barocco in realtà rafforza la convinzione che si tratti del contrario. L’arte del Settecento grazie al Rococò si arricchisce sempre più di inedite, eleganti e brillanti raffigurazioni.

Per approfondimenti sul Rococò: Dal Barocco al RococòPittura barocca e pittura rococò

Il Neoclassicismo

Già dai primi anni della seconda metà del XVIII secolo, Francesco Milizia, teorico dell’architettura, nella sua concezione di tipo illuminista, etichettò il  Barocco con parole critiche e violente. Non pensò minimamente che il suo giudizio sarebbe stato rovesciato nel Novecento da tutti gli studiosi di Storia dell’arte, e che quello stile sarebbe rimasto come modello nel mondo.

Ecco che intorno al 1770 il gusto rococò iniziò a perdere forza dappertutto. Si affievolì anche nei centri di più alta vitalità culturale, lasciando spazio al nuovo linguaggio, quello del Neoclassicismo. È doveroso però ricordare che nei contesti più conservatori, nei primi momenti lo stile rococò venne sostituito con il ritorno ad un linguaggio accademico di stampo bolognese e romano.

L’Italia fu per il Neoclassicismo una ricca fonte di ispirazione, con la riscoperta delle antiche rovine di città sepolte come Pompei.

Nella Napoli del periodo borbonico il talento artistico di Luigi Vanvitelli (pittore e, soprattutto, architetto) dette una spinta decisiva allo sviluppo del Neoclassicismo.

Le accademie iniziarono a dettare le regole per un linguaggio artistico formalmente perfetto, astratto ma sempre improntato sulla bellezza canonica e assoluta. Tra i più grandi artisti del periodo Neoclassico ricordiamo Antonio Canova.

Andrea Appiani: Apoteosi di Napoleone
Andrea Appiani: Apoteosi di Napoleone

Tra i pittori Neoclassici spiccano Andrea Appiani, Giuliano Traballesi, Lattanzio Querena, Giuseppe Bossi, Domenico Pellegrini, Michelangelo Grigoletti, Pompeo Girolamo Batoni, Gaspare Landi, Luigi David, Filippo Agricola, Francesco Podesti, Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli.

Per approfondimenti sul Neoclassicismo: Dal Rococò al NeoclassicismoArte del Neoclassicismo: formazione e fontiIdeologie del NeoclassicismoAlcuni pittori del neoclassicismoNeoclassicismo verso il Romanticismo.

Il Romanticismo

Arte italiana nel Romanticismo

Descrivere il Romanticismo con discorsi riassuntivi in questo articolo di sintesi della Storia dell’arte italiana non è facile. Non si tratta infatti di un linguaggio vero e proprio, di una maniera di fare arte o di uno stile, ma di un movimento molto complesso. Gli artisti romantici hanno un forte interesse per il gusto ed una nuova percezione del mondo che li circonda.

L’arte romantica si configura per i vari tratti sostanziali che la caratterizzano. Uno fra  tratti più significativi è il “ritorno al gusto medioevale” che, detto in parole povere, corrisponde alla ricerca della fede. Si realizzano così pitture che esprimono il forte desiderio della riconciliazione con l’Onnipotente, un rapporto che si ricostruisce senza tanti sforzi grazie alla riacquistata spiritualità.

Il concetto di Vanitas e il ruderismo

Riappare il concetto di Vanitas (lo scorrere del tempo, il senso del vuoto, la transitorietà delle cose, l’ineluttabilità della morte) proprio come lo sentivano il Masaccio (1401-1428) ed altri artisti del Rinascimento.

Nella pittura si diffonde il “ruderismo” per esprimere con più vigore l’impossibilità delle cose realizzate dall’uomo di sfuggire al degradamento per cause naturali.

Il rapporto dell’uomo con la natura

Il rapporto dell’uomo con la natura, dal punto di vista romantico, viene interpretato come l’espressione di Dio in questo mondo. Inteso, cioè, come la potenza dell’assoluto nelle cose che ci circondano, dove l’essere umano è soltanto una semplice e transitoria manifestazione.

La natura che circonda l’uomo, con la sua forza e la sua bellezza, provoca nella sua mente sentimenti opposti, di terrore e di grande serenità. Quel senso di catastrofismo, che emerge dal profondo dell’animo, crea forti sensazioni di agitazione e di terrore. Talvolta però, quando l’uomo riesce a modificarlo in una forma di bellezza, ecco realizzarsi il concetto più elevato che lo innalza al sublime (la teoria di Edmund Burke).

Il senso della patria

Eugène Delacroix: La Libertà che guida il popolo
Eugène Delacroix: La libertà che guida il popolo, 260 x 325, Louvre Parigi

Nell’arte romantica compare spesso il senso della patria e della libertà. Alla radice dell’idea della Patria, si trovano le fondamenta che si basano sull’autogestione dei popoli. Per cui una società coesa nelle tradizioni, nelle religioni e nei costumi, è in grado di definire la propria Nazione.

Nel Romanticismo anche la tematica storica, a differenza di altri movimenti dell’arte italiana, gioca un ruolo importantissimo.

Nella pittura uno fra i più importanti interpreti dell’arte romantica è Francesco Hayez.

Per approfondimenti sul Romanticismo: La pittura preromantica – Neoclassicismo verso il RomanticismoIl Romanticismo – L’arte romanticaRomanticismo francese e Romanticismo italianoIl Romanticismo nel Nord Europa

Il Realismo

In Italia la tradizione accademica rallentò la diffusione del Realismo. Infatti questo movimento si manifestò abbastanza tardivo tra scuole regionali, rimaste ancora in piedi per il perdurare della frammentazione politica. Tuttavia affiorò quel comune filo conduttore, creatosi dalle agitazioni per l’indipendenza, che sboccò in un orientamento nazionale intorno al 1860. Nella nostra penisola Realismo fu caratterizzato da un’intensa ricerca del reale con il gruppo artistico dei macchiaioli.

Antonio Pitloo (Anton Smink Pitloo): Mergellina, cm. 22,5 x 37, Museo Correale di Sorrento.
Antonio Pitloo (Anton Smink Pitloo): Mergellina, cm. 22,5 x 37, Museo Correale di Sorrento.

Il Realismo in breve

Iniziamo con la descrizione di questa parola: “realismo” significa rappresentare soggetti dal vivo come effettivamente appaiono nella realtà.

Il termine “realismo” è propriamente assegnato a quel movimento artistico, nato poco dopo la metà dell’Ottocento in contrasto con l’emotività altamente soggettiva del Romanticismo.

Lo stesso termine “realista”, che viene impiegato per descrivere una data rappresentazione artistica, indica la raffigurazione reale dei soggetti, tanto reali da poter talvolta risultare “sgradevoli”. Se il soggetto ha dei difetti il pittore realista lo dipinge come tale, libero dagli schemi della bellezza classica.

Il Realismo descrive generalmente semplici scene di vita quotidiana. Altre volte anche grandi temi sociali.

La pittura realista è in forte contrasto con quella idealista, con  la pittura romantica e con tutti i linguaggi che coinvolgono l’animo umano.

Tra i pittori italiani che aderirono al Realismo citiamo: Anton Smik Pitloo e la Scuola di Posillipo, Giacinto Gigante la famiglia Gigante, Filippo Palizi, Domenico Morelli, Michela Cammarano, Antonio Mancini, Domenico Induno, Gerolamo Induno, Angelo Inganni, Mosè Bianchi, Emilio Gola, Antonio Fontanesi, gli artisti della scuola Rivara, Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi e Federico Zandomeneghi.

Per approfondimenti sul Realismo:  Il RealismoIl Realismo italianoIl Nuovo realismo.

Continua nella pagina successiva con il Riassunto della storia dell’arte in Italia: dai Macchiaioli ad oggi.

Riassunto della Storia dell’arte italiana: dalla preistoria al periodo romanico

Storia dell’arte italiana

Rapido riassunto della Storia dell’arte italiana 

Pagine correlate: Nascita della pittura italiana

Questo articolo è soltanto una breve sintesi perciò per approfondimenti andare alla pagina Arte dalla preistoria al Romanico.

Viene perciò riassunta schematicamente l’arte nei vari periodi italiani: Arte preistorica, arte nell’Impero romano, arte nella Magna Grecia e Sicilia, arte etrusca e romana, arte paleocristiana, bizantina, longobarda, arte dell’alto medioevo, arte longobarda e arte romanica.

Arte italiana nella preistoria

L’arte della preistoria è l’espressione artistica di un lunghissimo periodo. Si parla addirittura della durata di circa un milione di anni, fino a che non fu introdotta la scrittura.

Le più lontane testimonianze di quest’arte, pervenute ai nostri giorni, hanno un massimo di trentamila anni e si riferiscono al periodo all’era Paleolitica.

Anche in Italia esistono tracce assai remote. Nella primissima fase dell’arte italiana fiorirono diverse culture, tra cui ricordiamo quelle della Valcamonica, quella villanoviana (prima età del ferro – Italia centrale tirrenica), quella dei Piceni (dal IX al III secolo a.C. – Italia centrosettentrionale adriatica) e quella dei Sanniti (Italia centromeridionale).

L’importante sviluppo nel periodo dell’Impero romano

L’arte italiana si sviluppò nella nostra penisola e prese forza nel periodo imperiale romano, tanto che in poco tempo l’Italia divenne la culla della cultura artistica europea. Infatti è proprio grazie ai nostri artisti che nacque quell’omogeneo linguaggio espressivo, diffusosi in poco tempo su tutto il nostro continente, influenzando anche le rimanenti coste mediterranee.

Nel corso della Storia dell’arte, in diversi periodi, le nostre creazioni artistiche portarono l’Italia all’avanguardia nell’intera Europa.

La Magna Grecia e la Sicilia

La Magna Grecia (coste meridionali italiche, comprese alcune zone siciliane) e la Sicilia furono i luoghi più attivi nel mondo artistico dell’antica Grecia.

Tempio di Selinute, conosciuto anche come Tempio di Era
Tempio (greco di ordine dorico) di Selinute, conosciuto anche come Tempio di Era,

Tra le testimonianze più significative ricordiamo i templi di Selinunte, quelli di Agrigento e Paestum, nonché i monumenti di Siracusa. Quest’ultima città, nei vari periodi, è quella che più rispecchiò l’arte greca.

La civiltà etrusca

L’arte etrusca comprende tra le proprie creazioni capolavori in terracotta, in bucchero e bronzo, nonché pitture d’affresco.

Le creazioni etrusche secondo la maggior parte degli studiosi di Storia dell’arte sono la più alta espressione culturale pre-romana della nostra penisola.

Notevoli furono gli scambi artistico-culturali con la Magna Grecia, che dettero la spinta decisiva allo sviluppo della nascente arte romana.

L’arte degli antichi romani

L’arte di Roma (arte di Roma, arte di Roma imperiale, arte di Roma cristiana) fino alle guerre puniche si sviluppò configurandosi in un modo del tutto autonomo.

Più tardi – grazie alla conquista delle zone meridionali italiane, comprese quelle della Magna Grecia e della stessa Grecia – l’arte italiana iniziò a subire le influenze ellenistiche, arricchendosi di nuova linfa vitale. Per tale ragione gli artisti romani vengono considerati dagli studiosi di Storia dell’arte come i proseguitori del classicismo ellenistico.

Tuttavia si riscontrano notevoli differenze con l’arte dell’antica Grecia, soprattutto divergenze di struttura basilare.

Anche l’Architettura ebbe un notevole sviluppo subendo una straordinaria spinta sulle delle tecniche costruttive, spinta che permise la creazione di imponenti monumenti e grandiose costruzioni.

Scultura e pittura, come già sopra accennato, si ispirarono all’arte greca ma il mantenimento dei concetti basilari italici permisero, insieme ai nuovi apporti ellenistici, lo sviluppo di inedite forme artistiche, tra cui ricordiamo il ritratto ed il rilievo storico.

L’arte dell’epoca romana la troviamo sparsa su tutto il nostro territorio, con tesori artistici di inestimabile valore. Tra questi, ovviamente, non possiamo non ricordare quelli della stessa Roma.

È doveroso però citare anche altre importantissime città come Verona, Benevento, Brescia, Tivoli, Palestrina, nonché quelle sepolte nel 79 dalla lava del Vesuvio: Pompei, Ercolano e Stabia.

L’arte romana nel corso del suo ultimo periodo subì pesantemente le influenze delle correnti provinciali e plebee, che si riscontrarono anche nei monumenti ufficiali. Questi ultimi, infatti, erano caratterizzati da semplificazioni e convenzioni di tipo antinaturalistico: un proseguimento artistico che rifiutò definitivamente lo stile ellenistico.

È questo il periodo in cui si aprirono le porte all’arte paleocristiana e medievale.

Arte paleocristiana

Il termine “paleocristiana” (riferito all’arte) indica l’arte della prima dell’era cristiana: le testimonianze più importanti generalmente risalgono Duecento-Trecento.

Dopo questo periodo nacquero e si svilupparono singoli centri artistici, tra cui ricordiamo quello dell’arte bizantina e ravennate.

L’arte paleocristiana appartiene, comunque, al periodo della Roma imperiale ma raggiunse il suo più alto livello espressivo intorno ai primi decenni del Trecento. Subì un lungo rallentamento per poi prendere forza sempre più crescente durante tutto il Cinquecento.  Agli inizi del 600, in coincidenza della morte di papa Gregorio I (604), incominciò ad assopirsi.

Sin dai primissimi sviluppi dell’arte paleocristiana, l’ideale cristiano che ancora assumeva le forme artistiche della tarda antichità, passò a questo nuovo stile.
Tuttavia, sempre in riferimento al primo periodo, una la vera e propria iconografia cristiana stentava a svilupparsi se non in accordo con la riflessione teologica.

Basilica di S. Pietro
Vista frontale della Basilica di S. Pietro

Nel periodo paleocristiano furono innalzate a Roma imponenti costruzioni, tra cui ricordiamo le basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Pietro. Altre notevoli testimonianze si trovano nelle catacombe di Roma.

All’epoca del vescovo Ambrogio anche Milano fu un centro centro artistico-culturale di notevole importanza.

Tra Milano e Roma arrivano ai nostri giorni importanti testimonianze, tra cui ricordiamo i resti di una basilica paleocristiana ad Aquilea.

Arte bizantina

Il nucleo centrale dell’arte bizantina in Italia rimane l’esarcato ravennate, fino al 751 governato dai greci e poi, dal 756, dalle autorità papali.

Le due basiliche di Ravenna (Basilica di San Vitale e Sant’Apollinare in Classe) furono restaurate con modelli stilistici romani, e le grandi ed imponenti costruzioni – realizzate a pianta centrale – furono ispirate al Pantheon di Roma.

Subito dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la parte d’Oriente – con capitale Costantinopoli – continuò per molti altri secoli fino al 1453.

Gli artisti bizantini operarono nella nostra penisola. Il loro linguaggio creativo continuò ad influenzare significativamente l’arte italiana fino a tutto l’Ottocento.

Ravenna fu capitale d’Italia dal periodo di Aelia Galla Placidia (390/450) a quello di Giustiniano (565 anno della sua morte)

La basilica di Sant’Apollinare in Classe e quella di San Vitale, come altre significative costruzioni, offrono alla vista mosaici di alto valore.

Purtroppo gran parte delle opere costantinopolitane andarono distrutte dal rifiuto iconoclasta dell’IX secolo.

Anche da Roma arrivano ai nostri giorni importanti resti di arte bizantina (Santa Maria Antiqua e Santa Prassede).

Nel periodo tra il IX ed il XIII secolo furono realizzate molte altre opere architettoniche, tra cui spiccano la Cattolica (pianta centrale e 5 cupolette) a Stilo in Calabria e la basilica di San Marco a Venezia.

Arte longobarda

L’arte longobarda si diffuse in Italia intorno alla fine del VI secolo, partendo dai territori conquistati dagli stessi Longobardi.

Le zone sotto il loro dominio furono quelle della Lombardia, Friuli, Toscana, Campania e Umbria, dove ancora oggi possiamo visitare importantissime opere. Tra queste ricordiamo il tempietto di Santa Maria a Cividale di Udine, realizzato nell’VIII secolo, ed altre importanti creazioni integrative (capitelli e colonne) in edifici già esistenti.

L’arte longobarda si concentrò soprattutto nel settore dell’oreficeria, a cui si legava una raffinata lavorazione di materiali preziosi quali oro e argento, avorio, nonché la fabbricazione di pietre dure colorate con l’impiego di paste vitree. I migliori esempi si possono ammirare al Museo Serpero di Monza.

I Longobardi eccelsero anche nell’artigianato influenzando il settore tessile e, addirittura, la lavorazione delle armi che venivano integrate con ricche decorazioni.

Sono inoltre arrivate ai nostri giorni diverse sculture in pietra realizzate nell’ultimo periodo longobardo. Tra queste ricordiamo l’Altare del duca Ratchis (intorno metà dell’VIII secolo, Museo cristiano di Cividale del Friuli) ed il sarcofago di Teodora a Pavia (intorno al 720), entrambi raffiguranti scene del Nuovo Testamento.

L’arte longobarda del Nord Italia

Nel nord Italia l’influenza di questo linguaggio artistico ebbe termine verso la fine dell’VIII secolo in seguito alla sconfitta dei longobardi ad opera di Carlo Magno. Nel sud, invece, cessò intorno all’XI secolo.

Quella dei longobardi fu la cultura barbarica che regnò più a lungo nella nostra penisola e che lasciò segni profondi nella cultura locale. Come capitale scelsero Pavia ma da questa città provengono rare testimonianze architettoniche.

Più consistenti, invece, sono le costruzioni di Cividale del Friuli, che comprendono il “tempietto Longobardo”, e quelle a sud di Sant’Angelo in Formis e Benevento.

In Lombardia possiamo ancora ammirare gli stucchi della Basilica di San Salvatore a Brescia, una delle più significative architetture religiose dell’alto medioevo ancora in piedi dentro il complesso monumentale di Santa Giulia.

Sempre dalla Lombardia arrivano ai nostri giorni gli affreschi di Castelseprio. Tuttavia di questi ultimi c’è il dubbio che possano anche essere di origine bizantina.

Arte dell’alto Medioevo

Nel Medioevo, già abbastanza inoltrato, a Montecassino iniziò a prendere forza il monachesimo benedettino.

Nella chiesa di San Procolo a Naturno ed in quella di San Benedetto a Malles –  entrambe nell’arco alpino –  si possono ancora ammirare alcuni resti di affreschi.

Delle raffigurazioni pittoriche in abbazie ubicate altrove, in seguito alle successive ricostruzioni, sono rimaste scarsissime testimonianze.

Arte romanica

San Matteo battezza Fulvano re d’Etiopia: l’apostolo ucciso (basilica di San Marco, Venezia)
San Matteo battezza Fulvano re d’Etiopia: l’apostolo ucciso (basilica di San Marco, Venezia)

Lo sviluppo dell’arte romanica in Italia è dovuto grazie alla sua riacquistata mobilità ed alla migliore situazione economica, nonché alle buone condizioni climatiche per l’ottima posizione geografica.

L’arte romanica interessò la maggior parte del continente europeo in maniera piuttosto omogenea.

In Italia i centri più significativi dell’arte romanica furono le zone lombarde ed emiliane, le quali influenzarono un vasto raggio, spingendosi ben oltre i loro territori. Tra le opere più significative spiccano la basilica di San Michele Maggiore a Pavia ed il Duomo di Modena.

In Toscana i centri più importanti furono Firenze e Pisa. La prima, con quell’arte romanica tendente al “classico”, creò le premesse per spianare la strada al Rinascimento. L’altra diffuse il proprio modo di fare arte anche oltre i confini (Corsica e Sardegna).

Nel meridione l’arte romanica prosperò soprattutto nel territorio pugliese. Qui vi si riscontrano, però, influenze di correnti abbastanza differenziate, anche quelle provenienti da fuori confine italiano.

Per approfondimenti sull’arte romanica: l’arte romanica nelle chiesela pittura romanica nelle chiese italianela pittura romanica nella basilica di S. Marco.

Continua nella pagina successiva con il Riassunto della storia dell’arte italiana: dal Gotico al Realismo

L’Abbazia di San Galgano

Un viaggio presso l’Abbazia di San Galgano

Ritorna all’elenco delle chiese nel presente sito web

Visita ad una straordinaria ed affascinante rovina, piena di misteri, tra cui quello dell’enigmatica spada nella roccia.

Abbazia di San Galgano
Esterno del rudere della’ Abbazia di San Galgano (foto da Wikimedia.com)

Storia dell’abbazia

L’Abbazia di San Galgano si trova a pochissimi chilometri da Siena; visitarla è un incanto.

La sua sagoma appare maestosa tra gli alti cipressi del viale che le sta di fronte, uno spettacolo tutto da godere, che rimarrà per sempre impresso nella memoria.  Lo stupore per quella visione frontale, che invita il visitatore ad accorciare il passo per usufruirne appieno la bellezza, aumenta via via che ci si avvicina all’ingresso.

La sagoma della chiesa, che appare ancora quasi intatta nelle mura esterne, è completamente priva di copertura.

Di costruzione gotica, la chiesa cistercense, fu portata a compimento nel 1218 con l’impiego di diversi materiali tra cui molto travertino, soprattutto per le parti esterne, sasso su sasso e mattone su mattone.

Fu configurata per tre navate con pianta a croce latina, larghezza di 21 metri e lunghezza di 72.

L’abside, nella cui estremità appaiono un rosone e sei aperture monofore, crea un sorprendente senso di ricercatezza e, soprattutto, di stupore. La maestosità della chiesa è testimonianza di come fosse sentito all’epoca il culto di San Galgano.

Splendore e decadenza dell’abbazia

Nel corso del Trecento l’abbazia, grazie all’immunità e ai privilegi imperiali di Enrico VI, Ottone IV e Federico II raggiunse livelli di altissimo splendore. Tuttavia l’enorme ricchezza raggiunta innescò violente polemiche all’inizi del sedicesimo secolo tra il papato e la Repubblica di Siena. Nel 1506, infatti, papa Giulio II inviò l’interdetto contro Siena. Quest’ultima reagì ordinando ai sacerdoti di celebrare  tutte le funzioni liturgiche.

Purtroppo dopo i  periodo di sfolgorante splendore seguì quello della decadenza, che avrebbe trasformato l’Abbazia di San Galgano in un misterioso e, pur sempre, maestoso rudere.

Abbazia San Galgano di Siena
Interno dell’Abbazia San Galgano di Siena

La leggenda di San Galgano

Galgano nacque nel 1148 a Chiusdino, un borgo non lontano da Siena ed assai vicino al punto in cui sarebbe nata l’Abbazia che oggi porta il suo nome. I genitori erano Guido Guidotti e Dionisa.

In questo particolare periodo medioevale in tutto il territorio senese, come in molte altre zone della nostra penisola, era un susseguirsi di ingiustizie. Provenivano soprattutto da parte dei potenti ma anche da altri tipi di organizzazioni, per lo più armate, che si stavano via via formando. Queste ultime erano nate con lo scopo di conquistare nuovi domini ed estenderne i propri.

Galgano Guidotti, nel pieno del vigore della sua gioventù, faceva parte di queste organizzazioni e, come molti altri cavalieri, dava sfogo al proprio carattere con autorità ed arroganza.

Con il passare del tempo, però, Galgano incominciò a sentire inutile quella vita, che giudicava priva di qualunque scopo benefico. Decise quindi di voltare pagina e ritirarsi sulla collina di Montesiepi, poco distante da Monticiano per iniziare una vita in isolamento e in penitenza.

In quel luogo solitario Galgano incomincio affannosamente a ricercare la pace che gli era stata fino allora negata.

Come forma simbolica di rinuncia ad ogni tipo di violenza conficcò con tutta la sua forza la sua spada in una roccia, lasciando fuori dal terreno tutta l’impugnatura, con l’intento usarla come croce su cui pregare. Questo gesto simbolico di grande coraggio per i tempi che correvano, avveniva nel 1180.

Galgano morì il 3 dicembre 1181 appoggiato a quella che una volta era la sua spada e, solo dopo appena quattro anni (1185) papa Lucio III lo proclamò Santo.

I più bei dipinti di tutti i tempi (Ottocento e Novecento)

Ottocento e Novecento: una selezione tra i quadri più belli di tutti i tempi

I più bei dipinti scelti fra i due secoli.

Continua dalla pagina precedente:  10 tra i dipinti più belli dal Seicento al Settecento.

Scorrendo la Storia dell’arte si trovano innumerevoli di capolavori di grandi maestri, pertanto i dipinti presentati in queste pagine, fra quelli più belli e famosi, sono il frutto di una scelta soggettiva.

L’eleganza del tratto, la bellezza e la forza emotiva delle grandi opere porta sempre più luce all’anima dell’osservatore. Pertanto l’invito è sempre quello di girare di persona nei vari musei per assorbirle e godersele dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi: in questa pagina sono raffigurati: La Colazione sull’erba di Edouard Manet, La terrazza a Sainte-Adresse e Impressione (Levar del sole) di Claude Monet, Ballo al Moulin de la Galette di Pierre Auguste Renoir, Notte stellata e Campo di grano con volo di corvi di Vincent van Gogh, Due donne tahitiane di Paul Gauguin, L’Urlo (o Il Grido) di Edvard Munch, il Bacio di Gustav Klimt, La persistenza della memoria (1931) di Salvador Dalì, Guernica di Pablo Picasso.

Edouard Manet: Colazione sull’erba (1863)

Edouard Manet: Colazione sull'erba, 1862-1863, olio su tela, 208×264 cm., Musée d'Orsay, Parigi
Edouard Manet: Colazione sull’erba, 1862-1863, olio su tela, 208×264 cm., Musée d’Orsay, Parigi

La Colazione sull’erba (in lingua francese “Le Déjeuner sur l’herbe”) è un dipinto realizzato da Édouard Manet, intorno al 1862-1863 e conservato a Parigi nel Museo d’Orsay.

Il dipinto in esame innescò una tra le più aspre discussioni scandalistiche della Storia dell’arte.

A quei tempi la borghesia “benpensante” francese – ed in particolare quella parigina – si indignò clamorosamente di fronte alla figura nuda inserita in primo piano da Manet. Ne conseguì che l’intera opera fosse tacciata come una scandalosa «indecenza».

Nello stesso periodo in tutto il mondo, come in altri ben determinati periodi della Storia dell’arte, il nudo era oggetto di studio nelle Accademie e negli atelier di importanti maestri. Inoltre era anche una fra le tematiche più ricercate dagli appassionati d’arte nell’arco dei secoli. Gli artisti che intrapresero questa via, infatti, sono innumerevoli (si veda la Nascita di Venere realizzata da Botticelli intorno al 1482-14,85 circa) , la Venere Rockeby eseguita da Velázquez intorno al 1648 circa, nonché le molteplici figure di Ingres.

Curiosità sulla Colazione sull’erba di Manet

Esiste un dipinto microscopico, realizzato da Stefano Busonero, che rappresenta la Colazione di Manet riprodotta sul globo terracqueo della moneta da due centesimi di euro. L’opera riproduttiva è stata realizzata con la tecnica a olio.

Colazione sull'erba di Manet eseguita sul globo terrestre di due centesimi
Colazione sull’erba di Manet eseguita sul globo terrestre di due centesimi

Vedi approfondimenti su Wikipedia

Claude Monet: Colazione sull’erba (1866)

Claude Monet: Colazione sull’erba,1866 olio su tela 124 × 181 cm. Parigi, Musée d’Orsay.
Claude Monet: Colazione sull’erba,1866 olio su tela 124 × 181 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

La presente raffigurazione è un frammento che, insieme ad un altro frammento del Museo d’Orsay, rappresenta una testimonianza del grande dipinto originale dal titolo “Colazione sull’erba” di Monet.

L’opera, le cui misure nell’originale formato erano superiori ai 4000 x 6000 cm, fu iniziata intorno ai primi mesi del 1865. Il dipinto doveva raffigurare una scena in omaggio ad un altro impressionista, Edouard Manet, ma – per alcuni studiosi della Storia dell’arte – doveva essere anche un aperto confronto con esso.

Si sa – come sopra già accennato – che la “Colazione sull’erba” di Manet venne aspramente criticata e fu oggetto di stridenti critiche da parte del pubblico, già all’esordio al Salon des Refusés del 1863.

Il progetto di questo dipinto fu interrotto ed abbandonato nello stesso anno in cui fu iniziato, a pochi giorni dalla manifestazione annuale del Salon per il quale l’opera era destinata.

A tal proposito, dopo moltissimi anni, Monet raccontava che “Dovevo l’affitto al proprietario di casa e, non potendo fare altrimenti, gli ho dato in pegno la tela che costui ha tenuto avvolta in cantina. Quando finalmente sono riuscito a procurarmi la somma necessaria per riprenderla indietro, capirete bene che la tela aveva avuto tutto il tempo necessario per ammuffire“.

Curiosità sulla Colazione sull’erba di Claude Monet

Esiste un piccolissimo dipinto, realizzato da Stefano Busonero, che riproduce esattamente la Colazione di Monet sul globo terracqueo della moneta da due centesimi di euro. L’opera riproduttiva è stata realizzata con la tecnica a olio.

La Colazione sull'erba di Monet, realizzata dentro un centesimo.
La Colazione sull’erba di Monet, realizzata dentro un centesimo.

Vedi approfondimenti sulla colazione sull’erba di Monet

Claude Monet: Impressione, levar del sole (1872)

Claude Monet: Impressione, sole nascente, 1872, Musée Marmottan, Parigi.
Claude Monet: Impressione, sole nascente, 1872, Musée Marmottan, Parigi.

“Sole nascente”, o “Levar del sole”, o “Impressione”, o “Il porto di Le Havre“ è un dipinto autografo di Claude Monet eseguito a olio su tela nel 1872, misura 48 x 63 cm. e si trova nel Musée Marmottan di Parigi.

L’opera fu esposta alla prima manifestazione dei futuri pittori impressionisti allestita a Parigi nel 1874 presso lo studio di Nadar, un popolare fotografo dell’epoca, al nº 35 di Boulevard des Capucines a Parigi.

In seguito alla presentazione del dipinto, con il titolo “Impressione”, questo divenne subito pretesto per un appellativo di dispregio (gli “Impressionisti”) da affibbiare al gruppo appena nato: uscì, infatti, un articolo di Leroy sullo “Charivari” che innescò aspre discussioni sulla manifestazione.

È questa la prestigiosa tela, denigrata e derisa alla sopracitata manifestazione, nella quale Monet si fa trasportare da un’insolita ispirazione poetica.

L’assoluta indipendenza dall’oggetto del dipinto, sentito come come volume, è una fra le più apprezzate conquiste di Monet in questo periodo.

La coloristica, nella quale dominano i toni bluastri e rosé, maestosamente rappresentata con lievi velature, pare che attenui ed ammorbidisca i rumori dell’acqua … nella giornata appena iniziata.

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Pierre Auguste Renoir: Ballo al Moulin de la Galette (1876)

Pierre-Auguste Renoir: Il Bal au Moulin de la Galette, 1876 olio su tela cm 131 x 175, Museo d’Orsay Parigi.
Pierre-Auguste Renoir: Il Bal au Moulin de la Galette, 1876 olio su tela cm 131 x 175, Museo d’Orsay Parigi.

Il “Bal au Moulin de la Galette“ è un’opera di Renoir realizzata intorno al 1876-84 con tecnica ad olio su tela, misura 131 x 175 cm. e ei trova nel Museo d’Orsay a Parigi.

L’artista impressionista coglieva i naturali eventi quotidiani riportandoli sulla tela con grande maestria

In questa composizione, capolavoro della produzione impressionistica, Renoir riesce a centrare il bersaglio raffigurando un momento di vita parigina notturna creando un ambiente allegro, felice e spensierato. Qui riesce a rendere assai dinamico e vibrante il movimento che anima le innumerevoli figure nelle conversazioni e nella danza.

Nella presente opera risulta assai evidente la mancanza di un impianto con un ben studiato disegno preliminare. Pertanto la coloristica la fa da padrona, rendendo il movimento con la sola maestria delle giustapposizioni di variatissimi toni. Si noti, ad esempio, come gli abiti delle singole coppie riescano a contrastarsi gradevolmente. Quelli delle dame, infatti, con toni più accesi e decisi per le numerose e diversificate pennellate, risaltano su quelli maschili  dai toni scuri e poche variazioni.

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Vincent Van Gogh: Notte stellata (1889)

Vincent van Gogh: La notte stellata, New York Museum of Modern art.
Vincent van Gogh: La notte stellata, New York Museum of Modern art.

La “Notte stellata”, conosciuta anche come “Cipresso e villaggio”, è un’opera di Vincent van Gogh realizzata nel 1889 (periodo di Saint-Rémy) con tecnica ad olio su tela, misura 73 x 92 cm. (altre fonti indicano invece 73,7 x 92,1) e si trova a New York nel Museum of Modern Art. La presente composizione, che è priva di firma e di data, viene citata nelle sue lettere n° 595 e 607.

Trattasi di un dipinto eccezionale, che esprime una straordinaria dinamicità ma, allo stesso tempo, una anche drammatica vitalità, a testimonianza  della  notevole capacità visionaria dell’artista.

Il tratto è concitato e furioso, mentre la coloristica ad irradiazione circolare evidenzia nervose e violenti pennellate, che tuttavia non riescono ad intaccare l’eleganza delle forme, che spesso troviamo nelle ultime composizioni dell’artista.

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Paul Gauguin: Due donne tahitiane

Paul Gauguin: Due donne tahitiane, 94 x 73, New York, Metropolitan Museum.
Paul Gauguin: Due donne tahitiane, 94 x 73, New York, Metropolitan Museum.

“Due donne tahitiane”, conosciuto anche come “Seni con fiori rossi”, è un’opera di Paul Gauguin realizzata nel 1899 con tecnica ad olio su tela, misura 94 x 73 cm. e si trova a New York nel Metropolitan Museum. Nella zona sinistra,  quella scura in basso, si legge “99 / P. Gauguin”.

Alcuni tra gli studiosi di Storia dell’arte mettono in evidenza dei collegamenti con la copertina del “Courrier francais” del 30 novembre 1894, redatta da Gray, dove spicca una figura femminile con in mano un grande vassoio. Pochi, tra il pubblico, intrapresero la discussione su tale ipotesi e tanto meno la stragrande maggioranza della critica ufficiale.

Sembrerebbe che le due graziose figure siano state studiate separatamente in vari disegni e silografie.

Curiosità sulle donne tahitiane

Esiste la riproduzione di questa opera, e una dello stesso tema, realizzate da Stefano Busonero come pitture microscopiche con tecnica a olio. La prima misura 4,5 x 5,7 millimetri, mentre l’altra è stata eseguita sul mappamondo della moneta da un centesimo di euro.

Stefano Busonero - due donne tahitiane
Stefano Busonero – le due donne tahitiane di Gauguin riprodotte come miniatura microscopica di 4,5 x5,7 millimetri
Busonero . due tahitiane dipinte dentro un centesimo
Stefano Busonero: le due tahitiane di Gauguin dipinte dentro il mappamondo di un centesimo

Edvard Munch: Urlo (1893)

Edvard Munch: L’urlo (Il grido), 1893, tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, 83,5 cm × 66 cm, Galleria Nazionale, Oslo.
Edvard Munch: L’urlo (Il grido), 1893, tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, 83,5 cm × 66 cm, Galleria Nazionale, Oslo.

“L’urlo”, conosciuto anche come “Il grido”,  è un’opera di Edvard Munch realizzata nel 1893 con tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, misura 83,5 cm × 66 cm. e si trova nella Galleria Nazionale di Oslo.

Esistono quattro versioni dell’Urlo. La composizione qui raffigurata è quella realizzata nel 1883. Essa fu oggetto di due furti consumati a circa dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo avvenne il 12 febbraio del 1994 (recuperato dopo tre mesi), mentre il secondo fu del 22 agosto del 2004 (ritrovato alla fine dello stesso mese).

Il dipinto, nel covo in cui fu nascosto, subì forti danneggiamenti a causa dell’umidità. In riferimento alla valutazione sulla recuperabilità dell’opera (si pensi alla delicatezza del cartone e alla tenuta coloristica della tempera) gli esperti del museo di Munch si espressero a favore del restauro, che fu portato a termine con ottimi risultati il 23 maggio 2008.

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Gustav Klimt: Il bacio (1907-08)

Gustav Klimt: Il bacio. Anno 1907-1908, olio su tela, 180 × 180 cm., Österreichische
Gustav Klimt: Il bacio. Anno 1907-1908, olio su tela, 180 × 180 cm., Österreichische

Il “Bacio” è un’opera di Klimt realizzata intorno al 1907-08 con tecnica a olio su tela, misura 180 x 180 cm. e si trova nell’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Dei due personaggi le sole parti configurate in modo tradizionale sono i volti, le mani e gli arti della figura femminile (braccio sinistro e gambe). Per il resto della composizione, sia la donna che l’uomo appaiono coperti da vesti ornate da abbondanti decorazioni.

Il panneggio del maschio è realizzato con forme geometriche rettangolari riportate in verticale, mentre quello della femmina ha decorazioni curvilinee concentriche. La differente configurazione di linearità dei due panneggi rappresenta simbolicamente la differenza di sesso: rettangoli eretti in verticale (uomo) e cerchi (donna).

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Salvador Dalì: La persistenza della memoria (1931)

Salvator Dalì: La persistència de la memòria), olio su tela, 24 × 33 cm, anno 1931, Museum of Modern Art di New York.
Salvator Dalì: La persistència de la memòria), olio su tela, 24 × 33 cm, anno 1931, Museum of Modern Art di New York. Foto a bassa risoluzione a scopo didattico.

La persistenza della memoria è un’opera di  Salvador Dalí realizzata nel 1931 con tecnica a olio su tela, misura 24×33 cm. e si trova nel Museum of Modern Art di New York.

La persistenza della memoria, composizione surrealista per antonomasia,  rappresenta una landa deserta dove appaiono diversi orologi molli, senza una solida consistenza, quasi fluida. L’artista vi ha voluto simboleggiare l’elasticità dello scorrere del tempo.

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Pablo Picasso: Guernica (1937)

Guernica di Pablo Picasso
Pablo Picasso: Guernica, anno 1937, olio su tela, 349,3 x 376,7 cm. Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid. Foto a bassa risoluzione a scopo didattico.

Guernica è un’opera di Picasso realizzata tra il 1 maggio ed il 4 giugno del 1937 con tecnica a olio su tela, misura 349,3×776,6 cm. e si trova a Madrid nel Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía.

A Picasso l’ispirazione per questa composizione venne improvvisa, e all’istante, subito dopo che Guernica fu bombardata. L’artista la raffigurò in circa due mesi, quindi la espose a Parigi nel padiglione spagnolo dell’esposizione universale.

Dopo il suo esordio l’opera fece letteralmente il giro del mondo, ricevendo ampi consensi ad ogni esposizione. Guernica servì a far conoscere la mostruosità del conflitto fratricida che in quel periodo stava consumandosi nel Paese iberico.

Il dipinto viene considerato dagli studiosi di Storia dell’arte come uno fra i più grandi capolavori di Pablo Picasso.

Guernica va letta da destra a sinistra, dato che la stanza della parete che l’avrebbe ospitata in origine aveva l’entrata che confluiva il pubblico da destra a sinistra. Tale fu il motivo per cui l’artista la progettò per l’Esposizione Internazionale di Parigi nel il padiglione della Repubblica Spagnola.

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Raffigurazione pittorica della Battaglia del Volturno di Stefano Busonero

La Battaglia del Volturno

Battaglia del Volturno di Stefano Busonero
Battaglia del Volturno di Stefano Busonero, 60 x 80 cm. anno 2019

Il dipinto di Busonero

L’opera qui raffigurata rappresenta la Battaglia del Volturno (60 x 80 cm), che si svolse il 1º ottobre 1860 a sud dell’omonimo fiume. La composizione è ancora proprietà dell’autore ma può essere visitata, insieme alle altre 41 riproduzioni in ceramica – raffiguranti lo stesso tema –  sul Molo Garibaldi a Porto S. Stefano.

Essendo un quadro a tematica storica, l’artista Busonero – per poter configurare nel modo più realistico l’avvenimento – si è dovuto ispirare alle pitture del passato ma, nello stesso tempo, ha voluto integrarci alcune particolari e curiosissime novità. Tali incorporazioni (rappresentazioni microscopiche), che non sono assolutamente tutte visibili a prima vista, appaiono all’improvviso all’osservatore dopo una più attenta visione dell’opera.

Inoltre, osservando spensieratamente la composizione, appare all’improvviso – sul lato sinistro, tendenzialmente in alto – il volto di Garibaldi.

I quadri microscopici inseriti nel dipinto

Il volto di Garibaldi di 2,5 x 3,5 mm. inserito tra i fiori a destra del cannone.

Ritratto di Giuseppe Garibaldi
Ritratto di Giuseppe Garibaldi dimensioni 2,5 x 3,5 mm.

Il ritratto di Garibaldi di 3 x 4 mm. inserito sul muro delle rovine, sulla destra.

Ritratto microscopico di Garibaldi
Ritratto microscopico di Garibaldi, 3 x 4 mm.

La veduta paesaggistica (Porto Santo Stefano) dove Garibaldi fece tappa.

Garibaldini in una veduta di Porto Santo Stefano
Garibaldini in una veduta di Porto Santo Stefano, 10 x 15 mm.

La scritta sopra al paesaggio. Fu eseguita dalla Società operaia di Porto S. Stefano e contiene queste frasi: Duce ai Mille, terrore ai tiranni, ai popoli l’esempio, qui sostò Giuseppe Garibaldi …

Le prime tre righe sono originali mentre le altre due – che contengono: Qui sostai il 9 giugno 1960 – sono personalizzate.

La scritta della società operaia
La scritta della società operaia del 1953 sullo sbarco di Garibaldi a Porto S. Stefano

Il grande volto di Garibaldi mimetizzato nell’opera.

Volto di Garibaldi mimetizzato
Volto di Garibaldi mimetizzato nel quadro, visibile sulla sinistra, leggermente in alto.
Ubicazioni dei quadri microscopici
Ubicazioni dei quadri microscopici rappresentati nei cerchi rossi

Cenni sulla Battaglia del Volturno

La Battaglia del Volturno è considerata dagli storici uno fra i più importanti e significativi scontri armati del Risorgimento. Si distingue dalle altre battaglie per l’enorme numero di combattenti e per aver arrestato la ripresa offensiva dei Borboni dopo la ricostruzione del loro esercito tra le mura di Capua.

Incomprensioni ma anche e – soprattutto – ragioni politiche impedirono da subito di dare la dovuta importanza alla Battaglia del Volturno, di carattere offensivo da parte dei garibaldini sulle truppe borboniche. Queste ultime, nonostante fossero ben equipaggiate e fortemente armate, furono vinte perché venne meno l’abilità dei condottieri, a differenza delle truppe garibaldine, mal preparate ed improvvisate, ma comandate da esperti capi con grande ascendente, tra cui Giuseppe Garibaldi, che si mosse con mirato intuito tattico.

L’esercito borbonico, benché potesse farlo, non attaccò subito perdendo giorni preziosi, tutto a vantaggio dei garibaldini che per tal motivo ebbero tempo di organizzarsi sul terreno.

La battaglia principale iniziò il 1º ottobre del 1860 a sud del Volturno, da cui prese il nome. Il numero dei garibaldini era intorno ai 24.000, mentre i borbonici 50.000. Secondo lo storico Trevelyan, però, nella stessa battaglia furono impiegati effettivamente non meno di 20.000 garibaldini contro 28.000 borbonici.

Per approfondimenti si legga La battaglia del Volturno.

Arte ed ansia – dipingere migliora l’umore e abbatte gli stati ansiosi

Arte e ansia: l’arte influisce positivamente sull’umore e sugli stati d’ansia.

Stefano Busonero: Esperienza
Stefano Busonero: Esperienza

Attenzione: ciò che viene descritto nella presente pagina potrebbe non essere efficace, o addirittura provocare danni alla salute. Questo scritto ha solo un fine illustrativo.

Fare arte fa bene allo spirito! Dipingere combatte ansia e attacchi di panico

Una recente ricerca, effettuata dall’Università Drexel a Philadelphia, ha messo in evidenza gli effetti benefici del dipingere su stati d’ansia e attacchi di panico.

Secondo lo studio americano, questa pratica aiuta a combattere i sopracitati disturbi.

Non occorre perciò essere dei pittori provetti, o dei veri artisti, per ottenere il massimo da quei momenti di pieno relax, quando ci immergiamo “anima e corpo” nella creatività, impiegando i vari colori.

Il dipingere risulta quindi un’ottima alternativa alle terapie farmacologiche, di cui – soprattutto a riguardo dei nostri stati interiori – siamo poco entusiasti.

Oggi sappiamo che i vari tipi di ansia e di attacchi di panico si possono affrontare anche impiegando processi creativi. I risultati sono documentati dallo studio dei ricercatori del dell’Università Drexel a Philadelphia (College of Nursing and Health Professions).

Quella ricerca ci informa come il praticare attivamente la pittura possa abbattere i tipici disturbi legati all’ansia. Si parla anche di come si possano risolvere gli aspetti più estremi – ma anche quelli più comuni – come la nausea, le vertigini, la tachicardia, la sensazione di soffocamento ed il terrore della morte (attacchi di panico)

Il dipingere e il conseguente miglioramento dello stato d’animo

Circa il 75% degli aderenti allo studio (si parla dei pazienti) ha ottenuto vistosi miglioramenti sul proprio umore nella vita di ogni giorno. Tutto questo a prescindere dalla riuscita – più o meno positiva, o addirittura negativa – riguardo al “risultato dell’oggetto della creatività”, cioè del quadro portato a termine. E qui si sottolinea che non è affatto l’aver creato qualcosa di bello a abbattere le ansie sul pittore provetto o sul principiante inesperto! È infatti l’atto in sé – sereno e spensierato – del dipingere che aiuta a vivere una vita più tranquilla. Ben venga comunque, per la soddisfazione del nostro animo, l’opera d’arte ben riuscita!

Quindi ognuno di noi – anche chi non ha mai preso in mano un pennello – può abbandonarsi al piacere di dipingere e colorare, scegliendo spensieratamente i colori preparati sulla propria tavolozza … ricevendone benefici!

Naturalmente l’atto del dipingere non deve diventare una lotta con sé stesso per cercare di ottenere il massimo risultato, ma essere un vero e proprio svago. “spensierato”! In tal modo ci si diverte nella scelta delle varie gradazioni cromatiche, dei chiaroscuri e quindi delle tonalità che più ci ispirano: quelle, cioè, che provengono dall’anima! Contribuiscono a tutto questo anche i ripetuti risciacqui del pennello e le varie selezioni dei colori da stendere sulla tela, nonché i più che necessari ripensamenti (cancellature e rifacimenti).

La ‘pratica attiva’ della pittura produce effetti rilassanti

Non solo il gioco di impastare serenamente i colori! Anche la gestualità – qualsiasi essa sia – impiegata nell’apporre i pigmenti sulla tela, fa parte di quelle operazioni semplici che danno un valido contributo alla percezione del potere della creatività.

Tutto questo, che non è altro che una distrazione dai sintomi ansiosi, innesca stati rilassanti e distensivi. In relazione a questo, il sottovalutare l’efficacia di questi metodi, certamente innocui, non aiuta certo a diminuire bisogni di sostanze farmacologiche.

Entrerà in funzione anche l’immancabile effetto placebo, ma quest’ultimo sarà soltanto un qualcosa in più … benvenuto placebo! Tuttavia l’atto del dipingere – cioè fare attivamente pittura, sia con basi preventivamente disegnate, sia solo quella gestuale – non è l’unica tecnica impiegata per abbattere gli stati ansiosi e di panico.

Ci si può indirizzare in molte altre attività ad essa correlate. Si pensa alla lettura, alla scultura della cera e argilla, al giardinaggio e ad altre pratiche di svago.

La potenza del ‘fare e creare’ dà sempre i suoi frutti, soprattutto perché vi è sempre presente il ruolo della creatività.

Che cos’è l’ansia e come si combatte

Nei precedenti paragrafi si è parlato di come l’arte, in particolare l’atto del dipingere, possa migliorare gli stati ansiosi della persona che la pratica attivamente.

Quanto detto in questo articolo risulta essere effettivamente un valido aiuto nella prevenzione e nell’abbattimento di tali disturbi. Spesso, però, si ha a che fare con stati ansiosi molto profondi, per cui il fare arte diventa soltanto un piccolo palliativo.

Essendo, questo, un sito d’arte, soprattutto di pittura, mi è sembrato opportuno collegare l’atto del dipingere agli stati d’ansia, ma per approfondimenti su questi tipi di disturbi esistono in Internet molti siti web che ne parlano professionalmente. Un ottimo articolo sull’ansia si trova nella pagina Disturbo d’ansia generalizzato di mia figlia Pamela Busonero.

10 tra i più bei dipinti di tutti i tempi realizzati nel Seicento e Settecento

Una selezione tra le opere più belle di tutti i tempi

I dipinti più belli scelti fra i due secoli

Continua dalla pagina precedente:  10 tra i dipinti più belli e famosi dal Quattrocento al Cinquecento

La Storia dell’arte è ricca di capolavori di grandi maestri della pittura, pertanto quelli che sto presentando in queste pagine, fra quelli più famosi, sono il frutto di una personale selezione che ritengo essere tra le più belle.

La bellezza, l’eleganza e la forza emotiva dei grandi dipinti illumina sempre l’anima dell’osservatore. L’invito sarebbe, perciò, quello di andare di persona nei vari musei e goderseli dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi: in questa pagina sono raffigurati: La Cena in Emmaus di Caravaggio, la Ronda di notte (Ronda notturna) di Rembrandt, la Las Meninas di Velezques, La ragazza col turbante (La ragazza con l’orecchino di perla) di Jan Vermeer, l’Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri di Giambattista Tiepolo, La Regata sul Canal Grande di Canaletto, La Maya desnuda e la Maja vestida di Goya e Il Primo Console supera le Alpi al Gran San Bernardodi  Jacques-Louis David.

Caravaggio: Cena in Emmaus (1601-02)

Caravaggio: La cena in Emmaus, 141 x 175 cm. Pinacoteca di Brera, Milano.
Caravaggio: La cena in Emmaus, 141 x 175 cm. Pinacoteca di Brera, Milano.

La Cena in Emmaus è un opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, realizzata a olio su tela nel 1606, misura 141 x 175 cm. e si trova a Milano nella Pinacoteca di Brera. la tela rappresenta la scena del Vangelo secondo Luca.

Il dipinto è stato eseguito presso Zagarolo (altre fonti indicano invece zone di Palestrina), subito dopo la fuga dell’artista da Roma in seguito all’assassinio di Tommaso Ranuccio. In queste zone, infatti, viveva la famiglia dei Colonna con il suo protettore.

L’impressione immediata della scena di questa tela ricorda quella con la stessa tematica realizzata qualche anno prima e custodita a Londra. Qui rispetto alla prima c’è meno articolazione, meno contrasti coloristici e pochissimi  effetti di quella tipica luminosità caravaggesca. Il Cristo, infatti, è rappresentato con espressione più triste e mostra segni di stanchezza.

Vedi approfondimenti sulla Cena in Emmaus di Caravaggio.

Rembrandt: Ronda di notte 1642

Rembrandt: La ronda di notte o La milizia del capitanto Frans Banning Cocq
Rembrandt: La ronda di notte o La milizia del capitanto Frans Banning Cocq

La Ronda di notte – noto come Notte di veglia, o Ronda notturna, o La guardia civica in marcia – è un’opera realizzata con tecnica a olio su tela nel 1642 da Rembrandt. Il quadro misura 359×438 cm. ed è custodito nel Rijksmuseum di Amsterdam.

La ronda di notte è considerato dagli studiosi di storia dell’arte come uno dei massimi capolavori di Rembrandt, soprattutto per l’eccezionale configurazione degli effetti luminosi, nonché per la meticolosa descrizione dei numerosissimi dettagli, data l’insolita dimensione della tela.

Il dipinto rappresenta in primo piano due figure militari, identificate in Frans Banning Cocq (Capitano) e Willem van Ruytenburgh suo luogotenente, riprese un attimo prima che le stesse dessero l’ordine di iniziare la marcia per dirigersi non si sa dove.

Diego Velazquez: Las Meninas (1656)

Diego Velázquez: Las meninas, tecnica olio su tela, anno 1656, dimensioni 318×276 cm, Museo del Prado, Madrid
Diego Velázquez: Las meninas, tecnica olio su tela, anno 1656, dimensioni 318×276 cm, Museo del Prado, Madrid

Las meninas è un’opera realizzata da Diego Velázquez nel 1656 con tecnica olio su tela, misura 318×276 cm  e si trova nel Museo del Prado a Madrid

Il dipinto è ambientato all’interno dello studio dell’artista, che era ubicato a Madrid nel Real Alcázar di Filippo IV.

Nella Las Meninas è raffigurata l’infanta Margarita, figlia della nuova regina, attorniata dalle sue dame di corte. Quella che appare alla sua destra è Doña Maria Augustina de Sarmiento, mentre mentre l’altra del lato opposto è la sua nana di compagnia, Doña Isabel de Velasco, con a fianco il cane mastino. Oltre queste, compaiono altri membri della corte spagnola. L’artista è chiaramente riconoscibile a sinistra di fronte al proprio cavalletto.

Las Meninas è un dipinto di grandissimi effetti raffigurativi. L’Infanta Margarita, protagonista principale, appare orgogliosamente effigiata al centro tra le sue damigelle e la propria nana. Quella a sinistra le si inginocchia di fronte, mentre l’altra appare nell’attimo in cui si sta piegando verso di lei. Tali gesti rafforzano il fatto che l’infanta diventi il fulcro centrale dell’azione.

La nana, poco più alta di Margarita, nonostante le caratteristiche di nanismo, per contrasto fa apparire assai più delicato il personaggio principale, rendendolo anche più prezioso e fragile.

Jan Vermeer – La ragazza col turbante o La ragazza con l’orecchino di perla (1665-1666 ca)

Jan Vermeer: Ragazza con turbante, cm. 49, Mauritshuis, l’Aia
Vermeer: Ragazza con turbante, cm. 49, Mauritshuis, l’Aia

Ragazza con turbante, o Ragazza con l’orecchino, o Ragazza con perla all’orecchino è un’opera di Jan Vermeer realizzata con tecnica a olio su tela nel 1660-65. Il quadro, che misura 46,5 x 40 cm, si trova nel Museo Mauritshuis a L’Aia.

Lo studioso di storia dell’arte Malraux riconobbe nell’effigiata la figlia minore di Vermeer. Tale ipotesi ebbe poco sostegno da parte di altri studiosi, anche perché la cronologia dell’opera non lo permetteva.

Il turbante è probabile che sia appartenuto al pittore insieme ai costumi turchi, questi ultimi effettivamente risultanti fra i propri beni.

Il dipinto apparve nel 1882 ad un bassissimo prezzo presso la “vendita Braam” di Amsterdam, dove fu acquistato da A. A. des Tombe (nome che pare essere errato) a 2 fiorini e 30 stuyvers. Nel 1903 la stessa persona lo fece pervenire in dono al Museo Muritshuis, l’odierna sede.

Vedi approfondimenti sulla Ragazza col turbante.

 

Gianbattista Tiepolo – Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri (1739-40)

Giambattista Tiepolo: Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri, cm. 350 x 182, Chiesa di San Filippo Neri, Camerino.
Giambattista Tiepolo: Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri, cm. 350 x 182, Chiesa di San Filippo Neri, Camerino.

L’Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri è un’opera di Giambattista Tiepolo realizzata intorno al 1639-40 con tecnica a olio su tela, misura 350 x 182 cm. e si trova nella Chiesa di San Filippo Neri a Camerino.

La composizione venne pubblicata nel 1964 sulle pagine di “AV” dallo Zampetti. Non esistono documentazioni che parlino della pala in esame, che attualmente la possiamo ammirare attorniata da una corposa cornice di marmo.

Di certo si sa che nel 1735 alla chiesa che la custodisce fu portato a termine il tetto insieme alle decorazioni interne.

Un accurato studio dello stile porta ad assegnare al dipinto una cronologia che  risulta la stessa della pala della “Madonna con le sante Caterina, Rosa col Bambino e Agnese“, cioè il periodo dopo la realizzazione degli “Affreschi di Santa Maria dei Gesuati a Venezia”. Infatti di questi ultimi esistono documentazioni che si riferiscono agli anni 1737-39.

Lo stile di questa raffigurazione rileva soprattutto un’armoniosa bellezza cromatica ed una pacata struttura compositiva, senza nervose interruzioni dei contorni che elegantemente vi primeggiano.

La figura delicata e gentile della Madonna ricorda le immagini femminili dei dipinti dei Carmini che l’artista realizzò a Venezia.

Vedi approfondimenti sull’Apparizione della Madonna col Bambino.

Canaletto: La Regata sul Canal Grande (1732)

Antonio Canal: La Regata sul Canal Grande (1732), Londra, Collezioni Reali. Dimensioni della tela: (77 X 126 cm.)
Canaletto: La Regata sul Canal Grande (1732), Londra, Collezioni Reali. Dimensioni della tela: (77 X 126 cm.)

La Regata sul Canal Grande è un’opera di Canaletto realizzata nel 1732, misura 77 x 126 cm. e si trova nelle Collezioni reali di Londra.

La composizione raffigura il Canal Grande nel momento in cui si disputa una gara molto importante per i Veneziani:  la storica Regata di Venezia, ancora oggi assai apprezzata dalla popolazione.

Nel dipinto si nota l’intensa attività e traffico di gondole, con altri tipi di imbarcazioni che fanno da contorno, stracolme di tifosi.

Sui muri dei palazzi veneziani si vedono appesi dei grossi drappi ricamati, a simboleggiare la giornata di festa. Il tutto in uno sfondo con un bellissimo cielo, che occupa circa metà superficie quadro.

William Hogarth: Matrimonio alla moda (1744)

William Hogart: Il contratto - dal Matrimonio alla moda, ciclo di sei dipinti di cm. 68,5 x 89 ciascuno, National Gallery di Londra.
William Hogart: Il contratto – dal Matrimonio alla moda, ciclo di sei dipinti di cm. 68,5 x 89 ciascuno, National Gallery di Londra.

Il Matrimonio alla moda è un ciclo di sei composizioni di William Hogarth realizzate nel 1744 con tecnica a olio su tela, le cui misure – tutte perfettamente uguali – sono cm. 68,5 x 89. I sei i dipinti si trovano a Londra nella National Gallery di Londra.

Con le sei opere l’artista intende descrivere le sgradevoli conclusioni di un’unione cercata non solo per interesse ma soprattutto per ambizione.

Nel “London Daily Post” del 2 aprile 1743 apparve il seguente annuncio: “Mr. Hogarth ha l’intenzione di pubblicare per sottoscrizione sei stampe in rame, incise a opera dei migliori maestri di Parigi da quadri propri raffiguranti una variazione su una vicenda moderna nell’alta società, e intitolati Matrimonio alla moda. Si baderà in modo specifico che la decenza e la proprietà di tutta la serie non abbiano a sollevare la minima obiezione, e che le relative figure non contengano riferimenti personali”.

Nella National Gallery le tele appaiono entro le originarie cornici ‘Maratta’, che lo stesso artista commissionò pagandole 24 ghinee.

Vedi approfondimenti sul Matrimonio del Libertino

Goya: La Maya desnuda e la Maja vestida (1800-1803)

Francisco Goya: La Maja vestita 95 x 190, Madrid Prado.
Francisco Goya: La Maja vestita
95 x 190, Madrid Prado.
Francisco Goya: La Maja desnuda, 97 x 190 cm. Madrid Prado
Francisco Goya: La Maja desnuda, 97 x 190 cm. Madrid Prado

La ‘”Maja’ desnuda” e la “Maja’ vestida” sono considerate dagli studiosi di storia dell’arte fra capolavori più famosi dell’artista, soprattutto per quel senso di “proibitivo” che si respira nella prima.

Alcuni sostennero che nella Maja si potesse identificare duchessa de Alba, cosa che non ebbe abbastanza consensi dalla critica, che la escludeva a priori. Si sa invece con certezza che Goya eseguì la Maja vestida per ricoprire la desnuda.

Vedi approfondimenti sulle due Maje di Goya.

Jacques-Louis David: Il Primo Console supera le Alpi al Gran San Bernardo (1801)

Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo
Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo

Il dipinto “Bonaparte valica le Alpi” (conosciuto anche come Bonaparte valica  il Gran San Bernardo) è un ritratto di Jacques-Louis David realizzato intorno al  1800-03 con tecnica a olio su tela. Misura 260 × 221 cm. e si trova nel Castello della Malmaison, Rueil-Malmaison.

Napoleone appare nel momento in cui attraversa il Colle del Gran San Bernardo con la sua armata nella seconda campagna d’Italia, in cui risulterà vittorioso.

L’artista realizzò cinque versioni di questo dipinto. Il primo ritratto venne commissionato da Carlo IV per tentare un’intesa tra Spagna e Francia. Le tre versioni successive, che vennero commissionate dallo stesso Napoleone a fini propagandistici, raffigurano i primi ritratti ufficiali del Primo console.

I tre dipinti si trovavano presso il castello di Saint-Cloud, nel palazzo della Repubblica Cisalpina e nella biblioteca dell’hôtel des Invalides. L’ultima versione fu realizzata dall’artista per rimanere nel proprio studio.

Vedi approfondimenti su Wikipedia.

Continua con i dipinti dell’Ottocento-Novecento

10 tra i dipinti più belli e famosi del Quattrocento e Cinquecento

Una selezione tra i dipinti più famosi di tutte le epoche

La Storia dell’arte è ricca di grandissimi capolavori. Pertanto quelli raffigurati in questa pagina, fra i dipinti più famosi, sono soltanto il frutto di una personale selezione che ritengo fra i più belli e, certamente, fra i più popolari di tutti i tempi.

La bellezza e la carica di emotività delle grandi opere illumina sempre l’anima del fruitore. L’invito sarebbe quello di goderseli dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi. In questa pagina sono raffigurati: Il pagamento del tributo di Masaccio, la Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli, la Dama con l’ermellino e l’Ultima cena di Leonardo, la Gioconda di Leonardo, la Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti, la Disputa del sacramento di Raffaello, la Venere d’Urbino di Tiziano Vecellio e la Medusa di Caravaggio.

Masaccio: Il pagamento del tributo (1425 circa)

Masaccio: Affreschi nella Cappella Brancacci, chiesa del Carmine, Firenze. Scena del Tributo.
Masaccio: Affreschi nella Cappella Brancacci, chiesa del Carmine, Firenze. Scena del Tributo.

Il Pagamento del tributo (o Tributo) è un’opera di Masaccio, eseguita con la collaborazione di altri artisti intorno al 1425 impiegando la tecnica a fresco su muro. Il dipinto misura 255 x 598 cm. e si trova nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze.

L’opera è la più famosa del ciclo degli “Affreschi della Cappella Brancacci”, così considerata anche da Giorgio Vasari  “tra l’altre notabilissima”.

Appare in primo piano la narrazione dell’episodio di San Matteo (XII, 23) del gabelliere Levi (quello ripreso di schiena) che contratta il pagamento del pedaggio con Cristo ed i suoi apostoli. San Pietro, che sta alla destra di Gesù, ripete il segno del suo Maestro indicando le acque che s’intravedono nella zona di sinistra.

Con la seconda fase della narrazione – raffigurata in secondo piano a sinistra – viene rafforzato il prodigio della storia in cui “Pietro … il quale nell’affaticarsi a cavare i danari dal ventre del pesce, ha la testa focosa per lo stare chinato” (Giorgio Vasari).

La terza scena si svolge ancora in primo piano ma sulla destra, dove appare San Pietro – questa volta visto in tre quarti di spalle – paga il tributo al gabelliere nei pressi di edifici raffigurati in prospettiva (in riferimento alla “domus” riportata dal Vangelo).

Lo sfondo mostra la pianura, che prosegue in profondità verso le montagne che s’innalzano maestosamente fondendosi con un cielo scuro e tempestoso.

Vedi approfondimenti sul Pagamento del tributo nel sito.

Sandro Botticelli: Primavera (1482 circa)

Botticelli: La Primavera, cm. 314, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Botticelli: La Primavera, cm. 314, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La Primavera è un dipinto di Sandro Botticelli, realizzato nel 1477-1478 con tecnica a tempera su tavola, misura 203 x 314 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

La Primavera è un’opera famosissima che viene descritta anche dalle fonti più antiche, tra le quali ricordiamo l’Anonimo Gaddiano e Giorgio Vasari, nonché le documentazioni presenti negli archivi medicei.

L’opera venne richiesta per la villa medicea di Castello (Firenze) ed acquistata nel 1477 da Lorenzo il Popolano e dal padre Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici.

Quando Lorenzo morì (1503) la villa, compreso patrimonio artistico, passò a Giovanni di Giovanni de’ Medici (Giovanni delle Bande Nere). Nel 1526 la Primavera  passò al figlio, Cosimo I.

Vedi approfondimenti sulla Primavera di Botticelli nel sito.

Sandro Botticelli: Nascita di Venere (1482-1485)

Botticelli: La nascita di Venere, cm. 278.5, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Botticelli: La nascita di Venere, cm. 278.5, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La Nascita di Venere è un’opera di Sandro Botticelli, realizzata intorno al 1482 con tecnica a tempera su tela, misura 172,5 x 278,5 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

La composizione, insieme alla “Pallade che doma il centauro” e alla “Primavera”, faceva parte della collezione dei “Popolani” di Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici.

La Nascita della Venere, che si trovava nella villa di Castello (nelle vicinanze di Firenze), ebbe la stessa storia della “Primavera” (dipinto più sopra raffigurato), cioè, uscì dalla guardaroba dei granduchi per approdare, nel 1815, agli Uffizi. Secondo il Meyer (1890), il tema del quadro in esame è tratto da alcuni passi di Ovidio (Metamorfosi, 11 27; Fasti. V 217). ove si parla dell’Ora con in mano il mantello che porge a Venere Anadiomène.

Per altri studiosi di storia dell’arte, lo spunto è tratto da Omero o da altri autori umanistici. Più attendibili, sempre riguardo al tema, sono le note identificative di Ernst Gombrich (1945) e di Carlo Argan (1956), che vi interpretarono una valenza neoplatonica. Il primo la descrive ancor meglio del secondo, identificandovi la nascita dell’Humanitas, concepita dalla Natura per via dei suoi quattro elementi, in seguito all’unione della materia con lo spirito.

Vedi approfondimenti sulla Nascita di Venere di Botticelli nel sito.

Leonardo da Vinci: Dama con l’ermellino 1485-1490

Leonardo da Vinci: Ritratto di donna con ermellino, periodo 1485-1490, dimensioni 54 x 39 cm, Cracovia, Czartryski Muzeum.
Leonardo da Vinci: Ritratto di donna con ermellino, periodo 1485-1490, dimensioni 54 x 39 cm, Cracovia, Czartryski Muzeum.

Il Ritratto di dama con ermellino (Dama della faina, o Dama del furetto, o Donna con l’ermellino) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata tra il 1485 ed il 1490 con tecnica a olio su tavola, misura 54 x 39 cm. e si trova nel Czartryski Muzeum a Cracovia.

Nulla si sa della presente composizione fino alla fine del XVIII secolo, quando pervenne alla Casa Gotica, donata dal principe Adam Czartoryski, che la acquistò forse in Francia durante la rivoluzione. La Casa Gotica si trovava nel Castello di Pulany ed era come un Museo privato gestito da Isabella, moglie del principe Adam.

Il dipinto è catalogato nei registri degli archivi con l’aggiunta del secondo titolo – errato – “La belle belle Feroniere / Leonard d’Awinci”.

Intorno al 1830 tutta la collezione della Casa Gotica fu trasferita a Parigi, e, tra questa anche la Dama con l’ermellino, che negli anni 1870-1876, pervenne a Cracovia.

Vedi approfondimenti sulla Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci nel sito

Leonardo da Vinci: Ultima cena (1495-1497)

Leonardo: Il Cenacolo (L’ultima cena, assieme cm. 460 x 880), periodo 1495 – 97, Convento di S. Maria delle Grazie Milano.
Leonardo da Vinci: Il Cenacolo (L’ultima cena, assieme cm. 460 x 880), periodo 1495 – 97, Convento di S. Maria delle Grazie Milano.

Il Cenacolo (L’ultima cena) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata intorno al 1495-97 con tecnica a tempera su muro, misura 460 x 880 cm. e si trova a Milano  nel Convento di S. Maria delle Grazie.

La composizione venne commissionata da Ludovico il Moro e fu eseguita dall’artista nel periodo fra il 1495 ed il 1497.

Il Cenacolo (non si tratta di un vero e proprio un affresco) può essere inteso come una derivazione di dipinti antecedenti eseguiti da pittori di ambito fiorentino. Tra questi ricordiamo Domenico Ghirlandaio, Andrea del Castagno e Taddeo Gaddi. Qui però i vari personaggi appaiono differentemente distribuiti (tre a tre), mostrando una corrispondenza di forme architettoniche assai lontane dai canoni delle citate fonti fiorentine.

Lo sfumato si fonde in una grigia atmosfera crepuscolare in cui le figure, visibilmente agitate, ascoltano dalla bocca del Maestro che uno di loro lo avrebbe tradito.

Non è affatto casuale il fatto che tutte le immagini siano illuminate da una luce proveniente da sinistra, mentre quella di Giuda Iscariota rimane pressoché in ombra.

Osservando Gesù si notano serenità e forza statica, nonché un’esecuzione dello stesso come generalmente vengono raffigurate le divinità. Tutto ciò contrasta con l’imperfezione dell’animo umano, molto ben descritto da Leonardo nei volti agitati degli apostoli.

Vedi approfondimenti sul Cenacolo di Leonardo nel sito

Leonardo da Vinci: Gioconda (1503-1506 circa)

Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.
Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.

La Gioconda (o la Monna Lisa) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata intorno al 1503-5 con tecnica ad olio su tavola, misura 77 x 53 cm. e si trova nel Museo del Louvre a Parigi.

Quello della Monna Lisa è il solo dipinto  di Leonardo la cui paternità non sia mai stata messa in discussione nell’arco dei secoli. Stessa cosa si potrebbe affermare riguardo l’Autoritratto a sanguigna (Torino) e il ritratto di Isabella d’Este (su cartone, Museo del Louvre, Parigi).

Le documentazioni sul dipinto in esame sono abbastanza precise e ben dettagliate, anche se qualche piccolo particolare ha fatto nascere varie discussioni tra gli studiosi di storia dell’arte.

Molti dubbi sono invece sorti sull’identità della donna effigiata. Il dipinto mostra una certa corrispondenza sull’età dell’effigiata con Lisa Gherardini, nata nel 1479 e sposata con Francesco Bartolomeo del Giocondo. Tuttavia nacquero dei dubbi sul fatto la composizione rappresenti proprio lei.

Per quanto riguarda la cronologia è probabile che l’opera fosse iniziata intorno al 1503.

Vedi approfondimenti sulla Gioconda di Leonardo nel sito.

Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo (1511)

Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo nel soffitto della Cappella Sistina
Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo nel soffitto della Cappella Sistina

La Creazione di Adamo è un affresco di Michelangelo, realizzato intorno al 1511 e fa parte della decorazione del soffitto della Cappella Sistina, in Vaticano a Roma. L’opera, che fu commissionata da Papa Giulio II,  è l’episodio più celebre di tutta la raffigurazione michelangiolesca ed una delle icone più famose dell’arte, oggetto di  citazioni,  parodie ed omaggi in ogni epoca.

Il Buonarroti per portare a compimento la composizione impiegò sedici giorni, iniziando  a dipingere da dove è posizionato il riquadro con il gruppo dell’Eterno.

Il trasferimento del disegno dal cartone al soffitto venne eseguito tramite “spolvero”. La tunica, invece, la incise direttamente sull’intonaco.

Nella realizzazione della composizione Michelangelo raffigurò Adamo nella seconda fase, dopo una profonda riflessione. Una volta pronto per il proseguimento dell’opera, incise la maestosa figura direttamente sulla volta.

Gli apprezzamenti per il riquadro della Creazione di Adamo furono unanimi fin dall’epoca della prima apertura al pubblico.

Vedi approfondimenti sulla Creazione di Adamo nel sito.

Raffaello: La disputa del Sacramento (1509)

Raffaello Sanzio: La disputa del Sacramento
Raffaello e la stanza della Segnatura: “La disputa del Sacramento”, stanza della Segnatura (Vaticano), 1509 e misura 770 cm. (base) x 500 c. (altezza).

La Disputa del Sacramento è un’opera di Raffaello Sanzio realizzata nel 1509 con tecnica ad affresco nella stanza della Segnatura (Vaticano). La composizione misura  770  x 500 cm.

In origine il quadro aveva un titolo diverso, probabilmente il “Trionfo della Chiesa” o il “Trionfo dell’Eucarestia”. Dal Seicento, per una errata interpretazione di alcuni passi delle “Vite” si Giorgio Vasari, si è portata avanti l’attuale denominazione dell’opera, cioè la “Disputa del Sacramento”.

Il dipinto fa riferimento al momento dell’ostia consacrata, che si eleva al cielo nell’ostensorio, spiccando maestosamente al centro della raffigurazione e – per effetti prospettici, visto dal basso – al centro dell’altare, dove vanno ad incontrarsi le linee prospettiche.

Vedi approfondimenti sulla Disputa del Sacramento di Raffaello nel sito.

Tiziano: Venere di Urbino (1538)

Tiziano Vecellio: La venere di Urbino, cm. 165, Uffizi, Firenze.
Tiziano Vecellio: La venere di Urbino, cm. 165, Uffizi, Firenze.

La Venere di Urbino è un dipinto di Tiziano Vecellio, realizzato nel 1538 con tecnica a olio su tela, misura 119 x 165 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Questa è probabilmente la tela che Giorgio Vasari citò a Urbino. Tiziano la inviò nel 1631 – con ad altri suoi dipinti – a Firenze insieme all’eredità della famiglia Della Rovere.

La “Venere di Urbino” fu commissionata a Tiziano nei primi mesi del 1538 dal duca di Camerino – che poi divenne duca d’Urbino – Guidobaldo Della Rovere. Questi, nel marzo successivo, ordinava a Girolamo Fantini, suo subalterno, di non ritornare ad Urbino senza “la donna nuda” (fonte: Gronau, 1904 e 1936).

Nel 1822 Ingres realizzò una copia della Venere in esame, che attualmente si trova nella Walters Art Gallery di Baltimora.  Per saperne di più entrare nella pagina della Pittura di Tiziano.

Vedi approfondimenti sulla Venere di Urbino nel sito.

Caravaggio: Scudo con testa di Medusa (1597 circa)

La Testa di Medusa di Caravaggio
La Testa di Medusa di Caravaggio

Lo Scudo con testa di Medusa è il soggetto di un composizione eseguita da Caravaggio (Michelangelo Merisi) intorno al 1597-98 che si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

L’opera è un saggio dell’abilità del Merisi. Qui gli effetti derivati dalla convessità dell’insolito supporto vengono annullati, dando così l’impressione che la testa della Medusa fluttui in un immaginario fondo piatto, sopra quello convesso.

La luce, che proviene dall’alto, risulta quasi verticale e proietta l’ombra della Medusa sullo scuro fondo dello scudo, tendente al grigio-verde. Il Caravaggio ha pensato bene di dare l’impressione al fruitore che l’ombra della testa venga proiettata sul fondo concavo e quindi vedervi il volto fluttuante, fuori dal supporto pittorico.

Il volto della Medusa, che colpisce direttamente la sensibilità del fruitore dell’opera, è stato ripreso nel momento in cui la testa viene tagliata; si vedono infatti fiotti sgorganti di sangue.

Lo sconvolgimento esterrefatto del volto, con occhi spalancati e bocca aperta al massimo, viene amplificato dalla calda illuminazione. Quest’ultima, infatti, mette in evidenza anche l’orrore delle serpi che fanno da capigliatura.

Continua con altre meravigliose opere: 10 tra i più bei dipinti di tutti i tempi realizzati tra il Seicento e il Settecento.

L’arte moderna nella seconda metà del ventesimo secolo

L’arte moderna del dopoguerra

Continua dalla pagina precedente : L’arte moderna nella prima metà del ventesimo secolo.

L’arte moderna del primo decennio del secolo si svolse soltanto nei Paesi europei. Iniziò a diffondersi in America nel secondo decennio ad opera di artisti fuggiti dal nostro continente per via del primo conflitto mondiale.

Tuttavia gli Stati Uniti sfornarono una moltitudine di tendenze artistiche e di avanguardie, favorendo anche il passaggio tra l’arte moderna e quella postmoderna. Quest’ultima, conosciuta anche come arte contemporanea, iniziò a diffondersi intorno agli anni Settanta.

I due precedenti decenni videro prendere forza movimenti riconducibili all’Astrattismo, derivati soprattutto dall’Espressionismo.

Fra le tendenze espressioniste americane più note ricordiamo l’Espressionismo astratto, l’Action painting (Dripping art) di Pollock e il gruppo “The ten” di Mark Rothko, mentre fra quelle europee indichiamo il Tachisme e l’Art Brut .

Intorno agli anni Sessanta nasceva l’Arte concettuale, l’Op Art, la Pop Art, il Neo-dadaismo, il Minimalismo, la Performance art, e tante altre correnti che certamente influirono sull’arte contemporanea.

Astrattismo

Espressionismo, Espressionismo astratto, Action painting (pittura d’azione) e Dripping art (arte gocciolante – conosciuta anche come Action painting).

Tra gli artisti più conosciuti dell’Astrattismo ricordiamo Jackson Pollock, Willem de Kooning, Robert Motherwell, Emilio Vedova, Clyfford Still, Rino Destino.

Arte informale  e Tachisme: Emilio Scanavino, Jean Dubuffet, Jean Bazaine, Hans Hartung, Camille Bryen, Sam Francis, Alberto Burri, Eugenio Carmi, Ferruccio Bortoluzzi.

Astrattismo geometrico (si veda il Neoplasticismo): Wassily Kandinsky, Manlio Rho, Josef Albers, Mario Radice, Eugenio Carmi, Luigi Veronesi.

Movimento spazialista: Mario Deluigi, Lucio Fontana, Roberto Crippa.

Color field Painting, da noi meglio conosciuta come Pittura a Campi di colore: Mark Rothko, Sam Francis, Barnett Newman.

CO.BR.A.: Karel Appel, Pierre Alechinsky, Else Alfelt e Asger Jorn.

Art Brut (o “Arte grezza”): Adolf Wölfli, Ferdinand Cheval e Tarcisio Merati.

Arte concettuale

Neo Dada: Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Piero Manzoni, Joseph Beuys

Nouveau Réalisme: Yves Klein, Christo, Arman, Pierre Restany.

Fluxus – George Maciunas, Allan Kaprow, Nam June Paik, Wolf Vostell, Yōko Ono, Dick Higgins, Charlotte Moorman.

Happening performance: Joseph Beuys, Wolf Vostell.

Videoarte: Nam June Paik, Wolf Vostell, Bill Viola.

Minimal Art: Agnes Martin, Donald Judd- Sol LeWitt, Dan Flavin, Richard Serra.

Post-minimalismo: Bruce Nauman, Eva Hesse.

Arte Povera: Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Piero Manzoni , Alighiero Boetti, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto.

Dau al Set (gruppo fondato da Joan Brossa): Joan Brossa, Antoni Tàpies.

Arte nucleare: Sergio Dangelo, Enrico Baj.

Arte figurativa

Pop art, Roy Lichtenstein: – Andy Warhol, Richard Hamilton, Robert Indiana, Jasper Johns, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg.

Op art (Optical art): Bridget Riley, Victor Vasarely, Alberto Biasi.

Décollage (tecnica inversa al collage, che toglie elementi invece di aggiungerne nuovi): Mimmo Rotella, Wolf Vostell.

Transavanguardia: Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Sandro Chia, Nicola De Maria, Mimmo Paladino.

Neoespressionismo e Neuen Wilden (Nuovi Selvaggi): Anselm Kiefer, Georg Baselitz, Lucian Freud, David Salle, Jean-Michel Basquiat, Julian Schnabel.

Arte figurativa: Maurice Boitel, Bernard Buffet.

Arte neo-figurativa: Antonio Berni, Fernando Botero.

Arti plastiche

Arte cinetica: Jean Tinguely, Getulio Alviani, il Gruppo N (formato da Alberto Biasi, Toni Costa, Ennio Chiggio, Manfredo Massironi, Edoardo Landi, il Gruppo T (formato da Giovanni Anceschi, Gianni Colombo, Davide Boriani, Grazia Varisco, Gabriele Devecchi)

Scultura: David Smith, Alberto Giacometti, Henry Moore, Tony Smith, Alexander Calder, René Iché, Jean Dubuffet, Marino Marini, Fausto Melotti, Constantin Brâncuși.

Land Art: Christo, Richard Long, Robert Smithson