Giorgione e citazioni: Itinerario critico attraverso i secoli

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

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Come hanno parlato di Giorgione gli studiosi di Storia dell’arte:

Eccovi che nella pittura sono eccellentissimi Leonardo Vin cio, il Mantegna, Raffaello, Michelangelo, Georgio da Castelfranco: nientedimeno, tutti son tra sé nel far dissimili; di modo che ad alcun di loro non par che manchi cosa alcuna in quella maniera, perché si conosce ciascun nel suo stil essere perfettissimo.   B castiglione, il cortegiano, 1528.

… Georgione da Castel Franco, nostro pittor celeberrimo e non manco degli antichi degno d’onore.   P. pino, Dialogo di pittura, 1548.

… pittor di grande stima …, Giorgio da Castelfranco, di cui si veggono alcune cose a olio vivacissime e sfumate tanto, che non si scorgono ombre.          L. dolce, Dialogo della pittura, 1557

… Aveva veduto Giorgione alcune cose di mano di Lionardo molto fumeggiate e cacciate, come si è detto, terribilmente di scuro. E questa maniera gli piacque tanto, che mentre visse sempre andò dietro a quella, e nel colorito a olio la imitò grandemente. Costui gustando il buono dell’operare, andava scegliendo di mettere in opera sempre del più bello e del più vario che e’ trovava. Diedegli la natura tanto benigno spirito, che egli nel colorito a olio ed a fresco fece alcune vivezze ed altre cose morbide ed unite e sfumate talmente negli scuri, che fu cagione che molti di quegli che erano allora eccellenti, confessassero lui esser nato per metter lo spirito nelle figure, e per contraffar la freschezza della carne viva più che nessuno che dipignesse, non solo in Venezia ma per tutto … venuto poi l’anno circa 1507, Giorgione da Castelfranco … cominciò a dare alle sue opere più morbidezza e maggiore rilievo con bella maniera, usando nondimeno di cacciarsi avanti le cose vive e naturali, e di contraffarle quanto sapeva il meglio con i colori, e macchiarle con le tinte crude e dolci, secondo che il vivo mostrava, senza far disegno, tenendo per fermo che il dipignere solo con i colori stessi senz’altro studio di disegnare in carta fusse il vero e miglior modo di fare ed il vero disegno. Ma non s’accorgeva, che egli è necessario a chi vuoi bene disporre i componimenti, ed accomodare l’invenzione, ch’e’ fa bisogno prima in più modi differenti porle in carta, per vedere come il tutto torna insieme.  G. Vasari, Le Vite 1568.

Nel medesimo tempo, che Firenze per l’opera di Lionardo s’acquistava fama, Vinegia parimente per l’eccellenza di Giorgione da Castel Franco sul Trevigiano facea risonare il nome suo. Questi fu allevato in Vinegia, e attese talmente al disegno, che nella pittura passò Giovanni e Gentile Bellini, e diede una certa vivezza alle sue figure, che parevan vive.   R. borghini, II Riposo, 1584.

È stato felicissimo, Giorgione da Castelfranco, nel dimostrar sotto le acque chiare il pesce, gl’arbori, i frutti & ciò che egli voleva con bellissima maniera.   G. P. lomazzo, Trattato dell’arte della pittura, 1584.

Zorzon, ti è sta el primo, che ‘1 se sa, A far maravegie [meraviglie] in la Pitura; E, fin che ‘1 Mondo, e le persone dura, Sempre del fato too [tuo] se parlerà. Fina ai to zorni tuti quei Pitori Ha fato de le statue, respetive [in confronto] A ti, che ti ha forma figure vive; L’anima ti gh’ha infuso coi colori. … No digo che Lunardo [Leonardo] no sia sta (Per cusì dir) el Dio de la Toscana : Ma anche Zorzon la strada veneziana Con eterna sua gloria ha caminà.    M. boschini, La carta del navigar pittoresco, 1660.

Nel colorito trovò poi quell’impasto di pennello così morbido, che nel tempo addietro non fu; e bisogna confessare, che quelle sue pennellate sono tanta carne mista col sangue : ma con maniera così pastosa, e facile, che più non può dirsi finzione pittoresca, ma verità naturale; perché nel sfumar de dintorni (che ancora il Naturale si abbaglia), nel collocar chiari e mezze tinte, nel rosseggiar, abbassar & accrescer di macchie, fece un’armonia così simpatica e veridica, che bisogna chiamar la Natura dipinta, naturalizata la Pittura. L’Idee di questo Pittore sono tutte gravi, maestose, e riguardevoli, corrispondenti appunto a quel nome di Giorgione, e per questo si vede il suo genio diretto a figure gravi, con Berettoni in capo, ornati di bizzare pennacchiere, vestiti all’antica, con camicie che si veggono sotto a’ giupponi, e questi trinciati con maniche a buffi, bragoni dello stile di Gio. Bellino, ma con più belle forme : i suoi panni di Seta, Velluti, Damaschi, Rasi strisciati con fascie larghe; altre figure con Armature, che lucono come specchi; e fu la vera Idea delle azioni humane.   M. boschini, Le ricche miniere della pittura veneziana, 1674.

È noto ad ognuno che Giorgio, ovvero Giorgione da Castelfranco, fu il primo fra’ nostri a disciorre la pittura dalla ristretta condizione in cui trovavasi a’ giorni suoi. Egli fu in fatti che le diede il vero carattere d’arte; e lasciando spaziare il genio a sua voglia si partì dalla diritta via della semplice ragione, maestra della sola scienza; e aggiunse alle sode cognizioni gli arbitrii della fantasia e del capriccio, per allettare e piacere. Conosciuti appena gli ottimi principii, cominciò a sentire la grandezza del proprio genio, ripieno di fuoco, e di certa naturale violenza, per cui uscì volando dall’antica timidità, e infuse quella vivezza che mancava ancora nelle dipinte figure; molto bene per altro organizzate da’ Maestri suoi. Acquistò il colorito compiuto sapore nelle mani di lui, che arrivò a contraffare la freschezza delle vive carni perfettamente. Nuova rotondità e forza diede egli alle cose dipinte; e mercé la vivacità del suo spirito operò con quella felicità, che non si era ancora nella pittura veduta … Abbagliò opportunamente le ombre, che taglienti compariscono nel naturale, e sopra tutto maneggiò con libertà le masse degli oscuri, accrescendone talvolta la forza molto ingegnosamente più che in natura; e talora rendendoli più teneri e lieti coll’unirli e sfu­marli; affinché le parti nelle masse comprese restassero fra il vedi e non vedi, e ne venisse perciò certa grandezza di stil agli occhi d’ognuno, le di cui cagioni per altro erano intese da pochi.    A. M. zanetti, Della pittura veneziana, 1771.

Fin da che era discepolo del Bellini, guidato da uno spirito conoscitore delle sue forze, sdegnò quella minutezza, che rimaneva ancora da vincersi ; e a lei sostituì una certa libertà, e quasi sprezzatura, in cui consiste il sommo dell’arte. In questo genere può dirsi inventore : niuno prima di lui avea conosciuto quel maneggio di pennello sì risoluto, sì forte di macchia, sì abile -& sorprendere in lontananza.
Continuò dipoi sempre ad aggrandir la maniera, facendo più ampi i contorni, più novi gli scorti, più vivaci le idee de’ volti e le mosse, più scelto il panneggiamento e gli altri accessori, più naturale e più morbido il passaggio d’una in altra tinta, e finalmente più forte e di molto maggiore effetto il chiaroscuro.     L. lanzi, Storia pittorica della Italia, 1795-96.

Giorgione fu certamente un gran pittore, e persino uno dei più grandi che il Rinascimento abbia prodotto; e nondimeno non si potrebbe negare che ci sia una sorta di grandezza che a lui non fu mai accessibile : il campo dell’ideale ascetico non ebbe su di lui alcuna attrattiva … Ma, fuori di questo campo, egli è stato l’artefice di una rivoluzione che ha coinvolto tutti i rami dell’arte, e che ha impresso un carattere inconfondibile ai prodotti del suo vigoroso pennello.      A.-F.- Rio, De l’art chrétien, 1841.

Sembra ci sia ragione di supporre che Giorgione fosse il primo dei moderni veneziani a seguire le traccie del Bellini e a dare importanza al paesaggio. Se noi crediamo alla tradizione viva ancora ai giorni nostri, non c’era nessuno pari a lui, alla fine del quindicesimo secolo, nel comporre scene campestri, nessuno che potesse stargli vicino nella pura eleganza delle figure con le quali queste scene erano animate. I paesi che egli conosce non hanno il carattere roccioso, non le vertiginose altezze che Tiziano trovava nel Cadore. Non ci sono Dolomiti a stendere le loro vette aguzze sul puro orizzonte : ma invece olmi e cipressi, vigne e gelsi, noccioli e pioppi, graziose ondulazioni, boschetti, fattorie e mura merlate; e in tutto ciò una varietà senza ripetizioni.     J. A. crowe – G. B. Cavalcaselle, A History of Painting in North Italy, 1871.

… Egli è l’inventore del ‘genere’, di quei quadri, cioè, facilmente trasportabili che non si rivolgono a noi come devoti, ne come didattici, allegorici o storici, … frammenti di vita vissuta, conversazione o gioco, ma raffinati e idealizzati fino a sembrare come barlumi d’una vita distante. … Egli illustra in modo tipico quel riferimento di tutte le arti alla Musica che io ho tentato di spiegare, quella perfetta identificazione di materia e di forma …      W. pater, The School of Giorgione, 1877.

Giorgione non spiegò tutta intera la sua forza che negli ultimi sei anni della sua breve vita, dal 1504 al 1511 circa. Nelle poche opere di lui, che sono pervenute sino a noi … il suo ingegno originale ed eminentemente poetico irraggia una luce così pura, la sua indole artistica, semplice e franca, ci parla con tanta forza e con tali attrattive, che a chiunque l’abbia inteso una volta non uscirà mai più di mente. Nessun altro pittore sa, al pari di lui, rapire la nostra fantasia con così pochi mezzi, cattivare il nostro spirito per ore intere; eppure tante volte non sappiamo nemmeno che cosa significhino le sue figure.      I. lermolieff (G. Morelli), Die Werke italienischer Melsler, 1880.

La vita di Giorgione fu breve; pochissimi fra i suoi dipinti, forse meno d’una dozzina, sono scampati al disastro. Ma bastano a lasciar intravedere il momento fugace nel quale il Rinascimento italiano raggiunse l’espressione più genuina in pittura. L’eccesso delle passioni s’era sopito in un illuminato, sincero godimento della bellezza e dei rapporti umani. Sarebbe effettivamente difficile dire di Giorgione qualcosa in più di questo che le sue opere sono il limpido specchio del Rinascimento alla sua altezza suprema.    B. berenson, The Venetian Painters of the Renaissance, 1894

… Io veggo Giorgione imminente su la plaga meravigliosa, pur senza ravvisare la sua persona mortale; lo cerco nel mistero della nube ignea che lo circonfonde. Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi, di lui s’ignora; e taluno giunge a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera ; e taluno non, gli riconosce alcuna opera certa. Pure, tutta l’arte veneziana sembra infiammata dalla sua rivelazione; il gran Vecellio sembra aver ricevuto da lui il segreto d’infondere nelle vene delle sue creature un sangue luminoso.      G. d’annunzio, II fuoco, 1898.

Nel momento in cui le idealità religiose erano espresse con perfetto equilibrio tra la fede e l’osservazione naturalistica, egli compì una rivoluzione realistica allargando la cerchia della sua osservazione, raccogliendo sulla natura gli slanci del proprio Giunse quindi a un’interpretazione della realtà quale era sfuggita ai più minuti osservatori, perché egli si era posto in alto con la fantasia, e dall’alto aveva potuto abbracciare con lo sguardo un orizzonte più vasto. Non discendeva per perdersi nella realtà, ne rimaneva chiuso nella propria fantasia : il suo spirito continuava a oscillare tra la necessità di elevare la natura sino alla propria altezza, e la necessità di abbandonarsi a lei. Donde il doppio resultato di riforma realistica e di espressione di uno stato d’animo nuovo. … L’acuta e profonda sensibilità del giovane di Castelfranco gli permetteva di godere della realtà, di studiarla, d’interpretarla in sé, di abbandonarsi alla gioia di vivere. Per breve tempo, poiché la necessità di rivelare uno spirito lo spingeva a ri­tornare ad abbandoni religiosi, nelle figure, nella natura. Affievolito il sentimento religioso, le persone colte si davano allo scetticismo. Giorgione non poteva tornare al passato, non poteva adattarsi al presente; e, non sapendo attuare la soluzione nuova, si limitava a diffondere sogni pieni di rimpianto, per ciò che si era perduto, per ciò che non si era trovato. L’equilibrio mancava, e il desiderio di esso era vano per le forze dell’artista, ma acuto, intenso, quasi morboso : ed è questo il fascino dell’arte Sua.       L. venturi, Giorgione e a giorgionismo, 1913.

L’incertezza del suo mestiere rivela anche meglio quanto poco Giorgione debba alla scuola veneziana. Persino nella Pala di Castelfranco, le cui tre figure, nonostante tutto, provengono dal repertorio iconografico del Bellini, visi e drappeggi appartengono a un esecutore che, per ignoranza o per disdegno, preferisce perdersi nelle proprie innovazioni piuttosto che seguire il cammino battuto. Un viso, una piega, una mano sono difficoltà che un semplice artigiano imparava a risolvere : ma non è certo che Giorgione sia stato quell’artigiano. Salvo che in qualche problema di cui ha saputo trovare la soluzione — una roccia, il fogliame e soprattutto qualche volto femminile, — Giorgione resta un tecnico più curioso che impeccabile. E le sue debolezze ne fanno un indipendente, il che — certo — non lo diminuisce nell’opinione dei moderni. Soprattutto due sono i motivi per i quali, con ogni evidenza, egli sembra essere stato un innovatore : il paesaggio e il nudo, e anche il rapporto fra nudo e paesaggio. Di tutti i suoi paesi, il più bello è evidentemente quella visione così nuova ed esatta delle mura di Castelfranco che impallidiscono sotto la tempesta. Colui che ha saputo vedere e rendere un tale effetto è uno di quei pittori-poeti che hanno aggiunto alla poesia della natura la bellezza della pittura.      L. hourticq, Le problème de Giorgione, 1930.

Alla critica 2

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