L’Abbazia di San Galgano

Un viaggio presso l’Abbazia di San Galgano

Ritorna all’elenco delle chiese nel presente sito web

Visita ad una straordinaria ed affascinante rovina, piena di misteri, tra cui quello dell’enigmatica spada nella roccia.

Abbazia di San Galgano
Esterno del rudere della’ Abbazia di San Galgano (foto da Wikimedia.com)

Storia dell’abbazia

L’Abbazia di San Galgano si trova a pochissimi chilometri da Siena; visitarla è un incanto.

La sua sagoma appare maestosa tra gli alti cipressi del viale che le sta di fronte, uno spettacolo tutto da godere, che rimarrà per sempre impresso nella memoria.  Lo stupore per quella visione frontale, che invita il visitatore ad accorciare il passo per usufruirne appieno la bellezza, aumenta via via che ci si avvicina all’ingresso.

La sagoma della chiesa, che appare ancora quasi intatta nelle mura esterne, è completamente priva di copertura.

Di costruzione gotica, la chiesa cistercense, fu portata a compimento nel 1218 con l’impiego di diversi materiali tra cui molto travertino, soprattutto per le parti esterne, sasso su sasso e mattone su mattone.

Fu configurata per tre navate con pianta a croce latina, larghezza di 21 metri e lunghezza di 72.

L’abside, nella cui estremità appaiono un rosone e sei aperture monofore, crea un sorprendente senso di ricercatezza e, soprattutto, di stupore. La maestosità della chiesa è testimonianza di come fosse sentito all’epoca il culto di San Galgano.

Splendore e decadenza dell’abbazia

Nel corso del Trecento l’abbazia, grazie all’immunità e ai privilegi imperiali di Enrico VI, Ottone IV e Federico II raggiunse livelli di altissimo splendore. Tuttavia l’enorme ricchezza raggiunta innescò violente polemiche all’inizi del sedicesimo secolo tra il papato e la Repubblica di Siena. Nel 1506, infatti, papa Giulio II inviò l’interdetto contro Siena. Quest’ultima reagì ordinando ai sacerdoti di celebrare  tutte le funzioni liturgiche.

Purtroppo dopo i  periodo di sfolgorante splendore seguì quello della decadenza, che avrebbe trasformato l’Abbazia di San Galgano in un misterioso e, pur sempre, maestoso rudere.

Abbazia San Galgano di Siena
Interno dell’Abbazia San Galgano di Siena

La leggenda di San Galgano

Galgano nacque nel 1148 a Chiusdino, un borgo non lontano da Siena ed assai vicino al punto in cui sarebbe nata l’Abbazia che oggi porta il suo nome. I genitori erano Guido Guidotti e Dionisa.

In questo particolare periodo medioevale in tutto il territorio senese, come in molte altre zone della nostra penisola, era un susseguirsi di ingiustizie. Provenivano soprattutto da parte dei potenti ma anche da altri tipi di organizzazioni, per lo più armate, che si stavano via via formando. Queste ultime erano nate con lo scopo di conquistare nuovi domini ed estenderne i propri.

Galgano Guidotti, nel pieno del vigore della sua gioventù, faceva parte di queste organizzazioni e, come molti altri cavalieri, dava sfogo al proprio carattere con autorità ed arroganza.

Con il passare del tempo, però, Galgano incominciò a sentire inutile quella vita, che giudicava priva di qualunque scopo benefico. Decise quindi di voltare pagina e ritirarsi sulla collina di Montesiepi, poco distante da Monticiano per iniziare una vita in isolamento e in penitenza.

In quel luogo solitario Galgano incomincio affannosamente a ricercare la pace che gli era stata fino allora negata.

Come forma simbolica di rinuncia ad ogni tipo di violenza conficcò con tutta la sua forza la sua spada in una roccia, lasciando fuori dal terreno tutta l’impugnatura, con l’intento usarla come croce su cui pregare. Questo gesto simbolico di grande coraggio per i tempi che correvano, avveniva nel 1180.

Galgano morì il 3 dicembre 1181 appoggiato a quella che una volta era la sua spada e, solo dopo appena quattro anni (1185) papa Lucio III lo proclamò Santo.

I più bei dipinti di tutti i tempi (Ottocento e Novecento)

Ottocento e Novecento: una selezione tra i quadri più belli di tutti i tempi

I più bei dipinti scelti fra i due secoli.

Continua dalla pagina precedente:  10 tra i dipinti più belli dal Seicento al Settecento.

Scorrendo la Storia dell’arte si trovano innumerevoli di capolavori di grandi maestri, pertanto i dipinti presentati in queste pagine, fra quelli più belli e famosi, sono il frutto di una scelta soggettiva.

L’eleganza del tratto, la bellezza e la forza emotiva delle grandi opere porta sempre più luce all’anima dell’osservatore. Pertanto l’invito è sempre quello di girare di persona nei vari musei per assorbirle e godersele dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi: in questa pagina sono raffigurati: La Colazione sull’erba di Edouard Manet, La terrazza a Sainte-Adresse e Impressione (Levar del sole) di Claude Monet, Ballo al Moulin de la Galette di Pierre Auguste Renoir, Notte stellata e Campo di grano con volo di corvi di Vincent van Gogh, Due donne tahitiane di Paul Gauguin, L’Urlo (o Il Grido) di Edvard Munch, il Bacio di Gustav Klimt, La persistenza della memoria (1931) di Salvador Dalì, Guernica di Pablo Picasso.

Edouard Manet: Colazione sull’erba (1863)

Edouard Manet: Colazione sull'erba, 1862-1863, olio su tela, 208×264 cm., Musée d'Orsay, Parigi
Edouard Manet: Colazione sull’erba, 1862-1863, olio su tela, 208×264 cm., Musée d’Orsay, Parigi

La Colazione sull’erba (in lingua francese “Le Déjeuner sur l’herbe”) è un dipinto realizzato da Édouard Manet, intorno al 1862-1863 e conservato a Parigi nel Museo d’Orsay.

Il dipinto in esame innescò una tra le più aspre discussioni scandalistiche della Storia dell’arte.

A quei tempi la borghesia “benpensante” francese – ed in particolare quella parigina – si indignò clamorosamente di fronte alla figura nuda inserita in primo piano da Manet. Ne conseguì che l’intera opera fosse tacciata come una scandalosa «indecenza».

Nello stesso periodo in tutto il mondo, come in altri ben determinati periodi della Storia dell’arte, il nudo era oggetto di studio nelle Accademie e negli atelier di importanti maestri. Inoltre era anche una fra le tematiche più ricercate dagli appassionati d’arte nell’arco dei secoli. Gli artisti che intrapresero questa via, infatti, sono innumerevoli (si veda la Nascita di Venere realizzata da Botticelli intorno al 1482-14,85 circa) , la Venere Rockeby eseguita da Velázquez intorno al 1648 circa, nonché le molteplici figure di Ingres.

Curiosità sulla Colazione sull’erba di Manet

Esiste un dipinto microscopico, realizzato da Stefano Busonero, che rappresenta la Colazione di Manet riprodotta sul globo terracqueo della moneta da due centesimi di euro. L’opera riproduttiva è stata realizzata con la tecnica a olio.

Colazione sull'erba di Manet eseguita sul globo terrestre di due centesimi
Colazione sull’erba di Manet eseguita sul globo terrestre di due centesimi

Vedi approfondimenti su Wikipedia

Claude Monet: Colazione sull’erba (1866)

Claude Monet: Colazione sull’erba,1866 olio su tela 124 × 181 cm. Parigi, Musée d’Orsay.
Claude Monet: Colazione sull’erba,1866 olio su tela 124 × 181 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

La presente raffigurazione è un frammento che, insieme ad un altro frammento del Museo d’Orsay, rappresenta una testimonianza del grande dipinto originale dal titolo “Colazione sull’erba” di Monet.

L’opera, le cui misure nell’originale formato erano superiori ai 4000 x 6000 cm, fu iniziata intorno ai primi mesi del 1865. Il dipinto doveva raffigurare una scena in omaggio ad un altro impressionista, Edouard Manet, ma – per alcuni studiosi della Storia dell’arte – doveva essere anche un aperto confronto con esso.

Si sa – come sopra già accennato – che la “Colazione sull’erba” di Manet venne aspramente criticata e fu oggetto di stridenti critiche da parte del pubblico, già all’esordio al Salon des Refusés del 1863.

Il progetto di questo dipinto fu interrotto ed abbandonato nello stesso anno in cui fu iniziato, a pochi giorni dalla manifestazione annuale del Salon per il quale l’opera era destinata.

A tal proposito, dopo moltissimi anni, Monet raccontava che “Dovevo l’affitto al proprietario di casa e, non potendo fare altrimenti, gli ho dato in pegno la tela che costui ha tenuto avvolta in cantina. Quando finalmente sono riuscito a procurarmi la somma necessaria per riprenderla indietro, capirete bene che la tela aveva avuto tutto il tempo necessario per ammuffire“.

Curiosità sulla Colazione sull’erba di Claude Monet

Esiste un piccolissimo dipinto, realizzato da Stefano Busonero, che riproduce esattamente la Colazione di Monet sul globo terracqueo della moneta da due centesimi di euro. L’opera riproduttiva è stata realizzata con la tecnica a olio.

La Colazione sull'erba di Monet, realizzata dentro un centesimo.
La Colazione sull’erba di Monet, realizzata dentro un centesimo.

Vedi approfondimenti sulla colazione sull’erba di Monet

Claude Monet: Impressione, levar del sole (1872)

Claude Monet: Impressione, sole nascente, 1872, Musée Marmottan, Parigi.
Claude Monet: Impressione, sole nascente, 1872, Musée Marmottan, Parigi.

“Sole nascente”, o “Levar del sole”, o “Impressione”, o “Il porto di Le Havre“ è un dipinto autografo di Claude Monet eseguito a olio su tela nel 1872, misura 48 x 63 cm. e si trova nel Musée Marmottan di Parigi.

L’opera fu esposta alla prima manifestazione dei futuri pittori impressionisti allestita a Parigi nel 1874 presso lo studio di Nadar, un popolare fotografo dell’epoca, al nº 35 di Boulevard des Capucines a Parigi.

In seguito alla presentazione del dipinto, con il titolo “Impressione”, questo divenne subito pretesto per un appellativo di dispregio (gli “Impressionisti”) da affibbiare al gruppo appena nato: uscì, infatti, un articolo di Leroy sullo “Charivari” che innescò aspre discussioni sulla manifestazione.

È questa la prestigiosa tela, denigrata e derisa alla sopracitata manifestazione, nella quale Monet si fa trasportare da un’insolita ispirazione poetica.

L’assoluta indipendenza dall’oggetto del dipinto, sentito come come volume, è una fra le più apprezzate conquiste di Monet in questo periodo.

La coloristica, nella quale dominano i toni bluastri e rosé, maestosamente rappresentata con lievi velature, pare che attenui ed ammorbidisca i rumori dell’acqua … nella giornata appena iniziata.

Vedi approfondimenti su Wikipedia

Pierre Auguste Renoir: Ballo al Moulin de la Galette (1876)

Pierre-Auguste Renoir: Il Bal au Moulin de la Galette, 1876 olio su tela cm 131 x 175, Museo d’Orsay Parigi.
Pierre-Auguste Renoir: Il Bal au Moulin de la Galette, 1876 olio su tela cm 131 x 175, Museo d’Orsay Parigi.

Il “Bal au Moulin de la Galette“ è un’opera di Renoir realizzata intorno al 1876-84 con tecnica ad olio su tela, misura 131 x 175 cm. e ei trova nel Museo d’Orsay a Parigi.

L’artista impressionista coglieva i naturali eventi quotidiani riportandoli sulla tela con grande maestria

In questa composizione, capolavoro della produzione impressionistica, Renoir riesce a centrare il bersaglio raffigurando un momento di vita parigina notturna creando un ambiente allegro, felice e spensierato. Qui riesce a rendere assai dinamico e vibrante il movimento che anima le innumerevoli figure nelle conversazioni e nella danza.

Nella presente opera risulta assai evidente la mancanza di un impianto con un ben studiato disegno preliminare. Pertanto la coloristica la fa da padrona, rendendo il movimento con la sola maestria delle giustapposizioni di variatissimi toni. Si noti, ad esempio, come gli abiti delle singole coppie riescano a contrastarsi gradevolmente. Quelli delle dame, infatti, con toni più accesi e decisi per le numerose e diversificate pennellate, risaltano su quelli maschili  dai toni scuri e poche variazioni.

Vedi approfondimenti sul sito

Vincent Van Gogh: Notte stellata (1889)

Vincent van Gogh: La notte stellata, New York Museum of Modern art.
Vincent van Gogh: La notte stellata, New York Museum of Modern art.

La “Notte stellata”, conosciuta anche come “Cipresso e villaggio”, è un’opera di Vincent van Gogh realizzata nel 1889 (periodo di Saint-Rémy) con tecnica ad olio su tela, misura 73 x 92 cm. (altre fonti indicano invece 73,7 x 92,1) e si trova a New York nel Museum of Modern Art. La presente composizione, che è priva di firma e di data, viene citata nelle sue lettere n° 595 e 607.

Trattasi di un dipinto eccezionale, che esprime una straordinaria dinamicità ma, allo stesso tempo, una anche drammatica vitalità, a testimonianza  della  notevole capacità visionaria dell’artista.

Il tratto è concitato e furioso, mentre la coloristica ad irradiazione circolare evidenzia nervose e violenti pennellate, che tuttavia non riescono ad intaccare l’eleganza delle forme, che spesso troviamo nelle ultime composizioni dell’artista.

Vedi approfondimenti sul sito della Notte stellata di van Gogh

Paul Gauguin: Due donne tahitiane

Paul Gauguin: Due donne tahitiane, 94 x 73, New York, Metropolitan Museum.
Paul Gauguin: Due donne tahitiane, 94 x 73, New York, Metropolitan Museum.

“Due donne tahitiane”, conosciuto anche come “Seni con fiori rossi”, è un’opera di Paul Gauguin realizzata nel 1899 con tecnica ad olio su tela, misura 94 x 73 cm. e si trova a New York nel Metropolitan Museum. Nella zona sinistra,  quella scura in basso, si legge “99 / P. Gauguin”.

Alcuni tra gli studiosi di Storia dell’arte mettono in evidenza dei collegamenti con la copertina del “Courrier francais” del 30 novembre 1894, redatta da Gray, dove spicca una figura femminile con in mano un grande vassoio. Pochi, tra il pubblico, intrapresero la discussione su tale ipotesi e tanto meno la stragrande maggioranza della critica ufficiale.

Sembrerebbe che le due graziose figure siano state studiate separatamente in vari disegni e silografie.

Curiosità sulle donne tahitiane

Esiste la riproduzione di questa opera, e una dello stesso tema, realizzate da Stefano Busonero come pitture microscopiche con tecnica a olio. La prima misura 4,5 x 5,7 millimetri, mentre l’altra è stata eseguita sul mappamondo della moneta da un centesimo di euro.

Stefano Busonero - due donne tahitiane
Stefano Busonero – le due donne tahitiane di Gauguin riprodotte come miniatura microscopica di 4,5 x5,7 millimetri
Busonero . due tahitiane dipinte dentro un centesimo
Stefano Busonero: le due tahitiane di Gauguin dipinte dentro il mappamondo di un centesimo

Edvard Munch: Urlo (1893)

Edvard Munch: L’urlo (Il grido), 1893, tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, 83,5 cm × 66 cm, Galleria Nazionale, Oslo.
Edvard Munch: L’urlo (Il grido), 1893, tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, 83,5 cm × 66 cm, Galleria Nazionale, Oslo.

“L’urlo”, conosciuto anche come “Il grido”,  è un’opera di Edvard Munch realizzata nel 1893 con tecnica a olio, tempera e pastello su cartone, misura 83,5 cm × 66 cm. e si trova nella Galleria Nazionale di Oslo.

Esistono quattro versioni dell’Urlo. La composizione qui raffigurata è quella realizzata nel 1883. Essa fu oggetto di due furti consumati a circa dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo avvenne il 12 febbraio del 1994 (recuperato dopo tre mesi), mentre il secondo fu del 22 agosto del 2004 (ritrovato alla fine dello stesso mese).

Il dipinto, nel covo in cui fu nascosto, subì forti danneggiamenti a causa dell’umidità. In riferimento alla valutazione sulla recuperabilità dell’opera (si pensi alla delicatezza del cartone e alla tenuta coloristica della tempera) gli esperti del museo di Munch si espressero a favore del restauro, che fu portato a termine con ottimi risultati il 23 maggio 2008.

Vedi approfondimenti su Wikipedia

Gustav Klimt: Il bacio (1907-08)

Gustav Klimt: Il bacio. Anno 1907-1908, olio su tela, 180 × 180 cm., Österreichische
Gustav Klimt: Il bacio. Anno 1907-1908, olio su tela, 180 × 180 cm., Österreichische

Il “Bacio” è un’opera di Klimt realizzata intorno al 1907-08 con tecnica a olio su tela, misura 180 x 180 cm. e si trova nell’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Dei due personaggi le sole parti configurate in modo tradizionale sono i volti, le mani e gli arti della figura femminile (braccio sinistro e gambe). Per il resto della composizione, sia la donna che l’uomo appaiono coperti da vesti ornate da abbondanti decorazioni.

Il panneggio del maschio è realizzato con forme geometriche rettangolari riportate in verticale, mentre quello della femmina ha decorazioni curvilinee concentriche. La differente configurazione di linearità dei due panneggi rappresenta simbolicamente la differenza di sesso: rettangoli eretti in verticale (uomo) e cerchi (donna).

Vedi approfondimenti sul sito

Salvador Dalì: La persistenza della memoria (1931)

Salvator Dalì: La persistència de la memòria), olio su tela, 24 × 33 cm, anno 1931, Museum of Modern Art di New York.
Salvator Dalì: La persistència de la memòria), olio su tela, 24 × 33 cm, anno 1931, Museum of Modern Art di New York. Foto a bassa risoluzione a scopo didattico.

La persistenza della memoria è un’opera di  Salvador Dalí realizzata nel 1931 con tecnica a olio su tela, misura 24×33 cm. e si trova nel Museum of Modern Art di New York.

La persistenza della memoria, composizione surrealista per antonomasia,  rappresenta una landa deserta dove appaiono diversi orologi molli, senza una solida consistenza, quasi fluida. L’artista vi ha voluto simboleggiare l’elasticità dello scorrere del tempo.

Vedi approfondimenti sul sito

Pablo Picasso: Guernica (1937)

Guernica di Pablo Picasso
Pablo Picasso: Guernica, anno 1937, olio su tela, 349,3 x 376,7 cm. Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid. Foto a bassa risoluzione a scopo didattico.

Guernica è un’opera di Picasso realizzata tra il 1 maggio ed il 4 giugno del 1937 con tecnica a olio su tela, misura 349,3×776,6 cm. e si trova a Madrid nel Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía.

A Picasso l’ispirazione per questa composizione venne improvvisa, e all’istante, subito dopo che Guernica fu bombardata. L’artista la raffigurò in circa due mesi, quindi la espose a Parigi nel padiglione spagnolo dell’esposizione universale.

Dopo il suo esordio l’opera fece letteralmente il giro del mondo, ricevendo ampi consensi ad ogni esposizione. Guernica servì a far conoscere la mostruosità del conflitto fratricida che in quel periodo stava consumandosi nel Paese iberico.

Il dipinto viene considerato dagli studiosi di Storia dell’arte come uno fra i più grandi capolavori di Pablo Picasso.

Guernica va letta da destra a sinistra, dato che la stanza della parete che l’avrebbe ospitata in origine aveva l’entrata che confluiva il pubblico da destra a sinistra. Tale fu il motivo per cui l’artista la progettò per l’Esposizione Internazionale di Parigi nel il padiglione della Repubblica Spagnola.

Vedi approfondimenti su Wikipedia

Raffigurazione pittorica della Battaglia del Volturno di Stefano Busonero

La Battaglia del Volturno

Battaglia del Volturno di Stefano Busonero
Battaglia del Volturno di Stefano Busonero, 60 x 80 cm. anno 2019

Il dipinto di Busonero

L’opera qui raffigurata rappresenta la Battaglia del Volturno (60 x 80 cm), che si svolse il 1º ottobre 1860 a sud dell’omonimo fiume. La composizione è ancora proprietà dell’autore ma può essere visitata, insieme alle altre 41 riproduzioni in ceramica – raffiguranti lo stesso tema –  sul Molo Garibaldi a Porto S. Stefano.

Essendo un quadro a tematica storica, l’artista Busonero – per poter configurare nel modo più realistico l’avvenimento – si è dovuto ispirare alle pitture del passato ma, nello stesso tempo, ha voluto integrarci alcune particolari e curiosissime novità. Tali incorporazioni (rappresentazioni microscopiche), che non sono assolutamente tutte visibili a prima vista, appaiono all’improvviso all’osservatore dopo una più attenta visione dell’opera.

Inoltre, osservando spensieratamente la composizione, appare all’improvviso – sul lato sinistro, tendenzialmente in alto – il volto di Garibaldi.

I quadri microscopici inseriti nel dipinto

Il volto di Garibaldi di 2,5 x 3,5 mm. inserito tra i fiori a destra del cannone.

Ritratto di Giuseppe Garibaldi
Ritratto di Giuseppe Garibaldi dimensioni 2,5 x 3,5 mm.

Il ritratto di Garibaldi di 3 x 4 mm. inserito sul muro delle rovine, sulla destra.

Ritratto microscopico di Garibaldi
Ritratto microscopico di Garibaldi, 3 x 4 mm.

La veduta paesaggistica (Porto Santo Stefano) dove Garibaldi fece tappa.

Garibaldini in una veduta di Porto Santo Stefano
Garibaldini in una veduta di Porto Santo Stefano, 10 x 15 mm.

La scritta sopra al paesaggio. Fu eseguita dalla Società operaia di Porto S. Stefano e contiene queste frasi: Duce ai Mille, terrore ai tiranni, ai popoli l’esempio, qui sostò Giuseppe Garibaldi …

Le prime tre righe sono originali mentre le altre due – che contengono: Qui sostai il 9 giugno 1960 – sono personalizzate.

La scritta della società operaia
La scritta della società operaia del 1953 sullo sbarco di Garibaldi a Porto S. Stefano

Il grande volto di Garibaldi mimetizzato nell’opera.

Volto di Garibaldi mimetizzato
Volto di Garibaldi mimetizzato nel quadro, visibile sulla sinistra, leggermente in alto.
Ubicazioni dei quadri microscopici
Ubicazioni dei quadri microscopici rappresentati nei cerchi rossi

Cenni sulla Battaglia del Volturno

La Battaglia del Volturno è considerata dagli storici uno fra i più importanti e significativi scontri armati del Risorgimento. Si distingue dalle altre battaglie per l’enorme numero di combattenti e per aver arrestato la ripresa offensiva dei Borboni dopo la ricostruzione del loro esercito tra le mura di Capua.

Incomprensioni ma anche e – soprattutto – ragioni politiche impedirono da subito di dare la dovuta importanza alla Battaglia del Volturno, di carattere offensivo da parte dei garibaldini sulle truppe borboniche. Queste ultime, nonostante fossero ben equipaggiate e fortemente armate, furono vinte perché venne meno l’abilità dei condottieri, a differenza delle truppe garibaldine, mal preparate ed improvvisate, ma comandate da esperti capi con grande ascendente, tra cui Giuseppe Garibaldi, che si mosse con mirato intuito tattico.

L’esercito borbonico, benché potesse farlo, non attaccò subito perdendo giorni preziosi, tutto a vantaggio dei garibaldini che per tal motivo ebbero tempo di organizzarsi sul terreno.

La battaglia principale iniziò il 1º ottobre del 1860 a sud del Volturno, da cui prese il nome. Il numero dei garibaldini era intorno ai 24.000, mentre i borbonici 50.000. Secondo lo storico Trevelyan, però, nella stessa battaglia furono impiegati effettivamente non meno di 20.000 garibaldini contro 28.000 borbonici.

Per approfondimenti si legga La battaglia del Volturno.

Arte ed ansia – dipingere migliora l’umore e abbatte gli stati ansiosi

Arte e ansia: l’arte influisce positivamente sull’umore e sugli stati d’ansia.

Stefano Busonero: Esperienza
Stefano Busonero: Esperienza

Attenzione: ciò che viene descritto nella presente pagina potrebbe non essere efficace, o addirittura provocare danni alla salute. Questo scritto ha solo un fine illustrativo.

Fare arte fa bene allo spirito! Dipingere combatte ansia e attacchi di panico

Una recente ricerca, effettuata dall’Università Drexel a Philadelphia, ha messo in evidenza gli effetti benefici del dipingere su stati d’ansia e attacchi di panico.

Secondo lo studio americano, questa pratica aiuta a combattere i sopracitati disturbi.

Non occorre perciò essere dei pittori provetti, o dei veri artisti, per ottenere il massimo da quei momenti di pieno relax, quando ci immergiamo “anima e corpo” nella creatività, impiegando i vari colori.

Il dipingere risulta quindi un’ottima alternativa alle terapie farmacologiche, di cui – soprattutto a riguardo dei nostri stati interiori – siamo poco entusiasti.

Oggi sappiamo che i vari tipi di ansia e di attacchi di panico si possono affrontare anche impiegando processi creativi. I risultati sono documentati dallo studio dei ricercatori del dell’Università Drexel a Philadelphia (College of Nursing and Health Professions).

Quella ricerca ci informa come il praticare attivamente la pittura possa abbattere i tipici disturbi legati all’ansia. Si parla anche di come si possano risolvere gli aspetti più estremi – ma anche quelli più comuni – come la nausea, le vertigini, la tachicardia, la sensazione di soffocamento ed il terrore della morte (attacchi di panico)

Il dipingere e il conseguente miglioramento dello stato d’animo

Circa il 75% degli aderenti allo studio (si parla dei pazienti) ha ottenuto vistosi miglioramenti sul proprio umore nella vita di ogni giorno. Tutto questo a prescindere dalla riuscita – più o meno positiva, o addirittura negativa – riguardo al “risultato dell’oggetto della creatività”, cioè del quadro portato a termine. E qui si sottolinea che non è affatto l’aver creato qualcosa di bello a abbattere le ansie sul pittore provetto o sul principiante inesperto! È infatti l’atto in sé – sereno e spensierato – del dipingere che aiuta a vivere una vita più tranquilla. Ben venga comunque, per la soddisfazione del nostro animo, l’opera d’arte ben riuscita!

Quindi ognuno di noi – anche chi non ha mai preso in mano un pennello – può abbandonarsi al piacere di dipingere e colorare, scegliendo spensieratamente i colori preparati sulla propria tavolozza … ricevendone benefici!

Naturalmente l’atto del dipingere non deve diventare una lotta con sé stesso per cercare di ottenere il massimo risultato, ma essere un vero e proprio svago. “spensierato”! In tal modo ci si diverte nella scelta delle varie gradazioni cromatiche, dei chiaroscuri e quindi delle tonalità che più ci ispirano: quelle, cioè, che provengono dall’anima! Contribuiscono a tutto questo anche i ripetuti risciacqui del pennello e le varie selezioni dei colori da stendere sulla tela, nonché i più che necessari ripensamenti (cancellature e rifacimenti).

La ‘pratica attiva’ della pittura produce effetti rilassanti

Non solo il gioco di impastare serenamente i colori! Anche la gestualità – qualsiasi essa sia – impiegata nell’apporre i pigmenti sulla tela, fa parte di quelle operazioni semplici che danno un valido contributo alla percezione del potere della creatività.

Tutto questo, che non è altro che una distrazione dai sintomi ansiosi, innesca stati rilassanti e distensivi. In relazione a questo, il sottovalutare l’efficacia di questi metodi, certamente innocui, non aiuta certo a diminuire bisogni di sostanze farmacologiche.

Entrerà in funzione anche l’immancabile effetto placebo, ma quest’ultimo sarà soltanto un qualcosa in più … benvenuto placebo! Tuttavia l’atto del dipingere – cioè fare attivamente pittura, sia con basi preventivamente disegnate, sia solo quella gestuale – non è l’unica tecnica impiegata per abbattere gli stati ansiosi e di panico.

Ci si può indirizzare in molte altre attività ad essa correlate. Si pensa alla lettura, alla scultura della cera e argilla, al giardinaggio e ad altre pratiche di svago.

La potenza del ‘fare e creare’ dà sempre i suoi frutti, soprattutto perché vi è sempre presente il ruolo della creatività.

Che cos’è l’ansia e come si combatte

Nei precedenti paragrafi si è parlato di come l’arte, in particolare l’atto del dipingere, possa migliorare gli stati ansiosi della persona che la pratica attivamente.

Quanto detto in questo articolo risulta essere effettivamente un valido aiuto nella prevenzione e nell’abbattimento di tali disturbi. Spesso, però, si ha a che fare con stati ansiosi molto profondi, per cui il fare arte diventa soltanto un piccolo palliativo.

Essendo, questo, un sito d’arte, soprattutto di pittura, mi è sembrato opportuno collegare l’atto del dipingere agli stati d’ansia, ma per approfondimenti su questi tipi di disturbi esistono in Internet molti siti web che ne parlano professionalmente. Un ottimo articolo sull’ansia si trova nella pagina Disturbo d’ansia generalizzato di mia figlia Pamela Busonero.

10 tra i più bei dipinti di tutti i tempi realizzati tra il Seicento e il Settecento

Una selezione tra le opere più belle di tutti i tempi

I dipinti più belli scelti fra i due secoli

Continua dalla pagina precedente:  10 tra i dipinti più belli e famosi dal Quattrocento al Cinquecento

La Storia dell’arte è ricca di capolavori di grandi maestri della pittura, pertanto quelli che sto presentando in queste pagine, fra quelli più famosi, sono il frutto di una personale selezione che ritengo essere tra le più belle.

La bellezza, l’eleganza e la forza emotiva dei grandi dipinti illumina sempre l’anima dell’osservatore. L’invito sarebbe, perciò, quello di andare di persona nei vari musei e goderseli dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi: in questa pagina sono raffigurati: La Cena in Emmaus di Caravaggio, la Ronda di notte (Ronda notturna) di Rembrandt, la Las Meninas di Velezques, La ragazza col turbante (La ragazza con l’orecchino di perla) di Jan Vermeer, l’Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri di Giambattista Tiepolo, La Regata sul Canal Grande di Canaletto, La Maya desnuda e la Maja vestida di Goya e Il Primo Console supera le Alpi al Gran San Bernardodi  Jacques-Louis David.

Caravaggio: Cena in Emmaus (1601-02)

Caravaggio: La cena in Emmaus, 141 x 175 cm. Pinacoteca di Brera, Milano.
Caravaggio: La cena in Emmaus, 141 x 175 cm. Pinacoteca di Brera, Milano.

La Cena in Emmaus è un opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, realizzata a olio su tela nel 1606, misura 141 x 175 cm. e si trova a Milano nella Pinacoteca di Brera. la tela rappresenta la scena del Vangelo secondo Luca.

Il dipinto è stato eseguito presso Zagarolo (altre fonti indicano invece zone di Palestrina), subito dopo la fuga dell’artista da Roma in seguito all’assassinio di Tommaso Ranuccio. In queste zone, infatti, viveva la famiglia dei Colonna con il suo protettore.

L’impressione immediata della scena di questa tela ricorda quella con la stessa tematica realizzata qualche anno prima e custodita a Londra. Qui rispetto alla prima c’è meno articolazione, meno contrasti coloristici e pochissimi  effetti di quella tipica luminosità caravaggesca. Il Cristo, infatti, è rappresentato con espressione più triste e mostra segni di stanchezza.

Vedi approfondimenti sulla Cena in Emmaus di Caravaggio.

Rembrandt: Ronda di notte 1642

Rembrandt: La ronda di notte o La milizia del capitanto Frans Banning Cocq
Rembrandt: La ronda di notte o La milizia del capitanto Frans Banning Cocq

La Ronda di notte – noto come Notte di veglia, o Ronda notturna, o La guardia civica in marcia – è un’opera realizzata con tecnica a olio su tela nel 1642 da Rembrandt. Il quadro misura 359×438 cm. ed è custodito nel Rijksmuseum di Amsterdam.

La ronda di notte è considerato dagli studiosi di storia dell’arte come uno dei massimi capolavori di Rembrandt, soprattutto per l’eccezionale configurazione degli effetti luminosi, nonché per la meticolosa descrizione dei numerosissimi dettagli, data l’insolita dimensione della tela.

Il dipinto rappresenta in primo piano due figure militari, identificate in Frans Banning Cocq (Capitano) e Willem van Ruytenburgh suo luogotenente, riprese un attimo prima che le stesse dessero l’ordine di iniziare la marcia per dirigersi non si sa dove.

Diego Velazquez: Las Meninas (1656)

Diego Velázquez: Las meninas, tecnica olio su tela, anno 1656, dimensioni 318×276 cm, Museo del Prado, Madrid
Diego Velázquez: Las meninas, tecnica olio su tela, anno 1656, dimensioni 318×276 cm, Museo del Prado, Madrid

Las meninas è un’opera realizzata da Diego Velázquez nel 1656 con tecnica olio su tela, misura 318×276 cm  e si trova nel Museo del Prado a Madrid

Il dipinto è ambientato all’interno dello studio dell’artista, che era ubicato a Madrid nel Real Alcázar di Filippo IV.

Nella Las Meninas è raffigurata l’infanta Margarita, figlia della nuova regina, attorniata dalle sue dame di corte. Quella che appare alla sua destra è Doña Maria Augustina de Sarmiento, mentre mentre l’altra del lato opposto è la sua nana di compagnia, Doña Isabel de Velasco, con a fianco il cane mastino. Oltre queste, compaiono altri membri della corte spagnola. L’artista è chiaramente riconoscibile a sinistra di fronte al proprio cavalletto.

Las Meninas è un dipinto di grandissimi effetti raffigurativi. L’Infanta Margarita, protagonista principale, appare orgogliosamente effigiata al centro tra le sue damigelle e la propria nana. Quella a sinistra le si inginocchia di fronte, mentre l’altra appare nell’attimo in cui si sta piegando verso di lei. Tali gesti rafforzano il fatto che l’infanta diventi il fulcro centrale dell’azione.

La nana, poco più alta di Margarita, nonostante le caratteristiche di nanismo, per contrasto fa apparire assai più delicato il personaggio principale, rendendolo anche più prezioso e fragile.

Jan Vermeer – La ragazza col turbante o La ragazza con l’orecchino di perla (1665-1666 ca)

Jan Vermeer: Ragazza con turbante, cm. 49, Mauritshuis, l’Aia
Vermeer: Ragazza con turbante, cm. 49, Mauritshuis, l’Aia

Ragazza con turbante, o Ragazza con l’orecchino, o Ragazza con perla all’orecchino è un’opera di Jan Vermeer realizzata con tecnica a olio su tela nel 1660-65. Il quadro, che misura 46,5 x 40 cm, si trova nel Museo Mauritshuis a L’Aia.

Lo studioso di storia dell’arte Malraux riconobbe nell’effigiata la figlia minore di Vermeer. Tale ipotesi ebbe poco sostegno da parte di altri studiosi, anche perché la cronologia dell’opera non lo permetteva.

Il turbante è probabile che sia appartenuto al pittore insieme ai costumi turchi, questi ultimi effettivamente risultanti fra i propri beni.

Il dipinto apparve nel 1882 ad un bassissimo prezzo presso la “vendita Braam” di Amsterdam, dove fu acquistato da A. A. des Tombe (nome che pare essere errato) a 2 fiorini e 30 stuyvers. Nel 1903 la stessa persona lo fece pervenire in dono al Museo Muritshuis, l’odierna sede.

Vedi approfondimenti sulla Ragazza col turbante.

 

Gianbattista Tiepolo – Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri (1739-40)

Giambattista Tiepolo: Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri, cm. 350 x 182, Chiesa di San Filippo Neri, Camerino.
Giambattista Tiepolo: Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri, cm. 350 x 182, Chiesa di San Filippo Neri, Camerino.

L’Apparizione della Madonna col Bambino a San Filippo Neri è un’opera di Giambattista Tiepolo realizzata intorno al 1639-40 con tecnica a olio su tela, misura 350 x 182 cm. e si trova nella Chiesa di San Filippo Neri a Camerino.

La composizione venne pubblicata nel 1964 sulle pagine di “AV” dallo Zampetti. Non esistono documentazioni che parlino della pala in esame, che attualmente la possiamo ammirare attorniata da una corposa cornice di marmo.

Di certo si sa che nel 1735 alla chiesa che la custodisce fu portato a termine il tetto insieme alle decorazioni interne.

Un accurato studio dello stile porta ad assegnare al dipinto una cronologia che  risulta la stessa della pala della “Madonna con le sante Caterina, Rosa col Bambino e Agnese“, cioè il periodo dopo la realizzazione degli “Affreschi di Santa Maria dei Gesuati a Venezia”. Infatti di questi ultimi esistono documentazioni che si riferiscono agli anni 1737-39.

Lo stile di questa raffigurazione rileva soprattutto un’armoniosa bellezza cromatica ed una pacata struttura compositiva, senza nervose interruzioni dei contorni che elegantemente vi primeggiano.

La figura delicata e gentile della Madonna ricorda le immagini femminili dei dipinti dei Carmini che l’artista realizzò a Venezia.

Vedi approfondimenti sull’Apparizione della Madonna col Bambino.

Canaletto: La Regata sul Canal Grande (1732)

Antonio Canal: La Regata sul Canal Grande (1732), Londra, Collezioni Reali. Dimensioni della tela: (77 X 126 cm.)
Canaletto: La Regata sul Canal Grande (1732), Londra, Collezioni Reali. Dimensioni della tela: (77 X 126 cm.)

La Regata sul Canal Grande è un’opera di Canaletto realizzata nel 1732, misura 77 x 126 cm. e si trova nelle Collezioni reali di Londra.

La composizione raffigura il Canal Grande nel momento in cui si disputa una gara molto importante per i Veneziani:  la storica Regata di Venezia, ancora oggi assai apprezzata dalla popolazione.

Nel dipinto si nota l’intensa attività e traffico di gondole, con altri tipi di imbarcazioni che fanno da contorno, stracolme di tifosi.

Sui muri dei palazzi veneziani si vedono appesi dei grossi drappi ricamati, a simboleggiare la giornata di festa. Il tutto in uno sfondo con un bellissimo cielo, che occupa circa metà superficie quadro.

William Hogarth: Matrimonio alla moda (1744)

William Hogart: Il contratto - dal Matrimonio alla moda, ciclo di sei dipinti di cm. 68,5 x 89 ciascuno, National Gallery di Londra.
William Hogart: Il contratto – dal Matrimonio alla moda, ciclo di sei dipinti di cm. 68,5 x 89 ciascuno, National Gallery di Londra.

Il Matrimonio alla moda è un ciclo di sei composizioni di William Hogarth realizzate nel 1744 con tecnica a olio su tela, le cui misure – tutte perfettamente uguali – sono cm. 68,5 x 89. I sei i dipinti si trovano a Londra nella National Gallery di Londra.

Con le sei opere l’artista intende descrivere le sgradevoli conclusioni di un’unione cercata non solo per interesse ma soprattutto per ambizione.

Nel “London Daily Post” del 2 aprile 1743 apparve il seguente annuncio: “Mr. Hogarth ha l’intenzione di pubblicare per sottoscrizione sei stampe in rame, incise a opera dei migliori maestri di Parigi da quadri propri raffiguranti una variazione su una vicenda moderna nell’alta società, e intitolati Matrimonio alla moda. Si baderà in modo specifico che la decenza e la proprietà di tutta la serie non abbiano a sollevare la minima obiezione, e che le relative figure non contengano riferimenti personali”.

Nella National Gallery le tele appaiono entro le originarie cornici ‘Maratta’, che lo stesso artista commissionò pagandole 24 ghinee.

Vedi approfondimenti sul Matrimonio del Libertino

Goya: La Maya desnuda e la Maja vestida (1800-1803)

Francisco Goya: La Maja vestita 95 x 190, Madrid Prado.
Francisco Goya: La Maja vestita
95 x 190, Madrid Prado.
Francisco Goya: La Maja desnuda, 97 x 190 cm. Madrid Prado
Francisco Goya: La Maja desnuda, 97 x 190 cm. Madrid Prado

La ‘”Maja’ desnuda” e la “Maja’ vestida” sono considerate dagli studiosi di storia dell’arte fra capolavori più famosi dell’artista, soprattutto per quel senso di “proibitivo” che si respira nella prima.

Alcuni sostennero che nella Maja si potesse identificare duchessa de Alba, cosa che non ebbe abbastanza consensi dalla critica, che la escludeva a priori. Si sa invece con certezza che Goya eseguì la Maja vestida per ricoprire la desnuda.

Vedi approfondimenti sulle due Maje di Goya.

Jacques-Louis David: Il Primo Console supera le Alpi al Gran San Bernardo (1801)

Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo
Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo

Il dipinto “Bonaparte valica le Alpi” (conosciuto anche come Bonaparte valica  il Gran San Bernardo) è un ritratto di Jacques-Louis David realizzato intorno al  1800-03 con tecnica a olio su tela. Misura 260 × 221 cm. e si trova nel Castello della Malmaison, Rueil-Malmaison.

Napoleone appare nel momento in cui attraversa il Colle del Gran San Bernardo con la sua armata nella seconda campagna d’Italia, in cui risulterà vittorioso.

L’artista realizzò cinque versioni di questo dipinto. Il primo ritratto venne commissionato da Carlo IV per tentare un’intesa tra Spagna e Francia. Le tre versioni successive, che vennero commissionate dallo stesso Napoleone a fini propagandistici, raffigurano i primi ritratti ufficiali del Primo console.

I tre dipinti si trovavano presso il castello di Saint-Cloud, nel palazzo della Repubblica Cisalpina e nella biblioteca dell’hôtel des Invalides. L’ultima versione fu realizzata dall’artista per rimanere nel proprio studio.

Vedi approfondimenti su Wikipedia.

Continua con i dipinti dell’Ottocento-Novecento

10 tra i dipinti più belli e famosi dal Quattrocento al Cinquecento

Una selezione tra i dipinti più famosi di tutte le epoche

La Storia dell’arte è ricca di grandissimi capolavori. Pertanto quelli raffigurati in questa pagina, fra i dipinti più famosi, sono soltanto il frutto di una personale selezione che ritengo fra i più belli e, certamente, fra i più popolari di tutti i tempi.

La bellezza e la carica di emotività delle grandi opere illumina sempre l’anima del fruitore. L’invito sarebbe quello di goderseli dal vivo!

Un viaggio fra i dipinti più famosi. In questa pagina sono raffigurati: Il pagamento del tributo di Masaccio, la Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli, la Dama con l’ermellino e l’Ultima cena di Leonardo, la Gioconda di Leonardo, la Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti, la Disputa del sacramento di Raffaello, la Venere d’Urbino di Tiziano Vecellio e la Medusa di Caravaggio.

Masaccio: Il pagamento del tributo (1425 circa)

Masaccio: Affreschi nella Cappella Brancacci, chiesa del Carmine, Firenze. Scena del Tributo.
Masaccio: Affreschi nella Cappella Brancacci, chiesa del Carmine, Firenze. Scena del Tributo.

Il Pagamento del tributo (o Tributo) è un’opera di Masaccio, eseguita con la collaborazione di altri artisti intorno al 1425 impiegando la tecnica a fresco su muro. Il dipinto misura 255 x 598 cm. e si trova nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze.

L’opera è la più famosa del ciclo degli “Affreschi della Cappella Brancacci”, così considerata anche da Giorgio Vasari  “tra l’altre notabilissima”.

Appare in primo piano la narrazione dell’episodio di San Matteo (XII, 23) del gabelliere Levi (quello ripreso di schiena) che contratta il pagamento del pedaggio con Cristo ed i suoi apostoli. San Pietro, che sta alla destra di Gesù, ripete il segno del suo Maestro indicando le acque che s’intravedono nella zona di sinistra.

Con la seconda fase della narrazione – raffigurata in secondo piano a sinistra – viene rafforzato il prodigio della storia in cui “Pietro … il quale nell’affaticarsi a cavare i danari dal ventre del pesce, ha la testa focosa per lo stare chinato” (Giorgio Vasari).

La terza scena si svolge ancora in primo piano ma sulla destra, dove appare San Pietro – questa volta visto in tre quarti di spalle – paga il tributo al gabelliere nei pressi di edifici raffigurati in prospettiva (in riferimento alla “domus” riportata dal Vangelo).

Lo sfondo mostra la pianura, che prosegue in profondità verso le montagne che s’innalzano maestosamente fondendosi con un cielo scuro e tempestoso.

Vedi approfondimenti sul Pagamento del tributo nel sito.

Sandro Botticelli: Primavera (1482 circa)

Botticelli: La Primavera, cm. 314, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Botticelli: La Primavera, cm. 314, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La Primavera è un dipinto di Sandro Botticelli, realizzato nel 1477-1478 con tecnica a tempera su tavola, misura 203 x 314 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

La Primavera è un’opera famosissima che viene descritta anche dalle fonti più antiche, tra le quali ricordiamo l’Anonimo Gaddiano e Giorgio Vasari, nonché le documentazioni presenti negli archivi medicei.

L’opera venne richiesta per la villa medicea di Castello (Firenze) ed acquistata nel 1477 da Lorenzo il Popolano e dal padre Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici.

Quando Lorenzo morì (1503) la villa, compreso patrimonio artistico, passò a Giovanni di Giovanni de’ Medici (Giovanni delle Bande Nere). Nel 1526 la Primavera  passò al figlio, Cosimo I.

Vedi approfondimenti sulla Primavera di Botticelli nel sito.

Sandro Botticelli: Nascita di Venere (1482-1485)

Botticelli: La nascita di Venere, cm. 278.5, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Botticelli: La nascita di Venere, cm. 278.5, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La Nascita di Venere è un’opera di Sandro Botticelli, realizzata intorno al 1482 con tecnica a tempera su tela, misura 172,5 x 278,5 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

La composizione, insieme alla “Pallade che doma il centauro” e alla “Primavera”, faceva parte della collezione dei “Popolani” di Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici.

La Nascita della Venere, che si trovava nella villa di Castello (nelle vicinanze di Firenze), ebbe la stessa storia della “Primavera” (dipinto più sopra raffigurato), cioè, uscì dalla guardaroba dei granduchi per approdare, nel 1815, agli Uffizi. Secondo il Meyer (1890), il tema del quadro in esame è tratto da alcuni passi di Ovidio (Metamorfosi, 11 27; Fasti. V 217). ove si parla dell’Ora con in mano il mantello che porge a Venere Anadiomène.

Per altri studiosi di storia dell’arte, lo spunto è tratto da Omero o da altri autori umanistici. Più attendibili, sempre riguardo al tema, sono le note identificative di Ernst Gombrich (1945) e di Carlo Argan (1956), che vi interpretarono una valenza neoplatonica. Il primo la descrive ancor meglio del secondo, identificandovi la nascita dell’Humanitas, concepita dalla Natura per via dei suoi quattro elementi, in seguito all’unione della materia con lo spirito.

Vedi approfondimenti sulla Nascita di Venere di Botticelli nel sito.

Leonardo da Vinci: Dama con l’ermellino 1485-1490

Leonardo da Vinci: Ritratto di donna con ermellino, periodo 1485-1490, dimensioni 54 x 39 cm, Cracovia, Czartryski Muzeum.
Leonardo da Vinci: Ritratto di donna con ermellino, periodo 1485-1490, dimensioni 54 x 39 cm, Cracovia, Czartryski Muzeum.

Il Ritratto di dama con ermellino (Dama della faina, o Dama del furetto, o Donna con l’ermellino) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata tra il 1485 ed il 1490 con tecnica a olio su tavola, misura 54 x 39 cm. e si trova nel Czartryski Muzeum a Cracovia.

Nulla si sa della presente composizione fino alla fine del XVIII secolo, quando pervenne alla Casa Gotica, donata dal principe Adam Czartoryski, che la acquistò forse in Francia durante la rivoluzione. La Casa Gotica si trovava nel Castello di Pulany ed era come un Museo privato gestito da Isabella, moglie del principe Adam.

Il dipinto è catalogato nei registri degli archivi con l’aggiunta del secondo titolo – errato – “La belle belle Feroniere / Leonard d’Awinci”.

Intorno al 1830 tutta la collezione della Casa Gotica fu trasferita a Parigi, e, tra questa anche la Dama con l’ermellino, che negli anni 1870-1876, pervenne a Cracovia.

Vedi approfondimenti sulla Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci nel sito

Leonardo da Vinci: Ultima cena (1495-1497)

Leonardo: Il Cenacolo (L’ultima cena, assieme cm. 460 x 880), periodo 1495 – 97, Convento di S. Maria delle Grazie Milano.
Leonardo da Vinci: Il Cenacolo (L’ultima cena, assieme cm. 460 x 880), periodo 1495 – 97, Convento di S. Maria delle Grazie Milano.

Il Cenacolo (L’ultima cena) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata intorno al 1495-97 con tecnica a tempera su muro, misura 460 x 880 cm. e si trova a Milano  nel Convento di S. Maria delle Grazie.

La composizione venne commissionata da Ludovico il Moro e fu eseguita dall’artista nel periodo fra il 1495 ed il 1497.

Il Cenacolo (non si tratta di un vero e proprio un affresco) può essere inteso come una derivazione di dipinti antecedenti eseguiti da pittori di ambito fiorentino. Tra questi ricordiamo Domenico Ghirlandaio, Andrea del Castagno e Taddeo Gaddi. Qui però i vari personaggi appaiono differentemente distribuiti (tre a tre), mostrando una corrispondenza di forme architettoniche assai lontane dai canoni delle citate fonti fiorentine.

Lo sfumato si fonde in una grigia atmosfera crepuscolare in cui le figure, visibilmente agitate, ascoltano dalla bocca del Maestro che uno di loro lo avrebbe tradito.

Non è affatto casuale il fatto che tutte le immagini siano illuminate da una luce proveniente da sinistra, mentre quella di Giuda Iscariota rimane pressoché in ombra.

Osservando Gesù si notano serenità e forza statica, nonché un’esecuzione dello stesso come generalmente vengono raffigurate le divinità. Tutto ciò contrasta con l’imperfezione dell’animo umano, molto ben descritto da Leonardo nei volti agitati degli apostoli.

Vedi approfondimenti sul Cenacolo di Leonardo nel sito

Leonardo da Vinci: Gioconda (1503-1506 circa)

Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.
Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.

La Gioconda (o la Monna Lisa) è un’opera di Leonardo da Vinci realizzata intorno al 1503-5 con tecnica ad olio su tavola, misura 77 x 53 cm. e si trova nel Museo del Louvre a Parigi.

Quello della Monna Lisa è il solo dipinto  di Leonardo la cui paternità non sia mai stata messa in discussione nell’arco dei secoli. Stessa cosa si potrebbe affermare riguardo l’Autoritratto a sanguigna (Torino) e il ritratto di Isabella d’Este (su cartone, Museo del Louvre, Parigi).

Le documentazioni sul dipinto in esame sono abbastanza precise e ben dettagliate, anche se qualche piccolo particolare ha fatto nascere varie discussioni tra gli studiosi di storia dell’arte.

Molti dubbi sono invece sorti sull’identità della donna effigiata. Il dipinto mostra una certa corrispondenza sull’età dell’effigiata con Lisa Gherardini, nata nel 1479 e sposata con Francesco Bartolomeo del Giocondo. Tuttavia nacquero dei dubbi sul fatto la composizione rappresenti proprio lei.

Per quanto riguarda la cronologia è probabile che l’opera fosse iniziata intorno al 1503.

Vedi approfondimenti sulla Gioconda di Leonardo nel sito.

Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo (1511)

Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo nel soffitto della Cappella Sistina
Michelangelo Buonarroti: La creazione di Adamo nel soffitto della Cappella Sistina

La Creazione di Adamo è un affresco di Michelangelo, realizzato intorno al 1511 e fa parte della decorazione del soffitto della Cappella Sistina, in Vaticano a Roma. L’opera, che fu commissionata da Papa Giulio II,  è l’episodio più celebre di tutta la raffigurazione michelangiolesca ed una delle icone più famose dell’arte, oggetto di  citazioni,  parodie ed omaggi in ogni epoca.

Il Buonarroti per portare a compimento la composizione impiegò sedici giorni, iniziando  a dipingere da dove è posizionato il riquadro con il gruppo dell’Eterno.

Il trasferimento del disegno dal cartone al soffitto venne eseguito tramite “spolvero”. La tunica, invece, la incise direttamente sull’intonaco.

Nella realizzazione della composizione Michelangelo raffigurò Adamo nella seconda fase, dopo una profonda riflessione. Una volta pronto per il proseguimento dell’opera, incise la maestosa figura direttamente sulla volta.

Gli apprezzamenti per il riquadro della Creazione di Adamo furono unanimi fin dall’epoca della prima apertura al pubblico.

Vedi approfondimenti sulla Creazione di Adamo nel sito.

Raffaello: La disputa del Sacramento (1509)

Raffaello Sanzio: La disputa del Sacramento
Raffaello e la stanza della Segnatura: “La disputa del Sacramento”, stanza della Segnatura (Vaticano), 1509 e misura 770 cm. (base) x 500 c. (altezza).

La Disputa del Sacramento è un’opera di Raffaello Sanzio realizzata nel 1509 con tecnica ad affresco nella stanza della Segnatura (Vaticano). La composizione misura  770  x 500 cm.

In origine il quadro aveva un titolo diverso, probabilmente il “Trionfo della Chiesa” o il “Trionfo dell’Eucarestia”. Dal Seicento, per una errata interpretazione di alcuni passi delle “Vite” si Giorgio Vasari, si è portata avanti l’attuale denominazione dell’opera, cioè la “Disputa del Sacramento”.

Il dipinto fa riferimento al momento dell’ostia consacrata, che si eleva al cielo nell’ostensorio, spiccando maestosamente al centro della raffigurazione e – per effetti prospettici, visto dal basso – al centro dell’altare, dove vanno ad incontrarsi le linee prospettiche.

Vedi approfondimenti sulla Disputa del Sacramento di Raffaello nel sito.

Tiziano: Venere di Urbino (1538)

Tiziano Vecellio: La venere di Urbino, cm. 165, Uffizi, Firenze.
Tiziano Vecellio: La venere di Urbino, cm. 165, Uffizi, Firenze.

La Venere di Urbino è un dipinto di Tiziano Vecellio, realizzato nel 1538 con tecnica a olio su tela, misura 119 x 165 cm. e si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Questa è probabilmente la tela che Giorgio Vasari citò a Urbino. Tiziano la inviò nel 1631 – con ad altri suoi dipinti – a Firenze insieme all’eredità della famiglia Della Rovere.

La “Venere di Urbino” fu commissionata a Tiziano nei primi mesi del 1538 dal duca di Camerino – che poi divenne duca d’Urbino – Guidobaldo Della Rovere. Questi, nel marzo successivo, ordinava a Girolamo Fantini, suo subalterno, di non ritornare ad Urbino senza “la donna nuda” (fonte: Gronau, 1904 e 1936).

Nel 1822 Ingres realizzò una copia della Venere in esame, che attualmente si trova nella Walters Art Gallery di Baltimora.  Per saperne di più entrare nella pagina della Pittura di Tiziano.

Vedi approfondimenti sulla Venere di Urbino nel sito.

Caravaggio: Scudo con testa di Medusa (1597 circa)

La Testa di Medusa di Caravaggio
La Testa di Medusa di Caravaggio

Lo Scudo con testa di Medusa è il soggetto di un composizione eseguita da Caravaggio (Michelangelo Merisi) intorno al 1597-98 che si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

L’opera è un saggio dell’abilità del Merisi, ove gli effetti derivati dalla convessità dell’insolito supporto vengono annullati, dando così l’impressione che la testa della Medusa fluttui in un immaginario fondo piatto, sopra quello convesso.

La luce, che proviene dall’alto, risulta quasi verticale e proietta l’ombra della Medusa sullo scuro fondo dello scudo, tendente al grigio-verde. Il Caravaggio ha pensato bene di dare l’impressione al fruitore che l’ombra della testa venga proiettata sul fondo concavo e quindi vedervi il volto fluttuante, fuori dal supporto pittorico.

Il volto della Medusa, che colpisce direttamente la sensibilità del fruitore dell’opera, è stato ripreso nel momento in cui la testa viene tagliata; si vedono infatti fiotti sgorganti di sangue.

Lo sconvolgimento esterrefatto del volto, con occhi spalancati e bocca aperta al massimo, viene amplificato dalla calda illuminazione. Quest’ultima, infatti, mette in evidenza anche l’orrore delle serpi che fanno da capigliatura.

Continua con altre meravigliose opere: 10 tra i più bei dipinti di tutti i tempi realizzati tra il Seicento e il Settecento.

L’arte moderna nella seconda metà del ventesimo secolo

L’arte moderna del dopoguerra

Continua dalla pagina precedente : L’arte moderna nella prima metà del ventesimo secolo.

L’arte moderna del primo decennio del secolo si svolse soltanto nei Paesi europei. Iniziò a diffondersi in America nel secondo decennio ad opera di artisti fuggiti dal nostro continente per via del primo conflitto mondiale.

Tuttavia gli Stati Uniti sfornarono una moltitudine di tendenze artistiche e di avanguardie, favorendo anche il passaggio tra l’arte moderna e quella postmoderna. Quest’ultima, conosciuta anche come arte contemporanea, iniziò a diffondersi intorno agli anni Settanta.

I due precedenti decenni videro prendere forza movimenti riconducibili all’Astrattismo, derivati soprattutto dall’Espressionismo.

Fra le tendenze espressioniste americane più note ricordiamo l’Espressionismo astratto, l’Action painting (Dripping art) di Pollock e il gruppo “The ten” di Mark Rothko, mentre fra quelle europee indichiamo il Tachisme e l’Art Brut .

Intorno agli anni Sessanta nasceva l’Arte concettuale, l’Op Art, la Pop Art, il Neo-dadaismo, il Minimalismo, la Performance art, e tante altre correnti che certamente influirono sull’arte contemporanea.

Astrattismo

Espressionismo, Espressionismo astratto, Action painting (pittura d’azione) e Dripping art (arte gocciolante – conosciuta anche come Action painting).

Tra gli artisti più conosciuti dell’Astrattismo ricordiamo Jackson Pollock, Willem de Kooning, Robert Motherwell, Emilio Vedova, Clyfford Still, Rino Destino.

Arte informale  e Tachisme: Emilio Scanavino, Jean Dubuffet, Jean Bazaine, Hans Hartung, Camille Bryen, Sam Francis, Alberto Burri, Eugenio Carmi, Ferruccio Bortoluzzi.

Astrattismo geometrico (si veda il Neoplasticismo): Wassily Kandinsky, Manlio Rho, Josef Albers, Mario Radice, Eugenio Carmi, Luigi Veronesi.

Movimento spazialista: Mario Deluigi, Lucio Fontana, Roberto Crippa.

Color field Painting, da noi meglio conosciuta come Pittura a Campi di colore: Mark Rothko, Sam Francis, Barnett Newman.

CO.BR.A.: Karel Appel, Pierre Alechinsky, Else Alfelt e Asger Jorn.

Art Brut (o “Arte grezza”): Adolf Wölfli, Ferdinand Cheval e Tarcisio Merati.

Arte concettuale

Neo Dada: Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Piero Manzoni, Joseph Beuys

Nouveau Réalisme: Yves Klein, Christo, Arman, Pierre Restany.

Fluxus – George Maciunas, Allan Kaprow, Nam June Paik, Wolf Vostell, Yōko Ono, Dick Higgins, Charlotte Moorman.

Happening performance: Joseph Beuys, Wolf Vostell.

Videoarte: Nam June Paik, Wolf Vostell, Bill Viola.

Minimal Art: Agnes Martin, Donald Judd- Sol LeWitt, Dan Flavin, Richard Serra.

Post-minimalismo: Bruce Nauman, Eva Hesse.

Arte Povera: Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Piero Manzoni , Alighiero Boetti, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto.

Dau al Set (gruppo fondato da Joan Brossa): Joan Brossa, Antoni Tàpies.

Arte nucleare: Sergio Dangelo, Enrico Baj.

Arte figurativa

Pop art, Roy Lichtenstein: – Andy Warhol, Richard Hamilton, Robert Indiana, Jasper Johns, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg.

Op art (Optical art): Bridget Riley, Victor Vasarely, Alberto Biasi.

Décollage (tecnica inversa al collage, che toglie elementi invece di aggiungerne nuovi): Mimmo Rotella, Wolf Vostell.

Transavanguardia: Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Sandro Chia, Nicola De Maria, Mimmo Paladino.

Neoespressionismo e Neuen Wilden (Nuovi Selvaggi): Anselm Kiefer, Georg Baselitz, Lucian Freud, David Salle, Jean-Michel Basquiat, Julian Schnabel.

Arte figurativa: Maurice Boitel, Bernard Buffet.

Arte neo-figurativa: Antonio Berni, Fernando Botero.

Arti plastiche

Arte cinetica: Jean Tinguely, Getulio Alviani, il Gruppo N (formato da Alberto Biasi, Toni Costa, Ennio Chiggio, Manfredo Massironi, Edoardo Landi, il Gruppo T (formato da Giovanni Anceschi, Gianni Colombo, Davide Boriani, Grazia Varisco, Gabriele Devecchi)

Scultura: David Smith, Alberto Giacometti, Henry Moore, Tony Smith, Alexander Calder, René Iché, Jean Dubuffet, Marino Marini, Fausto Melotti, Constantin Brâncuși.

Land Art: Christo, Richard Long, Robert Smithson

L’arte moderna nella prima metà del ventesimo secolo

Gli influssi dei primi decenni sull’arte moderna

L’influsso espressionista

Arte moderna del Novecento: tra i movimenti artistici che nacquero e si svilupparono nei i primi venti anni del Novecento uno dei più influenti è quello espressionista, attivo, in tutte le sue svariate tendenze, in Francia e in Germania.

In Italia in quello stesso periodo si sentirono assai meno le influenze: molti artisti si spostarono oltre frontiera, soprattutto verso la Francia per sperimentarne tutte le rivoluzionarie novità.

L’Espressionismo, di cui già percepiamo le radici in alcune opere di Munch, Gauguin e Daumier, venne inaugurato in Francia ed in Germania, rispettivamente dalle avanguardie fauviste e dal gruppo Die Brücke. Questi ultimi partorirono altre tendenze, tra cui ricordiamo la quasi astratta spiritualità del gruppo Der Blaue Reiter (1911) e lo spirito di denuncia degli artisti aderenti alla Neue Sachlichkeit (la Nuova oggettività – ultimi anni Venti).

Altri artisti di spicco, tra i quali ricordiamo Amedeo Modigliani e Oskar Kokoschka, contribuirono allo sviluppo dell’arte moderna, anche se all’insegna di una spiccata eterogeneità, sia nella forma che nei contenutisti.

Mentre il Realismo e l’Impressionismo furono il frutto delle assidue ricerche, atte a riportare in maniera realistica la natura sul supporto pittorico, l’Espressionismo ebbe lo scopo primario di lanciare messaggi introspettivi.

L’espressionista, attraverso la pittura, comunicava non soltanto i propri moti interiori ma vi veicolava anche quelli del mondo esterno che egli stesso dipingeva. Tutto questo anche perché rifiutava gli sviluppi impressionistici, che riteneva essere in gran parte legati alla visione estetica, insieme all’incapacità degli stessi impressionisti di trasmettere le esigenze sociali ed esistenziali.

Influsso fauvista

Matisse: Armonia in rosso
Matisse: Armonia in rosso

Il gruppo aderente al Fauvismo , una formazione che nacque e si sviluppò in seno ai movimenti di avanguardia, dette per primo il suo contributo alla nascita dell’Espressionismo.

Il termine Fauves (“belve” tradotto dal francese) deriva dalla violenta e selvaggia espressività della coloristica impiegata dagli artisti aderenti al movimento, fatta di colori puri, di cui esasperavano la riflessione impressionista sulla tecnica degli accostamenti. L’esasperazione raffigurativa veniva portata ai massimi livelli.

Gli artisti di questa tendenza, tra cui ricordiamo Matisse e Vlaminck, promossero l’impiego di toni forti fino all’innaturale.

A differenza delle altre tendenze espressioniste, gli artisti di questo gruppo si preoccupavano esclusivamente degli aspetti coloristici, dando la massima importanza all’immediatezza visiva piuttosto che lanciare messaggi introspettivi. Il loro intento era quello di smarcarsi da ogni regola nell’uso del colore con un’irruente rivoluzione coloristica ed “iper” espressiva.

La Die Brücke

Ernst Ludwig Kirchner: Coppia sotto l’ombrello giapponese, anno 1913, tecnica a olio su tela, 100 x 75 cm., Collezione privata.
Ernst Ludwig Kirchner: Coppia sotto l’ombrello giapponese, anno 1913, tecnica a olio su tela, 100 x 75 cm., Collezione privata.

Gli influssi della Die Brücke  nell’Arte moderna del Novecento: la nascita della Brücke di Dresda (7 giugno 1905) coincide con l’origine di quel movimento.

Quattro artisti sconosciuti, studenti di architettura, formarono quel gruppo che in pochissimo tempo sarebbe diventato celebre nell’intera Europa. I fondatori furono Ernst Ludwig Kirchner (1880 – 1938), Erich Heckel (1883 – 1970), Karl Schmidt (1884 – 1976) e Fritz Bleyl (1880 – 1966).

In un primo periodo al Die Brücke aderì anche Emil Nolde (1867 – 1956) il cui profilo risultò, poi, essere meno importante ed innovativo di quello dei quattro pittori fondatori.

In realtà gli artisti della Brücke svilupparono uno stile comune con l’uso di una coloristica accesa, a cui venivano integrate ricche tensioni emozionali, spesso con immagini violente. Non mancava in essi una una certa dose di primitivismo, con l’alternanza di immagini crude della realtà quotidiana, nonché contesti carichi pathos, che avrebbero sfociato verso un’espressionismo più realista e politicizzato.

Der Blaue Reiter

Ernst Paul Klee: Conqueror, anno 1930, acquerello su carta, 41,6 × 34,2 cm., Paul Klee Foundation, Kunstmuseum, Berne, Switzerland.
Ernst Paul Klee: Conqueror, anno 1930, acquerello su carta, 41,6 × 34,2 cm., Paul Klee Foundation, Kunstmuseum, Berne, Switzerland.

Gli influssi della Der Blaue Reiter  nell’Arte moderna del Novecento: il movimento Der Blaue Reiter – il cui termine, tradotto in italiano significa “il cavaliere blu” – nacque a Monaco di Baviera nel 1911.

Gli artisti ad esso aderenti, tra cui ne ricordiamo i principali interpreti – che furono Kandinskij, Klee, Macke e Marc – erano alla ricerca di una pittura atta, soprattutto, ad esprimere verità spirituali attraverso l’uso di una coloristica spontanea. Le forme, ricche di sinuosi tratti, spesso cariche virtuosismi ispirati all’Art Nouveau, venivano risaltate da una coloristica piuttosto accesa.

Ben presto però i dissensi e le difficoltà fra i membri incominciarono a crescere  fino allo scioglimento del gruppo. Il pretesto iniziò in occasione della bocciatura dell’opera “Compassione V” di Kandinsky, da parte della giuria (riferimento alla 3° mostra della Neue Künstlervereinigung München del 1911).

Le dimissioni annunciate dallo stesso Kandinsky e da Franz Marc, che lo aveva difeso con tutte le sue forze, furono sottoscritte anche da Alfred Kubin e Gabriele Munter.

Più tardi si ritirarono dal gruppo anche Alexej Jawlensky, Marianne von Werefkin, Adolf Erbslöh e Alexander Kanoldt.

La Nuova oggettività

Ensor James: Cristo entra a Bruxelles
Ensor James: Cristo entra a Bruxelles

Gli influssi della Nuova oggettività nell’Arte moderna del Novecento: questa tendenza si sviluppò intorno alla fine degli anni Venti in seno all’Espressionismo in un clima di tristezza, devastazione e tensioni sociali lasciati dalla prima guerra mondiale.

La rappresentazione pittorica degli artisti appartenenti al movimento della Nuova oggettività trasmetteva le emozioni proprie dell’Espressionismo, con la differenza che queste erano a favore delle classi più umili e svantaggiate.

La pittura della Nuova oggettività recuperò le motivazioni della rappresentazione realistica e macchiaiola ma anche di quella grottesca alla James Ensor.

Il clima del dopo conflitto stimolò artisti come come la scultrice Käthe Schmidt Kollwitz (Königsberg, 1867 – Moritzburg, 1945) e Lorenzo Viani (Viareggio, 1882 – Lido di Ostia, 1936) alla rappresentazione dei disagi e delle sofferenze delle classi subalterne e del proletariato.

Altri artisti, come Otto Dix e George Grosz, si impegnarono in raffigurazioni (pitture e vignette) satiriche anti-borghesi ed anti-militariste. Essi si erano chiaramente schierati a sinistra e di appoggio alle istanze del Sindacalismo rivoluzionario e della Lega spartachista (organizzazione socialista rivoluzionaria d’ispirazione marxista), fino alle repressioni hitleriste e fasciste.

Nei primi anni del Novecento si affiancarono all’Espressionismo altri movimenti  di avanguardia, tra cui ricordiamo il Cubismo (Picasso, Braque e Gris), il Dadaismo (Tzara e di Duchamp), il Futurismo (Boccioni e Balla), il Surrealismo (Ernst Paul Klee, Mirò, Magritte e Dalí) ed il Suprematismo (Kazimir Severinovič Malevič).

Futurismo

Umberto Boccioni: La città che sale, cm. 200 x 290,5, Museum of Modern Art (Guggenheim), New York.
Umberto Boccioni: La città che sale, cm. 200 x 290,5, Museum of Modern Art (Guggenheim), New York.

Gli influssi del Futurismo nell’Arte moderna del Novecento: il Futurismo è un movimento artistico nato e sviluppatosi in Italia con l’opera di Filippo Tommaso Marinetti.

Questo movimento artistico, che si ispira al forte sviluppo tecnologico dei primi decenni del secolo, offre l’opportunità per superare l’immaginario decadente e le vecchie ideologie, enfatizzando il dinamismo e la fiducia nel progresso.

Il Futurismo si propone principalmente di intervenire e, quindi, di modificare qualsiasi aspetto della vita ambientale e sociale. Molto spesso il movimento agisce sollecitando la forza del linguaggio a tutto campo, in alcuni casi anche assai violenta.

Gli artisti futuristi entrano anche prepotentemente nel quotidiano sociale, dal modo di cucinare e vestire, fino alla vita politica.

Il primo manifesto del Futurismo uscì sulla rivista Le Figaro nel febbraio del 1909.

A Marinetti si aggregano Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Luigi Russolo, Gino Severini.

Il periodo futurista italiano, che non disdegna l’astrattismo, coincide esattamente con il periodo del cubismo.

Il Cubismo

Ritratto di Picasso
Ritratto di Picasso

Gli influssi del Cubismo nell’Arte moderna del Novecento: il Cubismo, movimento nato nel 1905 a Parigi, si proponeva di dividere, analizzare e dare nuove forme – di solito astratte – al soggetto, proponendone visioni scomposte nei vari punti di vista. Il pittore cubista sottoponeva il soggetto (o l’oggetto) ad una scomposizione della sua struttura (“scomposizione parascientifica”), riconfigurandolo sulla tela non in base alla visione prospettica della realtà ma alla dettagliata conoscenza del soggetto stesso.

Dalla Russia, dall’America e dalla Spagna, personalità e formazioni di grandi personaggi si intersecarono e influenzarono a vicenda, in continuo cambiamento. Parigi è il centro di tutto questo fermento artistico.

I pittori più significativi del movimento cubista furono Pablo Picasso, Robert Delaunay, Georges Braque e Fernand Léger. Un letterato che dette un notevole contributo al Cubismo fu il poeta Guillaume Apollinaire.

La pittura metafisica

De Chirico: Canto d'amore
De Chirico: Canto d’amore

Gli influssi della pittura metafisica nell’Arte moderna del Novecento: la Pittura Metafisica nacque e si sviluppò con Giorgio De Chirico (greco di nascita ma vissuto in Italia e Francia) nel secondo decennio del Novecento.

Il suo fondatore ha sempre rifiutato tutti i linguaggi delle avanguardie e quelli da esse derivati, denigrandoli  apertamente e considerandone nullo il valore artistico.

Il movimento nacque intorno al 1912 durante il soggiorno parigino dell’artista.

La caratteristica del linguaggio metafisico è l’intenzione di oltrepassare con le immagini l’esperienza fisica della realtà giornaliera e quella dei sensi. Infatti gli artisti aderenti al movimento creano stilisticamente stratagemmi come atmosfere fuori dalla realtà e dal tempo, allucinate e sognanti. Inoltre le stesure coloristiche sono ampie e piatte.

Spesso troviamo nelle composizioni metafisiche molteplici punti di fuga ed ombre allungate, dove immancabilmente sono assenti le figure umane, che vengono sostituite da manichini o statue di varia natura.  Tutto questo contribuisce certamente ad enfatizzare quel senso di solitudine e di mistero.

La pittura metafisica dette una grande spinta alla nascita del Surrealismo, tanto che la maggior parte degli aderenti a quest’ultimo movimento riconosceranno De Chirico come uno dei loro capostipiti.

Il Suprematismo

Kazimir Malevic: Quadrato nero.
Kazimir Malevic: Quadrato nero.

Gli influssi del Suprematismo nell’Arte moderna del Novecento: il Suprematismo è una corrente artistica nata e sviluppatasi nel 1913 in Russia.

Il termine “suprematismo”deriva dal pensiero del suo fondatore Kazimir Malevič, che nel 1915, in collaborazione con il poeta Majakovskij, ne scrisse il manifesto. Qualche anno dopo lo stesso artista pubblicava un saggio delle proprie teorie.

La pittura suprematista non raffigura il mondo reale e viene considerata come la “non rappresentazione del mondo”.

Le opere degli artisti di questa tendenza apparvero per la prima volta a Pietrogrado nel 1915, in occasione della “Seconda esposizione futurista di quadri 0,10 (Zero-dieci)”.

Gli artisti suprematisti aspiravano ad un’arte che si affrancasse dalla pura rappresentazione realistica a fini pratici ed estetici. Inoltre rifiutavano di ubbidire a quella sensibilità verso la raffigurazione del plasticismo presente in ogni essere umano. Essi ricercavano la sola essenza dell’arte: un’arte, cioè, “fine a se stessa”.

Il Dadaismo

Marcel Duchamp: Fountain
Marcel Duchamp: Fountain

Dadaismo: nei primi anni del Novecento nascono e si accavallano – in una continua trasformazione – svariati linguaggi artistici derivanti dai moltissimi movimenti dello stesso periodo.

Gli artisti sono in continuo fermento alla ricerca di nuovi linguaggi, forti ed espressivi, entrando così in mondi strutturali mai esplorati in passato. Inoltre rifiutano traumaticamente, e spesso provocatoriamente, l’arte tradizionale.

Tale atteggiamento nei primissimi anni del secolo non riesce a rompere completamente i rapporti con gli studiosi di Storia dell’arte e con gli amatori della pittura. Questo perché l’estetica raffigurativa non viene mai messa in discussione. Tuttavia si rinforza in prossimità del periodo della Grande Guerra (1914 -1918), fino a giungere al rifiuto di qualunque forma di cultura e creazione artistica.

Le rappresentazioni diventano povere, ambigue  e piene di messaggi allusivi. Si inizia a dipingere  oggetti come orinatoi, ferri da stiro dettagliatamente rifiniti ma con linguaggi e significati sempre più provocatori. Qualche accenno di tutto questo si era avuto nel 1913 con i dipinti di Marcel Duchamp, l’esponente di spicco del Dadaismo. Lo stesso artista, però, non si è mai considerato dadaista.

Il Surrealismo

Marc Chagall - Madonna del villaggio (1938)
Marc Chagall – Madonna del villaggio (1938). La foto è a bassa risoluzione

Il linguaggio del movimento surrealista (si veda la pagina del Surrealismo) è considerato come l’immediato proseguimento di quello metafisico, che si protrae fino alla fine degli anni Venti.

Il messaggio proveniente dalla pittura surrealistica entra direttamente nella parte più intima del fruitore. Quest’ultimo lo elabora inconsciamente e lo confronta con  associazioni psichiche casuali e variabili, stimolando così gli automatismi dei processi espressivi.

Il Surrealismo è una caratteristica tendenza intellettuale che contiene in sé, oltre alle arti pittoriche, quelle cinematografiche e letterali.

Il Surrealismo nasce a Parigi intorno al secondo decennio. Una fra le sue caratteristiche più importanti è la spietata critica alla razionalità ed a tutto ciò che viene programmato.

Continua con L’arte moderna nella seconda metà del ventesimo secolo.

L’arte moderna nel Tardo Ottocento

Arte moderna nel Tardo Ottocento: continua dalla pagina precedente (Radici dell’arte moderna)

Gli influssi del Post-Impressionismo sull’arte moderna

Arte moderna nel tardo Ottocento: in questo periodo nacquero altri movimenti che in parte contribuirono ad influenzare l’arte moderna. Insieme a questi ricordiamo quel raggruppamento di tendenze nate in seno al Post-impressionismo (soprattutto Puntinismo e Divisionismo) e il Simbolismo.

È bene tenere presente che il Post-Impressionismo non è un movimento artistico ma un periodo che fa riferimento a una varietà di correnti, che si svilupparono in Europa (soprattutto in Francia) negli ultimi due decenni del secolo. Molte fra queste tendenze spogliarono l’Impressionismo di alcune peculiarità, accrescendogli, allo stesso tempo, l’impressione visiva con contenuti più profondi e soggettivi.

Gli artisti che influirono alla nascita

Tra gli artisti che si evidenziarono in tale trasformazione ricordiamo Vincent van Gogh, con alcune sue tendenze espressioniste e fauviste, Georges Seurat (Puntinismo) e Paul Cézanne, che può essere considerato l’anticipatore del Cubismo.

Gli influssi del Puntinismo

Il Puntinismo è conosciuto anche come “Impressionismo scientifico” perché sviluppò, esasperandola, la riflessione tecnica sui piccoli accostamenti di colore puro sulla tela, già portata avanti dagli impressionisti.

Georges-Pierre Seurat: Il porto di Port-en-Bessen in alta marea, cm. 66 x 81 Parigi Museo d’Orsay.
Georges-Pierre Seurat: Il porto di Port-en-Bessen in alta marea, cm. 66 x 81 Parigi Museo d’Orsay.

Le ricerche sulla scomposizione e sulla frammentazione del colore e del tratto portarono gli artisti aderenti al Puntinismo ad apporre sulla tela accostamenti di minuscoli frammenti di pigmento puro. Queste piccolissime porzioni di colore, talvolta stese in piccoli tratti – accostati, connessi, o sovrapposti – assumevano spesso la forma di un puntino. L’insieme dei vari accostamenti si fondeva direttamente nella retina del fruitore dell’opera creando armoniosi effetti di luminosità. Anche in Italia si raggiunsero gli stessi risultati (Divisionismo) con ma con soggetti più variati, spesso tendenti alla visione simbolista.

Gli influssi del Simbolismo

Il movimento Simbolista nacque in Francia, anch’esso con l’intento di approfondire le ricerche impressionistiche.

A differenza del Puntinismo, però, gli studi erano diretti al superamento della mera visività realistica, cioè nella ricerca di collegamenti tra il mondo oggettivo e il quello soggettivo. Nella pittura il Simbolismo non volle andare oltre tali limiti e quindi – salvo rare eccezioni – non enfatizzò la naturale visione con significati allegorici ma impiegò elementi reali per trasmettere sinteticamente idee ed emozioni.

Continua con “L’arte moderna nella prima metà del ventesimo secolo” 

Le radici dell’arte moderna

Continua dalla pagina precedente: Arte moderna

Le radici dell’arte moderna vanno ricercate nel Romanticismo, nel Realismo e nell’Impressionismo [Arnason 1998, p. 22].

Radici dell’arte moderna nel Romanticismo

Alcuni artisti appartenenti al Romanticismo iniziarono a staccarsi dalle tradizionali rappresentazioni figurative, spingendosi fino alla creazione di languide e misticheggianti atmosfere (si pensi a Turner e Constable).

Anche i contesti ai quali il Romanticismo faceva costantemente riferimento cambiavano in favore di rappresentazioni della natura e del sublime e, spesso, anche dei valori nazionali (Delacroix con “La Libertà che guida il popolo”).

I pittori romantici esaltavano l’universalità del sentimento e della condizione umana, denigrando le superficialità del presente.

Radici dell’arte moderna nel Realismo

Il Realismo, compreso quello pittorico, iniziò come integrazione artistica allo scontento politico-popolare che si diffuse in tutto il continente europeo in seguito alla Rivoluzione francese del 1789. Il movimento si rafforzò ulteriormente dopo le ondate rivoluzionarie del 1830 e del 1848 (considerate come seconda e terza rivoluzione francese).

Il malcontento politico-sociale, ormai divenuto incontenibile, smosse anche la società borghese, che si fece sentire con aspri dibattiti che diventarono sempre più popolari.

Anche la pittura classicheggiante subì grandi cambiamenti ricercando un realismo che rispettasse la visione attuale, con le ingiustizie e le incoerenze riscontrabili anche nella semplice vita quotidiana.

Jean-François Millet: The gleaners (le spigolatrici).
Jean-François Millet: The gleaners (le spigolatrici).

Tale volontà stimolò così molti pittori i a riprodurre con più fedeltà la realtà attuale, soprattutto con soggetti umili e popolari (ad esempio The gleaners, sopra raffigurata, di Millet e La partita a dama di Daumier).

Allo stesso tempo non mancarono, però, stili che oggi potremo ben definire “pre-espressionisti” (si pensi a quegli elementi grotteschi di Gustave Courbet).

In Italia la tendenza verista incominciava a portare in seno la pittura macchiaiola con artisti come Teofilo Patini (Castel di Sangro, 1840 – Napoli, 1906) ed Angelo Morbelli (Alessandria, 1853 – Milano, 1919).

È bene tenere presente che la tendenza realistica venne ostacolata già sul nascere da quella idealista, che all’epoca era già molto diffusa godendo di appoggi politici ed elitari. [Corinth, Schuster, Brauner, Vitali, and Butts 1996, p.25].

Radici dell’arte moderna nell’Impressionismo

L’Impressionismo nacque e si sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento, spingendosi fino ai primissimi anni del secolo successivo.

Il movimento raccolse – per le ricerche cromatiche e l’en plein air paesaggistico – l’eredità del Romanticismo, ma anche quella del Realismo e dei pittori macchiaioli nella raffigurazione dei soggetti e nella naturalezza compositiva.

Gli impressionisti dipingevano sempre all’aperto (Degas è uno dei pochi che lavorava anche, e soprattutto, in studio), con corpose e rapide pennellate, portando a termine l’opera in poche ore.

Sulla tela fissavano le emozioni che provavano nei vari momenti della realizzazione, comunicate dal paesaggio come “attimi fuggenti”. Questi – tradotti in colore dal sentimento del pittore e non dalla sua ragione – dovevano raggiungere immediatamente la tela senza alcun ripensamento. In tal modo la sommatoria di emozioni e stati d’animo, derivati essenzialmente dalla visione della natura, avrebbe dovuto esprimere con più forza la realtà nella sua più intera globalità.

Anche il movimento impressionista, come quello realista, venne in un certo qual modo contrastato dalle tendenze del momento. Gli impressionisti, a differenza di quelli realisti, riuscirono però ad attirare l’attenzione dell’establishment dipingendo su commissione anche tele relativamente popolari, in controtendenza con l’arte elitaria il cui motto era “arte per l’arte”.

Continua con l’arte moderna nel Tardo Ottocento