Citazioni e critica a Bernardo Bellotto, vedutista attivo all’estero

(Citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Ed.)

Cosa hanno detto i critici della Storia dell’arte su Bernardo Bellotto:

[…] giova dirlo subito, egli non fu solo grande, anzi grandissimo artista, ma in nulla inferiore al Canaletto stesso, direi anzi, sotto certi aspetti più impegnato e moderno. […]È vero che sin dagli inizi egli aveva aderito alla visione che il Canaletto andava elaborando e pienamente realizzando […]. Ma si deve aggiungere che il fondamento di quegli insegnamenti — e qui è il punto — consisteva soprattutto nella ferma fiducia che la realtà visiva corrispondesse a qualcosa di assoluto, di oggettivo, di ‘esistente in sé’ e fosse quindi riconoscibile attraverso un’esperienza, non solo inequivocabilmente certa, ma anche unica, inconfondibile con le altre.

[—] Qualcosa di più radicale quindi e, in un certo senso, qualcosa di più idoneo a condurre a risultati del tutto simili, che il semplice trasmettersi da maestro ad allievo dei modi soggettivi di una maniera pittorica. Che poi il Canaletto quella sua illuministica fiducia in una assoluta verità sapesse volgerla così mirabilmente in poesia, è un altro discorso : e vale anche per il Bellotto che, partendo dagli stessi principi, seppe giungere con animo nuovo a toccare diverse tonalità di sentimenti. Per questo egli potè, senza mai tradire tali premesse di ordine conoscitivo, trovare una via che lo condusse a conseguenze del lutto differenziate da quelle del Canaletto. […]

Le vedute di Dresda e di Pirna che il Bellotto eseguì durante il suo soggiorno in Sassonia dal 1747 al 1758 indicano forse il punto più alto toccato da quella ricerca di assoluta obbiettività che era uno dei poli antitetici della cultura figurativa del Settecento. La suggestione di vero che provocano nello spettatore ha qualcosa di magico, il loro potere evocativo sembra inesauribile. … Con una obbiettiva naturalezza che non nasconde il suo segreto ma sembra anzi afferra un metodo visivo come l’unico ano a cogliere il vero, il Bellotto fa rivivere ai nostri occhi la vita di una città moderna, con una architettura ancora tutta spigoli vivi che sorge fra impalcature e blocchi di pietra, sagomati dagli scalpellini, all’ombra delle antiche case di legno in demolizione. […]

Il soggiorno nello scenario più fastoso della Vienna di Maria Teresa […] ci fa assistere anche ad un accentuarsi quasi surreale della magica densità del suo verismo con esiti quasi ottocenteschi e preromantici […]. Di tale verismo, trasposto in un’atmosfera ancor più fredda e lucente, il Bellotto diede le prove maggiori a Varsavia. Una obbiettività calata in una felice naturalezza, il possesso di un rapporto semplice e sicuro con la realtà si spiega ai nostri occhi nelle sue vedute della città polacca […] e ci dimostra quanto fosse aperta verso il futuro la visione di un artista i cui principi erano pur radicati così profondamente nella cultura del suo secolo.     G. briganti, La mostra del Bellotto a Vienna: diventò grande quando lasciò Venezia, “L’Espresso”, n. 31, 1965.

Egli, se così si può dire, va oltre i raggiungimenti dello zio nella resa delle immagini, forzandone fino al limite la consistenza oggettiva. Le figure risaltano nella atmosfera fredda, cristallina, immobile :

quanto nel Canaletto è atmosfera vibrante, è colore che nasce dalla luce, secondo il suggerimento che la natura stessa offre, e l’artista interpreta, nel Bellotto diventa quasi realtà quasi ottica, resa sempre più vera ed esatta da forzature cromatiche che finiscono col darne una suggestione quasi superiore a quella stessa verità così precisamente osservata. E qui sta l’originalità più autentica e sicura di Bernardo …   P. zampetti,  vedutisti veneziani del Settecento, Venezia 1967.

pur muovendo dal Canaletto se ne allontana, in sostanza, profondamente. Alla oggettività mesta e solare del Canaletto, il Bellotto oppone un sentimento poetico delle cose esasperato, algidamente surreale nella tensione traslucida e spessa dell’atmosfera. Viene meno, in lui, quella dorata serenità in cui.;la veduta canalettiana rimaneva miracolosamente sospesa; quell’equilibrio precario si rompe : e gli sottentra un incantesimo di fredde luci lunari, a contrasto con ombre grevi e immanenti. […]

Non so se nella scelta dei suoi itinerari europei il Bellotto sia stato influito da una consonanza del suo gusto con la luminosità fredda dei cieli nordici. Certo è che egli si metteva in tal modo, e forse niente affatto inconsciamente, nelle condizioni ideali per ricreare e far sua la poesia dei grandi olandesi del Seicento, ma dandole un accento personale inconfondibile e di un fascino straordinariamente anticipatore. Quella analitica precisione disegnativa che conferisce alla sua veduta un carattere di sorprendente verità nella nitida e immobile fissità dell’atmosfera, determinata dal blocco di una gelida luce vitrea, è, oltretutto, il segno di una sensibilità al passo con la circolazione di idee modernamente aggiornate in senso illuministico quale era assai attiva nelle capitali dell’Europa centrale.    G. M. pilo, La Mostra dei vedutisti veneziani del Settecento, “Arte veneta” 1967.

[…] raggiunse vertici di incomparabile intensità assimilando l’arte dello zio e liberandosene a vantaggio di una personalissima visione, grazie ad una brusca diversione verso aspetti di grave incisività ottica, potente e profondamente intonata con gli umori di una materia visiva ombrosa e gravitante, tale da implicare nozioni di moderno totale naturalismo. La luce del Bellotto si impasta di terra e di fosche animazioni nascoste, scrutate con certezza spietata attraverso una lente che ingrandisce il microcosmo della vita e il suo amoroso incessante brusio.    G. volpe in “Enciclopedia Feltrinelli Fischer. Arte”, Milano 1968.

Non s’appaga della rappresentazione come percezione chiara e distinta, vuoi precisare che ad ogni punto dell’immagine corrisponde una realtà di cui può assumere perfino, con le varie grossezze della pasta coloristica, la consistenza materiale. Come se la rappresentazione non implicasse già la sua luce, la sottopone ad un’illuminazione supplementare : una luce grassa che non penetra ma s’apprende alle cose, come materia sulla materia, ed un’ombra pesante, bistrata, quasi nera. Per questa concretezza quasi fisica le vedute del Bellotto riescono, molto più che quelle del Canaletto, a documentare e interpretare il carattere di un sito, città o campagna che sia; e questa, che è la sua qualità più originale, è anche la causa della fortuna dell’artista alle corti di Torino, di Dresda, di Vienna, di Varsavia. Più che un vedutista è, potrebbe dirsi, un ritrattista delle città europee.    G. C. argan, Storia dell’arte italiana III, Firenze 1968.

[…] i tratti principali della pittura bellottiana •[…] sono da un lato l’intima fusione di senso della realtà e malinconia poetica, e l’autentico interesse per gli insediamenti umani espressi nelle città e nei paesi coi loro edifici, per gli uomini che vi abitano e le loro occupazioni; dall’altro è la ricerca della bellezza nella concezione pittorica, al cui realizzarsi contribuiscono notevolmente l’ampiezza panoramica della veduta e l’armonia degli effetti cromatici e chiaroscurali. E infine è l’atmosfera cristallina, che racchiude tutte le forme chiaramente delineate e nella quale giuocano liberamente sia la tavolozza dalle tonalità prevalentemente fredde che i forti contrasti di luce ed ombra; da tutto questo deriva un’atmosfera tranquilla e lirica. Grazie all’impianto ordinato della composizione, all’armonia degli effetti coloristici e chiaroscurali, nonché alla profonda poesia, le cose viste obiettivamente appaiono come realtà del nostro mondo, riempita di vita quotidiana, e nello stesso tempo sono come respinte nella fissità senza tempo di un’altra sfera di eterna pace.    S. kozakiewicz, Bernard Bellotto, 1972 (ediz. italiana, Gorlich, Milano).

Se […] fosse possibile parlare di una pittura veneziana dell’Illuminismo, questa andrebbe riconosciuta nelle opere del Canaletto e del Bellotto, prodotte e fruite secondo gli stessi principi della razionalità settecentesca, in cerca, anche nell’arte, di maggior ‘verità’ e quindi ‘filosofia’; ma soprattutto del corrispondente figurativo di una cultura sociale diversamente impostata rispetto alla gerarchia e all’assolutismo barocchi. […] La città, Londra, o Venezia o Dresda o Vienna, per mezzo di una tecnica raffinata ma nient’affatto misteriosa, anzi basata su molteplici principi razionali e con il dichiarato ausilio di sussidi meccanici come la camera ottica, è squadernata dinanzi alla coscienza del riguardante in contatto immediato e diretto; all’occhio sembra richiesta soltanto l’adesione incondizionata al dato rappresentativo che in tota ad esso si presenta. Il modo nuovo di visione che ormai si inaugura è appunto il modo di visione secondo ragione, ma non soltanto universale in virtù delle leggi razionali prospettiche che lo governano, come già fu nel Quattrocento, ma altresì caratterizzato da un consentimento sociale ad una ragione che è tale in quanto coscienza della razionalità della storia. È storia contemporanea ed universale armonia di interventi della mente attiva, libera da ipoteche ideologiche, lumeggiata dalla ragione per la via dell’inevitabile progresso.                G susinno, La veduta nella pittura italiana, Firenze 1974.

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