“La campagna elettorale – La votazione” di William Hogarth

William Hogarth: La campagna elettorale – La votazione

William Hogarth: La campagna elettorale - La votazione
William Hogarth: La campagna elettorale – La votazione, cm. 101,5 x 127, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La campagna elettorale”

Sull’opera: “La votazione” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente alla serie di quattro tele intitolata “La campagna elettorale”, realizzato con tecnica a olio nel 1754, misura 101,5 x 127 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra.

La scena si svolge in un’improvvisata costruzione “elettorale”, tutta in legno, su di una traballante piattaforma. Siamo al giorno delle elezioni e la gente si affanna ad aiutare persone handicappare a salire le scale. Un uomo con le stampelle si trova già presso il seggio, mentre un moribondo viene portato di peso da due uomini, uno dei quali – fumando la pipa – gli getta fumo negli occhi (l’artista vuol alludere al dottor Barrowby, che riuscì a persuadere un suo paziente a farsi accompagnare da lui al seggio di Covent Garden affinché votasse a favore di sir George Vandeput: poco dopo il paziente mori). 

Più in là, un cieco viene accompagnato da un bambino. Dietro al gruppo centrale, un altro gruppo di persone ove spicca una donna recante un foglio con scritta una ballata gallese con il ritratto del perdente sulla forca.

Ritornando in primo piano, un minorato portato su una seggiola sta giurando per il voto, mentre l’accompagnatore – con le catene ai piedi – gli parla nell’orecchio sussurrandogli parole di rito: quest’ultimo è il dottor John Shebbears arrestato una prima volta nel 1754 per le sue tendenze politiche che contrastavano le leggi e, una seconda volta, nel 1758 per un scritto diffamatorio contro la Casa regnante. Più tardi (1762) venne contraccambiato con una rendita pensionistica per gli attacchi diretti contro Wilkes.

Più a destra, anche un veterano – mancante di una gamba, un braccio ed una mano – sta giurando per il voto poggiando sulla Bibbia il suo indispensabile uncino, mentre due scrutatori sembra stiano discutendo  sulla validità dell’atto. Dietro, un artista – forse un disegnatore – sta realizzando la caricatura del candidato da lui favorito, che siede con orgoglio sullo scranno, mentre I’avversario si sta grattando il capo, consapevole ormai, d’aver perso le elezioni. Fra i due appare, dormiente, un mazziere, mentre i sostenitori del perdente sembra che stiano ridendo nel leggere una copia della ballata gallese.

Sulla sinistra, in secondo piano, il cocchio – puramente allegorico – della Gran Bretagna, dove il cocchiere, con le redini sotto i piedi, sta giocando a carte col valletto, senza curarsi della padrona, che in quel momento tira la corda d’arresto perché si sono spezzate le cinghie della carrozza, e questa si sta rovesciando.

“La campagna elettorale – Il trionfo dell’eletto” di William Hogarth

William Hogarth:  La campagna elettorale – Il trionfo dell’eletto

William Hogarth: La campagna elettorale - Il trionfo dell'eletto
William Hogarth: La campagna elettorale – Il trionfo dell’eletto, cm. 101,5 x 127, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La campagna elettorale”

Sull’opera: “Il trionfo dell’eletto” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo di quattro tele intitolato “La campagna elettorale”, realizzato con tecnica a olio nel 1754, misura 101,5 x 127 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra. 

 l’interminabile corteo, armato di fucili e bastoni, si stende tra l’abitazione di un avvocato e un cimitero (la casa è ubicata presso la finestra situata all’ultimo piano). In testa alla fila, un vecchio un violinista cieco, con un incedere impassibile nonostante la baruffa.

In primo piano, girato di spalle, un marinaio con una gamba di legno, armato anch’esso di bastone, e un contadino, col correggiato, si stanno menando di santa ragione. L’orso (per altri, uno grosso scimmione) del marinaio, recante una scimmietta armata sulle spalle, ne approfitta per rovistare in uno dei due barilotti caricati su un somaro e difesi dal padrone, in atto tirare bastonate a chiunque vi si avvicini. Il correggiato del contadino colpisce la testa di uno dei portatori dell’eletto, mettendo in pericolo l’equilibrio di quest’ultimo con il rischio di farlo cadere dalla grossa poltrona. Il trasportato è stato identificato in George Bubb Dodington, barone di Melcombe, uomo altolocato ed estremamente ricco, arrivato alla notorietà come politicante liberale: l’unico – in verità – che nelle elezioni del 1754 perse il proprio seggio.

In secondo piano, sul recinto del cimitero, appaiono due spazzacamini, di cui uno sta ponendo un paio d’occhiali sulla scultura di un teschio, mentre l’altro fa la pipì sulla scimmia armata di fucile (come appare nell’incisione, in atto di sparare effettivamente. Probabilmente un allusione al capitano Turton che, proprio in campagna elettorale, assaltato da un gruppo di oppositori, si salvò facendo fuoco contro un spazzacamino). Sulla sinistra, la ‘dama’ del candidato sta  perdendo i sensi e viene prontamente sorretta da una servente negra.

Al centro, un maiale impaurito attraversa con violenza il corteo, facendo cadere una donna, e scappa con davanti i suoi piccoli maialini, uno dei quali è già finito nella roggia. Dietro di essi un’anziana donna sta prendendo a bastonate un sarto. Un barile pieno di vino viene portato ai manifestanti, mentre un’altro ormai completamente svuotato viene perlustrato a fondo da un uomo che sta tentando di racimolare le ultime gocce del prezioso liquido. I dimostranti, armati di fucili e bastoni, con le coccarde azzurre, sventolano una bandiera in cui si legge “True Blue”.

Il secondo candidato, sempre portato a spalle, e sulla sedia, non si vede ma la sua ombra si delinea sulla parete illuminata del municipio, in fondo. Contro un cielo ricco di forti variazioni cromatiche si staglia un’oca: l’artista allude all’aquila sopra Alessandro Magno nella “Battaglia del Granico” di Pietro da Cortona.

Nell’edificio di sinistra, davanti al quale un militare a torso nudo – pronto per un imminente incontro di pugilato – sta preparandosi una dose di tabacco, si tiene un festino (come indicano i tre domestici che con le vivande stanno per entrare dalla porta). Alcuni conviviali si sono affacciati alla finestra per seguire il corteo e il tafferuglio che ne consegue. Il personaggio, visibile nell’apertura di centro e con la sciarpa al collo, probabilmente è il duca di Newcastle.

L’edificio a destra è una chiesa sulla cui parete frontale appare una meridiana con su scritto il motto: “Pulvis et umbra / sumus”; e nel cui angolo, in basso a sinistra, è visibile una pietra miliare, dove di legge “XIX / miles / from / London”.

L’opera fu incisa da Hogarth e F. Aveline, la cui stampa venne pubblicata l’11gennaio 1758. Sull’incisione, nota in tre stati (38,5 X 53,5), appare la dedica a George Hay.

“La carriera del libertino – Il matrimonio” di William Hogarth

William Hogarth: La carriera del libertino – Il matrimonio

William Hogarth: La carriera del libertino - Il matrimonio
Il matrimonio, cm. 62,5 x 75, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La carriera del libertino”

Sull’opera: “Il matrimonio” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo “La carriera del libertino”, realizzato con tecnica a olio su tela tra il 1733-35, misura 62,6 x 75 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra. 

Il fatiscente ambiente raffigurato nella presente composizione è quello della vecchia chiesa di Marylebone, ubicata nella periferia di Londra, allora famosa per la celebrazione di matrimoni clandestini. Sul matroneo si legge chiaramente l’anno della consacrazione del luogo: “This Church of S’ Mary-le-Bone was beautifyed in the year 1725 Tho Sice Tno Horn Church Wardens”).

 Da sinistra verso destra: il pastore celebrante, con un volume aperto tra le mani, e il chierico; il libertino nell’atto di introdurre la fede nel dito di una vecchia e guercia ereditiera, occhieggiando invece la giovane badante; in primo piano, al centro, un ragazzo dell’orfanotrofio sta tendendo uno sgabello; due cani, sulla destra, a parodiare l’episodio (uno è Trumb, il preferito dell’artista, che appare spesso nelle composizioni di Hogarth; l’altro è monocolo come la vecchia futura sposa.

Nel fondo, Sarah Young (si veda “L’eredità”), con in braccio il figlioletto, accompagnata dalla madre, che vorrebbe impedire il matrimonio, ma che viene insieme alla figlia allontanata dalla custode che brandisce le grosse chiavi.

La chiesa appare adornata di rami di sempreverdi, che alludono probabilmente all’impudicizia della vecchia o alle sue “tardive” nozze, mentre lo stato d’incuria dell’edificio dovrebbe riecheggiare la decadenza morale dei futuri sposi: le tavole della Legge sono spaccate e, non a caso, il taglio divide di netto proprio il nono comandamento. L’apertura della cassetta delle elemosine è piena di ragnatele.

Il banchetto (Soane’s Museum) di William Hogarth

William Hogarth: Il banchetto (Soane’s Museum)

William Hogarth: La campagna elettorale - Il banchetto (Soane's Museum)
William Hogarth: Il banchetto,  cm. 101,5 x 127, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La campagna elettorale”

Sull’opera: “Il banchetto” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo di quattro tele intitolato “La campagna elettorale”, realizzato con tecnica a olio nel 1754, misura 101,5 x 127 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra. 

I candidati del partito denominato ‘Nuovo Interesse’ e i rispettivi faccendieri, identificabili dalle coccarde gialle, si sono riuniti in convivio in una locanda. Disposti attorno a due tavoli affiancati, uno rettangolare ed uno tondo, tredici convitati stanno in atteggiamenti che richiamano, in un certo qual modo, il Cenacolo leonardesco del convento di Santa Maria delle Grazie.

Iniziando da sinistra troviamo sir Commodity Taxem, il candidato più giovane (per il quale l’artista trasse ispirazione dal raffinato parlamentare Th Potter, deciso sostenitore di Pitt), che deve subire il bacio della tozza cameriera, mentre l’oste, forzando sulle loro teste per meglio avvicinarle, involontariamente da fuoco con la pipa alla candida parrucca del giovane politico, mentre una bambina gli sta sfilando l’anello dal dito.

La grossa bandiera, il cui acceso cromatismo domina sopra il già descritto gruppetto, reca il motto “Liberty and Loyalty”.

Il candidato più anziano sta dialogando (o forse soltanto passivamente ascoltandone le confidenze) con un ubriaco, dal volto pieno di graffi, che gli manda fumo della pipa negli occhi, e con un calzolaio che gli stringe la mano (azione, questa, che allude certamente al gruppo di Pietro, Giuda e Giovanni de “L’Ultima cena” del famoso refettorio milanese). Dietro di loro un tizio, abbastanza brillo, sembra che brindi alla bandiera, mentre la consorte riceve un presente elettorale (insieme ad un biglietto con chiare dichiarazioni amorose) da un ufficiale. Sempre scorrendo verso destra, segue un grasso reverendo, forse J. Cosserat dell’Exeter College di Oxford, che sembra soffrire il caldo a causa di uno scaldavivande che gli hanno messo davanti o per il pomposo pasto di cui rimangono soltanto gli avanzi. Dietro a lui, al centro della composizione, sta suonando l’orchestra ove domina l’anziana e cieca violinista Fiddlingham, famosa negli ambienti oxfordiani, che – certamente mancina – imbraccia il suo strumento con la destra. Sotto la donna, un suonatore di cornamusa che, approfittando di una pausa musicale, si gratta; sempre appartenenti al gruppo orchestrale, un contrabassista e un violinista che si chiede del vino a un conviviale, probabilmente a un nobile signore. Altri due, con davanti agli occhi una bottiglia di “Burgundy”, ridono delle smorfie d’un pupazzo che un invitato (sir J. ParnelI, nipote del poeta, che espresse all’artista il desiderio di essere ritratto, garantendo una sicura e consistente vendita di riproduzioni a Dublino) ha improvvisato avvolgendo il tovagliolo sul proprio pugno, figura essenziale per intonare la ballata “An OId Women Clothed in Grey”. Accanto all’improvvisato puparo, un certo Chalkstone, con un visibile sofferenza in volto (probabilmente a causa della gotta, come si evince dalla stampella alle sue spalle). Dietro al gruppo appena descritto si indovina, all’esterno, il tumulto dei sostenitori dell’altro partito, impennanti le scritte: “Marry and Multiply in / spite of the devil and the …” (che tradotto in italiano significa sposatevi e moltiplicatevi in barba al diavolo e al …:), un’efficace slogan atto a contrastare il ‘decreto matrimoniale’ del 1753, che di fatto abrogava le libere unioni “Liberty / and property and no excise” (libertà, diritto di proprietà e no tasse); sempre fuori, una caricatura col cartello ove si legge “No jews” (no ebrei) con la raffigurazione – probabilmente – del duca di Newcastle, che nel 1753 aveva lanciato la proposta di naturalizzare tutti gli ebrei residenti in Inghilterra. Tramite la finestra aperta la folla strepitante all’esterno lancia mattoni e sassi d’ogni calibro nella sala, ma vengono a loro volta ricambiati da getti d’acqua (o forse d’altro liquido) contenuta in un vaso da notte che un componente del ‘Nuovo Interesse’ rovescia dalla finestra. Come capotavola appare un buongustaio davanti ad un’esagerata quantità di ostriche, probabilmente il sindaco, che con lo stomaco ormai sotto pressione ha perduto conoscenza, e un barbiere che cerca di praticargli un salasso. Alle loro spalle un agente sta elargendo soldi per comprare il voto di un sarto metodista, che questi rifiuta, nonostante le incitazioni della consorte e del figlio, che gli ricordano le scarpe in pessimo stato. Il gruppo viene completato da gente armata di spade e bastoni, che sta uscendo dalla porta (forte richiamo alle raffigurazioni quattrocentesche del “Bacio di Giuda”.

In primo piano appare il segretario del partito che ha appena smesso di spuntare i voti sicuri (“‘Sure votes”) da quelli incerti (“Doubtfull”) perché ferito alla testa da un mattone lanciato da fuori. Sul pavimento, un ‘gorilla elettorale’, il pugile Teague Carter di Oxford, al quale un macellaio sta curando una ferita sulla fronte servendosi di una bevanda alcolica (forse gin).

Sotto i piedi del pugile appare una bandiera del partito opposto, sottratta ai sostenitori avversari, ove si legge: “Give us our / Eleven Days” (dateci i nostri undici giorni: un vero e proprio slogan di protesta contro la riforma del calendario del 1752, quando furono letteralmente cancellati undici giorni del mese di settembre). Un ragazzino sta mettendo a punto in un mastello un ridondante ponce, che richiama probabilmente quello approntato il 15 ottobre 1694 dentro una vasca da giardino, per conto dell’ammiraglio Russel.

Infine, nell’angolo in basso a sinistra, il quacchero Abel Squat con oggetti come guanti, cappelli, nastri e altri tipi di regali destinati alle signore, che sta leggendo – vistosamente perplesso – il biglietto con la scritta: “April 1 1754 I promise to pay to Abel Squat the Sum of Fifty pounds six months after date Value Re(ceived) Rich(ard) Slim” (1 aprile 1754 prometto di pagare a Abel Squat la somma di cinquanta sterline tra sei mesi …..).

“La carriera del libertino – La bisca” di William Hogarth

William Hogarth: La carriera del libertino – La bisca

William Hogarth: La carriera del libertino - La bisca
La bisca, cm. 62,5 x 75, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La carriera del libertino”

Sull’opera: “La bisca” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo “La carriera del libertino”, realizzato con tecnica a olio su tela tra il 1733-35, misura 62,6 x 75 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra. 

La scena è ambientata, secondo alcuni studiosi, nella Wite’s Chocolate House, situata in St. James’ Street, come confermerebbe l’incendio che sta per svilupparsi nel fondo del dipinto, che effettivamente avvenne in quel locale il 3 maggio 1733.

Per altri, invece, la sala da gioco potrebbe essere a Covent Garden, da come  si legge sul collare del cane nero che sta con le zampe anteriori sulla spalliera di una sedia caduta.

Molte sono le figure attorno ai tavoli da gioco: in esse vi si leggono le caratteristiche con i rispettivi gradi di abiezioni e di vizio. A destra, una guardia notturna, entrata in quel momento, indica con il suo bastone le fiamme che si stanno sviluppando nel soffitto, ma solo un biscazziere e un giocatore paiono rendersene conto. Gli altri non pensano altro che a contare il denaro vinto (o a calcolare quello perso), barare e quindi litigare.

Sulla sinistra, in primo piano, un malvivente, identificabile per la pistola ed una mascherina nera che gli pendono fuori dalla tasca, sembra affranto dalla perdita di denaro appena subita.

Il libertino, in ginocchio in primo piano, stringe i pugni ed ha un braccio rivolto al cielo. A destra, un usuraio, con aria impassibile e cinica si adopera a stendere i vari contratti. Hogarth allude certamente al padre del nostro protagonista, che – per l’appunto – da usuraio capitalizzò una fortuna sulle impellenti necessità della povera gente, mentre il figlio ha depauperato, oltre ai suoi, gli averi dell’anziana consorte. Si riesce a leggere ciò che l’usuraio sta scrivendo sul foglio: “Lent to Ld Cogg 500 [l.]”.

L’uomo che lo strozzino ha di fronte viene identificalo dagli studiosi di storia dell’arte come il fratello del duca John di Rutland, conosciuto come il “vecchio” Manners, un fortunatissimo  giocatore che si arricchì in questi locali e che vinse, tra l’altro, la grande tenuta di Leicester Abbey del duca del Devonshire.

La campagna elettorale di William Hogarth

William Hogarth: La campagna elettorale

William Hogarth: La campagna elettorale
William Hogart: La prima tela: Il banchetto, cm. 101,5 x 127, Soane’s Museum, Londra.

Sull’opera: “La campagna elettorale” è un ciclo di quattro tele autografe di William Hogarth realizzate con tecnica a olio nel 1754, le cui misure – più o meno tutte uguali – sono cm. 101,5 x 127. I dipinti sono custoditi nel Soane’s Museum, Londra. 

La serie delle quattro composizioni fu realizzata in un periodo che comprende il 1754  e i primi due mesi del 1755: alle elezioni, svolte in tale periodo, convergono più riferimenti, oltre quelli delle incisioni, riprodotte nel Febbraio 1755.

La campagna elettorale si ambienta nella cittadina di Guzzledown, scelta probabilmente per un legame con il “Don Quixote in England” (1733),  la celebre satira teatrale di Henry Fielding, ove il commediografo indicava la corruzione del primo ministro R. Walpole, e le beghe elettorali dei ruffiani che lo circondavano, soprattutto quelle del locandiere Guzzle.

I due partiti che si fronteggiavano erano quelli del ‘Vecchio Interesse’ e del ‘Nuovo Interesse’: il primo rappresentato dai conservatori l’altro adombrante i liberali.

Le quattro tele apparvero, con altre opere dell’artista, alla mostra della Society of Arts of Great Britain, inaugurata nel maggio 1761 a Vauxhall. Le acquistò Garrick per la somma totale di 210 sterline.

Alla vendita della sua collezione artistica, svoltasi nel 1823, pervennero a sir John Soane al prezzo di 1.732 sterline e 10 scellini.

Commenti alle singole opere:

27 Hogarth - La campagna elettorale - Il banchetto

Il banchetto,  cm. 101,5 x 127.

28 Hogarth - La campagna elettorale - L'opera di convinzione

L’opera di convinzione, cm. 101,5 x 127.

29 Hogarth - La campagna elettorale - La votazione

La votazione, cm. 101,5 x 127.

30 Hogarth - La campagna elettorale - Il trionfo dell'eletto

Il trionfo dell’eletto, cm. 101,5 x 127.

“La carriera del libertino – La prigione” di William Hogarth

William Hogarth: La carriera del libertino – La prigione

William Hogarth: La carriera del libertino - La prigione
La prigione, cm. 62,5 x 75, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La carriera del libertino”

Sull’opera: “La prigione” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo “La carriera del libertino”, realizzato con tecnica a olio su tela tra il 1733-35, misura 62,6 x 75 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra.

Nel presente dipinto Tom Rakewell si trova nella nella prigione di Fleet per debiti di gioco. È seduto vicino a un piccolo tavolo tondo mentre, alla sua sinistra, la vecchia consorte gli grida parole infuriate nelle orecchie: forse per la depauperazione del capitale o per la presenza, nella cella, della giovane  Sarah Young che mise incinta (si veda “L’eredità”), o, più verosimilmente, per entrambe le cose.

Dietro di lui (ultima figura a sinistra), il secondino con in mano il libro mastro che sta sperando in una piccola mancia, la cosiddetta “Garnish money” d’uso.

Accanto al libertino sta il garzone che vuole essere pagato per il boccale di birra che gli ha appena portato.

Sul piccolo tavolo, le carte comprovanti una losca manovra del nostro personaggio per fare soldi. Come facevano tanti galantuomini dell’epoca, egli ha scritto una commedia, ma la composizione (con “Act 4”) è ritornata al mittente con lo sfavorevole responso: “Sr I have read yr / Play & find it will / not doe / ysr J. R. h.”, ove le iniziali “J. R” sono riferite al celebre impresario John Rich, l’allora direttore del Covent Garden.

A destra, Sarah Young, appena arrivata in cella per dare conforto all’antico innamorato, sviene, mentre la sua bambina, spaventata, la chiama ed altre persone le danno soccorso.

Tra queste, un avvocato (ultima figura a destra), che per l’improvviso accadimento si lascia sfuggire di mano alcuni fogli, ove si legge: “Being a New Scheme for paying yr Debts of yr Nation by T: L: now a prisoner in the Fleet”, “Debts …”, ovvero un memoriale stilato dalla South Sea Company. Nel fondo, si possono interpretare probabili allusioni ad effimeri tentativi di truffa del libertino.

“La campagna elettorale – L’opera di convinzione” di William Hogarth

William Hogarth: La campagna elettorale – L’opera di convinzione

William Hogarth: La campagna elettorale - L'opera di convinzione
L’opera di convinzione, cm. 101,5 x 127, Soane’s Museum a Londra.

Ritorna al ciclo de “La campagna elettorale”

Sull’opera: “L’opera di convinzione” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo di quattro tele intitolato “La campagna elettorale”, realizzato con tecnica a olio nel 1754, misura 101,5 x 127 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra. Il dipinto è conosciuto anche coni titoli: “Sollecitazione di voti” e “La visita del candidato”. 

 La scena è ambientata alla periferia di Guzzledown, in una piccola piazza con – sulla destra – una birreria e – sulla sinistra –  l’osteria della Quercia reale, quest’ultima collegata al partito del “Vecchio Interesse”. Nel fondo, in un altro edificio, l’osteria della Corona, per i simpatizzanti del partito avverso.

 Sulla porta dell’osteria in primo piano, la padrona sta contando le monete, seduta sulla polena d’una prora, a forma di un grosso leone in atto di azzannare un giglio: secondo alcuni studiosi l’artista sembrerebbe fare espresso riferimento alla guerra anglo-francese del 1756, dove l’ingloriosa ritirata dell’ammiraglio Byng suscitò sdegno e perplessità presso la popolazione, ma a tale data il quadro – probabilmente – era già stato portato a termine. Dietro di essa, oltre lo stipite, un granatiere sta controllando con vistosa avidità il denaro sull’ampio grembiule della donna. Più oltre appaiono un venditore ambulante ebreo (seduto) che vuole piazzare la propria mercanzia ad un candidato del “Vecchio interesse” che – già molto deciso – intende farne dono alle due donne affacciate al balcone del primo piano, mentre un facchino gli sta recapitando due colli ove si legge: “Punch’s Theatre Royal Oak Yard” e “Sr Your Vote & Interest”, facendogli avere anche un biglietto con il nome del destinatario (“To Tim Partitool Esq.”).

Al centro, un fattore appena arrivato dalla campagna che viene conteso fra i gestori delle due osterie che gli offrono danaro; il furbo agricoltore accetta la somma da entrambi i padroni, insieme ai biglietti, validi per un opulento pranzo (”Your Company to Dine at the Royal Oak” e “Your Company to Dine at the Crown”): per alcuni studiosi, probabilmente, il gruppo potrebbe parodiare “Ercole al bivio”.

Nella zona di destra, sul banco della birreria, un calzolaio presta attenzione alle parole di un barbiere, che, servendosi d’una lunga pipa piegata – probabilmente rotta – e d’un grosso boccale in cui si legge “John Hill at the Porto Bello”, descrive dettagliatamente la famosa impresa dell’ammiraglio Vernon, che nel 1739, conquistò nei Caraibi la roccaforte spagnola.

In alto, al centro, domina – parzialmente coperta da un manifesto elettorale suddiviso in due registri – l’insegna della “Quercia reale” ove viene raffigurata – per l’appunto – una quercia con Carlo II (Carlo II Stuart: Londra, 1630 – Londra, 1685) che si nasconde dietro i rami dopo la battaglia di Worcester (3 settembre 1651 presso Worcester, battaglia finale della rivoluzione inglese). Attorno a Carlo II, sotto l’albero, tre corone e due cavalieri del parlamento che lo stanno cercando.

Nel telone elettorale che, come abbiamo accennato, copre parte dell’insegna dell’osteria, appare un carro (“Oxford”) dinanzi al ministero del Tesoro, su cui si caricano sacchi colmi di danaro, mentre nello sfondo s’intravede la sede delle guardie a cavallo di Whitehall, con l’arco esageratamente aperto (gli edifici del telone elettorale furono disegnati da W. Kent, un forte antagonista di Hogarth, che il nostro artista associa in tal modo alla corruzione negli organi di governo). Nel registro inferiore appare il “Punch candidate for Guzzledown”, certamente adombrante il duca di Newcastle, che, accompagnato della moglie, elargisce danaro a manciate a destra e manca.

L’osteria della Corona, che appena si scorge nel fondo, sta subendo invece una vera e propria invasione di dimostranti, verso i quali un uomo affacciato dalla finestra del primo piano spara colpi di fucile; alcuni manifestanti sono riusciti ad attaccare una fune all’insegna, ove si legge “The Excise Office” (l’ufficio delle imposte: a ricordo di un imposta interna progettata nel 1733 da R. Walpole, poco più tardi ritirata per palese impopolarità). Un conservatore, arrivato fin sopra il palo orizzontale dell’insegna lo sta segando, senza però rendersi conto di trovarsi sulla parte destinata alla caduta.

La composizione in esame fu poi incisa –  cm. 40,3 X 54 e nota in sei stati – da C. Grignion, sotto la supervisione dello stesso Hogarth, in una stampa, datata 20 febbraio 1757, ove compare la dedica a sir Charles Hanbury.

La carriera del libertino – Il manicomio (Londra) di William Hogarth

William Hogarth: La carriera del libertino – Il manicomio (Londra)

William Hogarth: La carriera del libertino - Il manicomio (Londra)
Il manicomio, cm. 62,5 x 75, Soane’s Museum a Londra.

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Sull’opera: “Il manicomio” è un dipinto autografo di William Hogarth, appartenente al ciclo “La carriera del libertino”, realizzato con tecnica a olio su tela tra il 1733-35, misura 62,6 x 75 cm. ed è custodito nel Soane’s Museum a Londra.

Secondo gli studiosi di storia dell’arte la scena del presente dipinto è ambientata, probabilmente, nel manicomio di Bediam a Moorfields, ove venivano isolati i pazzi senza risorse economiche. Seminudo al suolo, il libertino Tom Rakewell è in preda di una crisi isterica. Viene assistito da due infermieri, uno dei quali gli mette le catene alle caviglie ed ai polsi, mentre Sarrah Young, dietro di lui ha a fianco una ciotola di zuppa d’avena ed una pentola.

Nella cella n° 54, a ridosso delle loro spalle, un maniaco religioso rivolto verso una croce di legno prega con disperata mimica. Sia la figura del libertino che quella del maniaco in preghiera replicano gli atteggiamenti delle due statue di C. Cibber (“Pazzia furiosa” e “Pazzia melanconica”) che si trovavano sul portale di Bediam (attualmente nel Guildhall Museum di Londra).

Nella cella intermedia, la n° 55, un pazzo completamente nudo, con in capo una corona di paglia ed in mano – tenuto come uno scettro – un bastone rotto, sta facendo minzione; due visitatrici sgargiantemente vestite (Bediam era anche un posto ove la gente andava in villeggiatura) stanno assistendo alla scena, una ipocritamente fingendo di nascondersela con un semichiuso ventaglietto, l’altra commentandola via via alla compagna.

Fra le due celle, un altro malato, parzialmente nascosto dalla porta, ha disegnato sulla parete un globo, una falce di luna e un mortaio in fase di sparo. Può essere identificato (come lasciano pensare iniziali “L.E” che sono nella relativa incisione) nel drammaturgo Lee, che da documentazioni certe si sa che restò rinchiuso nel manicomio di Bediam dal 1684 al 1689. Per altri studiosi trattasi invece di Whiston, che propose il calcolo della longitudine del pianeta per mezzo d’una bomba sparata, per l’appunto, da un mortaio.

Davanti al matto, un altro internato, intento a studiare le stelle con un semplice cilindro di cartone, e un sarto con una parrucca di paglia ed un metro in mano: quest’ultima figura si riferisce probabilmente al proverbio inglese dei sarti che frequentemente impazziscono a causa della loro superbia.

Nella zona di sinistra appare un musicante pazzo nell’atto di suonare il suo violino, un lunatico per amore ed un povero sciagurato che pensa di essere diventato papa.

La famiglia Strode di William Hogarth

William Hogarth: La famiglia Strode

William Hogarth: La famiglia Strode
La famiglia Strode, cm. 87 x 92, Tate Gallery di Londra.

Sull’opera: “La famiglia Strode” è un dipinto autografo di William Hogarth realizzato con tecnica a olio su tela nel 1738, misura 67 x 92 cm. ed è custodito nella Tate Gallery di Londra.

Sono stati identificati, da sinistra verso destra, il dottor Arthur Smyth (diventato arcivescovo di Dublino nel 1766), il deputato William Strode, il maggiordomo Jonathan Powell (mentre versa il tè), la moglie (per altri studiosi, la madre) del deputato, lady Anne Strode,  il colonnello Samuel (il fratello di William Strode).

Ai lati, in primo piano, due cani; sulla parete a destra, un dipinto del tipo di Salvator Rosa e due piccoli paesaggi alla Guardi.

Degna di nota è la struttura compositiva dell’intero dipinto, soprattutto quella riguardante la figura del maggiordomo, il cui dinamismo contrasta con la staticità delle altre figure, in un collegamento che bene si armonizza con gruppi ai lati.

La cronologia dell’opera si evince dalla mancata presenza del primogenito degli Strode, nato – per l’appunto – nel 1738.