Lettere di Van Gogh (1888-1890)

1888 – 1890 (dal suo epistolario) (testo tratto dai “Classici dell’Arte” Rizzoli Editore)

Le lettere di Van Gogh (528 – 652)

Tutte le lettere hanno la data e il corrispondente numero. In quelle dove non è presente il nominativo del destinatario la missiva è indirizzata a Theo, fratello dell’artista.

528. – Arles, agosto 1888. La pittura, qual è adesso, promette di diventare più sottile — più musica e meno scultura – : promette, insomma, il colore. Purché mantenga questa promessa… I girasoli proseguono, ce n’è un nuovo mazzo di quattordici fiori su sfondo giallo verde [n. 558] : è dunque esattamente il medesimo effetto, ma in formato più grande … di una natura morta di cotogne e di limoni che tu hai già. Però nei girasoli la pittura è molto più semplice. Ti ricordi che un giorno abbiamo visto all’Hotel Drouot un mazzo di peonie di Manet? I fiori rosa, le “foglie verdissime, dipinti a pasta piena, e non a vernice come quelli di Jeannin, che si staccavano su un semplice sfondo bianco, credo. Una cosa veramente sana. Per il ‘pointillé’, per aureolare eccetera, la trovo una vera scoperta; ma si può già prevedere che questa tecnica non diventerà più di un’altra un dogma universale. Ragione di più perché La Grande Jatte di Seurat, i paesaggi a grossi tratti punteggiati di Signac, la barca d’Anquetin diventino con l’andare del tempo più personali, ancora più originali.

531.— Arles, settembre 1888.    Ah, mio caro fratello, a volte so talmente bene quello che voglio. Perciò nella vita e nella pittura posso benissimo fare a meno del buon Dio, ma non posso, nella mia sofferenza, fare a meno di qualcosa di più grande di me e che è la mia vita: la potenza di creare. Che se, frustrato fisicamente da questa potenza, uno cerca di creare pensieri invece di figli, resta ancora nell’umanità, nonostante tutto. In un quadro io vorrei dire qualcosa di consolante come una musica. Vorrei dipingere degli uomini o delle donne con un non so che di eterno, il cui simbolo era una volta il nimbo, e che noi cerchiamo mediante l’irradiazione di per se stessa, mediante la vibrazione dei nostri colori. Il ritratto così concepito non diventa un Ary Scheffer solamente perché dietro c’è un cielo azzurro come nel Sant’Agostino. Poiché, colorista, Ary Scheffer lo è proprio poco. Andrebbe, piuttosto, d’accordo con ciò che Delacroix cercava e trovava nel suo Tasso in prigione e in tanti altri quadri raffiguranti un uomo vero. Ah, il ritratto con dentro il pensiero, l’anima del modello: questo mi sembra talmente che debba venire! … Sono sempre preso fra due diversi pensieri: primo, le difficoltà materiali, girarsi e rigirarsi per crearsi un’esistenza; poi, lo studio del colore. Ho sempre la speranza di trovarci qualcosa. Esprimere l’amore di due innamorati con un matrimonio di due complementari, la loro mescolanza e i loro contrasti, le vibrazioni misteriose dei toni ravvicinati. Esprimere il pensiero di una fronte con la radiosità di un tono chiaro su un fondo scuro. Esprimere la speranza con qualche stella. L’ardore di un essere con un’irradiazione di sole calante. Non si tratta certo del ‘trompe-l’oeil’ realistico, ma non è forse una cosa che esiste realmente?

W7. – Arles, settembre 1888. Alla sorella Wilhelmina.   Theo mi scrive che ti ha dato delle giapponeserie. È sicuramente il mezzo più pratico per riuscire a comprendere la direzione che ha preso oggi la pittura colorata e chiara. In quanto a me, qui non ho bisogno di giapponeserie, perché mi dico sempre che qui sono in Giappone e che di conseguenza non ho che da aprire gli occhi e dipingere diritto davanti a me ciò che mi colpisce.

533. – Arles, settembre 1888.    Ho vegliato a dipingere per tre notti di seguito, coricandomi durante la giornata. Spesso mi sembra che la notte sia molto più viva e moltissimo più colorata del giorno. Ora per ciò che concerne riavere il denaro pagato all’affittacamere per la mia pittura, non insisto, perché il quadro [n. 576] è uno dei più brutti che io abbia fatto. È l’equivalente, benché diverso, dei Mangiatori di patate [n. 151]. Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C’è dappertutto una lotta e un’antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota, e del violetto contro il blu. Il rosso sangue e il verde giallo del biliardo, per esempio, contrastano con il delicato verde tenero Luigi XV del banco, dove c’è un mazzo rosa. Il vestito bianco del padrone, che veglia in un angolo di questa fornace, diventa giallo limone, verde pallido e luminoso.  Ne faccio un disegno con toni all’acquerello per mandartelo domani, affinchè tu ne abbia un’idea. … r.:Il Caffè di notte continua il Seminatore [n. 520], come pure la testa del vecchio contadino e del poeta, se riesco a fare anche quest’ultimo quadro. Non si tratta però di un colore localmente vero dal punto di vista realistico del ‘trompe-l’ceil’, ma di un colore che suggerisce una qualsiasi emozione di un temperamento ardente. Quando Paul Mantz vide all’esposizione che anche noi abbiamo visitato, agli Champs-Elysées, lo schizzo violento ed esaltato di Delacroix La barca del Cristo, se ne allontanò gridando nel suo articolo: “Non sapevo che si potesse essere così terribili con del blu e del verde”. Hokusai ti fa lanciare lo stesso grido, ma mediante le sue linee, il suo disegno, come quando nella tua lettera tu dici: “Quelle onde sono artigli, la nave vi è imprigionata, lo si sente” Ebbene, se si adoperasse soltanto il colore o soltanto il disegno, non si procurerebbero simili emozioni.

538. – Arles, settembre 1888.    Tu sei buono verso i pittori e, sappilo bene, più ci rifletto, più sento che non vi è nulla di più realmente artistico dell’amare il prossimo. Tu mi dirai allora che sarebbe bene fare a meno dell’arte e degli artisti. In principio è vero; ma, dopo tutto, i greci, i francesi e i vecchi olandesi hanno accettato l’arte, noi la vediamo sempre risuscitare dopo le decadenze fatali, e non credo che si sarebbe più virtuosi per il solo motivo di avere in orrore e gli artisti e la loro arte. Per il momento non trovo ancora i miei quadri abbastanza buoni, in rapporto ai vantaggi che ho avuto da tè. Ma quando saranno abbastanza buoni, ti assicuro che tu li avrai creati quanto me: il fatto è che noi li fabbrichiamo in due.

 539. – Arles, settembre 1888. Mai ho avuto una tale possibilità; qui la natura è straordinariamente bella. Dappertutto e in ogni luogo la cupola del ciclo è di un azzurro mirabile, il sole ha una radiosità di zolfo pallido ed è dolce e incantevole come la combinazione dei celesti e dei gialli dei Vermeer di Delfi. Non riesco a dipingere altrettanto bene, ma mi concentro talmente, che mi lascio andare senza pensare ad alcuna regola. … Ho deciso adesso, per partito preso, di non tracciare mai più un quadro col carboncino. Non serve a nulla: bisogna attaccare il disegno con il colore stesso, per disegnare bene. … Che cosa fa Seurat? Non oserei mostrargli gli studi che ti ho spedito, ma quelli dei girasoli, dei cabarets e dei giardini vorrei che li vedesse; penso spesso al suo sistema anche se non lo seguirei affatto, ma lui è un colorista originale, e 10 stesso vale per Signac, però in un grado diverso: i puntinisti hanno trovato del nuovo, e debbo ammettere che mi piacciono molto. Nondimeno, e lo dico francamente, io ritorno piuttosto a ciò che cercavo prima di venire a Parigi: non so se qualcuno ha parlato prima di me di colore suggestivo, ma Delacroix e Monticelli, pur non avendone parlato, lo hanno fatto. In quanto a me, io sono ancora come ero a Nuenen, quando ho fatto uno sforzo vano per imparare la musica, talmente già sentivo fin da allora i rapporti che esistono fra i1 nostro colore e la musica di Wagner. Adesso, è vero, vedo nell’impressionismo la risurrezione di Delacroix; ma, poiché le interpretazioni sono divergenti e in certo modo inconciliabili, non sarà neanche l’impressionismo a formulare la dottrina. Per questo resto fra gli impressionisti, perché non dice nulla e non impegna a nulla: non ho bisogno, in mezzo a loro, di diventarne un compagno.

542. – Arles, settembre 1888.    Se si studia l’arte giapponese, vi si vede un uomo innegabilmente saggio, filosofo, intelligente, che passa il tempo a far che cosa? A studiare la distanza dalla terra alla luna? No. A studiare la politica di Bismarck? No. Si limita a studiare un unico stelo d’erba. Ma quello stelo d’erba lo porta a disegnare tutte le piante, poi le stagioni, i grandi aspetti dei paesaggi, infine gli animali e da ultimo la figura umana. Così trascorre la vita, e la vita è troppo breve per fare tutto. Vediamo, non è forse quasi una vera religione ciò che c’insegnano questi giapponesi così semplici e che vivono nella natura come se fossero essi stessi dei fiori? Non si potrebbe studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale. … Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, ne mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto. Ah, bisogna che riesca a fare una figura con pochi tratti. Questo mi terrà occupato tutto l’inverno; e una volta che ci sarò arrivato, potrò affrontare i boulevards, le strade e un sacco di motivi nuovi.

553 a. – Arles, settembre-ottobre 1888. A Gauguin. Trovo eccessivamente banali i miei concetti artistici rispetto ai Suoi. Ho sempre dei grossolani appetiti da animale. Dimentico tutto per la bellezza esteriore di cose che non so rendere, perché nel mio quadro la rendo brutta e grossolana, mentre la natura mi sembra perfetta. Adesso, tuttavia, lo slancio della mia carcassa ossuta è tale che va diritto al segno. Ne deriva talvolta una sincerità forse originale in ciò che sento, se il movente riuscisse ad abbellire la mia esecuzione brutale e inabile.   

W8. – Arles, settembre-ottobre 1888. Alla sorella Wilhelmina.   Qui non faccio che pensare a Monticelli. Era un uomo forte — un po’ tocco, anzi molto — che sognava il sole, l’amore, l’allegria, pur sempre tormentato dalla miseria, con un gusto estremamente raffinato di colorista; uomo di razza rara che continuava le migliori tradizioni antiche. Muore malinconicamente a Marsiglia, attraversando probabilmente un autentico Getsèmani. Ebbene, 10 sono sicuro di continuarlo qui come se fossi suo figlio o suo fratello. … Monticelli è un pittore che ha reso il Mezzogiorno in giallo pieno, in arancione pieno, in zolfo pieno. La maggior parte dei pittori, non essendo coloristi propriamente detti, non vi vedono questi colori e giudicano pazzo il pittore che vede con occhi diversi dai loro. Tutto ciò è naturalmente previsto. Per questo io ho già pronto apposta un quadro in giallo pieno di girasoli (14 fiori in un vaso giallo e su fondo giallo [n. 558], e ancora uno diverso dal precedente, con 12 fiori su fondo verde blu). E intendo un giorno esperto a Marsiglia. E vedrai che ci sarà un marsigliese o un altro i1 quale si ricorderà di ciò che ha detto e fatto in passato Monticelli.

 B 19. – Arles, ottobre 1888. Al pittore Émile Bernard.  Non posso lavorare senza modello. Non dico che non volgo decisamente le spalle alla natura, nel trasformare uno studio in quadro, sistemando il colore, ingrandendo, semplificando; ma ho molta paura di allontanarmi dal possibile e dal giusto, per quanto riguarda la forma. Forse potrà avvenire più in là, dopo altri dieci anni di studi, non dico di no; ma, parola d’onore, ho tale e tanta curiosità di ciò che è possibile e realmente esistente, che sento poco il desiderio e il coraggio di cercare l’ideale facendolo scaturire da studi astratti. Altri possono avere per gli studi astratti maggiore intelligenza di me, e sicuramente anche tu potresti essere del numero, così come lo è Gauguin… forse io stesso, quando sarò vecchio. Ma, nell’attesa, mi sfamo sempre alla natura. Esagero, cambio talvolta l’intenzione; però, in definitiva, non invento mai l’intero quadro, lo trovo al contrario già fatto, ma da sbrogliarlo nella natura.

 W9. – Arles, novembre 1888. Alla sorella Wilhelmina.Non so se capirai che si può fare una poesia solo disponendo sapientemente dei colori, così come si possono dire cose consolanti in musica. Allo stesso modo, alcune linee bizzarre, scelte e moltipllcate, serpeggianti in tutto il quadro, non devono dare un giardino nella sua rassomiglianza volgare, ma disegnarcelo come veduto in sogno, nel tempo stesso reale, eppure più strano che nella realtà.

590. – Arles, maggio 1889. Sento dire dai giornali che ci sono cose buone, al Salon. Ascolta, non diventare un impressionista assolutamente esclusivo: se c’è del buono in qualcosa, non perdiamolo di vista. Certo, il colore è in progresso proprio grazie agli impressionisti anche quando vi si smarriscono, ma Delacroix è già stato più completo di loro. E, perdiana, Millet, che non ha colore: quale opera, la sua ! Per questo la follia è salutare, perché si diventa forse meno esclusivi. Non rimpiango di aver voluto conoscere un po’ tecnicamente questa questione delle teorie coloristiche. Come artisti si è soltanto un anello di una catena; e, che si trovi o non si trovi, ci si può consolare. …     Ah, dipingere delle figure come Claude Monet dipinge i paesaggi ! È questo che resta da fare, nonostante tutto, e prima di vedere, a rigore, negli impressionisti, il solo Monet. Poiché, in definitiva, in fatto di figura Delacroix, Millet e vari scultori hanno fatto bene quanto gli impressionisti; perfino J. Breton. Insomma, mio caro fratello, siamo giusti … : pensiamo, ora che ci stiamo facendo troppo vecchi per schierarci fra i giovani, al fatto che in passato abbiamo amato Millet, Breton, Israels, Whistler, Delacroix, Leys. 

596. – Saint-Rémy, 25 giugno 1889.  Ho un campo di grano molto giallo e molto chiaro, forse ^ la tela più chiara che io abbia mai fatto. I cipressi mi preoccupano sempre, vorrei fame una cosa come le tele dei girasoli, perché mi stupisce che non li abbiano ancora fatti come li vedo io. Un cipresso è bello, in quanto a linee e a proporzioni, come un obelisco egizio,  e il verde è di una qualità così raffinata.   È la macchia nera in un paesaggio assolato, ma è una fra le note nere più interessanti, fra le più difficili a centrarsi che io possa immaginare. Ora bisogna vederli qui contro il blu, nel blu, per meglio dire. Per fare la natura, qui come dappertutto, bisogna restarvi a lungo. Perciò un Monthénard non mi da la nota vera e intima,, poiché la luce è misteriosa, e Monticeli} e Delacroix lo sentivano. Pissarro ne parlava benissimo, una volta, e io sono ancora molto lontano dal poter fare come egli diceva che si dovrebbe. 

601. – Saint-Rémy, luglio 1889.   Questa nuova crisi, fratello mio caro, mi ha colto nei campi e mentre stavo dipingendo durante una giornata di vento. Ti manderò la tela che ho terminato ugualmente [n. 674]. Era appunto un tentativo più sobrio, di un colore opaco senza apparenza, verdi spezzati, rossi e gialli ferruginosi d’ocra, così come ti dicevo che a volte provavo il desiderio di ricominciare con una tavolozza come nel Nord.

602. – Saint-Rémy, agosto 1889.    Grazie ancora di quella bella acquaforte tratta da Rembrandt; vorrei tanto conoscere il quadro e sapere in quale periodo della sua vita lo ha dipinto. Rientra, con il ritratto di Fabritius a Rotterdam, il Viaggiatore della Galleria Lacaze, in una categoria speciale dove il ritratto di un essere umano si trasforma in qualcosa di luminoso e consolante. E come ciò è infinitamente diverso da Michelangelo o da Giotto, benché quest’ultimo vi si avvicini, tuttavia; cosicché Giotto forma l’unico legame possibile tra la scuola di Rembrandt e gli italiani.

604. – Saint-Rémy, settembre 1889.     Fratello mio caro — è sempre in un intervallo di lavoro che ti scrivo —, fatico come un vero ossesso, provo più che mai un furore sordo di lavoro, e credo che questo contribuirà a guarirmi. Forse mi succederà una cosa come quella di cui parla Delacroix: “Ho trovato la pittura quando non avevo più ne denti ne fiato”, nel senso che la mia triste malattia mi fa lavorare con un furore sordo, molto lentamente, ma dal mattino alla sera senza interruzione; ed è questo, probabilmente, il segreto: lavorare a lungo e lentamente. Che ne so, ma credo di avere in corso un paio di tele non troppo male, prima di tutto il falciatore tra le spighe gialle [n. 681] e il ritratto su fondo chiaro [n. 683] : saranno per la mostra dei Vingtistes, se però si ricorderanno di me al momento buono; ma mi sarebbe assolutamente uguale, se non preferibile, che mi dimenticassero.

 607. – Saint-Rémy, settembre 1889.    Ho attualmente sette copie sulle dieci dei “Lavori dei campi” di Millet [nn. 692-700 e 771]. Posso assicurarti che m’interessa enormemente eseguire delle copie: non disponendo per il momento di modelli, questo mi aiuterà in ogni caso a non perdere di vista la figura. … Che il copiare sia il vecchio sistema, non m’importa assolutamente niente. Copierò anche II buon samaritano di Delacroix [n. 790]. …  Be’, dato soprattutto che adesso sono ammalato, cerco di fare qualcosa per consolarmi, per mio piacere personale. Poso davanti a me, come motivo, il bianco e nero di Delacroix o di Millet o dei loro seguaci, e poi v’improvviso sopra del colore; però, beninteso, non essendo completamente io, ma cercando qualche ricordo dei loro quadri — il ricordo, la vaga consonanza di colori che sono rimasti nel sentimento anche se non giusti; ed è, dunque, una mia interpretazione. Un sacco di gente non copia, moltissimi altri copiano: io mi ci sono messo per caso e trovo che il farlo insegna e soprattutto consola, a volte. Così il pennello mi corre fra le dita, allora, come un archetto sul violino, e assolutamente per il mio piacere. ..-. Adesso, nella cattiva stagione, farò molte copie, perché bisogna veramente che mi applichi di più alla figura. È lo studio della figura che insegna a cogliere l’essenziale e a semplificare.  

617. — Saint-Rémy, dicembre 1889.   Sembra probabile che non farò più cose impastate: è il risultato della vita calma di reclusione che conduco, e mi ci trovo meglio. In fondo, non sono poi così violento come pare, e mi sento più io nella calma. Tè ne accorgerai, forse, anche dalla tela per la mostra dei Vingtistes, che ho spedito ieri, il campo di grano al sole nascente [n. 749].

626 a. – Saint-Rémy, febbraio 1890. Al critico d’arte Albert Aurier.   Nel prossimo invio che farò a mio fratello, aggiungerò uno studio di cipressi per Lei [n. 767], se vorrà farmi la cortesia di accettarlo in ricordo del Suo articolo. In questo momento vi lavoro ancora, poiché desidero inserirci una figurina. Il cipresso è così caratteristico del paesaggio provenziale, e Lei lo sentiva quando diceva: “persino il colore nero”. Fino ad ora non ho potuto renderli come li sento: le emozioni che mi assalgono davanti alla natura vanno in me fino allo svenimento, e ne deriva allora una quindicina di giorni durante i quali sono incapace di lavorare. Eppure, prima di partire di qui, conto di tornare ancora una volta alla carica per attaccare i cipressi. Lo studio che Le ho destinato ne rappresenta un gruppo all’angolo di un campo di grano durante una giornata estiva di Arial. È dunque la nota di un certo nero inespressa in un turchino mosso dalla grande aria che circola, e fa contrasto a questa nota nera il vermiglio dei papaveri. … Quando lo studio che Le manderò sarà completamente asciutto anche negli impasti, senza dubbio non prima di un ‘anno, penso che farebbe bene a passarvi una forte mano di vernice. E nel frattempo bisognerà lavarlo più volte con acqua corrente per toglierne completamente l’olio. È dipinto con blu di Prussia pieno, colore di cui si dice tanto male, e di cui nondimeno si è tanto servito Delacroix. Credo che quando i toni di blu di Prussia si saranno bene asciugati, verniciando Lei otterrà i toni neri, nerissimi, necessari per far risaltare i vari verdi cupi.

 614 a. — Auvers-sur-Oise, maggio 1890. Al critico d’arte J.J. Isaàcson.   Vede, il problema, al mio spirito, si presenta così: quali siano gli esseri umani che abitualmente abitano gli oliveti, gli aranceti, le limonaie. Il contadino di questi luoghi è altra cosa dall’abitante dei grandi campi di grano di Millet. Millet ci ha riaperto le idee per vedere l’abitante della natura; ma non ci hanno ancora dipinto l’essere meridionale di oggi. Però quando Ghavannes o un altro ci mostrerà quell’essere umano, torneranno a noi con un senso nuovo parole antiche: beati i poveri di spirito, beati i puri di cuore; parole di tale portata che noialtri cresciuti nelle vecchie città del Nord, confusi e disfatti, ci dobbiamo fermare a grande distanza dalla soglia di quelle dimore. Allora, per quanto convinti possiamo essere della visione di Rembrandt, ci si chiede: ma Raffaello lo capiva, e Michelangelo, e Leonardo? Io non lo so, ma credo che il meno pagano Giotto, gran malaticcio che ci resta familiare come un contemporaneo, sentisse di più.

W 22. — Auvers-sur-Oise, prima quindicina del giugno 1890. Alla sorella Wilhelmina. Ciò che mi appassiona di più, molto, molto di più di tutto il resto, nel mio mestiere, è il ritratto, il ritratto moderno. Io lo perseguo mediante il colore, e non sono certo il solo a cercarlo per questa strada. Vorrei — vedi/sono lungi dal dire di poter fare tutto questo, ma infine vi aspiro —, vorrei fare dei ritratti che di qui a un secolo, alle genti future, possano sembrare come delle apparizioni. Perciò, non cerco di ottenerlo con la rassomiglianza fotografica, ma tramite le nostre espressioni appassionate, usando come mezzo di espressione e di esaltazione del carattere la scienza e il gusto moderni del colore.

 649. – Auvers-sur-Oise, luglio 1890.   Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello quasi mi casca dalla mano; e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto … tre grandi tele [nn. 863, 864 e 866]. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la tristezza, l’estrema solitudine.

 650. – Auvers-sur-Oise, luglio 1890.    In quanto a me, sono totalmente preso da questa infinita distesa di campi di grano su uno sfondo di colline, grande come il mare, dai colori delicati, gialli, verdi, il viola pallido di un terreno sarchiato e arato, regolarmente chiazzato dal verde delle pianticelle di patate in fiore: tutto sotto un ciclo tenue, nei toni azzurri, bianchi, rosa, violetti. Sono completamente in una condizione di calma persino eccessiva, proprio nello stato che occorre per dipingere ciò

652. — Auvers-sur-Oise: lettera trovatagli addosso il 29 luglio 1890.  Per il mio lavoro, io rischio la vita, e la mia ragione vi è quasi naufragata …

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3 pensieri su “Lettere di Van Gogh (1888-1890)”

  1. Quando nella vita nn sei apprezzato nell’altra sei diventato un Dio. Dopo la sua morte Van Gogh a realizzato il suo sogno ,il vero”Artista dell’impressionismo”

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