Luigi Russolo (Portogruaro 1885 – Laveno-Mombello 1947)

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L’arte musicale di Luigi Russolo

L'Intonarumori di Russolo
L’Intonarumori di Luigi Russolo

L’artista partecipa alla realizzazione del manifesto intitolato “L’arte dei rumori”, pubblicato l’11 marzo 1913, dove si teorizza l’uso del rumore come suono musicale per la composizione di brani costituiti essenzialmente da rumori puri. Russolo è il primo musicista che teorizza e mette in pratica il concetto di “noise music”.

L’Intonarumori ed il Rumorarmonium

Il Rumorarmonium di Luigi Russolo
Il Rumorarmonium di Luigi Russolo

La sua stravagante musica l’artista la esegue con l’Intonarumori, uno strumento da lui stesso realizzato. Trattasi di un apparecchiatura meccanica creatrice di suoni avanguardistici, privi di ogni armonia, la cui performance viene subito battezzata “musica futurista”. Nel 1922 realizza il “rumorarmonio”, una specie di amplificatore per l’intonarumori

Biografia dell’artista

Gli inizi

Luigi Carlo Filippo Russolo, compositore e pittore futurista, nasce a Portogruaro il 30 aprile 1885  e muore a Laveno-Mombello il 4 febbraio 1947.

Per la sua figura di inventore, musicista e pittore, Luigi Russolo è considerato tra i protagonisti principali del Futurismo.

Il contributo alla musica del Primo Novecento

Grande è il suo contributo nel campo della musica, che grazie alla sua geniale intuizione è riuscito a creare un’inedita strumentazione per creare ed amplificare sonorità musicali, dimostrando che la musica si può ottenere anche dai rumori.

Questo nuovo mondo sonoro però dura quanto il movimento futurista e, con il passare degli anni, viene quasi dimenticato.

Nel 1901 l’artista si trasferisce a Milano, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera. In questo periodo collabora con altri artisti al restauro del Cenacolo di Leonardo da Vinci in Santa Maria delle Grazie.

Il trasferimento a Milano

Russolo - dinamismo di un'automobile
Russolo – dinamismo di un’automobile

Nel 1913, realizza il Dinamismo di un’Automobile, a cui subito dopo segue la pubblicazione.

I vari manifesti, insieme al volume “L’arte dei rumori”  e  alle invenzioni  di strumenti (Rumorarmonium, Intonarumori, Arco enarmonico, piano enarmonica …) capaci di creare un rumore modulato nel tono, precorrono l’esperienza della “Musique concrète”. Quella di Russolo viene oggi considerata come la madre preistorica della musica elettronica.

Le pantomime futuriste a Parigi

Gli strumenti ideati e creati dall’artista vengono usati, nel 1927, al Thèatre de la Madeleine di Parigi per le rappresentazioni della pantomima futurista.

Gli spartiti della “spirale di rumore”, suonato per il “Risveglio di una città”, non si sono più ritrovati.

L’ultimo periodo

L’ultimo periodo della sua vita l’artista lo dedica ad esperimenti metapsichici. Infatti nel 1938 pubblica il libro “Al di là della materia” (Milano, ed. Brocca).

Nel biennio 1941-42, dopo una pausa pittorica, riprende a dipingere in uno stile che possiamo avvicinarlo – ma in maniera un po’ vaga – a quello naïf . Lo stesso artista però lo definisce “classico moderno”.

Luigi Carlo Filippo Russolo muore a Laveno-Mombello il 4 febbraio 1947.

Nel 2009 la sua città natale (Portogruaro) gli dedica il nuovo teatro cittadino.

L’erede attuale dell’archivio “Luigi Russolo” è il pronipote dello stesso artista: Riccardo Boccato di Como.


Fortunato Depero (1892-1960)

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Biografia e vita artistica di Fortunato Depero (1892-1960)

Gli inizi

Foto di Fortunato Depero
Foto di Fortunato Depero

Fortunato Depero, importante esponente del movimento futurista, nasce il 30 marzo 1892 a Fondo – Val di Non (Trento).

La famiglia si trasferisce a Rovereto, dove Fortunato frequenta la Scuola Reale Elisabettina seguendo la sezione delle arti applicate.

Nel 1908 dopo il rifiuto all’ammissione presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna, l’artista inizia a lavorare nella bottega di un marmista. Occupandosi del trattamento di lapidi, scopre di essere attratto dalla scultura.

Nel dicembre del 1913 Fortunato si trasferisce a Roma, in un clima indiscutibilmente fervido di avanguardie futuriste ma dove è ancora dominante il Decadentismo.

Nella capitale conosce Giacomo Balla, il pittore-poeta napoletano Francesco Cangiullo, Tommaso Marinetti e il gallerista romano Giuseppe Sprovieri. Qui, nel maggio del 1914, partecipa insieme a belgi, russi, inglesi e nordamericani all’Esposizione Libera Futurista Internazionale nella Galleria Futurista.

La “Ricostruzione Futurista dell’Universo”

Con lo scoppio della Grande Guerra, con l’Italia non ancora entrata nel conflitto, l’artista partecipa con Giacomo Balla alla pubblicazione di un manifesto (marzo, 1915) che apre un nuovo varco futuristico. Trattasi della “Ricostruzione Futurista dell’Universo”, in cui si propone la fusione di svariate arti ed una maggior integrazione di queste ultime nella vita giornaliera, associando ad esse tematiche della violenza.

All’entrata dell’Italia in guerra, l’artista si arruola all’esercito come volontario ma è costretto a lasciare per motivi di salute.

La grande mostra con oltre 200 opere

Al suo rientro a Roma, dopo una lunga preparazione allestisce una mostra con oltre duecento sue opere, realizzate con diverse tecniche (olio, tempera, collage …), la maggior parte di esse decisamente influenzate dalla pittura di Giacomo Balla.

Nel 1916 Sergeij Diaghilev, un noto organizzatore di balletti russi, gli commissiona coreografia e costumi plastici per due manifestazioni teatrali. Una di queste, “Le chant du rossignol” di Igor Strawinskij, non verrà poi rappresentata.

Intorno allo stesso periodo Depero incontra importanti personaggi del mondo dello spettacolo, della letteratura e dell’arte come il ballerino Massine, il poeta-scrittore-design Jean Cocteau,  i coniugi Larionov-Goncharova e Pablo Picasso.

Le rappresentazioni teatrali

L’artista stringe una sincera amicizia col poeta decadentista Gilbert Clavel, con cui  collabora a Capri nel 1917 alle illustrazioni per  il racconto “Un istituto per suicidi”. Sempre nello stesso anno prepara alcune coreografie teatrali.

Nel 1918 Depero si trova a Roma e, sempre in collaborazione con Clavel, presenta i Balli Plastici, uno spettacolo teatrale i cui attori, esclusivamente marionette in materiale ligneo, agiscono e ballano con le musiche di Casella, Bartok, Malipiero, Tyrwhitt.

Il periodo del dopo guerra

Subito dopo il 1918 l’artista partecipa a diverse mostre collettive, anche a quella organizzata da Tommaso Marinetti a Milano per un rilancio del Futurismo del dopo guerra.

Nel 1919, a Rovereto, Depero apre una bottega d’arte (la “Casa d’Arte Depero”) dove vengono realizzati oggetti d’arte applicata, collages e tarsie in panno.  Nella sua attività si dedica anche alle decorazioni murali di interni ed arredamenti.

Nel 1924, a Milano, durante la tournee del Nuovo Teatro Futurista, Depero organizza il Balletto Meccanico Anihccam del 3000 per il Teatro Trianon di Milano,  che verrà riproposto in molte altre città italiane. Lo strano termine “Anihccam”, letto da destra a sinistra, suona come “Meccanica”.

Nel 1925, a Parigi, insieme al modenese Enrico Prampolini e Giacomo Balla, partecipa all’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative, rappresentando l’Italia.

Il libro imbullonato

Nel 1927 progetta il libro imbullonato “Depero-Dinamo Azari”, realizzato allo scopo di promuovere la propria attività artistica e quella della casa editrice Dinamo Azari. Quest’opera è il primo esempio di libro-oggetto futurista, in cui l’artista esprime con forza la propria creatività grafica.

Il soggiorno americano

Prima di partire per l’America, nell’autunno del 1928, Depero si dedica principalmente ai lavori di grafica pubblicitaria. In questo periodo realizza molti manifesti per la ditta Campari, di cui rimane testimonianza anche di un centinaio di bozzetti.

A New York, dove soggiorna per quasi due anni, Depero lavora nel campo delle scenografie teatrali e della pubblicità.

Al suo rientro in Italia, a Rovereto, fonda la rivista “Dinamo Futurista” e pubblica le Liriche radiofoniche. Inoltre partecipa a molte manifestazioni artistiche nazionali ed internazionali, dedicandosi nel frattempo alla realizzazione di pannelli decorativi e mobili con il Buxus, un materiale innovativo nato dall’autarchia imposta dal Fascismo a causa delle sanzioni del 1928. Il Buxus viene molto utilizzato in questo periodo da ingegneri e arredatori per opere di rivestimento ma non riesce a oltrepassare i confini italiani, né a perdurare oltre un ventennio.

Durante il Fascismo e la Seconda guerra mondiale

Nel periodo fascista Depero si avvicina alla corrente politica dominante credendo che il movimento futurista vi potesse interagire. Non tiene però conto che al gruppo futurista appartengono anche esponenti di sinistra.

Durante il secondo conflitto mondiale si ritira a Serrada di Folgaria e viene accusato di aver aderito al Fascismo in seguito alla pubblicazione, durante l’ascesa di Mussolini, del libro “A passo romano”.

Nel 1948 riparte per New York, dove pensa di pubblicizzare il Buxus ma trova la città cambiata ed ostile al futurismo, un movimento ormai considerato di stampo fascista. Decide perciò di trasferirsi in un paesino del Connecticut dove rimane fino al 1856.

Il ritorno a Rovereto e l’ultimo periodo dell’artista

Tornato a Rovereto realizza la decorazione della Sala del Consiglio Provinciale di Trento.

Nel 1957, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, realizza la Galleria Permanente e Museo Depero. Questa oggi ospita più di 3000 opere artistiche e circa 7500 manoscritti, nonché una fornitissima biblioteca sul Futurismo.

Fortunato Depero muore il 29 novembre 1960 a Rovereto, ad un anno di distanza dall’inaugurazione del primo museo futurista in Italia.

Alcune opere di Fortunato Depero

Le opere di Fortunato Depero
Le opere di Fortunato Depero

Filippo Tommaso Marinetti

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Breve biografia di Tommaso Marinetti

foto di Tommaso Marinetti
foto di Tommaso Marinetti

Filippo Tommaso Marinetti, poeta e scrittore, nasce il 22 dicembre 1876 ad Alessandria d’Egitto ed è considerato il padre fondatore del movimento futurista.

Nel periodo degli studi presso le Università di Pavia e Genova (facoltà di giurisprudenza), Marinetti collabora con una rivista letteraria.

Nel 1898, pubblica il suo primo scritto,  superando gli schemi e le  metriche tradizionali. Un lavoro svolto seguendo un suo stile ideale: quello del verso libero.

La Rivista Poesia e il Manifesto

Ad inizio del nuovo secolo, dopo la decisione di dedicarsi anima e corpo alla letteratura ed alla poesia, Marinetti fonda la rivista internazionale “Poesia”. Le pubblicazioni della rivista – la prima risulta nel 1905 a Milano – dureranno fino al 1909. Nel periodico si rilevano leggeri riscontri della poetica simbolista e decadente.

La Fondazione del Futurismo e la conseguente pubblicazione del Manifesto (20 febbraio 1909 sulla prima pagina di Le Figaro) dà una forte spinta alla notorietà di Tommaso Marinetti.

Il Manifesto, con i suoi polemici contenuti, si fonda sui nuovi principi estetici valorizzando uno stile di vita veloce ed aggressivo, illuminato dall’affascinante era delle macchine.

L’incontro con altri artisti e letterati

Nel 1910 Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà ed alcuni letterati e musicisti (fra i quali molti anarchici, rappresentanti della rivoluzione d’avanguardia), raggiungono Marinetti che si trova a Parigi.

Il Manifesto della letteratura futurista

Insieme ad essi scrive il Manifesto della Letteratura futurista (11 maggio 1912), dove si sostiene le poetiche atte a rappresentare il senso del movimento e della materia, rifiutando le regole della sintassi e della punteggiatura. Le parole scritte nel manifesto scorrono libere nella pagina senza nessuna regola.

Marinetti incomincia a pubblicizzare il suo nuovo stile organizzando una valanga di manifesti. Per una maggiore diffusione inventa la forma della “serata futurista”, da cui nasce l’idea del Teatro Sintetico.

Le rappresentazioni teatrali

Nelle rappresentazioni teatrali, generalmente integrate con musica ma anche con macchine atte a creare rumori. I discorsi sono improvvisati (spesso dallo stesso Marinetti). Si presentano così opere pittoriche, letterarie e scene drammatiche molto sintetizzate, queste ultime chiamate per l’appunto “Sintesi”.

Le Parole in libertà vengono impiegate non solo nelle opere letterarie ma anche all’arte visiva. Seguono, infatti, varie manifestazioni come quella allestita nel 1915 a Roma nella Galleria Angelelli.

Tra gli scritti futuristi di Marinetti non si può non citare il romanzo “Mafarka il futurista”, pubblicato nel 1910, e la poesia “Zaff Tumb Tumb. Adrianopoli, ottobre 1912”, uscito nel 1914, che si scagliano contro l’eco surrealista.

La fine del Futurismo coincide con la fine della seconda guerra mondiale e la morte di Tommaso Marinetti (Bellagio, 1944).


Oscar Kokoschka (1886-1980)

Oscar Kokoschka (Pöchlarn, 1886 – Montreux, 1980)

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Biografia e vita artistica di Oscar Kokoschka

L’artista, pittore e drammaturgo, nasce nei pressi di Pöchlarn (Austria) l’1 marzo 1886 e muore a Montreaux il 22 febbraio 1980.

Avvio alla carriera artistica

foto di Oskar Kokoschka del 1963
Foto di Oskar Kokoschka del 1963

La sua famiglia, con lui ancora giovinetto, si trasferisce a Vienna. Qui, nel 1905, grazie ad una borsa di studio, il ragazzo può iniziare a frequentare la Scuola di Arti Applicate.

Oskar Kokoschka si era già introdotto nel mondo dell’arte iniziando a dipingere a soli quattordici anni. La sua formazione si forgia negli ambienti della Secessione Viennese, subendo le dirette influenze di Klimt, che lo invita ad esporre con lui al Kunstschau (Art Show) del 1908.

Non è soltanto pittura l’arte di Oscar Kokoschka, la cui anima poliedrica lo indirizza in varie attività artistiche – di cui rimangono come testimonianze cartoline, oggetti decorativi, ventagli … – e letterarie. Famoso è il dramma “Assassino, speranza delle donne” (in tedesco “Mörder, Hoffnung der Frauen”) che, nel 1908, viene messo in scena ottenendo ampi consensi del pubblico, e che oggi è considerata la prima opera espressionista teatrale.

Il primo suo periodo espressionista

Nelle opere grafiche, realizzate nel periodo 1907-1912, che influenzano Egon Schiele ed altri artisti, le figure appaiono soffici e delicate ma disposte in modo irregolare.

Le sue caratteristiche rappresentazioni, unite all’amicizia con l’architetto modernista Adolf Loos, gli permrttono di entrare nei salotti più prestigiosi di Vienna, ove riceve moltissime commissioni, soprattutto a tema ritrattistico.

Le opere di questo periodo, che vengono realizzate nel 1912 a Berlino e Colonia, ottengono subito il consenso del pubblico e della critica, tanto che alcune di esse passano in vari musei tedeschi.

L’indole di Oscar, aperta ad ogni genere artistico, lo spinge ad accettare la proposta di collaborazione alla rubrica “Ritratto della settimana” edito sulla rivista d’avanguardia berlinese Der Sturm. Qui l’artista diventa il primo illustratore della rivista.

La sposa del vento

La “La sposa del vento”, realizzata nel 1914 e dedicata ad Alma Mahler, colloca l’artista in una posizione assai caratteristica  nel gruppo degli Espressionisti, soprattutto per una pittura agitata, concitata e spesso tragica. La protagonista del quadro, vedova del compositore Gustav Mahler, è la donna con la quale in questo periodo ha una travagliata relazione sentimentale.

Il periodo della Grande Guerra

Allo scoppio della Grande Guerra, prima della decisione di arruolarsi come volontario nell’esercito l’artista realizza “Il Cavaliere errante”.

Sul fronte russo Kokoschka, in seguito ad una brutta ferita durante un combattimento, rischia di morire. Ritornato alla normale vita cittadina guarisce completamente e nel 1916 si trasferisce a Dresda dove, qualche anno più tardi, insegnerà presso l’Accademia della stessa città, dal 1920 al 1924.

I soggiorni e una pittura più netta e luminosa

A partire da questo periodo l’artista privilegia la pittura chiara e luminosa, comune a tutti gli espressionisti tedeschi, trattando progressivamente vasti spazi.

Il grande shock lasciatogli dai disagi della guerra non si affievolisce e la salute mentale continua a tormentare l’artista che, per sottrarsi alle numerose crisi di nervi, abbandona l’Accademia e incomincia a viaggiare in Europa, in Nord Africa ed in Asia Minore.

Durante questi soggiorni Kokoschka sviluppa la sua arte realizzando pitture a tema mitologico, ritrattistico e paesaggistico.

Continuando a soggiornare nelle varie parti del mondo, sotto la pressione della situazione politica dei vari stati, il pittore è costretto a cambiare nazionalità per due volte.

Nel periodo 1934-1938 soggiorna a Praga, dopodiché si trasferisce a Londra dove rimane per una quindicina di anni.

Nel 1953, subito dopo il soggiorno londinese, si trasferisce definitivamente in Svizzera, spostandosi soltanto in Estate per insegnare presso all’Accademia internazionale di Strasburgo. Qui Kokoschka svolge anche un intenso lavoro pubblicistico e politico-culturale.

L’ultimo decennio

Nel 1962 espone alla Tate Gallery di Londra molte delle opere realizzate nei periodi passati.

Negli anni 1967-1968 realizza diverse pitture a tematica politica contro la dittatura della Grecia e contro l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei russi.

Nell’ultimo periodo Oscar Kokoschka continua alacremente a svolgere la sua arte e, nel 1973, inaugura  l’archivio Oskar Kokoschka nella sua casa natale a Pöchlarn.

Nonostante la sua malattia mentale, che lo accompagna per tutta la vita, l’artista muore novantaquattro, a Montreaux il 22 febbraio 1980.

Alcune sue opere

Foto a bassissima definizione inserita a scopo didattico

opere di oscar Kokoschka
Opere di Oscar Kokoschka.

Maurice de Vlaminck (Parigi, 1876 – Rueil-la-Gadelière, 1958)

Maurice de Vlaminck (1876 – 1958)

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Biografia di Maurice de Vlaminck

La formazione

L’artista nasce a Parigi e si forma da autodidatta in ambiente parigino. Le sue opere evidenziano fluidità coloristica ottenuta da pennellate libere ed immediate, stese con una spontaneità tale da non permettere interpretazioni letterali o filosofiche.

I primi passi

I suoi primi lavori sono ispirati all’Impressionismo ma in breve tempo si distacca da quella coloristica guardando con interesse alle stesure con toni più accesi di Henri Matisse ed André Derain.

Verso i Fauves

Nelle opere che seguono il cambio di direzione dell’artista si evidenziano l’acceso cromatismo ed i forti contrasti. Inoltre gli elementi paesaggistici, che sono ancora semplificati, pur creando un forte dinamismo e senso del ritmo, hanno poca grazia. Detto in poche parole le sue pennellate hanno molta forza ma poca armonia.

I suoi dipinti piacciono a Henri Matisse che lo convince a partecipare ad una manifestazione al Salon des Indépendants.

Più tardi, nel 1905, espone al Salon d’Automne insieme a Henri Matisse, Pierre-Albert Marquet,  André Derain, Othon Friesz, Henri Charles Manguin, Georges Rouault, Jean Puy e Louis Valtat.

In tale occasione i critici non hanno dubbi sull’inserimento di Maurice nel gruppo dei fauves proprio per quel cromatismo decisamente aggressivo, ottenuto con l’impiego di colori usciti direttamente dal contenitore. Talvolta gli stende senza pennello e direttamente col beccuccio del tubetto. Oggi Maurice è considerato  come l’esponente più radicale dei fauves.

Verso la pittura di Cezanne

Il gruppo dei Fauves è fragile e di breve durata: dopo il 1907 si scioglie. Come tutti gli artisti appartenenti a quella corrente Vlaminck intraprende un proprio percorso, del tutto indipendente, alla ricerca di uno stile decisamente più pacato.

Dopo essere entrato in contatto con la pittura di Paul Cézanne, le sue tematiche si orientano verso il paesaggio e la natura morta, mentre le stesure pittoriche si fanno più pacate a fortemente espressive. I contorni si fanno meno incisivi, le pennellate – nonostante l’immediatezza e la fluidità – sono assai più pacate, il tratto è semplificato, mentre le curve si fanno armoniose.

Verso l’Espressionismo

Agli inizi del secondo decennio del Novecento, dopo un brevissimo periodo che lo vede interessato al Cubismo, le sue forme diventano più piene e assai elaborate, avvicinandosi così alla pittura espressionista. Un cambiamento di rotta piuttosto comune ad altri componenti del gruppo fauves.

Se analizziamo le differenze tra il fauvismo e l’espressionismo troviamo importanti punti di contatto. Gli sviluppi di entrambi, oltre che seguire una parallela evoluzione, vengono integrati con reciproche influenze nonostante la diversa sensibilità verso la coloristica dei singoli artisti.

Sia i Fauvisti che gli Espressionisti superano in modo definitivo la rappresentazione impressionista. Mettendo infatti a confronto le due pitture, quella impressionista risulta decisamente pacata e priva di ogni interiore problematica, mentre l’altra (fauves ed espressionisti), cupa e perturbata. Si evidenzia in questi ultimi angosciosi stati d’animo alla ricerca continua della propria identità.

Vlaminck espressionista

Dopo la Grande Guerra, Vlaminck lascia Parigi e si trasferisce a Rueil-la-Gadelière. Qui preferisce vivere in campagna ma nei lavori di questo periodo si evidenzia il profondo segno lasciato dalle terribili esperienze avute durante conflitto. I suoi dipinti, generalmente a tema paesaggistica, acquistano una rinnovata fisionomia sempre più tendente alla pittura espressionista. Il cromatismo si fa più cupo creando drammatiche ed inquietanti atmosfere.

Lapide della tomba di di Maurice Vlamink
Lapide della tomba di di Maurice Vlaminck

La paesaggistica di questo periodo è caratterizzata soprattutto da strade isolate e silenziose, che corrono seguendo una nuova profondità prospettica fino a disperdersi nell’orizzonte, penetrandolo. La natura non è più pacata ed armonicamente raffigurata ma diventa minacciosa ed ostile, mentre gli elementi in essa inseriti simbolizzano una drammatica visione dell’esistenza. I cieli, spesso nuvolosi e cupi, hanno toni freddi e le pennellate perdono fluidità ed immediatezza. Quei dipinti danno l’idea di una mano che agisce a fatica sulla tela ed evidenziano un forte scoraggiamento esistenziale.

Nel 1944 Vlaminck viene arrestato per la sua collaborazione con le forze naziste, a cui seguirà una forte emarginazione.

Muore l’11 ottobre 1958 a Rueil-la-Gadelière.


Pierre-Albert Marquet (Bordeaux, 1875 – Parigi, 1947)

Albert Marquet (1875 – 1947)

Pagine correlate all’artista: Pittori dell’Espressionismo – Esponenti autonomi dell’Espressionismo – Die Brücke e la grafica a stampa – Blaue Reiter – Fauvisti, Die Brücke e Astrattismo – Fine dell’Espressionismo – ImpressionismoPost-ImpressionismoNeo-Impressionismo – L’arte contemporanea.

Biografia di Pierre-Albert Marquet

Gli inizi della carriera artistica

Foto di Pierre-Albert Marquet
Foto di Pierre-Albert Marquet

Marquet si trasferisce a Parigi dove inizia a seguire le lezioni della Scuola di arti decorative. Qui incontra Henri Matisse che, abitando nello stesso palazzo, diventa suo inseparabile amico e compagno di lavoro. I due si  influenzano a vicenda.

Si dedicano insieme a ricerche che li portano entrambi a sfociare nel fauvismo [Enciclopedia, in La Biblioteca di Repubblica].

Nel 1895 Pierre-Albert frequenta l’Ecole des Beaux-Arts e segue con passione le lezioni di Gustave Moreau, un artista considerato continuatore della pittura romantica di Delacroix.

In questo periodo l’artista espone alcune sue opere al Salon des Indépendants con risultati economici poco soddisfacenti. Tuttavia riesce a farsi conoscere dal pubblico e a stringere nuove amicizie con altri pittori.

I suoi primi lavori, con stesure limpide e lineari, che risultano assai vicini alla pittura impressionista, evidenziano un’ottimo piano prospettico, una certa elaborazione del chiaroscuro e accostamenti coloristici di efficace luminosità.

Il periodo fauve

Nel 1905 l’artista, che si è già avvicinato al fauvisme, espone con gli aderenti al movimento nel Salon d’Automne. Le sue opere vengono appese nelle sezioni dedicate a pittori come di Henri Matisse, André Derain, Maurice de Vlaminck, Othon Friesz, Henri Charles Manguin, Georges Rouault, Jean Puy e Louis Valtat.

Questo gruppo artistico, di cui Pierre-Albert ormai fa parte, ha effetto sulla sensibilità dei critici d’arte a causa del forte ed acceso cromatismo, tanto questi ultimi coniano per esso il termine “fauves” (ovvero belve selvagge).

Tuttavia lo stesso Marquet, pur frequentando assiduamente per diversi anni il gruppo dei fauves, ha una coloristica meno brillante e violenta, sempre integrata da un sistematico impiego di toni grigiastri che evidenziano la sua calma e pacata sensibilità.

L’amicizia con Matisse e la differenza tra i due

Fino al 1907 soggiorna nella capitale francese dedicandosi, insieme a Henri Matisse, alla realizzazione di una serie di vedute paesaggistiche della città.

La differenza  tra Matisse e Marquet sta fondamentalmente nella rappresentazione coloristica, accesa e vivace nel primo, pacata e smorzata dai grigi nel secondo. Inoltre Matisse usa pennellate decise e veloci, mentre Marquet è più scrupoloso ed evita eccessivi contrasti coloristici, rimanendo fedele alla tradizionale tecnica della prospettiva.

Durante la Grande Guerra conosce il marsigliese Louis-Mathieu Verdilhan, un pittore che, affascinato dalla sua coloristica, ne subisce notevolmente le influenze.

Il contributo dei suoi viaggi

Dal 1907 l’artista intraprende moltissimi viaggi, non soltanto in Europa ma anche nel Nord-Africa, ritornando spesso a Parigi, sua città di riferimento.

Di questi soggiorni rimangono come testimonianza tele raffiguranti soprattutto marine, barche, vita nelle città e le luminose ed animate vedute paesaggistiche.

Il soggiorno di Napoli

Un soggiorno che colpisce in modo particolare Marquet è quello di Napoli, ove realizza, con una tecnica assai vicina a quella degli Impressionisti, tele con temi di mare ed imbarcazioni.

I riflessi della luce sull’acqua di questo periodo,  realizzati con corpose e decise pennellate, risultano ancor più realistici. Le increspature dell’acqua vengono realizzate con pochi tratti e creano a tutto il contesto un movimento assai pacato.

Le figure, realizzate con un un disegno assai sintetizzato, appaiono abbastanza semplificate, tanto che possono essere avvicinate a quelle dei vedutisti veneziani del Settecento-Ottocento.

Il soggiorno in Germania

Un’altro importante soggiorno è quello in Germania, dove la sua predilezione – ancora per le imbarcazioni, marine e porti, ma anche per vedute fluviali – lo fa quasi estraniare da realizzazioni paesaggistiche rurali e cittadine.

L’ultimo periodo e lo stile dell’artista

Alcune opere di Pierre-Albert Marquet
Alcune opere di Pierre-Albert Marquet

Nel corso della sua carriera artistica Marquet ritorna spesso alle stesse tematiche, anche a distanza di molti anni. Il suo cromatismo risulta poco diverso nei vari periodi, ad eccezione di quello – assai breve – tra il 1910 e il 1914, di cui rimane una serie di nudi.

Predilige ancora tematiche paesaggistiche, soprattutto quelle a sfondo marino, scene di porto e vedute fluviali.

Continuando ad impiegare nei propri lavori la tradizionale tecnica del disegno e della prospettiva, il contesto scenico delle sue opere risulta sempre fondamentalmente poco mosso. Anche il movimento delle barche e di altri elementi galleggianti viene alquanto  smorzato.

I contorni sono abbastanza evidenziati, tanto che l’importanza del disegno sulla coloristica diventa prevalente, nonostante la semplificazione delle forme.

Tali comportamenti pittorici, se fossero ancor più accentuati,  potrebbero avvicinarlo al cubismo.

All’artista non piacciono le rivoluzioni tecniche e stilistiche dei primi decenni del Novecento.

L’artista muore il 13 giugno 1947 a Parigi.

Alcune fra le principali opere di Marquet

  • Caffettiera, anno 1903,  collezione privata, Parigi.
  • La spiaggia di Fécamp, anno 1906, Musée National d’Art Moderne, Parigi.
  • Le due amiche, collezione. G. Benson, Parigi
  • Pont neuf di Parigi, vista dall’alto, risente le influenze di Monet e di Sisley.
  • Il cavalletto, anno 1943, in collezione privata, Parigi.

André Derain (1880 – 1954)

André Derain (Chatou, 1880 – Garches, 1954)

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Le foto sotto riportate sono a bassa risoluzione ed inserite al solo scopo didattico.

Biografia di André Derain

Foto di André Derain
Foto di André Derain
L’artista nasce a Chatou (presso Parigi) nel 1880.
Appartenente ad una famiglia agiata, viene avviato dal padre nel 1998 agli studi di ingegneria all’Accademia Julian.

Negli anni successivi fa conoscenza con Maurice de Vlaminck ed Henri Matisse, che riescono a convincerlo a dedicarsi alla pittura.

Avvio all’arte

Nel primo periodo della sua conversione all’arte, influenzato da Vlaminck, realizza dal vivo opere a tema paesaggistico lungo le rive della Senna, impiegando colori usciti direttamente  dai contenitori senza essere mescolati.

Le prime importanti sue esposizioni risultano datate 1905, al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants, ove si colloca fra i Fauves.

Già sin dalle prime manifestazioni dell’artista alcune sue opere (tra cui ricordiamo l’Estaque), nonostante l’audace cromatismo, evidenziano un inizio di allontanamento dalla corrente fauvista.

Il suo pensiero è – da persona colta ed amante della pittura dei grandi maestri del passato, di cui si è più volte cimentato a riprodurre – quello di non dover mai rinunciare all’esuberanza coloristica armonizzata nella maniera classica.

Per un certo periodo subisce gli influssi di Gauguin, addolcendo i contrasti cromatici e chiaroscurali e togliendo le eccessive vivacità fauviste.

Nel 1909 illustra con le sue pitture un libro di poesie di Apollinaire, a cui seguono, qualche anno dopo, una raccolta letteraria di Max Jacob, il  primo libro di André Breton, il Satyricon di Petronio Arbitro e le favole di Jean de La Fontaine.

Nel 1910, frequentando Pablo Picasso, realizza alcune opere, tutte fuori dai canoni cubisti ai quali si rifiuta di aderire.

Il ritorno al tradizionale

Dal 1911, Derain ritorna alla vecchia maniera impiegando il chiaroscuro e la prospettiva, rendendo i propri dipinti  più classici e tradizionali. Un “ritorno alle forme classiche” comune a molti artisti attivi in questo periodo nel continente europeo, tra cui ricordiamo lo stesso Picasso, Gino Severini e Giorgio De Chirico con la sua metafisica appena nata. Periodo questo di grande cambiamento ove in Italia nascono i Valori Plastici e Novecento, mentre in Germania sale la Nuova oggettività.

Dopo il 1911, Derain subisce gli influssi della scultura africana e dei primitivi francesi, per cui intraprende un periodo “gotico”, in cui si dedica a solenni temi figurativi e elaborate nature morte, tra cui ricordiamo “La cena” e “Il sabato”.

Dopo il 1913 l’artista si dedica alla figura, iniziando con gli autoritratti fino ad approdare a scene di genere per poi ritornare alla semplice ritrattistica.

Antisurrealista e antidadaista

Dopo la Grande Guerra combatte la proliferazione di movimenti «antiartistici» come il Surrealismo e il Dadaismo.

Nel 1921 soggiorna a Roma e a Castel Gandolfo, continuando a studiare i grandi maestri del passato. In questo periodo l’artista realizza molte vedute paesaggistiche.

Nel 1928 Derain con “La caccia” vince il premio Carnegie.

Nel 1941 è attivo in Germania e, più tardi, in Francia dove rifiuta l’importante incarico di dirigere la scuola nazionale superiore delle belle arti a Parigi. Incomincia così un volontario e progressivo isolamento.

Artista polivalente

Derain è anche incisore, scultore, ceramista, costumista e scenografo teatrale.

Continua a realizzare pitture e ad esporle in importanti manifestazioni internazionali con crescente successo fino alla morte, che improvvisamente avviene nel settembre 1954 a Garches, in seguito ad un tragico incidente stradale.

L’arte di André Derain

L’arte di Derain nei primi anni del Novecento subisce gli influssi neoimpressionisti di pittori come Paul di Cézanne e Vincent van Gogh.

Si avvicina ai pittori fauve come Matisse e Vlaminck ma è assai più misurato di essi. Le sue opere evidenziano serenità nonostante i vivi e luminosi contrasti coloristici.

Sul figurativo le sue semplificazioni sono assai meno idealistiche dei Fauves, tanto che spesso sfocia in quel suo tipico naturalismo, integrando elementi della pittura caravaggesca.

Tuttavia non si distacca del tutto dall’estetica fauve. Il suo cromatismo rimane, infatti, ben saldo a quello del movimento, e la stesura pittorica – ottenuta con larghe, pastose e libere pennellate – evidenzia vivi contrasti con accostamenti di toni caldi e freddi.

Alcune opere di André Derain

Andre Derain - Porticciolo di Londra, 1906
Porticciolo di Londra, 1906
Andre Derain - Ponte Charing Cross 1906
Ponte Charing Cross 1906
Andre Derain - Paesaggio vicino a Chateaux, 1904.
Paesaggio vicino a Chateaux, 1904.
Andre Derain - Donna in camicia, 1918
Donna in camicia, 1918.
Andre Derain - Arlecchino e Pierrot, 1924.
Arlecchino e Pierrot, 1924.
Andre Derain - Alberi lungo la Senna, 1916
Alberi lungo la Senna, 1916
Andre Derain - Bagnanti, 1907
Bagnanti, 1907
  • Il funerale (anno 1899) – New York, Pierre and Maria-Gaetana Matisse Foundation Collection.
  • La salita al Calvario (anno 1901), lascito Georges F. Keller (1981) – Berna, Kunstmuseum.
  • Le rive della Senna a Pecq (anno 1904) – Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou, Parigi, dono di Charles Wakefield-Mori (1938).
  • I dintorni di Collioure (anno 1905), acquisito nel 1966 – Parigi, Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou.
  • Ritratto di Henri Matisse (anno 1905) – Nizza, Musée Matisse.
  • Lucien Gilbert (anno 1905 circa), dono di Joyce Blaffer von Bothmer- New York, The Metropolitan Museum of Art.
  • Il ponte di Waterloo (anno 1906) – Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.
  • Maurice Vlaminck (anno 1905) – Collezione Jacques and Natasha Gelman.
  • Donna in camicia (anno 1906) Copenaghen – Statens Museum for Kunst,.
  • La cattedrale di Saint Paul vista dal Tamigi (anno 1906), Minneapolis – Institute of Modern Art.
  • Le due chiatte (anno 1906), Parigi – Musée national d’Art moderne – Centre Georges Pompidou.
  • Il ponte di Charing Cross a Londra.
  • Natura morta (anno 1913), Washington – National Gallery of Art.
  • Il ponte di Westminster Parigi, Museé D’Orsay.
  • Il ponte di blackfriars New York, MOMA.
  • Natura morta con tavolozza (1914), Copenaghen, Statens Museum for Kunst.

La Resurrezione di Cristo (Accademia di Carrara) di Mantegna

Mantegna: La Resurrezione di Cristo (Accademia di Carrara)

Andrea Mantegna: La Resurrezione di Cristo, 1500-1505, trmpera su tavola, 48×37 cm, Accademia Carrara, Bergamo
Andrea Mantegna: La Resurrezione di Cristo,  1492-93, tempera su tavola, 48 × 37 cm, Accademia Carrara, Bergamo

Al primo elenco opere del Mantegna

Resurrezione di Cristo

Sull’opera: “La Resurrezione di Cristo è un opera autografa di Andrea Mantegna realizzata con tecnica a tempera su tavola intorno al 1492-1493, misura 48 x 37 cm. ed è custodita nell’Accademia Carrara a Bergamo.

La presente opera è stata per un lungo tempo nei depositi dell’Accademia, prima che ne fosse riconosciuto il pregiato valore.

Una piccola croce nella parte inferiore del supporto pittorico ha permesso di scoprirne l’autografia.

Il dipinto cronologicamente attribuibile al periodo 1492-1493, è stato ora finalmente riconsegnato al Mantegna, dopo esser stato per circa due secoli considerato come una copia di un’opera dello stesso artista.

Recenti studi sulla tavola hanno appurato che quella piccola croce nella parte inferiore, ubicata sotto l’arco di pietra, ha di fatto una corrispondenza in una zona di stesura mancante.

Valutando, infatti, la continuità tra sopracitata croce e l’asta, perfettamente contigua che la sorregge, si ricava che la parte bassa dell’opera corrisponde alla parte alta della Discesa di Cristo al limbo. A conferma di ciò  si osservi anche la coincidenza delle rocce dell’arco, che ha perfetti scambi interfacciali.

Quest’ultima è custodita nella collezione di Barbara Piasecka Johnson a Princeton.

La Discesa al limbo

Andrea Mantegna: Discesa al limbo, 1492, Collezione di Barbara Piasecka Johnson a Princeton.
Andrea Mantegna: Discesa al limbo, 1492, Collezione di Barbara Piasecka Johnson a Princeton.

Sull’opera: la Discesa al limbo è un’opera di Andrea Mantegna realizzata intorno al 1492 con tecnica a tempera e oro su tavola, misura 38,8 × 42,3 cm, ed è custodita presso la Collezione di Barbara Piasecka Johnson a Princeton.

Per ulteriori approfondimenti e per vedere la simulazione di accoppiamento delle due opere si suggerisce di seguire il link sotto riportato:

https://it.wikipedia.org/wiki/Discesa_al_Limbo_(Mantegna)


Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista

Pagine correlate al Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista: Al primo Trecento – Al Trecento – Al fine TrecentoAl pieno Quattrocento – Al Quattrocento veneziano – Il Quattrocento, l’arte umanistica ed il Rinascimento – Il disegno nel Rinascimento

Continua dall’articolo precedente, cioè Rinascimento e ritorno all’antico

L’artista nel Rinascimento

Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista: per gran parte del periodo medievale, fino ai tempi pregiotteschi, quello che oggi definiamo artista si considerava più o meno come un artigiano, una persona abilissima nello svolgere il proprio lavoro, soprattutto manuale.

Arti liberali e arti meccaniche

Le sette arti liberali – Immagine realizzata nel XII secolo - Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg
Le sette arti liberali – Immagine realizzata nel XII secolo – Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg

Nell’antichità le arti si distinguevano in due rami: “Arti liberali”, la cui creatività veniva affidata all’intelletto, e “arti meccaniche” che implicavano tecniche ben precise e collaudate per la manipolazione della materia.

Da un punto di vista sociale, le arti liberali erano molto più apprezzate di quelle meccaniche.

Le arti figurative – siano quelle realizzate dai pittori, che dagli scultori – si includevano tra le arti meccaniche. Ai realizzatori materiali, talvolta analfabeti, non veniva commissionata alcuna attività di pensiero.

Ciò che da essi si richiedeva era la perizia tecnica per una buona esecuzione dell’opera.

Lo sviluppo del ruolo dell’artista

Raffaello Sanzio: Autoritratto
Raffaello Sanzio: Autoritratto

Nel Medioevo attribuivano la paternità dell’opera d’arte soprattutto al committente, mentre lasciavano passare in secondo piano l’artista che l’aveva eseguita.

Una situazione, questa, che andò ad evolversi nel tempo fino a quando la migliorata perizia tecnica dell’artista, integrata alla creatività dello stesso, non mise fine a questo stato di cose.

Quindi la capacità nella realizzazione di un’opera non venne più considerata come quella di un semplice esecutore e l’artista acquisì più libertà creativa.

Con l’arrivo Giotto si assistette ad un’eccezionale cambiamento di rotta sulla considerazione sociale dell’esecutore di un’opera d’arte.

Poco più tardi, già nel Primo Rinascimento, l’artista incominciò rivendicare con forza il proprio ruolo di intellettuale.

L’artista si sposta nelle corti
Leonardo da Vinci: Autoritratto, anno 1515 circa, sanguigna su carta, 33,5×21,6 cm. Biblioteca Reale, Torino.
Leonardo da Vinci: Autoritratto, anno 1515 circa, sanguigna su carta, 33,5×21,6 cm. Biblioteca Reale, Torino.

Innumerevoli sono stati i protagonisti ed i rappresentanti del mondo dell’arte, appartenenti alle più disparate epoche e civiltà.

Nel corso della Storia dell’arte, fino al Rinascimento, assistiamo ad una continua sperequazione del valore artistico nei riguardi dei creatori d’opere d’arte, sempre ritenuti come semplici esecutori.

Con l’avvento del Rinascimento, invece, questi  incominciarono a godere di una nuova considerazione.

Con il Rinascimento cambiò anche l’ambiente di lavoro dell’artista: mentre prima lavorava quotidianamente nella propria bottega, da questo periodo in poi incominciò a spostarsi ed aprire nuovi cantieri presso le numerosissime corti, cui la nostra penisola era divisa.

La figura dell’artista cortigiano iniziò a fare da corollario a quella del mecenate-governante. Nelle corti, infatti, poté così entrare a diretto contatto con l’alta aristocrazia e con gli intellettuali del tempo: scrittori, poeti, filosofi e così via.

Finalmente la Storia annoverò l’artista, a pieno titolo, fra gli intellettuali del tempo.

Il ruolo dell’architetto

Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista: questo cambiamento nel campo dell’architettura fu ancora più radicale. La figura dell’architetto prima del rinascimento non esisteva. Il suo compito, di dirigere e coordinare i lavori, era affidato ad un operaio più esperto che possiamo definire “capomastro”.

Nel periodo rinascimentale l’architetto godette una migliore considerazione per il suo operato. Esso infatti era, a tutti gli effetti, un professionista che esercitava la propria attività attraverso accurate elaborazioni progettuali, frutto di approfonditi studi teorici.

Grazie ai potenti mezzi progettuali a propria disposizione, tra i quali quelli offerti dal disegno, allora in pieno sviluppo, l’architetto lavorava prevalentemente a tavolino. Accadeva normalmente che in caso di prematura morte dell’ideatore molte realizzazioni architettoniche fossero portate a compimento da altri, proprio perché i progetti prevedevano tutte le fasi dell’opera da realizzare.

Il Rinascimento, come ampiamente descritto, resta l’unico periodo della Storia dell’arte, soprattutto quella italiana, in cui si assiste a questo grandissimo eclettismo, per cui un artista che dipinge esercita allo stesso tempo attività scultorea o altro. Una parabola che parte da Giotto per arrivare al Bernini.

Dopo il Rinascimento i ruoli rimarranno sempre più distinti, e la figura di architetto raramente si sovrapporrà a quella dell’artista.


Rinascimento e il ritorno all’antico

Pagine correlate Rinascimento e il ritorno all’antico: Al primo TrecentoAl TrecentoAl fine TrecentoAl pieno QuattrocentoAl Quattrocento veneziano – Il Quattrocento, l’arte umanistica ed il Rinascimento – Il disegno nel Rinascimento – Il Rinascimento ed il ruolo dell’artista

Continua dall’articolo precedente La prospettiva nel Rinascimento

Il ritorno all’antico

Busto di Platone ritrovato nel 1925 a Roma
Busto di Platone ritrovato nel 1925 a Roma entro l’area sacra in Largo Argentina. Trattasi di una copia, attualmente nel Musei Capitolini romani, di un’opera di Silanion [Enciclopedia dell’Arte Antica (1965)].
“Rinascimento” … già questa parola lascia intendere qualcosa che ha a che vedere con il recupero del passato.

Nella cultura umanistica di questo vasto periodo il “recupero dell’antico” significava “ritorno al classico”.

Si intraprese, quindi, un accurato studio su antichi autori che il medioevo aveva posto in seconda rilevanza.

Le ricerche riguardarono anche i temi filosofici, soprattutto quelli relativi al Neoplatonismo.

Il Neoplatonismo – di cui si conosce il nome del padre fondatore, cioè il filosofo Plotino –  nacque e si sviluppò nel III secolo, dopodiché perse la sua forza.

Il Neoplatonismo

La testa, identificata come quella di Plotino, plausibile ma non esiste una prova a riguardo.
La testa identificata come quella di Plotino è plausibile ma non esiste una prova a riguardo.

Il Neoplatonismo ritornò di moda a Firenze e dintorni nel XV secolo, grazie a grandi pensatori come Giovanni Pico della Mirandola (1463 – 1494), Lorenzo Valla (1405 o 1407 – 1457) e Marsilio Ficino (1433 – 1499).

Senza entrare a fondo in questioni prettamente filosofiche possiamo affermare che il neoplatonismo fu fonte di importanti riflessioni verso temi che in beve tempo, con l’arte rinascimentale, divennero impellenti. Impellente fu, ad esempio, il recupero della bellezza.

Arte e bellezza nei vari periodi della Storia dell’arte

Molto spesso Arte e bellezza appaiono come sinonimi. Questo è vero soltanto in alcuni periodi della storia – per esempio in quello dell’antica Grecia –  quando la stessa arte aveva per fine la bellezza.

Non lo fu, invece, nel periodo medievale, dove la visione artistica era essenzialmente basata sulla religione, escludendo qualsiasi riferimento alla bellezza. L’arte aveva semplicemente un fine didattico, cioè quello insegnare la religione cristiana attraverso la storia. La bellezza passava in secondo piano e, spesso, veniva considerata assai pericolosa perché poteva spingere al peccato. Necessitava un’arte che inducesse ai buoni precetti.

Bellezza e perfezione

Nel Rinascimento invece si assistette ad un radicale cambiamento di rotta, dove gli artisti recuperarono il concetto della bellezza. Il perché è ovvio: bellezza intesa come espressione stessa della perfezione.

La perfezione, già dal Primo Rinascimento, divenne così il metro di misura per giudicare la capacità creativa dell’artista nella raffigurazione di un mondo nuovo, proprio come avvenne nel periodo dell’antica Grecia.

La riflessione sulla bellezza

Il Neoplatonismo con la sua filosofia influì molto sul pensiero degli artisti rinascimentali, che arrivarono ad una riflessione sulla bellezza: tutto quello che è bello è anche buono, come pure ciò che è buono è anche bello. Veniva in tal modo annientato l’annoso conflitto tra sfera etica ed estetica.

La questione però – come ben sappiamo – rimane nel tempo sempre controversa, alternandosi nel corso della Storia dell’arte, soprattutto in quella occidentale.

In tal modo, quindi, con il Rinascimento si ebbe un ritorno all’antico e cioè un recupero della bellezza, del gusto per le proporzioni e, quindi, per la perfezione delle forme.

Infine, proprio come avvenne per l’arte classica,  anche gli artisti rinascimentali si misero alla ricerca di un più perfetto naturalismo. Si iniziò così lo studio per una perfetta rappresentazione del mondo reale.

Possiamo perciò affermare che anche l’arte contribuì alla creazione del nuovo uomo del Rinascimento. Un uomo che con ogni mezzo cercava di approfondire accuratamente lo studio della bellezza del mondo esterno per meglio rappresentarlo.

Il rifiuto rinascimentale dell’arte gotica

Il ritorno al classico, in un primo momento,  si materializzò in architettura, poi si espanse nella scultura e nella pittura.

Il Rinascimento, sin dall’inizio, rifiutò l’architettura gotica con tutte le sue geometrie prive di ogni regolarità.

Tale rifiuto portò, in alternativa, gli architetti rinascimentali a recuperare tutte le regole della grande architettura romana.

Più tardi il ritorno all’antico si manifestò in altri campi, anche grazie ad una profonda ricerca sulla mitologia, che permise agli artisti di arricchire con nuove figure le loro rappresentazioni.

Ma il Rinascimento nella Storia dell’arte fu soprattutto, oltre che un semplice recupero di elementi decorativi, il rispetto più profondo verso la bellezza e il naturalismo.