La visione del trono e il libro dei sette sigilli di Cimabue

Cimabue: La visione del trono e il libro dei sette sigilli

Cimabue: La visione del trono e il libro dei sette sigilli
Cimabue: La visione del trono e il libro dei sette sigilli (particolare), cm. 350 x 300, Chiesa superiore di San Francesco, Assisi.

Sull’opera: “La visione del trono e il libro dei sette sigilli” è un affresco autografo di Cimabue realizzato nel 1280-83, misura 350 x 300 cm. ed è custodito nella Chiesa superiore di San Francesco (transetto sinistro) ad Assisi. 

 La scena della presente composizione è tratta dall’Apocalisse (IV, 2-4), da cui si legge: “E subito io fui rapito in ispirito; ed ecco, un trono era posto nel cielo, e in sul trono v’era uno a sedere. / E colui che sedea era nell’aspetto somigliante a’d una pietra di diaspro e sardia; e intorno al trono v’era l’arco ceieste somigliante in vista ad uno smeraldo. / E intorno al trono vi erano ventiquattro troni, e in su i ventiquattro troni vidi sedere i ventiquattro vecchi, vestiti di vestimenti bianchi, e aveano in sulle lor teste delle corone d’oro”.

Quello dell’affresco in esame è uno degli episodi tra i più difficili da interpretare, non in riferimento al puro aspetto iconologico ma riguardo al significato allusivo. Tuttavia, nonostante le innumerevoli interpretazioni sommatesi nell’arco dei secoli, la maggior parte degli studiosi è d’accordo nell’evidenziare che Cimabue avesse aderito fedelmente al celebre testo apocalittico.

In alto, al centro, viene raffigurato il Bambino adagiato sul trono. Sulla sinistra, dietro al trono, appare il libro dei sette sigilli; attorno, contenuti in grandi cerchi, vengono rappresentati quattro simboli apocalittici, tra i quali il vitello (figura quasi totalmente cancellata dal tempo). Ancora dall’Apocalisse (IV, 7) leggiamo: “  … e il primo animale era simile ad un leone e il secondo animale simile ad un vitello, e il terzo animale avea la faccia come un uomo, e il quarto animale era simile a un’aquila volante”.

Il motivo ovoidale della mandorla viene ripreso nei cerchi che contengono “.. i ventiquattro seniori” e ” … i vasi pieni di profumi”, tra i quali soltanto uno risulta completamente raffigurato. Da tenere presente che davanti a quello completo, non proprio in perfetta corrispondenza, ne appare un altro – di esecuzione non tanto curata – e subito a ridosso – cioè nel punto in cui proprio l’altro sarebbe dovuto essere essere raffigurato, cui è visibile la sola presenza del tratto ben delineato – un terzo disegno: probabilmente un ripensamento, o l’inettitudine di un collaboratore. Dietro, e tutt’intorno, sono rappresentati gli angeli in atteggiamento osannante. Al centro, in basso, la presenza dell’angelo che “bandiva con gran voce: ‘Chi è degno di aprire il libro, e di sciorre i suoi suggelli?”.

Alcuni studiosi di storia dell’arte interpretarono la presente composizione come l’ “Adorazione dell’Agnello mistico” (id-, V, 6-14). Tale episodio, per il Coletti – seguito da Salvini e Zocca – non corrisponde esattamente al testo apocalittico, anche se i due motivi, del Bambino e dell’Agnello, vi potrebbero alludere tout court. La Zocca, però, asserisce che sul trono è raffigurato l’agnello non il Bambino disteso.

Crocifissione di San Pietro (Assisi) di Cimabue

Cimabue: Crocifissione di San Pietro (Assisi)

Cimabue: Crocifissione di San Pietro (Assisi)
Cimabue: Crocifissione di San Pietro, 350 x 300, Chiesa superiore di San Francesco (transetto destro), Assisi.

Sull’opera: “Crocifissione di San Pietro” è un affresco di Cimabue, e della sua scuola, realizzato nel 1280-83, misura 350 x 300 cm. ed è custodito nella Chiesa superiore di San Francesco (transetto destro) ad Assisi. 

 L’opera in esame è costituita da tre elementi globali che, proporzionalmente, dividono lo spazio come segue: a destra, viene presentata una costruzione a struttura piramidale – identificata dal Nicholson con la “Meta Romuli” – a diversi piani, con arcate ollungate, e culminante in alto con una grossa pianta (per altri studiosi, un arbusto).

Ad essa si contrappone, sulla parte sinistra, un’altra costruzione, che secondo lo stesso studioso dovrebbe corrispondere alla piramide di Caio Cestio: ai lati, infatti, sono chiaramente visibili gli incastri dei blocchi di pietra rettangolari. Adolfo Venturi invece la identifica con la “Meta Romuli” (alla stessa stregua dell’analoga costruzione – sulla destra – raffigurata nella vela del “San Marco” nella pianta di Roma), mentre quella a destra (identificata dal Nicholson nella Meta Romuli) corrisponderebbe, secondo il critico italiano, al “Terebintum Neronis”.

Al centro, in un ipotetico “primo piano”, domina la croce rovesciata su cui patisce S. Pietro “…. le mani con le palme distese, un drappo intorno ai fianchi, i piedi disgiunti, come i Crocifissi romanici dì Toscana e dell’Umbria” (A. Venturi).

Ai lati, in basso, stanno due gruppi di personaggi: quello di sinistra è formato dagli astanti, mentre quello a destra è composto da tre angeli.

In entrambi i raggruppamenti, che hanno un linguaggio cimabuesco molto affievolito, si potrebbe ravvisare la mano di altri artisti (forse gli allievi di Cimabue) tra i quali merita essere ricordato – verosimilmente per la raffigurazione degli angeli – Manfredino da Pistoia.

Cristo Apocalittico (Assisi) di Cimabue

Cimabue: Cristo Apocalittico (Assisi)

Cimabue: Cristo Apocalittico (Assisi), particolare di un assieme di 350 x 300 cm., Chiesa superiore di San Francesco (transetto sinistro, Assisi).
Cimabue: Cristo Apocalittico (particolare di un assieme di 350 x 300 cm.), Chiesa superiore di San Francesco, Assisi.

Sull’opera: “Cristo Apocalittico” è un affresco di Cimabue realizzato nel 1280-83, misura 350 x 30 cm. ed è custodito nella Chiesa superiore di San Francesco (transetto sinistro) ad Assisi. 

Il tema della presente composizione è tratto dall’Apocalisse (VIII, 1-5): “E quando venne aperto il settimo suggello, si fece silenzio nel cielo lo spazio d’intorno ad una mezz’ora: / ed lo vidi i sette angeli, i quali stavano in pie davanti a Dio, e furono loro date sette trombe. / E un altro angelo venne, e si fermò appresso l’altare, avendo un turibolo d’oro; e gli furono dati molti profumi, acciocché ne desse alle orazioni di tutti i santi, sopra l’altar d’oro ch’era davanti al trono. / E il fumo dei profumi dati alle orazioni dei santi salì, dalla mano dell’angelo, nel cospetto di Dio. / Poi l’angelo prese il turibolo, e l’empiè del fuoco dell’altare, e lo gettò nella terra; e si fecero suoni, tuoni, e folgori, e tremoto”.

Tematica e strutturazione dell’affresco in esame, sotto qualsiasi punto di vista, sono simili a quelle dei coevi “Giudizi universali” e, proprio per tal motivo, in passato furono male interpretate da più studiosi. Leggendo l’Apocalisse (XX, 11-15) e il Vangelo di Matteo (XXV, 31-46) si ricava che il Cristo apocalittico si trova al centro, entro una mandorla, circondato dai sette angeli tubicini, quattro a sinistra e tre a destra.

Sotto il Cristo sta un altare dai colori gravemente compromessi, sul quale a fatica si possono confusamente intravedere la canna e la lancia, simboleggianti la passione. Sulla zona di centro-sinistra non rimane praticamente alcun dettaglio riconoscibile, mentre sulla destra un angelo agita un turibolo.

La zona bassa è affollata dagli eletti: “ed ecco una turba grande, la quale niuno poteva annoverare, di tutte le nazioni, e tribù e popoli e lingue i quali stavano in pie davanti al trono” (dall’Apocalisse, VII, 9).

Scendendo ancor più verso il basso, celati dalle cuspidi del coro, appaiono due santi in ginocchio: la figura di sinistra è certamente quella di S. Francesco, mentre quella a destra potrebbe verosimilmente essere identificata in S. Bonaventura.

Entrambe le immagini, di esecuzione abbastanza grezza, secondo gli esperti di storia dell’arte, sarebbero da riferire a un collaboratore di Cimabue.

Secondo il Longhi (1948), nella presente composizione si evidenzia l’intervento di Duccio di Buoninsegna (Siena, 1255 circa – 1318 o 1319), sia nel Cristo, sia negli angeli con le tube.

Tuttavia si può aggiungere che questo modo di rinnovare la storia sacra inserendola nell’attualità, è senza dubbio uno dei più interessanti e moderni aspetti della pittura di Cimabue.

Sul piano puramente stilistico, un significativa valenza assume la figura del “Cristo apocalittico”, il cui armonioso cromatismo, pur ottenuto con forti e taglienti contrasti di luminosità, è classicheggiante e corposo, assai diverso da quello e morbido e pastoso del Cavallini.

San Giovanni (Assisi) di Cimabue

Cimabue: San Giovanni (Assisi)

Cimabue: San Giovanni (Assisi)
Cimabue: Particolari del San Giovanni, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).

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Sull’opera: “San Giovanni” è un affresco autografo di Cimabue, appartenente alla serie dei “Quattro evangelisti”, realizzato nel 1280-83, misura 450 x 900 cm. e si trova sulla volta centrale del transetto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi. 

 Il territorio evangelizzato da S. Giovanni è l’Asia. L’affresco si trova ancora in discrete condizioni.

San Matteo (Assisi) di Cimabue

Cimabue: San Matteo (Assisi)

Cimabue: San Matteo (Assisi)
Cimabue: Particolari del San Matteo, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto). (Altro particolare)

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Sull’opera: “San Matteo” è un’opera d’affresco autografa di Cimabue, facente parte della serie dei “Quattro evangelisti”, eseguita intorno agli anni  1280-83, misura 450 x 900 cm. e si trova sulla volta centrale del transetto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi. 

 La tecnologia informatica è venuta in soccorso nel recupero dei frammenti della meravigliosa vela realizzata dall’artista, che come sappiamo dalle pagine precedenti, fu completamente distrutta con il terremoto del 1997 (si veda la pietosa foto). Grazie ad un sofisticato software fu quasi interamente ricostruita.

Un’equipe di ricercatori dell’Issia (Istituto di studi sui sistemi intelligenti per l’automazione) del settore di Bari, coordinato dal Dott. Giovanni Attolico e dal Dott. Arcangelo Distante (quest’ultimo, direttore del Consiglio nazionale delle ricerche della stessa città), ha realizzato la ricomposizione virtuale di diversi frammenti del celebre dipinto impiegando un programma digitale di riassemblaggio.

“L’estensione della Vela di San Matteo (circa 35 mq)”, spiega il Dott. Distante, “l’elevato numero di frammenti (circa 120.000), il loro potenziale danneggiamento a seguito della manipolazione fisica imposta dalle modalità tradizionali di ricomposizione, la difformità di dimensione fisica dei frammenti (la maggior parte dei quali presenta uno spessore ridotto mentre altri risultano ancora legati ai mattoni di supporto di notevole altezza e volume) sono alcuni degli elementi che hanno suggerito al Cnr l’esplorazione dell’uso di strumenti digitali. L’impostazione perseguita fin dall’inizio è stata quella di sviluppare un sistema che permettesse innanzitutto di trasporre in modalità digitale il processo di ricomposizione tradizionale. Lo sviluppo di strumenti automatici di supporto è stato invece orientato a rendere più agevole l’intero procedimento”.

Il sistema impiegato per l’esatta riconfigurazione del San Matteo e di altri affreschi della chiesa di Assisi (tra i quali ricordiamo la vela di San Girolamo e la vela stellata), creato in collaborazione con l’Istituto centrale di restauro, rivisto e validato anche dagli artisti-operatori impegnati al restauro, permette  di estrarre dall’immagine completa dell’affresco – quando essa è disponibile – una zona d’interesse che viene ricostruita in altissima risoluzione con un computer, per essere quindi impiegata come parte di “fondo” su cui poter intervenire. A questo punto, vengono estratti da un data-base i relativi frammenti, in precedenza archiviati, e quindi posizionati nell’area di lavoro alla ricerca della loro perfetta ricollocazione. L’impiego di un joystick permette all’operatore ed ai suoi supervisori di eseguire, simultaneamente, traslazioni e rotazioni – intere e parziali – sui frammenti della pregiata “pittura”, muovendoli per indovinarne il giusto collocamento.

 Altre configurazioni di programma permettono, altresì, vari tipi di trasparenze, modulazioni cromatiche, di lucentezza e di contrasto (sia in relazione al chiaro scuro che a quello del colore), zoom di visualizzazioni – separate o d’insieme – che risulterebbero impraticabili nel lavoro con i soli frammenti reali.

“Dovendo il sistema lavorare in modo sinergico con l’operatore” continua il Dott. Distante “le metriche utilizzate dal sistema riproducano il più possibile le caratteristiche percettive note del sistema visivo umano. Il programma introduce anche delle correzioni geometriche e colorimetriche necessarie per renderle omogenee e trattabili dagli strumenti automatici”.

Il 5 aprile 2006 si svolse l’inaugurazione del San Matteo (nello stesso giorno della vela del “Cielo stellato”). Certamente non fu possibile il recupero di tutti i frammenti: già prima del terribile terremoto lo stato dell’affresco non era in buone condizioni. L’abitudine dell’artista di impiegare la biacca, mescolandola ad altri pigmenti, fece sì che i valori cromatici, nell’arco dei secoli, subissero pesanti variazioni verso gli scuri ed immancabili evanescenze, portando l’opera a tendenze monocromatiche. Per questo motivo la ricostruzione delle singole opere fu alquanto laboriosa e risulterà perciò incompleta.

Moltissimi restauratori – si parla di decine e decine nella ricomposizione di oltre 300 000 frammenti degli affreschi distrutti – impegnati in un complicato lavoro di quello che è stato considerato “Il cantiere dell’utopia” dal costo totale (S, Matteo ed altre opere) di 72 miliardi delle vecchie lire e circa 60.000 ore impiegate.

San Luca (Assisi) di Cimabue

Cimabue: San Luca (Assisi)

Cimabue: San Luca (Assisi)
Cimabue: Particolari del San luca, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).

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Sull’opera: “San Luca” è un affresco autografo di Cimabue (Cenni di Pepo, 1240-1302?), facente parte della serie dei “Quattro evangelisti”, realizzato nel 1280-83, misura 450 x 900 cm. e si trova sulla volta centrale del transetto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi. 

La meravigliosa figura di San Luca dal viso carico di sentita espressività, colto nell’istante in cui la sua mente è impegnata al massimo nel racconto che sta scrivendo, è un capolavoro realistico senza precedenti, comprovato dallo sguardo penetrante, dal naso plasmato con impeccabile cura, dalle labbra carnose e vere.

Pare che in tutta la figura dell’Evangelista non appaiano influssi della pittura bizantina: si potrebbe pensare all’artista che si voglia accingere ad esprimere la propria invettiva apocalittica.

A tal proposito citiamo un frammento da uno scritto dell’abate Lanzi: “Fiero come il secolo in cui viveva, riuscì egregiamente nelle teste degli uomini di carattere, e specialmente dei vecchi, imprimendo loro un non so che di torto, e di sublime, che i moderni han potuto portar poco più oltre”.

Crocifissione (Assisi) di Cimabue

Cimabue: Crocifissione (Assisi)

Cimabue: Crocifissione (Assisi)
Cimabue: Crocifissione, cm. 350 x 690, Chiesa superiore di San Francesco (transetto sinistro, Assisi).

Sull’opera: “Crocifissione” è un affresco autografo di Cimabue realizzato nel 1280-83, misura 350 x 690 cm. ed è custodito nel transetto sinistro della Chiesa superiore di S. Francesco ad Assisi. 

 L’affresco in esame si trova sulla parete sinistra del transetto, proprio di fronte all’altra Crocifissione dello stesso Cimabue (cm. 350 x 300 circa, molto danneggiata).

Lo stato di conservazione della presente opera è molto brutto, sia per le innumerevoli abrasioni sia per le ossidazioni delle biacche e – più in generale – dei pigmenti chiari.

Dell’armonia cromatica originale non resta pressoché nulla. Rimangono tuttavia  – ed anche ancora ben leggibili – i tratti dell’intera struttura compositiva, dove le forme dei volti e delle vesti si presentano più come una sinopia che come un dipinto su cui un tempo si vi si è lavorato. Alcuni chiari, purtroppo hanno subito un processo di annerimento che addirittura ha superato i contigui scuri, dando origine ad un’inversione di luminosità. Tuttavia in buona parte della zona inferiore compare ancora qualche traccia di colorazione originale.

Sull’autografia di Cimabue per questo dipinto, sempre enfatizzata dagli studiosi di ogni tempo, salvo rarissime eccezioni  (alcuni negarono addirittura l’intervento dell’artista nella Basilica Superiore), non sono mai stati avanzati dubbi di nessun genere.

Si tratta di un vero capolavoro che agita intensamente lo spirito dell’osservatore: una composizione drammatica ed allo stesso tempo solenne, creativa e geniale, colma di severi contrappunti, carica di animata espressività nonostante il classicismo che vi si respira, conservatrice ma allo stesso tempo innovatrice, teatrale ma concreta.

È questa una forte denuncia di Cimabue ove non affiora il minimo sintomo di rassegnazione, in cui il dramma, già appena narrato dall’artista, si carica di una problematica che rimarrà sempre attuale.

Trapasso della Vergine (Assisi) di Cimabue

Cimabue: Trapasso della Vergine (Assisi)

Cimabue: Trapasso della Vergine (Assisi)
Comabue: Trapasso della Vergine, cm. 350 x 320, Chiesa superiore di San Francesco (abside), Assisi.

Sull’opera: “Trapasso della Vergine” è un affresco autografo di Cimabue realizzato intorno al 1280-83, misura 350 x 320 cm. ed è custodito nella Chiesa superiore di San Francesco (abside) ad Assisi. 

 Il dipinto, che si trova sulla parete sinistra, è tratto – come il “Dormitio Virginis”, la “Assunzione della Vergine” ed altre composizioni del ciclo – dalla “Legenda aurea” del frate domenicano Jacopo da Varagine (Varazze, 1228 – Genova, 1298). Tuttavia, come rilevato dal Nicholson, i vari riquadri non risultano particolarmente fedeli a detta fonte letteraria.

Un esame più profondo, condotto dallo Stubblebine, ha in effetti messo in evidenza le sostanziali differenze tra la “Legenda” e gli affreschi di Cimabue. La corrispondenza tra il testo del celebre frate e la narrativa pittorica dell’artista non collimano per quanto concerne l’ “Assunzione della Vergine” e la “Vergine in gloria”.

Il presente affresco costituisce uno dei saggi compositivi più belli di Cimabue, secondo il Salvini (1946), “….., certamente superiore alla contigua Dormitio, che è forse il capolavoro del ciclo”.

Il riquadro è delimitato, in alto, da una cornice architettonica trilobata,  poggiante su due colonne corinzie ed arricchita da decorazioni a mosaico.

Anche qui, come d’altronde in altre composizioni del ciclo, Cimabue mette in evidenza la propria capacità compositiva: si osservi anche le mensole, a guisa di blocchi inseriti nella parete di fondo.

La precisa simmetria architettonica della zona superiore si raffronta con la struttura romboidale della parte bassa che la solca, da sinistra a destra, in senso obliquo discendente.

I quattro evangelisti (Assisi) di Cimabue

Cimabue: Particolari de’ “I quattro evangelisti (Assisi)”

Cimabue: I quattro evangelisti (Assisi) - S. Marco
Cimabue: Particolare del S. Marco, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).
Cimabue: I quattro evangelisti (Assisi) - S. Matteo
Cimabue: Particolare del S. Matteo, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).
Cimabue: I quattro evangelisti (Assisi) - S. Luca e S. Matteo
Cimabue: Part. dei santi Giovanni, Luca e Matteo, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).

Sull’opera: “I quattro evangelisti” è una serie di  affreschi autografi di Cimabue, realizzata nel 1280-83, misura 450 x 900. cm. per ogni singola raffigurazione, e si trova sulla volta centrale del transetto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi.

S. Marco S. Giovanni S. MatteoS. Luca.

I quattro evangelisti, Luca, Marco, Matteo e Giovanni, sono raffigurati – su fondo oro – entro le vele della crociera, ognuno con il proprio simbolo e, in una sintesi prospettica, viene rappresentata la città capitale dei territori evangelizzati.

A San Matteo viene abbinata la Giudea, a San Giovanni l’Asia, a S. Marco l’Italia e San Luca la Grecia: gli evangelisti vengono rappresentati, secondo la tradizione, con le regioni da essi stessi evangelizzate.

Le opere – eccetto il S. Matteo che andò in frantumi con il terremoto del 1997 ma che poi fu ricomposto in maniera certosina – si trovano in un discreto stato di conservazione, soprattutto per ciò che concerne il valore chiaroscurale, che qui conserva in parte il rapporto ritmico originale.

Secondo gli esperti si tratta certamente del primo ciclo pittorico dopo le “storie” mariane, cui il Cimabue dava mano con articolata bellezza, e quello ove egli ostenta – ancor più apertamente – il suo caratteristico linguaggio pittorico e la sua più vasta vena poetica, che qui prende toni piuttosto irruenti ma, allo stesso tempo, rigorosi.

Il lavoro affidato all’artista in questa sezione della Chiesa Superiore generò un caso assai clamoroso in un periodo piuttosto critico, sicuramente con il pieno accordo delle gerarchie commissionarie che, nell’affidargli l’altissimo compito, sapevano con certezza quale fosse il calibro e la natura di Cimabue. Unico e grande problema da superare era il fragile rapporto tra Assisi e Roma in quel delicatissimo e particolare momento, derivato da alcuni avvenimenti politici che l’avevano fortemente messo a dura prova. Soltanto la statura artistica di Cimabue poteva indurre Roma ad un’eccezionale apertura.

L’artista lanciava dalla Chiesa di S. Francesco la propria dottrina, dando plasticità e consistenza alle forme, razionalizzando in modo evidente i costrutti, conferendo a tutti i personaggi – compresi dannati – forti credibilità.

Dal lato più specificamente politico-contingente, l’artista metteva in atto le sue ben chiare idee creando forti polemiche: è nelle vele per l’appunto, che egli iniziava una dura requisitoria contro il più alto idolo esistente, contro cioè la corte romana di papa Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini: Roma, 1216 circa – Soriano nel Cimino, 1280; papa dal 1277 alla morte). Tale invettiva raggiungeva poi il culmine nel successivo ciclo apocalittico.

 Sul piano formale, all’ormai logorato fraseggio intessuto principalmente dalle maniere bizantine, raffinatissime ma ormai così innaturali da sprofondare in aridi intellettualismi, Cimabue presentava la completezza di una forma appresa sia dal tardo romanico, sia – certamente e soprattutto – da quell’arte classica e neoellenistica di cui egli aveva già in precedenza mostrato il suo amore in una prova esemplare, nella creazione della Maestà nella Chiesa Inferiore.

Nelle quattro vele della volta si verificava perciò, come afferma Coletti, lo “scoppio del fatto nuovo che determina il mutamento d’indirizzo”. Tre dei quattro protagonisti, S. Matteo, S. Luca e S. Marco, sono raffigurati seduti di fronte ad uno scrittoio, mentre S. Giovanni – sempre seduto su di un seggiolone –  gira le spalle a quel tavolo.

Tutti gli evangelisti si presentano nell’atto di comporre il proprio  testo e nel preciso momento in cui vengono sfiorati dall’angelo, una figura che in tutte e quattro le raffigurazioni appare perfettamente identica, anche nella prospettiva.

S. Marco (Assisi) di Cimabue

Cimabue: S. Marco (Assisi)

Cimabue: S. Marco (Assisi)
Cimabue: Particolari del San Marco, cm. 450 x 900, Chiesa superiore di San Francesco (volta centrale del transetto).

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Sull’opera: “San Marco” è un dipinto autografo di Cimabue, facente parte della serie dei “Quattro evangelisti”, realizzato nel 1280-83, misura 450 x 900 cm. e si trova sulla volta centrale del transetto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi. 

Nella vela di San Marco appaiono gli edifici della città eterna: il Palazzo Senatorio, la Basilica di San Pietro, il Pantheon, la Torre delle Milizie e Castel Sant’Angelo.

Gli stemmi degli Orsini, famiglia di papa Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini: Roma, 1216 circa – Soriano nel Cimino, 1280; papa dal 1277 alla morte), sul Palazzo Senatorio potrebbero portare la cronologia degli affreschi agli anni 1278-1280 anziché quelli sopra indicati, quando lo stesso pontefice nominò il proprio fratello, Matteo Rosso, vicario a Roma.