Biografia di Domenico Ghirlandaio

(Domenico Ghirlandaio Firenze, 1449 – Firenze, 11 gennaio 1494)

San Girolamo nello studio, anno 1480, affresco su muro, dimensioni cm. 184 X 119, chiesa di Ognissanti, Firenze.
Ghirlandaio: San Girolamo nello studio, anno 1480, affresco su muro, dimensioni cm. 184 X 119, chiesa di Ognissanti, Firenze.

Domenico Ghirlandaio, contemporaneo di Filippino Lippi e Sandro Botticelli, visse e svolse l’attività artistica soprattutto a Firenze, sua città natale [Micheletti, cit., pag. 9], mettendosi a confronto con i più grandi esponenti del Rinascimento legati al periodo di Lorenzo il Magnifico.

Intorno al 1480 Domenico, per il suo stile preciso, fluido e piacevole, era già conosciuto come il ritrattista ufficiale degli ambienti aristocratici fiorentini.

Gestore di una efficiente, solida e rinomata bottega, che conobbe allievi come Michelangelo Buonarroti, il Ghirlandaio è diventato celebre soprattutto per le grandi decorazioni d’affresco, tra cui quelle realizzate nella la Cappella Sistina, nella Cappella Sassetti e nella Cappella Tornabuoni [Micheletti, cit., pag. 9].

Domenico è considerato dagli studiosi – insieme a personalità quali Verrocchio, il giovane Botticelli ed i fratelli “del Pollaiolo” – come un artista della cosiddetta “terza generazione” del Rinascimento fiorentino [Micheletti, cit., pag. 10].

Anche David e Benedetto, fratelli di Domenico, come pure Sebastiano Mainardi da San Gimignano (cognato dell’artista), tutti apprezzati pittori,  erano legati alla stessa bottega [Micheletti, cit., pag. 9]. Un altro grande esponente della pittura fiorentina fu Ridolfo del Ghirlandaio, figlio di Domenico, attivo soprattutto nella Firenze del tardo Rinascimento.

Ultima Cena, anno 1476, affresco su muro, Tavarnelle Val di Pesa (provincia di Firenze), abbazia di San Michele Arcangelo.
Ghirlandaio: Ultima Cena, anno 1476, affresco su muro, Tavarnelle Val di Pesa (provincia di Firenze), abbazia di San Michele Arcangelo.

La fonte principale sulla biografia di Domenico Ghirlandaio fa comunque riferimento alle Vite di Giorgio Vasari perché, nonostante questi le avesse scritte una settantina d’anni dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 1494, essa è completa ed accurata, anche se talvolta appare integrata da giudizi di elogio un po’ troppo personali, dovuti a un forte ascendente verso la della sua arte [Micheletti, cit., pag. 10].

Domenico di Tommaso Bigordi, conosciuto come Domenico Ghirlandaio, nacque a Firenze nel 1449 da Tommaso di Currado, un orafo con bottega in via dell’Ariento (“Argento”, dal nome dei molti gioiellieri dell’ambiente fiorentino), a cui venne affibbiato il fortunato appellativo che passò al suo primogenito: “Ghirlandajo”.

Egli infatti, sempre secondo la testimonianza raccolta dalle “Vite”, conobbe la celebrità attraverso la cesellatura di ghirlande d’argento, a quel tempo assai in voca negli ambienti giovanili, che le damigelle fiorentine portavano sui capelli come ornamento [fonte: Francesco Cesati, “La grande guida delle strade di Firenze”, Newton Compton Editori, Roma 2003]. In alcuni documenti catastali, però, l’attività Tommaso di Currado è registrata come commerciante o sensale [Quermann, cit., pag. 6].

La sua prima formazione artistica ebbe luogo, come orafo, nel laboratorio del padre. Dalle Vite vasariane si ricava che Domenico fosse poco propenso a quella professione, preferendo invece trascorrere il tempo nella realizzazione di ritratti commissionati dai clienti di bottega e dagli occasionali passanti.

Finalmente l’orafo dovette assecondare progetto del figlio, rinunciando a quello di veder continuare l’attività familiare, e a concedergli di dedicarsi all’apprendimento delle tecniche relative alla pittura ed al mosaico, mettendolo a contatto con Alessio Baldovinetti (notizia poi confermata nel Cinquecento nelle memorie di Francesco Baldovinetti, discendente del pittore [Micheletti, cit., pag. 10].

Il Baldovinetti, non  tanto celebre per la critica degli studiosi di Storia dell’arte del passato, è stato recentemente rivalutato come raffinato interprete delle tradizioni fiorentine, che proponeva al pubblico locale con considerevoli influenze della pittura fiamminga (Rogier van der Weyden e, in quello specificato periodo, Hugo van der Goes ed Hans Memling).

Egli valorizzava la veduta paesistica dei secondi piani conferendo alle scene dello sfondo un importante rilievo: quello da “protagonista” anziché da semplice accessorio [Micheletti, cit., pag. 10].

Più tardi, si pensa, che Domenico avesse frequentato anche la bottega del Verrocchio, una delle più prestigiose ed attive dell’ambiente fiorentino, dove si andavano forgiando grandi protagonisti del Rinascimento come Botticelli, Credi, Perugino e, più tardi, Leonardo da Vinci [Quermann, cit., pag. 6]. Inoltre dovettero avere un certo peso nella sua formazione la pittura di Filippo Lippi, dal morbido cromatismo, e quella di Benozzo Gozzoli, intensa nel gusto narrativo [Quermann, cit., pag. 6].

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La biografia e la pittura di Domenico Ghirlandaio

Ghirlandaio (Firenze, 1449 – Firenze, 11 gennaio 1494)

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Le tipiche decorazioni di affresco nei monasteri fiorentini erano mirate alla valorizzazione del refettorio con una grande raffigurazione del Cenacolo.

Ultima Cena, anno 1486 circa, affresco su muro, dimensioni cm. 400 X 800, Convento di San Marco, Firenze.
Ghirlandaio: Ultima Cena, anno 1486 circa, affresco su muro, dimensioni cm. 400 X 800, Convento di San Marco, Firenze.

Al Ghirlandaio fu più volte assegnato l’incarico per tale impresa nel giro di pochissimo tempo, a partire dalla “Ultima cena” realizzata nel 1476 nella Badia di Passignano (Abbazia di San Michele Arcangelo), per continuare più tardi con quelle di Ognissanti (1480) e  di San Marco (1486).

Se quella di Passignano appare alquanto rigida nella struttura prospettica della stanza in cui si svolge la scena,  che richiama il Cenacolo di Andrea del Castagno (1450 circa) in Sant’Apollonia, nei due impianti successivi, assai strutturalmente simili, l’episodio è inserito in una spaziosa loggia con le stesse aperture e con le lunette che attorniano gli appoggi strutturali della volta.

In queste ultime due raffigurazioni gli aspetti drammatici della scena si presentano piuttosto limitati, indirizzandosi verso una narrazione assai più contenuta ma sempre scorrevole e serena.

Giuda, come vuole la tradizione, è raffigurato fuori dal gruppo dei dodici apostoli, apparendo seduto sul lato opposto della tavola, ripreso di schiena, a destra di Gesù e Giovanni che dorme appoggiato a lui. Qui si evidenzia piuttosto la particolare cura del dettaglio, derivata da un attento studio dal vero degli oggetti che arricchiscono la tavola e la stanza, come tanto l’autore amava nella pittura dei maestri fiamminghi, allora attivi Firenze.

Nel 1481, su proposta di Lorenzo il Magnifico, vennero convocati   da papa Sisto IV alcuni artisti fiorentini per la grandiosa decorazione della Cappella Sistina, una chiamata che portò finalmente la riconciliazione tra il Vaticano e Firenze, interessando in particolare la famiglia de’ Medici.

Insieme al Ghirlandaio partirono per Roma Cosimo Rosselli, Sandro Botticelli, e il Perugino, ormai divenuto fiorentino d’adozione, che probabilmente, come si ricaverebbe da documentazioni certe, si trovava già da tempo nella capitale.

Ogni pittore portava con sé un consistente numero di assistenti, tra i quali anche artisti che sarebbero diventati celebri poco dopo, come il Pinturicchio, Luca Signorelli, Piero di Cosimo e Filippino Lippi.

Il tema della monumentale decorazione doveva essere una celebrazione del papato con la raffigurazione delle Storie  di Mosè e di Cristo, poste a confronto per confermare il proseguimento del messaggio divino ripreso poi attraverso la legge giudaica nella figura di Cristo, che a sua volta lo trasmise a Pietro, primo pontefice.

L’impresa a cui partecipò il Ghirlandaio, riguardante il primo gruppo di pittori (sopra citati), fu intrapresa senza intoppi ed in modo assai spedito, tanto che nel 1482, era già stata portata a totale compimento.

Vocazione dei primi apostoli, anno 1481, affresco su muro, dimensioni cm. 349 X 570, Cappella Sistina, Città del Vaticano.
Ghirlandaio: Vocazione dei primi apostoli, anno 1481, affresco su muro, dimensioni cm. 349 X 570, Cappella Sistina, Città del Vaticano.

Al Ghirlandaio furono affidate le realizzazioni degli affreschi con la Vocazione dei primi apostoli e la Resurrezione. Quest’ultima, purtroppo, che risultava già danneggiata ai tempi di Vasari, fu ridipinta totalmente nel tardo Cinquecento.

Assai più difficile è invece l’assegnazione del “Passaggio del Mar Rosso”. Inoltre i pittori realizzarono il ciclo dei primi trenta papi sui i riquadri delle Storie di Mosè e di Gesù, taluni attribuiti al Ghirlandaio, ma varie ridipinture che seguirono non permettono specifiche valutazioni di autografia.

La Vocazione dei primi Apostoli è un’eccellente composizione, di alta qualità pittorica dove l’artista conferì nuova solennità, non più ritrovata nelle future creazioni.

L’impostazione strutturale, le vesti, il cromatismo e gli atteggiamenti di alcune figure richiamano la scena del “Tributo” (Cappella Brancacci) di Masaccio, considerata come opera di riferimento della pittura del primo Rinascimento fiorentino, che anche Domenico volle studiare, stando agli scritti del Vasari. La coloristica, viva e luminosa, conferisce efficacemente la morbidezza negli incarnati e si armonizza altrettanto felicemente nei toni delle vesti all’ultima moda dei contemporanei.

La maestria dell’artista, che si evidenzia soprattutto nella ritrattistica, raggiunse con quest’opera, per la prima volta, alte valenze di profondo realismo, dopo i primi esperimenti del ciclo in Santa Maria Assunta (1475), diventando una delle sue peculiarità più celebri e apprezzate. Da Roma egli portò con sé moltissimi disegni, bozzetti e studi di monumenti antichi, che più tardi vennero spesso da lui impiegati come prezioso repertorio per le imprese future.

Tornato a Firenze Ghirlandaio si trovò letteralmente sommerso dalle committenze, con una bottega che ormai era diventata il principale punto di riferimento della più agiata e colta borghesia locale.

Tra le prime composizioni commissionate al suo rientro ci fu un affresco in Santa Croce con la raffigurazione della Storia di san Paolino, di cui, forse, rimasero alcuni frammenti riguardanti l’intelaiatura architettonica nella navata sinistra, vicino alla tomba di Michelangelo Buonarroti.

Nel 1482, mentre egli già stava concludendo il contratto per la decorazione della Cappella Sassetti in Santa Trinità, gli fu commissionato dalla Signoria di Firenze – a lui, al Botticelli, al Perugino e Piero del Pollaiolo – il ciclo di affreschi nella Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio.

L’intera realizzazione dell’opera, che doveva essere affidata a più artisti, scelti tra i maggiori attivi a Firenze, fu invece assegnata soltanto a Domenico. La decorazione, eseguita nella parete ad oriente, doveva comprendere un’Apoteosi di san Zanobi e un ciclo di uomini illustri (si veda anche l’altra raffigurazione di uomini illustri), venne invece largamente realizzata dagli assistenti di bottega, a causa del contemporaneo impegno del Ghirlandaio in Santa Trinità.

Lo scarso pregio pittorico delle composizioni si evidenzia principalmente nella scena centrale dell’Apoteosi, mentre nelle due raffigurazioni delle lunette con gli Uomini illustri dell’antichità, in alcune zone, si sprigiona una forte energia derivante dalla probabile presenza della mano del maestro.

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