"Lotta fra amore e castità" del Perugino

Il Perugino

Il Perugino: Lotta fra amore e castità
Lotta fra amore e castità, cm. 192, Louvre, Parigi.

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Sull’opera: “Lotta fra amore e castità” è un dipinto autografo di Pietro Vannucci detto il Perugino, realizzato con tecnica a tempera su tavola nel 1505,  misura 156 x 192 cm. ed è custodito nel Museo del Louvre a Parigi.

Esiste una ricca corrispondenza dalla quale si ricavano notizie certe sulla genesi dell’opera in esame. Isabella Gonzaga (Ferrara, 1474 – Mantova, 1539)  conosceva ormai la fama del Perugino, all’epoca uno dei più grandi pittori della nostra penisola, di cui voleva affiancare un dipinto a quelli già esposti nel suo “studiolo”, tra i quali spiccavano pitture del Giambellino, Mantegna e di altri importanti artisti dell’epoca. Il contratto venne stipulato il 13 gennaio 1503.

Nella trattativa, Isabella d’Este espresse  per iscritto i suoi desideri con tanta accuratezza da permettere al Perugino di soddisfare  ogni sua esigenza. Il seguente brano costituisce un vero aiuto al chiarimento del tema, peraltro raccomandatole dall’umanista Paris de’ Ceresari: “La poetica nostra inventione, la quale grandemente desidero da voi …. è una battaglia di Castità contro di Lascivia, cioè Pallade et Diana combattere virilmente contro Venere et Amore. Et Pallade vol parere quasi de havere come vinto Amore, havendoli spezato lo strale d’oro et l’arche d’argento posto sotto li piedi, tenendolo choll’una mano per il velo che il cieco porta inanti li ochi, con l’altra alzando l’asta, (che) stia posta in modo di ferirlo. Et Diana al contrasto de Venere devono mostrarsi eguale nella vittoria; et che solamente in la parte extrinseca del corpo, come ne la mitra et la ghirlanda, overo in qualche velettino che habbi intorno, sia lei saettata Venere: et Diana dalla face di Venere li habbia brusata parte della vesta, et in nulla altra parte sìan fra loro percosse. Dopo queste quatro deità, le castissime seguace ninphe di Pallade et Diana habbino con varii modi et atti, come a voi più piacerà, a combattere asperamente con una turba lasciva di fauni, satiri et mille varii amori; et questi amori, a rispetto di quel primo, debbono essere più picholi, con archi non d’argento, ne cum strali d’oro, ma di più vil materia, come di legno o ferro o d’altra cosa che vi parrà; et per più d’expressione et ornamento della pittura d’allato di Pallade li vuole essere la oliva, arbore dedicata a lei, dove lo seno li sia riposto col capo di Medusa, facendoli posare fra quelli rami la civetta, per essere ucciello proprio di Pallade; d’allato di Venere si debba farli el mirto, arbore gratissima a lei. Ma, per maggior vaghezza, li vorrebbe una acomoddata fontana, cioè uno fiume, overo mare, dove si vedesero passare in sochorso d’Amore fauni, satiri et altri amori, et chi di loro n(u)otando passasse el fiume, et chi volando et chi sopra bianchi cigni cavalcando, se ne venissero a tanta amorosa impresa; et, sopra el lito del detto fiume o mare, love con altri iddei, come nemico di Castità, trasmutato in tauro portasse via la bella Europa; et Mercurio, qual aquila sopra la preda girando, volasse intorno ad una njnpha di Pallade, chiamata Glaucera, la qual nei braccio tiene uno cistello, ove sono li sacri della detta iddea; e Polifemo ciclope con un sol occhio coresse direto a Galatea; et Phebo, a Daphne già conversa in lauro; et Pluton, rapita Proserpina, la portasse allo infernale suo regno; et Neptuno pigliasse una ninpha et (l’avesse) conversa quasi tutta in cornice (cornacchia)”.

 In primo piano – appesa con una cordicella rossa –  davanti alla dea dell’amore, si nota una targa scura dove è scritta la parola “VENERE”; un’altra simile, di colore chiaro e appesa all’albero sulla sinistra, non reca alcuna scritta.

Isabella, nel notare che l’inizio dei lavori veniva sempre rimandato, sollecitò più volte l’artista, ma nonostante ciò nella Primavera del 1504 la composizione non era ancora iniziata. Ai primi solleciti seguirono altre numerose missive che si protrassero fino al 1505, anno in cui Il Perugino iniziò la stesura del dipinto. Finalmente, il 9 giugno, l’opera era pronta ed il 30 dello stesso mese venne consegnata alla committente, che ne rimase subito soddisfatta “per essere ben designato et ben colorito”. Accortasi che l’opera era stata realizzata con tecnica a tempera anziché ad olio, Isabella espresse all’artista tutto il suo rammarico. Nel 1605 l’opera venne trasferita dallo studiolo ad altro ambiente della Reggia di Mantova. Più tardi, insieme ad altre composizioni del Perugino, pervenne al cardinale Richelieu (o alla famiglia di questi, perché i periodi potrebbero essere tre: il più certo è quello tra il 1624-27, un altro potrebbe essere dopo il 1630, un altro ancora nel 1652, quando il ministro era già morto). Dal 1801 la tavola si trova nel Museo del Louvre.




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